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    19 aprile 2010 - 5 Iyar 5770  
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Moked - il portale dell´ebraismo italiano
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  Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma Riccardo
Di Segni,

rabbino capo
di Roma
I giorni dell'Omer, che anticamente dovevano essere dedicati a un'attesa serena di Shavuot dopo Pesach, si sono trasformati, nel corso della storia, in giorni austeri, offuscati dal ricordo misterioso della scomparsa di un'intera generazione di studenti, allievi di Rabbì Akiva. Che poi tanto misterioso non è, perché probabilmente si tratta della fine dell'indipendenza ebraica sotto Adriano, con i massacri che la accompagnarono. Mille anni dopo, negli stessi  giorni del calendario ebraico, i crociati diretti in Terra Santa fecero scempio delle Comunità ebraiche che incontravano nelle loro marce gloriose, aprendo un nuovo sanguinoso capitolo - mai chiuso veramente - dei rapporti cristiano-ebraici. E' su questo sfondo storico che oggi, alla vigilia di Yom haAtzmaut, si celebra il triste giorno dedicato ai caduti nelle guerre che lo Stato d'Israele ha combattuto per affermare e difendere la sua esistenza. Un ricordo necessario e doveroso ma anche un'occasione per riflettere sul senso delle grande rivoluzione che stiamo vivendo e della quale forse non ci rendiamo conto.
Sessantasette anni fa, il 19 aprile del 1943, vigilia di Pesah, i nazisti entrarono nel ghetto di Varsavia per deportare gli ebrei, circa sessantamila, che vi erano rimasti dopo le grandi deportazioni del 1942, quando oltre trecentomila ebrei erano stati deportati, per esservi subito assassinati,  nel campo di sterminio di Treblinka. Iniziava la rivolta del ghetto, con le scarsissime armi fornite dalla Resistenza polacca e impugnate da un pugno di ragazzi, poco più di duecento. Il 16 maggio, il rogo della Sinagoga segnava la fine della rivolta, non restava più nulla del ghetto e dei suoi ebrei. Pochissimi i sopravvissuti, e fra loro Marek Edelman, fra i comandanti della rivolta, spentosi nell'ottobre 2009 in Polonia, straordinario narratore della vita del ghetto e della sua morte. Ma questo episodio di resistenza ebraica non fu l'unico: gruppi armati di resistenza agirono in sette dei grandi ghetti polacchi e in moltissimi di quelli minori. Rivolte armate furono tentate anche nei campi di sterminio: a Birkenau, a Chelmno, a Treblinka e a Sobibor. In questi ultimi campi, la rivolta riuscì a inceppare e a fermare la macchina della morte. Nulla è più lontano dal vero dell'immagine, tanto diffusa, degli ebrei portati come pecore al macello.       Anna Foa,
storica
Anna Foa  
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  Qui Ferrara - Obiettivo sul pregiudizio

Conferenza_pubblico“Pregiudizi sugli ebrei pregiudizi degli ebrei”, l'incontro dibattito che si è svolto al Teatro comunale di Ferrara ha rappresentato il momento più significativo della prima giornata della Festa del Libro Ebraico in Italia in scena nella città estense fino a mercoledì 21 aprile e organizzata dal Museo dell'ebraismo italiano e della Shoah che sorgerà nel comprensorio di via Piangipane.
 “Quando abbiamo deciso di dedicare il dibattito ai pregiudizi ho pensato che forse il tema era superato - ha detto  lo storico Riccardo Calimani  presidente del Meis nell'aprire il dibattito cui sono intervenuti il giornalista Enrico Mentana, Gian Arturo Ferrari, presidente del Centro per il Libro e la Letteratura e Renato Manheimer presidente dell' Istituto sulla pubblica opinione (Ispo) - ma invece alcuni fatti di questi ultimi giorni, come alcuni interventi di autorevoli personaggi della Chiesa, ci hanno aiutato a far diventare rovente questo argomento”.
A precedere il confronto di opinioni fra Mentana, Ferrari e Manheimer, un video in cui l'attore e regista Moni Ovadia ha stigmatizzato quelli che ritiene siano i peggiori pregiudizi sugli ebrei e degli ebrei, passando a raccontare come nell'attentato delle Torri gemelle si sia sostenuto che il Mossad avesse avvisato tutti gli ebrei di New York di non recarsi in quel giorno nelle torri, mentre in quell'attentato perirono 480 ebrei ossia il 20 per cento del numero totale. Secondo l'attore, infatti, il peggior pregiudizio sugli ebrei è quello che li ritiene 'potenti' mentre lamenta negli ebrei l'incondizionato appoggio alla politica di Israele e conseguentemente l'accusa di antisemitismo verso chiunque osi criticare lo Stato ebraico. “Il pregiudizio è universale e come tale va combattuto, i primi che lo devono fare sono gli ebrei che ne sono stati vittime nel corso della storia, usando la forza del pensiero - ha concluso Ovadia - La più grande risorsa degli ebrei è il pensiero critico occorre ritrovare un pensiero critico che non ci ha  mai fatto difetto".
“Chi è l'ebreo italiano, di che popolo fa parte?” si è domandato subito dopo Enrico Mentana, ritenendo che il pregiudizio nei confronti degli ebrei sia speculare a quello degli ebrei e che non ci sia in Italia un pregiudizio antisemita più di quanto sia presente il pregiudizio nei confronti di altre minoranze. Secondo Mentana è difficilissimo commisurarsi con le idee degli ebrei sugli ebrei “Perché gli ebrei richiedono di essere riconosciuti come uguali ma diversi, poiché questo fa parte dell'identità ebraica il vero pericolo è invece il pericolo "di una sovraesposizione degli ebrei e della tematica. Una 'troppezza' dell'essere ebreo che può, come reazione sbagliata, alimentare il pregiudizio", ma secondo il giornalista, in Italia non esiste un forte sentimento antisemita e neanche un forte sentimento antisraeliano. “Bisognerebbe invece esaltare la cultura ebraica, una cultura che fa parte del patrimonio italiano” ha concluso Mentana.
“Riflettevo sulle cose che ha detto Mentana” ha osservato subito dopo Gian Arturo Ferrari “e c'è qualcosa che non mi convince nella specularità fra il pregiudizio nei confronti degli ebrei e quello degli ebrei "Sono - ha detto - due cose molto diverse. In tutta la società italiana non si ha la percezione chiara di quanto sia stato esteso e profondo il pregiudizio antiebraico. Auschwitz e la Shoah ancora non sono conosciuti bene. Ma quello che colpisce nella persecuzione rispetto ad altri popoli - e lo fanno pensare anche le parole del presidente dell'Iran, Ahmadinejad - è il binomio pregiudizio e annientamento".
Secondo Ferrari non si può paragonare la Shoah a nessun altro genocidio, l'idea dell'eliminazione degli ebrei era presente già all'inizio del '900, il problema che angustiò queste menti era come farlo basti riflettere su un fatto “il culmine dello sterminio ebraico avviene nell'agosto del'1944, la Guerra allora era già persa perché allora accentuare il fenomeno? - si è domandato Ferrari – perché erano convinti che in questo modo avrebbero vinto la Guerra. Quello che ha caratterizzato queste pagine della Storia è l'assoluta incomparabilità con ogni altro avvenimento storico. Il desiderio di eliminazione totale del popolo ebraico è lo stesso che ha oggi Ahmadinejad”, ha concluso Ferrari, “per questo non lo si può sottovalutare”.
Mannheimer ha individuato invece tre tipi di antisemitismo in Italia: uno "classico", e due "moderni". "Il primo è l'accusa agli ebrei di essere deicidi; gli altri due riguardano da una parte il fatto di essere potenti (11 per cento della popolazione) e dall'altra (il 12 per cento) invece di utilizzare la Shoah e le persecuzioni per difendere ad ogni costo la politica di Israele". Il sociologo ha così riassunto la questione: "Diciamo, come ha calcolato un giovane ricercatore, Leone Hassan, che c'è un 12 per cento della popolazione italiana che condivide i tre pregiudizi. Un dato 'ragionevole' ma nulla rispetto i pregiudizi verso altre etnie presenti in Italia e soprattutto a ciò che si muove in centro Europa. Possiamo sostenere che in Italia gli ebrei sono al centro della scala del pregiudizio: in testa ci sono altri". Manheimer ha poi sostenuto che il pregiudizio è più forte sia nelle parti estreme della politica nell'estrema destra e nell'estrema sinistra, con una prevalenza di quest'ultima che si attesta al 25 per cento del campione.

Lucilla Efrati

 
 
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  "Cosa sarebbe l'ebreo senza libro"

Donatella Di CesareIl popolo ebraico è il popolo del Libro - e dei libri. La sua sopravvivenza, nella storia, è legata alla parola in cui ha trovato ogni volta rifugio. La sua capacità è stata quella di cercare l’infinito nello spazio tra le parole, in quel che resta ancora da leggere nel Libro di D-o, in quel che resta ancora da scrivere nel libro dell’uomo. La storia del popolo ebraico è saldata al libro infinito delle sue interrogazioni.
Primo lettore di D-o, l’ebreo ha trovato nell’amore per il Libro il suo orientamento e ha tradotto, parola per parola, nei suoi libri, le strade della sua erranza. Interprete incondizionato e testimone morale del Libro, che cosa sarebbe l’ebreo senza libro?

Donatella Di Cesare, filosofa

 
 
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Nel ghetto di Edelman
Arrivare prima del Signore lddio non è solo il resoconto più vivo della rivolta del ghetto di Varsavia, scaturito dalla testimonianza del vicecomandante dell'Organizzazione ebraica di combattimento (ZOB) scampato miracolosamente alla morte. E molto di più. Hanna Krall, l'autrice, si scontra pagina dopo pagina con la reticenza di Marek Edelmnan, il testimone. Egli teme che il suo ricordo venga snaturato, ridotto a leggenda inautentica. Ricordare per lui significa anche smitizzare, sottrarsi all'agiografia. Solo così riesce a dare un senso ai decenni successivi in cui esercitò la professione di medico cardiologo all'ospedale di Lodz: collocato di nuovo molteplici volte su quell'esile confine tra la vita e la morte che aveva visto oltrepassare da centinaia di migliaia di persone sull'Umschlagplatz mentre salivano sui vagoni stracolmi diretti a Treblinka, con l'ultima pagnotta messa loro tra le mani dai nazisti allo scopo di garantirsi un flusso di smaltimento ordinato. Li ho visti morire tutti quanti, ripete Edelman. […]
Gad Lerner, la Repubblica, 19 aprile 2010

«Gli Stati Uniti non hanno una strategia per l'Iran»
Washington - Gli Stati Uniti non hanno una strategia a lungo termine per fare fronte a un Iran deciso a mettere a punto un arsenale nucleare. L'allarme è stato dato lo scorso gennaio dal ministro della difesa Robert Gates in un memorandum «top secret» di tre pagine indirizzato al consigliere nazionale per la sicurezza della Casa Bianca generale James Jones. Ieri il documento è balzato agli onori delle cronache perché il New York Time ne ha rivelato parzialmente il contenuto. Il quotidiano spiega d'essere a conoscenza del pensiero di Gates sull'Iran solo per le parti che riguardano la strategia e la politica da seguire ma non la parte che tratta le operazioni segrete e la politica degli Stati Uniti nei confronti degli alleati. Il concetto che gli Usa non hanno una strategia nei confronti dell'Iran piomba come una bomba sull'opinione pubblica mondiale in uno dei momenti più critici per il presidente Obama intento a rovistare cielo e terra per rabberciare una qualche sembianza di accordo con gli alleati su come fare fronte alle sfide di Teheran. […]
Mariuccia Chiantaretto, il Giornale, 19 aprile 2010 

Pesca in crisi nel lago di Tiberiade
Il governo israeliano ha deciso ieri di vietare per due anni la pesca nel lago di Tiberiade (dove secondo il Vangelo Gesù fece fare agli Apostoli una straordinariamente abbondante pesca miracolosa) al fine di ricostituirne il patrimonio ittico sul punto di esaurirsi. [...]
Nazione-Carlino-Giorno, 19 aprile 2010  
 
 
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Israele giornata dei caduti e festa dell'Indipendenza                    
Tel Aviv, 19 apr -
Al suono delle sirene la vita oggi in Israele si è fermata per due minuti in tutto il Paese. E' la ricorrenza della giornata dei caduti e quindi un giorno di lutto nazionale, che precede tradizionalmente la festa dell'Indipendenza dello Stato israeliano. Dopo le sirene sono stati aperti i cancelli dei cimiteri militari dove nel corso della giornata si svolgeranno cerimonie commemorative alla presenza delle autorità. In serata avranno inizio invece i festeggiamenti per il sessantaduesimo anniversario della fondazione dello Stato ebraico (15 maggio 1948).

Barak rasserena tutti: “Non ci sarà guerra”
Tel Aviv, 19 apr -
"Non c'è alcuno motivo che questa estate divampi alcuna guerra", così il ministro della difesa israeliano Ehud Barak ha cercato di tranquillizzare l'opinione pubblica a seguito delle recenti voci e dichiarazioni allarmate del re Abdallah di Giordania, che aveva affermato come in assenza di di sviluppi diplomatici fra israeliani e palestinesi ci fosse da temere e che nei prossimi mesi Israele, Siria e Libano sarebbero stati coinvolti in un nuovo conflitto. Barak ha voluto anche precisare che ritiene Israele dotata della potenza necessaria per puntare alla soluzione dei due Stati per i due popoli. E ha anche ammesso che le relazioni fra Israele e Stati Uniti attraversano una fase di crisi perché le rispettive leadership "a volte analizzano la situazione in maniera diversa". Per superare queste difficoltà sarebbe auspicabile, a suo avviso, lanciare un'iniziativa di pace israeliana "che affronti tutti le questioni cardinali del conflitto con i palestinesi". “A ogni modo  - ha sottolineato ancora il ministro della Difesa - Israele respingerà ogni tentativo di imporre soluzioni del conflitto con i palestinesi dall'esterno”.
 
 
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