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L'Unione informa
 
    28 aprile 2010 - 14 Iyar 5770  
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Moked - il portale dell´ebraismo italiano
alef/tav    
  adolfo locci Adolfo
Locci,

rabbino capo
di Padova
Oggi è il 14 di Iyar, Pesach shenì, ricorrenza istituita per permettere a coloro che non potevano presentare il 14 di Nissan il Korban Pesach (sacrificio di Pesach), a causa di una sopraggiunta impurità o di legittimo impedimento, di farlo il mese successivo. Secondo i maestri, la ‘Avodat Hashem, il culto al Signore, rappresenta l’essenza del mese di Iyar. Infatti, la Torà sottolinea che sono le stesse persone, impossibilitate a presentare il Korban Pesach al tempo stabilito, che chiedono a Mosè di avere un’ulteriore possibilità per poter adempiere alla mitzwà: “perché dovremmo essere da meno degli altri e non offrire il sacrificio di Pesach in mezzo ai figli d’Israele, nel tempo stabilito?” (Numeri 9:7). Per il fatto che quegli uomini abbiano voluto fortemente mettere in pratica la mitzwà del Korban Pesach, il Signore ha stabilito l’istituzione di Pesach Shenì trasferendo così il valore della Gheullà – redenzione anche nel mese di Iyar. L’istituzione del primo Pesach rappresenta la Gheullà che è stata promossa le’ela – dall’alto; l’istituzione del secondo Pesach rappresenta invece la Gheullà richiesta letatà – dal basso. Pesach Shenì ci insegna che in noi c’è una possibile forte volontà di eseguire le mitzwoth, a dimostrazione del fatto che Israele ha saputo introiettare dentro di se il senso della Gheullà e che la ricerca costantemente. Auguriamoci che per il merito di coloro che hanno permesso l’istituzione di questa festa, in tutte le nostre Comunità si possa sviluppare nuovamente, come allora, la stessa capacità di voler fortemente osservare le mitwoth - in quanto “sono la nostra vita e la lunghezza dei nostri giorni” - anche quando potrebbe sembrare di avere il “privilegio” dell’esenzione... 
Non basta prendere il sole, se non siamo capaci di regalarlo.  (Paul Claudel) Matilde
Passa,

giornalista
matilde passa  
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  Qui Torino - Alex Licht, fare tanto e andare lontano 

alexMentre nasce la sede nazionale italiana dell’Agenzia Ebraica per Israele (Sochnut), dagli uffici centrali dell’istituto arriva a Torino un’altra lieta notizia: la premiazione della shlicha (letteralmente emissario) Alex Licht, arevà della comunità ebraica torinese. Fra circa centocinquanta ragazzi della sezione europea, Alex è stata scelta come miglior giovane shaliach del 2009, “un premio per le attività svolte, per il grande contributo e l’impegno dimostrati nei confronti della Sochnut”. Alex, assieme a tanti altri giovani fra i ventuno e i trent’anni, fa parte del progetto Areivim, “garanti”: ragazzi inviati nelle comunità di tutto il mondo dall’Agenzia Ebraica perché svolgano attività e programmi orientati al consolidamento della conoscenza e consapevolezza dell’identità ebraica, oltre a promuovere la familiarità con gli ideali sionisti, con Israele e il suo popolo. Come si legge nel sito dell’organizzazione, “il progetto affonda le sue radici nella convinzione che l'identificazione positiva può contribuire ad arginare l'assimilazione e garantire la continuità della comunità ebraica”.
Ma torniamo ad Alex, per cui arrivano parole di elogio dal presidente della Comunità di Torino, Tullio Levi “Un riconoscimento sicuramente meritato. Alex è un arevà straordinaria, per serietà e intelligenza. In questi due anni di lavoro ha ottenuto dei risultati ottimi, assumendosi la responsabilità di iniziative nuove, originali, accolte sempre in modo positivo. Non si può non apprezzare il suo instancabile impegno per la Comunità, dalla scuola alla casa di riposo. Sarebbe – continua Levi - auspicabile che molti giovani prendessero esempio da Alex, dal suo entusiasmo e dalla sua passione”.
Abbiamo dunque chiesto alla schlicha dell’anno di raccontarci qualcosa  sul suo lavoro e non solo.
Come mai ha scelto di entrare nell’Agenzia Ebraica?
L’idea era, finito l’esercito, di fare qualcosa di autonomo, che mi aiutasse a confrontarmi con me stessa; così ho deciso di provare a entrare in questo progetto della Sochnut. Dopo un iter un po’ complicato con varie audizioni, sono stata presa e ho svolto un corso intensivo di tre settimane. Ogni giorno lavoravamo su religione e cultura ebraica, sulla lingua, sulla storia di Israele e così via. Abbiamo svolto lezioni sulle peculiarità delle diverse comunità nel mondo, così come sui differenti orientamenti religiosi. C’erano ore dedicate alle tecniche di insegnamento per bambini come per adulti.
Finito il corso, hai scelto una destinazione italiana e sei approdata alla comunità di Torino. Qual è stato il primo impatto?
Inizialmente ero un po’ disorientata: dovevo imparare una lingua nuova ed ero lontana da tutto ciò che conoscevo. In ogni caso,  una delle prime preoccupazioni è stata capire le dinamiche della Comunità, in particolare quali fossero le cose necessarie, anche dal punto di vista logistico. In questo sono stata aiutata dal vicepresidente Edoardo Segre,  in merito alle relazioni con la Sochnut, e dalla consigliera Sarah Kaminski, in merito ai problemi quotidiani.
Di fatto, di cosa di occupi all’interno della Comunità?
Il mio lavoro è intergenerazionale, dalla scuola alla casa di riposo.  Ci sono attività dirette ai più piccoli, come Ivrit Be Keif (Ebraico con piacere) o il corso di arte; l’Ulpan per i genitori, ebrei e non, che vogliono imparare l’ebraico, così come un corso per i maestri della scuola. Nuovo è l’appuntamento mensile con “Identità israeliana moderna”, in cui raccontiamo la società israeliana e le sue continue evoluzioni. Con gli anziani della casa di riposo, abbiamo creato “ebrei nel mondo”, una sorta di viaggio nelle diverse realtà della diaspora, attraverso immagini, video e canzoni . O ancora “Caffè Ivrit”, un’ora dedicata a leggere giornali in ebraico e ascoltare musica israeliana. Senza dimenticare tutte le attività legate alle feste.
Dopo due anni così intensi, come vedi la comunità di Torino?
E’ un luogo dove la vita ebraica si percepisce intensamente. Sembra una cosa ovvia o scontata ma non lo è. Ci sono molte attività, tutti lavorano e gli ingranaggi girano. Se però mi chiedi qual è il mio più grande auspicio, vorrei vedere i giovani caricarsi di maggiori responsabilità. I giovani, per quanto possa suonare retorico, sono il futuro, sono coloro che porteranno dam hadash (sangue nuovo) al cuore della comunità. Devono essere più attivi nella scuola, nella casa di riposo; i più forti devono dare una mano ai più deboli.
Ad ottobre finirà la tua “avventura torinese”, che cosa porterai con te di questa esperienza?
Sicuramente la conoscenza di una lingua nuova e di un mondo comunitario ebraico decisamente peculiare. Inoltre in questi mesi ho imparato molto su me stessa, in particolare su come, contando sulle proprie forze, si possa fare tanto e andare decisamente lontano.

Daniel Reichel



Qui Londra - Verso il voto fra le incertezze

gordon brown Il 6 Maggio prossimo la Gran Bretagna andrà al voto.
Fino a qualche settimana fa, l’esito delle elezioni sembrava scontato. Dopo 13 anni di governo, con un primo ministro, Gordon Brown (nell'immagine a fianco), ai minimi negli indici di gradimento e una crisi finanziaria spaventosa, i Laburisti erano dati per spacciati. David Cameron, leader dei Conservatori, poteva vedersi, con una certa sicurezza, già al numero 10 di Downing Street.
Ma, dopo la pubblicazione dei sondaggi in seguito al primo dibattito televisivo tra i leader dei tre principali partiti (Labour, Conservative e Liberal Democrat), questa previsione è stata completamente smentita: i Liberal Democrats, grazie alla convincente prova del loro capo Nick Clegg, si sono trovati in prima posizione, con più del 30% dei consensi.
Stanchi dei Laburisti ma non del tutto convinti dall’aristocratico David Cameron, gli elettori inglesi stanno sempre di più volgendosi verso il partito Liberal Democratico, considerato come l’unico vero elemento di rottura rispetto agli anni passati.
I numerosi casi di corruzione che hanno toccato i due principali partiti ed il fallimento di un modello economico sviluppato dalla Thatcher e portato avanti dal New Labour,  hanno generato una voglia di cambiamento che Nick Clegg ha saputo fare sua grazie al suo programma di riforme istituzionali e al suo essere percepito come il nuovo.
Molti analisti prevedono che il risultato delle elezioni sarà un hung parliament, in altre parole un parlamento nel quale nessuno dei partiti avrà la maggioranza e si dovrà quindi ricorrere ad un governo di coalizione.
In questo straordinario clima d’incertezza (l’ultimo hung parliament risale al 1974) ogni voto è fondamentale ed il voto ebraico avrà un peso decisivo in importanti collegi elettorali come quelli di Finchley/Golders Green ed Hampstead nel Nord di Londra o quello di Salford, nella periferia di Manchester, dove una numerosa comunità ultra-ortodossa vive vicina a un quartiere di case popolari nel quale l’estrema destra sta raccogliendo ampi consensi.
Altamente simbolico il duello nell’Est della Capitale, dove nell’economicamente depressa Barking si fronteggiano Nick Griffin, segretario dello xenofobo British National Party e il Ministro Laburista Margaret Hodge, nata in Egitto da una famiglia di rifugiati Ashkenaziti. Il BNP vorrebbe piazzare un suo uomo a Westminster per la prima volta ed a Barking conta già 12 consiglieri nella giunta locale.
Il New Labour ha dimostrato una grande attenzione per il mondo ebraico: il rabbino capo Jonathan Sacks è stato un importante interlocutore di Tony Blair mentre Gordon Brown ha voluto la figlia di Sacks, Gila, nel suo team a Downing Street.
La crisi economica, alcune vicende legate a Israele (per esempio il sospetto uso di passaporti britannici a Dubai da parte del Mossad) e lo scandalo JFS hanno allontanato l’opinione pubblica ebraica dal governo.
In Inghilterra, gli ebrei votano generalmente per i Conservatori (ricordiamoci che la Thatcher era la rappresentante del collegio di Finchley/Golders Green, la zona con la più alta densità di ebrei del Regno Unito).
Il programma ideologico di Cameron, la teoria della Big Society, una società dove la presenza dello Stato è ridotta per lasciare spazio alle scelte e all’intraprendenza dei cittadini intesi come individui e collettività è visto di buon occhio all’interno della Comunità ebraica con il suo sistema di scuole e il suo welfare.
Ma l’alleanza dei Conservatori a Bruxelles con partiti antisemiti di estrema destra dell’Est Europa desta preoccupazione.
I Liberal-Democratici di Cleggs dal canto loro hanno un problema serio: il loro atteggiamento verso Israele potrebbe alienare il voto ebraico. Esponenti importanti del partito come la Baronessa Tonge e Lord Wallace hanno espresso opinioni controverse e shockanti sul conflitto Israelo-Palestinese. La Tonge ha giustificato l’uso dei kamikaze da parte dei Palestinesi e ha chiesto un’indagine per accertare se davvero l’équipes mediche mandate da Israele a Haiti dopo il terremoto erano lì per raccogliere organi umani.
Lo stesso Clegg ha partecipato ad una cena organizzata dal miliardario Nadhmi Auchi, l’anglo-iracheno finanziatore del più virulento sito antisionista inglese.
Ci sono ancora due settimane di campagna elettorale e tutto è ancora da giocare.

Rocco Giansante



Qui Parigi -  L'isola Giusta

bastiaNon una singola persona ma un'isola intera potrebbe essere presto inclusa nella lista dei Giusti tra le Nazioni. Si tratta della Corsica, prima regione francese ad essere liberata dagli occupanti tedeschi.
La motivazione di chi si batte per raggiungere questo obiettivo è semplice: in Corsica nessun ebreo fu ucciso o venne deportato nei campi di sterminio nazisti. La pratica per arrivare al massimo riconoscimento concesso dallo Stato di Israele era già stata avviata da tempo, ma le carte giacevano da anni in un polveroso ufficio di Gerusalemme.
È solo dal 2008, cioè da quando Maxime Cohen è stato eletto presidente della minuscola comunità ebraica corsa (nell'immagine in basso a destra), che la proposta ha preso nuovo slancio e vigore. Il rappresentante ufficiale delle circa venti famiglie che compongono la comunità (raramente si arriva al minian anche se di shabbat la sinagoga di Bastia è sempre aperta) lo aveva posto come uno degli obiettivi prioritari del suo mandato: tributare il giusto onore ad una terra che non fu ostile e che cercò invece di aiutare quei suoi sfortunati cittadini. Cohen ci sta provando anche se le difficoltà sono molte. In primis la relativa carenza di testimonianze e testimoni, elementi su cui Yad Vashem non sembra disponibile a sconti. “Purtroppo molti sono morti, sia tra i salvati (ne restano ben pochi e in età piuttosto avanzata) che tra i salvatori”, spiega Cohen. E poi il muro del silenzio eretto da alcuni dei salvatori, “che ritengono di aver fatto una cosa normale e non vogliono essere considerati eroi”. Ma dopo due anni di ricerche casa per casa almeno un risultato è stato raggiunto: venticinque persone hanno dato la propria disponibilità a parlare. Nel frattempo Cohen fa di continuo la spola con Israele, almeno cinque volte all’anno a discutere con politici e rabbini. E qualcosa si è mosso, tanto che il rabbino capo di Francia, recentemente intervenuto alla Knesset (il Parlamento israeliano) riunitasi in seduta plenaria, ha ottenuto l’applauso dei presenti quando ha ribadito che “la Corsica merita questo riconoscimento”.

bastia cohenL’isola che diede i natali a Napoleone Bonaparte è una terra speciale in cui non si esitò ad aprire la porta della solidarietà. A risultare determinante fu il comportamento della prefettura, “l’unica in tutto il territorio francese a non essersi sbarazzata degli ebrei”. Invece del collaborazionismo con il nazismo, i suoi vertici scelsero la strada del soccorso a quella minoranza in pericolo. Tra gli uomini determinanti per la salvezza della comunità ebraica ci fu il viceprefetto Pierre Henry Rix, che approfittando della visita del console turco Bedi Arbel a Marsiglia, decise di far stampare delle false carte di identità turche che vennero prontamente consegnate ai perseguitati. Ma il suo è solo uno dei tanti nomi: furono in molti a mettere la propria esistenza a rischio pur di salvare le vite di uomini innocenti. Come il vicecommissario di Bastia Mathieu Ristori, che restituì al mittente i documenti inviati da Vichy per chiedere la deportazione degli ebrei corsi. E più in generale fu la popolazione a dare una mano. Un esempio? Gli unici ebrei incarcerati in tutto il dipartimento (ad Asco e - per la cronaca - dai fascisti) vennero sfamati a spese degli abitanti di quel piccolo villaggio.
Eppure i corsi non hanno mai fatto molto perché queste storie venissero a galla. In tutta la regione, nonostante i ripetuti atti di eroismo di molti suoi abitanti, non si contano neanche una decina di Giusti. Jacques Bourgeois, spalla del presidente Cohen nella battaglia per far scrivere il nome della Corsica nella lista di chi scelse il bene quando fare del male era più facile, crede che sia solo una questione di tempo perché quel passato emerga: “Siamo a tre quarti del cammino, sono fiducioso”.
E annuncia il grande appuntamento di settembre, quando salvatori, sopravvissuti e discendenti dei sopravvissuti si incontreranno per parlare e ricordare quella commovente storia di amicizia ed eroismo. “Sarà una manifestazione importante, anche perché verranno eretti due monumenti a Bastia e ad Ajaccio”, spiega Bourgeois.
Qualora la battaglia di Cohen, Bourgeois e dei loro sostenitori andasse in porto, la Corsica sarebbe la prima regione francese a meritare quel particolare e significativo status. Soltanto un’altra collettività di persone è per il momento riuscita ad ottenere il riconoscimento dello Yad Vashem: il comune di Chambon sur Lignon, piccolo borgo dell’Alta Loira in cui trovarono rifugio da morte certa almeno 3000 persone e a cui è stato dedicato un giardino del Memoriale nel 1990.


Adam Smulevich



Qui Milano - La ricerca dello zio Coso

zio cosoTanta emozione per il debutto dello spettacolo “Alla ricerca dello zio Coso” in scena al Teatro Ringhiera fino al 29 aprile. L’emozione di Alessandro Schwed, autore del romanzo “Lo zio coso” da cui la piéce è tratta, l’emozione del regista Alessandro Marinuzzi, che aspettava di vedere l’effetto del suo progetto davanti al pubblico in sala, quella degli attori e degli spettatori. Tra i giochi di luce dei riflettori, va in scena il viaggio surreale del protagonista, in treno verso l’Ungheria per incontrare l’ultimo membro rimasto in vita della famiglia paterna sterminata ad Auschwitz. Uno zio di cui il ragazzo, dopo aver ricevuto un colpo in testa, dimentica il nome, lo zio Coso appunto. È proprio in quello scompartimento che incontra il dottor Oscar, presunto veterinario austriaco giunto fin là per inculcargli le sue verità: la seconda guerra mondiale non è mai avvenuta, né si sono verificate tutte le conseguenze del conflitto, in un crescendo di falsificazioni grottesche che porteranno il protagonista a convincersi persino di non esistere.
Il pubblico dimostra di apprezzare uno spettacolo che, come il romanzo a cui si ispira, fornisce momenti comici che hanno però l’effetto di evidenziare ulteriormente il senso di tragedia dell’opera. Gli stereotipi antisemiti e negazionisti vengono spinti al massimo dell’assurdità, eppure il gioco di finzione e realtà non consente di sollevarsi dall’angoscia del pensiero che quel che accadde venga davvero negato.
Alla fine è commosso Alessandro Schwed, in prima fila ad applaudire gli interpreti Paolo Fagiolo e Marcela Serli che, con una performance molto intensa, hanno dato vita ai suoi personaggi. “Questa storia per me è incredibilmente coinvolgente – ha commentato – l’ho scritta, ma è come se non l’avessi fatto veramente io, come se fosse stata nell’aria solo in attesa di essere fissata su carta. È un mondo da cui, una volta entrati, non si può più uscire”. Il regista Alessandro Marinuzzi ha invece espresso alcune riserve “Ci sono punti su cui devo ancora lavorare, e anche gli attori erano molto tesi, d’altronde abbiamo provato in condizioni difficili”.
Gli spettatori hanno comunque gradito molto, regalando applausi calorosi e commenti positivi.


Rossella Tercatin

 
 
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  Francesco LucreziLa Giustizia israeliana che non fa notizia

Il caso di Yakov Teitel, l’estremista israeliano di origine americana – accusato dell’assassinio di due palestinesi, di contrabbando di esplosivi e della realizzazione o pianificazione di svariati attentati contro arabi, israeliani pacifisti e omosessuali – ha giustamente attirato l’attenzione dell’opinione pubblica, rievocando i sinistri ricordi di Ygal Amir (l’assassino di Rabin), Baruch Goldstein (autore, nel 1994, della strage di 29 arabi nella moschea di Hebron) e rav Kahane (fondatore del partito razzista Kach). E l’occasione è stata troppo ghiotta, per certa stampa nostrana, per non descrivere il malfattore come esponente di spicco, quantunque un po’ esagerato, del vasto movimento dei “coloni più intransigenti”, forti “della capacità di pressione scaturita da 43 anni d’occupazione” (il Venerdì di Repubblica del 19 marzo).
Certamente nessuna strumentalizzazione da parte degli ‘antipatizzanti’ di Israele ci farà retrocedere di un millimetro dalla più ferma condanna di qualsiasi gesto di violenza e prevaricazione compiuto da cittadini israeliani, verso chiunque e per qualsivoglia motivo. E una ripugnanza supplementare suscita, ai nostri occhi, il fatto che Teitel - così come, prima di lui, Amir e Goldstein – faccia sfoggio della kippà, simbolo dell’umile sottomissione dell’uomo alla volontà divina e quindi del rispetto assoluto di ogni vita umana. Ma questi personaggi, in Israele, sono arrestati e condannati a lunghissime pene detentive, in forza di sentenze emanate a seguito di regolari processi, con tutte le garanzie di uno stato di diritto, e col pieno e radicato consenso della totalità (vogliamo dire del 99,9 %?) dell’opinione pubblica israeliana. Niente pubbliche ammissioni di colpa, come a Cuba, né impiccagioni in piazza, come in Iran, né, soprattutto, entusiastiche acclamazioni da eroi della patria, come quelle recentemente tributate, in Libano e in Libia, a terroristi responsabili di avere massacrato bambini o di avere fatto esplodere aerei in volo. Una differenza non di poco conto, che però, come si dice, “non fa notizia”.

Francesco Lucrezi, storico
 
 
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Avvenire (e così pure i primi notiziari RAI di oggi) ci informa della decisione di Abu Mazen di voler aprire ai negoziati indiretti con Netanyahu. Lo ha annunciato in una intervista all’israeliana Canal 2 nel corso della quale ha detto di attendersi l’appoggio della Lega Araba che si riunirà il prossimo 1 maggio. Non dubito che i capi arabi, che tante volte abbiamo visto tuttavia addormentati durante queste riunioni, pronti a rientrare nelle loro case al termine di inconcludenti conversazioni senza neppure presentarsi ai giornalisti, approveranno questa novità che tuttavia ben difficilmente potrà portare effettivi cambiamenti. Frena Abu Mazen di fronte alla dichiarata decisione del suo primo ministro Fayyad di proclamare lo stato palestinese nel 2011; accetta forze NATO, a guida USA, a separare i due Stati; accetta il baratto, già discusso con Olmert, tra territori analoghi per dimensione e rilevanza (ma mi chiedo se è davvero sicuro che tanti israeliani palestinesi siano pronti a perdere la loro cittadinanza israeliana, ed i relativi vantaggi, in favore di quella palestinese); è pronto ad iniziare trattative indirette con Bibi Netanyahu. Viene da chiedersi a cosa è servito questo blocco delle trattative durato tanti mesi, se non forse a mettere a punto certi segreti accordi interni al suo gruppo dirigente. Viene anche da chiedersi che interesse possa avere Israele a firmare un eventuale accordo con un presidente oramai non più legittimo in base alle stesse leggi dell’Autorità Nazionale Palestinese; non dimentichiamo infatti la facilità degli arabi a disconoscere tanti accordi ufficiali da altri firmati nella pienezza del loro potere; che succederebbe per un accordo firmato da un leader palestinese senza titolo?. Nella stessa giornata, tuttavia, Abu Mazen firma anche un decreto che mira al boicottaggio dei prodotti delle “colonie”; in tal modo, va chiarito, colpisce i suoi stessi sudditi che, dal lavoro con gli ebrei, traggono la loro principale fonte di sostentamento. Sul Sole 24 Ore Moises Naim esprime un parere opposto a quello di Abu Mazen, vedendo avvicinarsi la concretizzazione del progetto di Fayyad di creare uno stato palestinese nel 2011. Ma dalla lettura di questo articolo devo confessare di non riconoscere quello Stato di Israele da poco da me visitato, trovandovi piuttosto tante parole di facile effetto, ma slegate dalla realtà. In una breve sul Corriere viene riportato l’incontro tra il ministro della difesa Barak e il segretario di Stato (quindi ministro degli esteri) Clinton, definito come “eccellente, molto costruttivo, positivo”. C’è da chiedersi quale sia la reale rappresentanza della Clinton oggi, depauperata dal suo presidente di molti poteri propri della sua carica; e bisogna anche chiedersi che cosa bolla in pentola a Washington; potrebbe essere un forte tentativo dell’amministrazione di recuperare consensi nell’avvicinarsi delle importanti elezioni di mid term, usando proprio la Clinton, cioè una delle persone meno compromesse nell’attuale gelo tra USA ed Israele. Interessante, come sempre, Giulio Meotti sul Foglio, con un’analisi della situazione in Egitto che si avvicina alle elezioni. Dopo 60 anni che hanno visto avvicendarsi solo 3 capi di Stato, il paese sembra aprirsi a profondi cambiamenti; ce la potrà fare El Baradei che gode dei favori dei Fratelli Musulmani? Certamente questi ultimi sono su posizioni vicine al Khomeinismo, vogliono interrompere ogni relazione politica ed economica con Israele, annunciano un difficile futuro per la donna egiziana (si vedrà un grande incremento di circoncisioni femminili) ed annunciano pesanti limitazioni alle libertà della forte minoranza copta; già decisero che non potessero più costruire chiese, ma ora rischiano di allontanare dal paese la loro elite, riuscendo poi a convertire all’islam la parte più povera di questa antica comunità. Sarebbe un nuovo successo dell’islam, nel silenzio del mondo. Su Liberal Ron Ben Yishal firma un articolo che presenta le prossime manovre congiunte tra Turchi e Siriani: ufficialmente sono manovre mirate alla lotta di questi due Stati (e degli iracheni) contro la minoranza curda, ma non possono non entrare in gioco le importanti forniture militari fatte, ancora recentemente (i formidabili droni) da Israele all’ex alleato turco. Appare sempre più evidente come Erdogan miri a fare del suo stato la nuova potenza egemone del Medio Oriente. Restando in questa regione, sul Sole 24 Ore, in una breve, leggiamo che il capo del Pentagono accusa Siria ed Iran di aver venduto a Hezbollah missili molto sofisticati. Mi chiedo se se ne accorga solo oggi (o se non agisca piuttosto solo oggi nello stesso spirito che io credo di vedere nell’incontro della Clinton con Barak, descritto poco sopra). Sarebbe ora che qualcuno si accorgesse anche che le truppe Unifil dislocate nell’area non possono, in nessun modo, svolgere il loro compito. Sul Mattino si trova la dichiarazione fatta ad Al Jazeera da quello che potrebbe essere il nuovo numero uno di Al Qaeda, Anwar Al-Awlaki, imam che, dopo aver studiato in America e insegnato nello Yemen ed essere stato colà incarcerato per sovversione, finse un proprio pentimento. E’ tipico di quelle genti fingere per ottenere quello che vogliono al momento; non è questo un caso unico, ed altri ne abbiamo conosciuti, altrettanto clamorosi, negli ultimi mesi. Oggi, di nuovo latitante, si vanta del tentato abbattimento di un aereo americano ad opera di uno studente inglese, suo discepolo, e della strage compiuta in una base in Texas dove sono morti 13 militari. Solo l’altro giorno l’ultimo attacco, portato contro l’ambasciatore inglese nello Yemen, uscito indenne da un attentato che per fortuna ha visto solo la morte del giovane kamikaze. Interessante la lettura di un editoriale del Foglio sul laicismo: in America vi è una “buona laicità”, e religione e modernità coabitano in sostanziale separazione tra Chiesa e Stato; “i musulmani sono meglio integrati che non nelle periferie turcomanne di Berlino, nella banlieu parigina o nelle corti della sharia di Londra”. Il Fatto, in una breve, riporta di un riuscito attacco di hacker israeliani contro il sito dell’agenzia di stampa ufficiale libanese: gli attaccanti israeliani hanno promesso una ricompensa a chiunque permetterà di avere notizie dell’aviatore israeliano Ron Arad da tanti anni scomparso, e di altri militari dispersi, ma intanto il sito è rimasto inoperoso per alcune ore a causa del “vile” attacco. Infine Il Secolo riprende la notizia delle dimissioni di Scialoja motivate, essenzialmente, dal non poter approvare la nomina di Panella e Morigi nel comitato per l’Islam voluto da Maroni. L’integrazione del milione e mezzo (cifra di Scialoja) di musulmani in Italia non è un favore fatto agli islamici, ma fa comodo a tutti, ci dice l’ex ambasciatore italiano a Riad.

Emanuel Segre Amar 

 
 
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Washington, il piano USA contro il nucleare iraniano                    Washington, 27 apr -
Il segretario alla Difesa americano Robert Gates s'é detto soddisfatto del piano del Pentagono messo a punto per affrontare la minaccia del programma nucleare iraniano. Soddisfazione è stata espressa anche dal suo omologo israeliano Ehud Barack che a sua volta ha lodato la condotta seguita fin qui dagli States: "Ora è il momento giusto - ha detto Barack - per portare avanti le sanzioni e l'azione diplomatica".


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