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L'Unione informa
 
    2 maggio 2010 - 18 Iyar 5770  
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Moked - il portale dell´ebraismo italiano
alef/tav    
  benedetto carucci viterbi Benedetto Carucci Viterbi, rabbino "Ben Zomà dice:- Chi è sapiente? Colui che impara da ogni persona" (Avot 4,1). Sapiente è colui che cerca la sapienza, non chi sa tutto. E' il desiderio a rendere sapienti. 
La questione marrana spesso è stata correlata alla necessità di classificare. Essenziale era stabilire l’appartenenza perché ai marrani non veniva riconosciuta un'identità. I marrani, infatti, erano  guardati con sospetto perché ritenute figure ambigue. Per comprenderli li si sarebbe dovuti guardare come figure anfibie. Solo le società aperte sono in grado di sopportare le identità multiple e incerte e di saperne comprendere la ricchezza senza criminalizzarle “a priori”. Quelle  ossessionate dall’identità - soprattutto in Età pre-moderna, ma anche in Età attuale - sono troppo occupate a costruire corsie discriminative al fine di rendere innocui presunti “anormali” per “mettersi in ascolto”.
David
Bidussa,

storico sociale delle idee
david bidussa  
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  Moked - Gli altri e noi. Il senso di una svolta


moked locandinaLa grande convention di primavera dell'ebraismo italiano dedicata quest'anno al marranesimo e al recupero delle identità negate si chiude in queste ore e per le centinaia di ospiti giunti da molte città italiane sulla riviera adriatica, da Israele e diverse realtà ebraiche internazionali è venuto il momento dell'arrivederci. Al di là dell'indubbio successo organizzativo dell'iniziativa del dipartimento Educazione e cultura dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane diretto dal rav Roberto Della Rocca, si respira la sensazione di una svolta. L'antica aspirazione di gettare ponti, di aprire il dialogo all'interno del mondo ebraico e con tutte le componenti della società che guardano con interesse al mondo ebraico si fa più vicina. Il delicatissimo recupero delle identità perdute in secoli di persecuzioni e negazione non è impossibile. Un progetto che guardi dopo mezzo millennio di assenza verso il Sud Italia va prendendo corpo. Il lavoro è impegnativo, le responsabilità enormi. Ancora una volta la piccolissima minoranza degli ebrei italiani guarda avanti, riprende in mano il proprio destino e raccoglie la sfida.

gv




Moked - Gattegna: "Marrani, in difesa della vita
un lacerante compromesso con la propria identità"

davar2Progetti di dialogo e di partecipazione, impegno per la cultura, investimenti sui giovani. Al Moked primaverile che chiude stamani i battenti e cui hanno partecipato centinaia ospiti di tutte le generazioni, il presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Renzo Gattegna ha sottolineato la forte attualità del tema del marranesimo, che ha contrassegnato quest’edizione della convention annuale. “Per difendere le loro vite – ha detto – i marrani hanno dovuto accettare un grande compromesso, in una difesa passiva e lacerante della loro identità. Questa situazione non è qualcosa di isolato ma costituisce una parte integrante della storia ebraica”. La condizione marrana, spiega il presidente Gattegna, ai tempi dell’Inquisizione è stata legalizzata e pianificata.

davar 2 foto1“Ma il fenomeno di rivendicare il proprio ebraismo in maniera molto aperta è un fenomeno del tutto recente. Fino alla Shoah si riteneva infatti fosse pericoloso o comunque nocivo dichiararsi ebrei. Ma da quel drammatico spartiacque della nostra storia è nata una reazione che ha visto quali tappe centrali la rivolta del ghetto del Varsavia e la costituzione della Brigata ebraica, primo nucleo attorno cui si costituirà l’esercito dello Stato d’Israele”.
Proprio ai caduti della Brigata ebraica, che tanta parte hanno avuto nella liberazione dell’Italia centrale, è stata dedicata una cerimonia nel Cimitero di guerra alleato di Piangipane, a Ravenna, nel sessantiacinquesimo anniversario della battaglia del Senio.
                                                                                                                           
dava2 foto 2La toccante commemorazione ha visto la partecipazione di Renzo Gattegna, dell’addetto per la Difesa all’Ambasciata d’Israele Shlomo Cohen, del rabbino capo di Ferrara Luciano Caro, dell’assessore al Comune di Ravenna Matteo Casadio e di una delegazione del Moked assieme alle associazioni degli ex combattenti rappresentate da Filippo Arnetoli. “In quegli anni – ha detto Gattegna - le sorti del mondo erano veramente in pericolo e in questa terra si svolsero battaglie sanguinose. Siamo venuti qui per dedicare una preghiera per i caduti della Brigata ebraica, una preghiera che dedichiamo però a tutti quei giovani che sono caduti per consentire a noi di vivere in libertà”.
“Chi vuole minacciare la pace nel mondo, deve sapere che Paesi liberi come l’Italia e Israele non glielo permetteranno”, ha sottolineato Cohen mentre il rav Caro si è soffermato sul ruolo dei soldati che combatterono nella Brigata ebraica.
 “Come i Maccabei e come i combattenti del ghetto di Varsavia, insieme a centinaia di migliaia di altri giovani hanno dato un fondamentale contributo alla democrazia, che per quanto sia un meccanismo imperfetto, garantisce l’umanità dalla barbarie dei totalitarismi.”
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Quanto alle attività del Moked, anche quest’anno una particolare attenzione è stata riservata ai ragazzi. 

Preannunciato  da mesi su Facebook Emmeme 5770, l’evento dedicato ai giovani tra i 12 e i 18 anni, ha catturato subito attenzione e grandi entusiasmi. “Uno Shabbat e tre intere giornate – spiega Claudia De Benedetti, vicepresidente UCEI e assessore ai giovani - sono state dedicate alla costruzione di un solido gruppo, pronto ad accogliere gli stimoli e le sfide proposte da giovani madrichim formati dall’Ufficio giovani nazionale sotto la direzione di rav Roberto Della Rocca, Alan Naccache e Natasha Rubin”.
La giornata del venerdì è trascorsa, come vuole la tradizione, al parco divertimenti di  Mirabilandia.

davar 2 foto 4Poi l’appuntamento con lo Shabbat, con l’accensione dei lumi nel salone e la tefillah, in cui è stato donato a tutti i partecipanti un siddur realizzato per l’occasione: colorato ed accattivante. Divertenti e disincantati e i giochi del venerdì sera: dal ritorno ai passatempi della prima infanzia alla realizzazione di scenette e prese in giro. E poi gran serata in discoteca, il sabato sera.
“Durante la giornata conclusiva – dice Claudia De Benedetti - le attività si sono concentrate su aspetti meno noti dell’identità ebraica e con l’ausilio e il contributo di esperti e rabbanim si sono approfonditi testi e situazioni che coinvolgono direttamente i giovani ebrei dall’antisemitismo, all’antisionismo, a Ghilad Shalit. Un’esperienza più che riuscita per cui gli organizzatori meritano senz’altro un ottimo voto”.
(nelle immagini alcuni momenti della convention ebraica di primavera, la celebrazione al cimitero di Piangipane con il presidente Ucei Gattegna, il rav Luciano Caro e il consigliere d'ambasciata
Shlomo Cohen, il rav Roberto Della Rocca assieme alla professoressa Silvia Godelli e, infine, alcuni giovanissimi partecipanti alle attività giovanili)

Marco Di Porto e Daniela Gross



Moked - Un sogno realizzato


moise leviIl sogno di un ragazzo che, per caso e per passione, si trasforma in realtà. E’ su questa traiettoria, condita da un’abbondante dose di creatività, che si gioca in meno di dieci anni il singolare percorso di Moise Levy. Sessantadue anni, medico otorinolaringoiatra, fino al 2007 in servizio all’ospedale Niguarda di Milano, Moise è il vincitore della prima edizione del Premio educazione e cultura del 5770 del Dec – Dipartimento Educazione e Cultura UCEI. Riconoscimento, assegnato nel corso del Moked, che vuole incoraggiare quanti si prodigano nella diffusione e nella trasmissione della cultura ebraica all’interno delle Comunità. Aspetto per cui la vicenda del dottor Levy è senz’altro unica.
Milanese, a 12 anni Moise va a studiare al Collegio rabbinico di Torino ed è qui che si radicano i primi semi di un interesse destinato a germogliare in tempi assai più recenti. “In quegli anni – racconta – studiavamo il Kizur Shulchan Aruch un ebraico e pensavo sempre che sarebbe stato assai più semplice farlo su una traduzione italiana delle regole”.
Gli anni non cancellano l’idea. Così nel 1998 si mette a tavolino e inizia a tradurre questo testo fondamentale. Poi lo rivede insieme al rav Bahbout (“ci siamo chiusi in casa per oltre un mese a studiare e discutere: un’esperienza bellissima”), lo correda di indice analitico, storia dell’Halakhah, immagini e glossario e, dopo aver imparato a impaginare i testi (“è bastato prendere un manuale e studiare”, minimizza) lo pubblica per Lamed dedicandolo al rav Raffaele Grassini, suo compagno di Collegio rabbinico e a tutti gli ebrei italiani.
Poco dopo è la volta delle mitzvot, “Mio figlio Davide – ricorda – stava preparando il bar mitzva e un mese prima mi chiede aiuto per imparare le 613 mitzvot a memoria”. Ne nasce una pubblicazione che le riordina in positive e negative proponendole nell’ordine in cui compaiono nella Torah e per argomenti.

premiazioneA questo punto la vocazione culturale di Moise Levy è ormai matura, come la sua capacità di disegnare complesse architetture a fini didattici. Dopo una traduzione dei Salmi (con tanto di traslitterazione e note per la lettura) il medico si cimenta con la traduzione della Torah e delle Haftarot integrando il testo con il commento di Rashi. Una sfida impegnativa, che richiede quasi tre anni e si conclude nel 2008. “Ho cercato di portare a termine il lavoro secondo lo spirito di Rashi cercando di mettermi nei panni di chi legge e vuole capire. Per agevolare il compito al lettore ho dunque inserito i commenti fra parentesi nel testo corredandolo comunque di richiami”.
Ad arricchire l’opera compare l’elenco delle mitzvot suddivise fra quelle in uso e quelle che non lo sono più e un suggestivo indice analitico in cui rintracciare personaggi e avvenimenti della Torah scoprendo tutti i passi in cui ricorrono certe figure, fatti o determinati oggetti (ad esempio il bastone, che è quello di Balam ma anche quello di Aron, il termine assassino o la parola hametz).
Ma lo spirito didattico di Moise non è ancora soddisfatto perché l’autore si pone il problema della lettura: come si può mostrare a chi si avvicina alla Torah il modo giusto di leggerla? Qui il supporto decisivo arriva dalle nuove tecnologie. “Ho fotografato un intero Sefer Torah, l’ho scaricato sul computer e l’ho cantato tutto registrando le letture. Infine ho associato i file a un calendario ebraico – italiano che reca gli orari dello Shabbat di 12 città italiane e 26 città nel mondo”. Il risultato è che basta entrare (dal sito http://libri.levy.it) e cliccare. Il mouse si trasforma in iad e si può seguire la lettura oltre che scaricarne i file in formato mp3. Con un tocco ironico chi entra di Shabbat è avvisato che quel giorno è programmato per non funzionare. Ulteriori filmati danno risposta a chi ha dubbi su come indossare Talleth e Tefillin, fare la metila iadaim o recitare le berachot. Insomma, un lavoro immenso, che certo da solo vale un premio anche perché è già stato adottato dalle scuole ebraiche di Roma e Milano.
Strada facendo, per portare avanti la sua passione, dopo la pensione il dottor Levy è diventato editore. “Ma – dice - non volevo diventasse un lavoro. La mia è sempre stata una ricerca spinta dal desiderio di imparare e di trasmettere agli altri quanto avevo appreso. Il premio Educazione e cultura del Dec è importante proprio perché riconosce il valore della diffusione culturale. E’ fondamentale che i ragazzi studino, perché è da loro che inizia l’ebraismo”.

d.g.


Moked - Nel mare immenso del Talmud


moked talmudL’importanza di studiare insieme il Talmud, il ruolo del maestro e l’attualità di questa complicata e immensa opera. Parliamo di questo e di molto altro con rav Gianfranco Di Segni, che al Moked primaverile di quest’anno, ha tenuto ieri una lezione di gruppo sul Talmud dal significativo nome Chavruta (studiare insieme).
Tradizionalmente il Talmud nelle Yeshivot, e in forma diversa anche in questo Moked, si studia insieme ai compagni e con un maestro. Qual è l’importanza di questi due elementi?
Innanzitutto bisogna dire che il Talmud, assieme alla Bibbia, è l’opera principale della trasmissione della cultura ebraica, sono le due colonne portanti della nostra tradizione. In realtà sono da considerare un tutt’uno, perché il Talmud è l’integrazione della Torah, è la Torah scritta che accompagna la Torah orale. Per la comprensione e la trasmissione del Talmud è necessario che sia tramandata da maestro ad allievo, o da genitore a figlio se il genitore è in grado di insegnare. Il Talmud è un messaggio molto complesso, sintetico ed è impossibile capire ed entrare nella logica di questa opera senza un maestro. Ma l’impostazione è diversa da una lezione universitaria: da secoli nelle Yeshivot gli allievi si dividono in coppie, cercando autonomamente di capire ed indagare i significati del testo talmudico del giorno. Dopo questo momento, tutti gli studenti si riuniscono per ascoltare la lezione generale del Rosh haYeshiva, del maestro. Lo studio del Talmud dunque è si compone sia di un lavoro autonomo del allievo sia della più classica lezione frontale.
Qual è il pregio di questo metodo?
In questa maniera si arriva meglio alla comprensione del testo, si ricorda meglio; lo sforzo, la fatica aiutano a capire e memorizzare i brani. Il Talmud è intenzionalmente scritto in maniera sintetica, criptica, di difficile comprensione. E’ in aramaico, non ci sono i segni di punteggiatura né delle vocali né i segni d’interpunzione, quindi spesso non si capisce se la frase è una domanda o un’affermazione. Per questo è indispensabile la presenza di un maestro e, ovviamente, l’ausilio dei commentatori come Rashì, senza il quale sarebbe praticamente impossibile lavorare.
Al Moked è stato adottata una modalità un po’ diversa dalla Yeshiva. La lezione, che abbiamo chiamato Chevruta, da Haver, compagno, si svolge a gruppi in cui ci sarà qualcuno di più esperto in modo da facilitare la comprensione di tutti e poi faremo una sessione insieme.
Come si è svolta la lezione e di cosa tratta?
C’è stata un’introduzione sulla struttura del Talmud e in merito al brano che ho scelto, poi lo studio a gruppi e infine una lezione insieme per vedere cosa ogni gruppo ha capito. Il brano che ho scelto per la prima sessione, visto che l’argomento della convention è i marrani, è preso dal trattato di Sanhedrin che parla dell’epoca del messia. La connessione con il marranesimo è chiara perché i marrani erano ebrei costretti a convertirsi al cristianesimo ed accettare formalmente la messianicità di Gesù, che la religione ebraica non riconosce. E’ interessante vedere nel Talmud come e con quali segni è descritta la venuta del messia, in questo modo si può comprendere il motivo del distacco fra ebraismo e cristianesimo in merito proprio alla messianicità di Gesù. L’idea è di dare un assaggio di quello che è il Talmud e come si studia, ma chiaramente solo un assaggio, l’auspicio è che poi si continui questo tipo di lavoro nelle proprie comunità.
Che valenza ha nel presente lo studio del Talmud? E’ ancora attuale?
Il Talmud è un’opera di dimensioni enciclopediche, sono venti volumi come la Treccani, è vastissimo non a caso viene chiamato il mare del Talmud. E’ dunque difficile trovare un argomento, attuale o meno, che non sia trattato estesamente o per allusioni. Ad esempio, ci sono riferimenti alla bioetica: si parla del problema della definizione dell’inizio della vita, da cui dipende anche la liceità o meno di eseguire l’aborto. Secondo il Talmud, l’embrione fino a quaranta giorni dal concepimento, è semplice acqua, quindi non è una vita umana. Da qui deriva il fatto che, per quanto sia vietato, l’aborto, in questo lasso di tempo, non è considerato omicidio.
Quali competenze bisogna avere per poter studiare un’opera così complessa?
Per approcciarsi al Talmud bisogna avere ovviamente delle conoscenze elementari di cultura e lingua ebraica, sapere un po’ di aramaico, poi certo per una comprensione più chiara ci sono i commentatori e i maestri. Comunque delle basi minime devono esserci, altrimenti sarebbe come studiare il calcolo differenziale senza aver sapere le quattro operazioni elementari.
In merito allo studio del Talmud si è diffusa da molti anni un‘attività molto popolare, si chiama Seder Limud: ogni giorno in tutto il mondo ci son gruppi o singoli che studiano la stessa pagina del Talmud, il Daf Yomì o foglio giornaliero. In sette anni si concludono le circa 2 mila 500 pagine dell’opera. I fogli stampati sono gli stessi in tutte le edizioni, dalla versione di Bomberg del 1500 che ha fissato la struttura del Talmud, nel senso che quando si indica per esempio un trattato di Sanhedrin 37 tutti sanno qual è quella pagina.
Un’altra cosa da segnalare è che il prossimo novembre si concluderà l’edizione del Talmud tradotta e commentata da rav Adin Steinsaltz, uscirà infatti l’ultimo trattato a cui seguiranno manifestazioni e festeggiamenti in tutto il mondo. In Italia lo studio del testo talmudico si è diffuso proprio grazie all’edizione Steinsaltz che ha il vantaggio di essere punteggiata e tradotta in ebraico moderno, con spiegazioni e approfondimenti. Alcuni criticano il lavoro del rav Steinsaltz proprio perché ritengono che faciliti troppo la studio: se tutto è spiegato, non si devono fare molti sforzi, non si memorizza bene il testo, non lo si fa proprio e si tende poi a dimenticarlo.
In ogni caso l’opera di Steinsaltz è di grandissimo valore e speriamo che la nostra generazione possa portare avanti la traduzione del Talmud in italiano. Diciamo che questo Moked potrebbe essere un augurio perché ciò avvenga.

Daniel Reichel
 
 
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  ugo volliDavar Acher - Popolo o illusione?
 

Sarà colpa di Shlomo Sand e del suo libro che nega il popolo ebraico in nome della correttezza politica antisionista. Sarà merito dello studio storico che lavora in maniera meno ideologica di un tempo sui rapporti fra l'ebraismo e il suo contesto europeo, così intensi e contraddittori a partire dall'Illuminismo. Sarà l'urgenza provocata dalla crisi demografica e dalla "lontananza" crescente di molti. Fatto sta che anche l'ebraismo italiano si pone con maggiore interesse e con notevoli divisioni di fronte all'interrogativo dell'identità ebraica. Si tratta di un'essenza intatta o del frutto di numerose contaminazioni? Ha carattere etnico, religioso, nazionale o è una semplice invenzione? Siamo un popolo, una "popolitudine", un gruppo di interesse, un insieme di fedeli? Come si può oggi riproporre una tale identità in tempi di multiculturalismo e di globalizzazione? Non sarà antiquato "fuori moda", "essenzialista", anzi reazionario, semplicemente parlarne? Perché non accettare, come ha deciso il tribunale supremo inglese, che è ebreo chi dice di credere nella nostra fede, comunque essa sia a sua volta definita?
E' una questione millenaria, che si trova già sviluppata nelle nostre scritture in maniera complessa e dialettica. Nessuno può pretendere di dire su di essa una parola decisiva. Da parte mia vorrei invitare chi discute a prendere in mano il libro di David Banon recentemente tradotto da Jaca Book sotto il titolo "La lettura infinita" (ma in realtà risalente a più di vent'anni fa). Sotto lo scopo di tracciare un'analisi dei procedimenti midrashici, vi si trova  una sorta di  amorosa anatomia del pensiero ebraico, o del suo spirito, che si è conservato, continuo se non intatto, almeno dai tempi dei profeti e poi della Mishnà a oggi. Vi troviamo un procedimento di pensiero e un oggetto (che non è la teologia ma il senso del tempo), la cui originalità e differenza da forme di pensiero di comparabile durata e complessità come la storia della filosofia occidentale è evidente. L'ebraismo va dunque compreso sui tempi lunghi per la sua capacità di riprodurre questo pensiero, oltre che naturalmente di difendere una cultura materiale in senso antropologico (e più specificamente uno "lifestyle" come lo definiosce Bersano): ne fanno parte regole alimentari, feste, organizzazioni comunitarie, liturgia, regole di gestione del corpo, strutture familiari insomma buona parte di quel che noi chiamiamo alakha. Questi stili di pensiero e di vita hanno mantenuto una straordinaria costanza nello spazio e nel tempo e influenzano ancora, benché in maniera indiretta, le frange sempre più ampie che ne sono uscite.
Ad esse si aggiunge un'autocoscienza collettiva, che è sempre stata scelta, non data come un fatto inevitabile: negli ultimi venti secoli praticamente ogni singolo ebreo ha avuto la possibilità e spesso una tremenda pressione per uscire dal suo contesto e diventare altro. Noi siamo qui oggi perché i nostri avi hanno scelto ciascuno di essere ciò che era, e questa scelta oggi incombe a ciascuno di noi, in un contesto meno drammatico ma non per questo meno capace di forzare comportamenti. A noi oggi forse non basta scegliere di essere ciò che siamo, abbiamo bisogno di diventare ciò che siamo, di specificarci rispetto alla società.
Un pensiero autonomo e originale; una cultura materiale diversa da tutte le altre profondamente  radicata e dettagliatamente specificata in maniera esplicita; un'autocoscienza chiara che si sostanzia in scelte individuali sempre difficili, talvolta eroiche. Tutto ciò prolungato nella storia per forse un centinaio di generazioni. Lungi da essere un'invenzione (magari nel senso buono), come il popolo italiano, quello tedesco o quello americano, am Israel è forse la realtà sociale più solida che si sia presentata nella storia.

Ugo Volli
 
 
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«Noi per Gerusalemme, dalla parte di Wiesel»
La Gerusalemme «al di sopra della politica» di Elie Wlesel («per me, per l'ebreo che sono») o quella da «condividere tra i due popoli che ci vivono», rivendicata dai 99 intellettuali della sinistra israeliana. Le pietre del cuore e della religione o quelle scagliate negli scontri di strada. La città ultraterrena (e intoccabile) o la terra da misurare nei negoziati di pace. Alcuni esponenti della comunità ebraica italiana discutono e per lo più difendono le parole del premio Nobel, sopravvissuto ad Auschwitz. E nel dialogo a distanza tra la diaspora e Israele, raccontano la loro Gerusalemme (e quello che dovrebbe diventare o rimanere).
Riccardo Pacifici,
presidente della comunità ebraica di Roma: «Sono pronto a raccogliere le firme in sostegno a Elie Wlesel. Ognuno di noi prega tre volte al giorno rivolto verso Gerusalemme, che preferisco chiamare Yerushalayim. Nella diaspora esiste un trasporto religioso verso la capitale, ma rispetteremo qualunque decisione dovesse prendere la democrazia israeliana. La questione della città dovrebbe essere il punto finale nei negoziati».
Tobia Zevi fa parte dell'assemblea nazionale dei giovani del Partito democratico: «Quella che viene chiamata sinistra ebraica è oggi in difficoltà, il pericolo vissuto da Israele rende più complesso il lavoro di chi è impegnato sul fronte della pace. Lo status di Gerusalemme dev'essere affrontato in termini politici e territoriali, non religiosi. Tra me e Pacifici esiste un perimetro condiviso: vanno spiegate le ragioni dello Stato ebraico, va sancita l'irrinunciabilità alla sua esistenza e va garantita la possibilità di critica alle scelte dei governi israeliani». [...]
[...] Victor Magiar, tra i fondatori del Gruppo Martin Buber - Ebrei per la pace: «La Gerusalemme di Wiesel è quella del nostro cuore, ma noi abbiamo bisogno di scelte realistiche ed è realistico pensare che ci dovrà essere un compromesso ragionevole. Ero bambino nel 1963, in Libia, e ricordo molto bene le parole di Gamal Abdel Nasser: "Possiamo perdere cento guerre, ci basta vincere l'ultima" e "Abbiamo le nostre donne, li sommergeremo con i nostri figli . Se Israele non si sbriga a trovare la pace, pur non perdendo militarmente, rischia di sparire sommersa dalla demografia».

Davide Frattini, Corriere della Sera, 1 maggio 2010

 
 
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notizieflash    
 
 
Auguri al rav ElioToaff, omaggio a un grande ebreo italiano      
Rav Elio Toaff compie 95 anni. Fra le iniziative per festeggiarlo, il giornale dell'ebraismo italiano Pagine Ebraiche pubblica articoli e documenti a lui dedicati e un'intervista in cui il rav lancia un appello agli ebrei italiani. Il Museo Ebraico di Roma insieme alla Fondazione Elio Toaff per la cultura, presentano una mostra (Auguri a Rav Toaff: omaggio a un grande ebreo italiano) allestita al Museo ebraico della Capitale. Fra le varie iniziative anche la pubblicazione di una raccolta di studi coordinata dalla storia Anna Foa e un documentario con la raccolta di materiali delle cineteche Rai intende ripercorrere la vita del rav Toaff, maestro di vita e guida spirituale della Comunità Ebraica di Roma per la quale è tuttora figura di riferimento. Nel corso del suo lungo incarico rabbinico, rav Toaff ha saputo guardare al mondo esterno alla realtà ebraica e, mostrando una formidabile capacità di comprensione dei mutamenti politici e culturali del Paese, è riuscito a rendere la Comunità interlocutrice rispettata delle Istituzioni italiane, senza perdere mai di vista le proprie origini e la propria identità. Il sito Torah.it invita a festeggiare il compleanno del Rav ascoltando le registrazioni delle sue lezioni.
Ad Mea ve Esrim!


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