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L'Unione informa |
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16 maggio 2010 - 3 Sivan 5770 |
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alef/tav |
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Benedetto Carucci Viterbi, rabbino |
Dio
ha pronunciato i "dieci comandamenti" - secondo la lettura del midrash
- in un solo suono; geometricamente, dice il Maharal di Praga, è
rappresentabile con un punto. La Torà, tutta contenuta nei "dieci
comandamenti", è dunque una unità indivisibile nella quale non è
possibile selezionare parti: è un intero che, paradossalmente,
cresce grazie alla dialettica tra opinioni che in questo intero si
riconoscono. L'ebraismo della Torà è dunque sempre, in un certo senso,
integralista. Con buona pace di tutte le semplificazioni giornalistiche
che abbiamo letto in questi giorni.
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Noi
siamo oggi siamo tempestati da una memoria bulimica, straripante, che
celebra a ogni piè sospinto il culto del passato, e il cui effetto è la
narcosi di qualsiasi capacità critica. Il risultato è la costruzione di
una coscienza storica conformista, dove scompare il dubbio e imperano
le certezze. In breve l’esatto contrario di ciò che si chiama cultura.
Un sapere che si fonda sulla santificazione de filosofo-profeta, in cui
il sapere umano, necessariamente limitato e finito, si trasforma in
sapienza profetica, oracolare che ha come pilastro l’idea che chi
critica sia un distruttore, il suo stesso diritto a parlare sia una
minaccia e dunque non siano da confutare le sue opinioni, ma sia
sufficiente evocare lo scandalo della sua opinione per azzittirlo. Un
“nemico del popolo” che prima toglie l’incomodo e meglio è. Chi
riteneva che questa condizione fosse stata definitivamente superata con
la sconfitta dei totalitarismi è pregato di ricredersi. Esiste anche in
assenza di totalitarismo. |
David Bidussa, storico sociale delle idee |
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Pochi ma buoni. O tenerissimi. La ricetta giusta per il rabbino
L’attuale
assetto delle Comunità ebraiche in Italia prevede la presenza di un
rabbino capo come “organo” istituzionale, accanto al presidente e al
Consiglio. Nel tumulto transizionale di questi mesi è normale che
questo ruolo sia messo in discussione. Il dibattito non è nuovo né
locale ma dalle nostre parti, per gli assetti storici che ci siamo
dati, assume caratteri particolari. Negli USA, dove vivono milioni
di ebrei, c’è una grande possibilità di scelta: tutte le frange
possibili dell’ortodossia, dalla più charedì alla modern, i
conservative, i reform e quant’altro. Se il rabbino della sinagoga
all’angolo ti sta antipatico, anche se è della tua “denomination”,
perché fa troppa politica o perché le sue derashot sono terribilmente
noiose o perché il gefilte fish del kiddush è troppo dolciastro e non
come lo faceva tua nonna, hai un’altra schul a un isolato più lontano.
Il mercato è libero, l’offerta abbondante. In Israele la
situazione è un po’ differente. La scelta di denominazioni non tanto
ortodosse è meno ampia, ma anche lì tra gli ortodossi puoi scegliere
chi ti va più a genio. A confronto, la situazione dalle nostre parti è
disarmante. Siamo come un supermercato di tipo discount dove la scelta
è minima. O prendi o lasci. Con la differenza che almeno al discount
qualcosa risparmi. Qui se il rabbino è noioso, il chazan stonato, la
gente decisamente antipatica, la sorveglianza non cordiale, le
possibilità di scelta sono poche. L’unica molte volte è quella di non
andarci per niente al Beth HaKnesset. Quando poi il discorso si sposta
a livello più centralizzato, nell’organizzazione della Comunità, il
conflitto è ancora più doloroso. Di rabbino capo ce n’è uno solo. Puoi
farlo “revocare”, ma non è una procedura semplice. Più
spesso ci devi convivere, nella speranza di trovarne presto uno
migliore, o con la magra consolazione che un altro sarebbe ancora
peggio. Mercato povero di offerte, identità complesse (o plurime come
si dice ora), assetto giuridico della Comunità poco elastico sono
gli ingredienti base di una ricetta che crea continue tensioni. Si
aggiungano gli ingredienti più recenti, quelli della trasformazione
dell’identità ebraica in Italia. Prima c’era una massa di “appena
osservanti” ma con forti radici identitarie, che si ritrovavano anche
nell’identità politica di sinistra antifascista. Oggi il quadro è più
variegato, crescono gli osservanti e le persone che studiano, i
riferimenti politici esterni vacillano. Ma buona parte della
comunità vuole o vorrebbe rimanere unita.Stenta a farlo quando non si
riconosce in una dirigenza politica “militante” che dà l’impressione di
pendere verso una parte politica piuttosto che un’altra o propone
modelli identitari acritici con Israele. Stenta anche a riconoscersi in
un rabbinato che per forza di cose è un po’ differente dal passato.
Perché il pubblico di osservanti chiede dei servizi religiosi
all’altezza delle sue esigenze, degli insegnanti che si dedichino ad
insegnare molto di più della traduzione letterale della Torah e in
generale una difesa delle istituzioni religiose senza compromessi. Un
rabbinato che risponda a queste esigenze genera incomprensione, rischia
di far paura o perlomeno ispira diffidenza, potrebbe allontanare chi
non fa scelte abbastanza forti di osservanza religiosa (o dargli la
scusa per allontanarsi). E allora si dice che questo rabbinato spacca
la Comunità, è quello dei “pochi ma buoni”. La soluzione quale sarebbe?
Un rabbinato tenero, meno rigido, pastorale, tollerante di tutte le
diversità. Perché si suppone che quello di ora sia tosto e rigido, non
comunicante se non repulsivo e sostanzialmente intollerante. Ma un
conto è il carattere delle persone singole, che può essere più o meno
simpatico, un altro la funzione istituzionale. Cerchiamo di
smontare un po’ l’argomento della rigidità. E’ facile dimostrare, con
un gioco di parole, che si tratta di una rigidità molto elastica.
Perché qualsiasi figura rabbinica ha un suo modello di riferimento, che
può andar bene per un certo pubblico di osservanti, ma non va bene per
molti altri osservanti. Sì, proprio gli osservanti, non gli ebrei
laici, poco osservanti o riformisti. Un rabbino standard italiano,
anche di quelli considerati più rigidi, sarebbe (è) considerato eretico
in altri mondi. E’ impossibile accontentare tutti. Un rabbino meno
rigido dividerebbe comunque la sua Comunità, magari in altro modo, ma
la dividerebbe. Bisogna poi vedere chi è che divide, se è il rabbino o
quella parte di pubblico che sbandiera la bella causa del pluralismo ma
in sostanza non accetta che la linea del rabbino sia diversa da quella
personale. C’è poi uno strano gioco nostalgico, in cui i predecessori
vengono sempre rimpianti, al confronto con i rabbini attuali,
dimenticando che quando erano loro in funzione dovevano subire (dagli
stessi che ora li compiangono) le medesime accuse. Il destino di chi è
in carica è la critica al presente e la (incerta) beatificazione
postuma. Nella critica di alcuni contro la rigidità affiorano poi
talvolta aspetti incoerenti. E’ come se si cercasse in un atteggiamento
più facilitante del rabbino una sorta di assoluzione per le scelte
personali. Ma chi è veramente laico se ne dovrebbe fregare di come il
rabbino lo giudica, ammesso che lo giudichi, lasciandogli la libertà di
seguire anche lui (o almeno lui) un modello coerente. Si pretende dal
rabbino quello che non si chiederebbe al proprio ingegnere, medico,
avvocato. A chi ti costruisce la casa non si chiede di fare calcoli
arruffati, al medico che ti cura non si chiede una diagnosi e una
terapia approssimativa, all’avvocato che ti difende non si chiede di
essere ignorante della legge e debole nella controversia. A chi si
chiede di essere meno rigido? Al vigile che ti fa la multa,
all’ispettore del fisco, al professore che ti esamina, ovviamente
quando affrontano il tuo caso personale (ma non quando vorresti punire
chi ti ha investito, o un evasore recidivo o un professore che ha dato
la licenza agli asini quando tu ti sei ammazzato sui libri per superare
gli esami). A quali di queste figure professionali è paragonabile il
rabbino, in particolare il rabbino capo? Riflettiamoci bene prima di
chiedergli di essere “meno rigido”, o più semplicemente quando si
chiede di ridimensionarne il “potere” facendo scomparire di fatto il
rabbino capo dal nuovo assetto dell’ebraismo italiano.
Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma, Pagine Ebraiche - maggio 2010
Qui Torino - Il Primo Comandamento di Cacciari e Coda
Presentato alla
Fiera del libro di Torino il libro “Io sono il Signore Dio tuo” scritto
a quattro mani da Massimo Cacciari e Piero Coda. Questa pubblicazione
rappresenta il primo volume di una collana di 11 volumetti scritti
tutti a quattro mani con uno studioso di diversa estrazione e dedicati
ai dieci comandamenti, più un undicesimo testo “Ama il prossimo tuo”
sul comandamento di Gesù nel Nuovo Testamento. Alla base di
queste pubblicazioni quesiti di natura etica teologica e filosofica
sulla realtà dei Comandamenti, icone del passato o possibili principi
validi in ogni luogo e in ogni tempo. Massimo Cacciari e Piero
coda sviluppano in questo volume una coinvolgente riflessione a due
voci sull’essenza del monoteismo. Sono intervenuti alla tavola rotonda
di presentazione del volume, Franco Cardini, storico e saggista
specializzato nello studio del medioevo, Elena Loewenthal, scrittrice e
traduttrice di numerosi testi ebraici e collaboratrice del quotidiano
La Stampa di Torino e Franco Garelli, professore di Sociologia dei
processi culturali e preside della facoltà di Scienze Politiche
all’università di Torino. Il percorso offerto dai due autori in
queste pagine parte dalla semantica originaria del Nome per giungere
alle riflessioni sul Deus-Trinitas. Cacciari ha posto l’attenzione
proprio sul primo comandamento che esprime il paradosso di un dio
ineffabile che si oggettivizza nell’espressione Io sono il Signore Dio
tuo rendendosi per un momento percepibile, immanente rimanendo comunque
nella trascendenza: “Non interessa tanto il Nome - afferma Cacciari -
ma ciò che l' Essere di Dio può. La sua natura è di essere, non di
essere nominato, e di essere ponendo fuori di sé tutta la propria
potenza”. I volumi successivi si occuperanno dei restanti
comandamenti: Non ti farai idolo né immagine a cura di Salvatore Natoli
e Pierangelo Sequeri, Non nominare il nome di Dio invano a cura
di Carlo Galli e Piero Stefani, Santificare la Festa a cura di Massimo
Donà e Stefano Levi della Torre, Onora il padre e la madre a cura del
rav Giuseppe Laras e Chiara Saraceno, Non uccidere a cura di
Adriana Cavarero e Angelo Scola, Non commettere adulterio a cura di Eva
Cantarella e Paolo Ricca, Non rubare a cura di Paolo Prodi e Guido
Rossi, Non dire falsa testimonianza a cura di Tullio Padovani e
Vincenzo Vitiello, Non desiderare la donna e la roba d' altri a cura di
Gianfranco Ravasi e Andrea Tagliapietra. In chiusura della collana, Ama
il prossimo tuo a cura di Enzo Bianchi e Massimo Cacciari.
Michael Calimani
Qui Torino - Bidussa, la Memoria dopo i testimoni
Intorno
al Giorno della Memoria si sono concentrate questioni spinose che
meritano un’attenta riflessione, tra queste la forma in cui poter
costruire una Memoria collettiva e in che modo sia possibile
sollecitare una riflessione pubblica sulla Shoah. Nel libro Dopo l’ultimo testimone di
David Bidussa, storico sociale delle idee, presentato questa mattina
dall’autore, affiancato dallo storico Claudio Vercelli, al Salone
Nazionale del Libro di Torino, viene posta in evidenza proprio la crisi
che coinvolge negli ultimi anni le celebrazione del Giorno della
Memoria. Se da una parte le problematiche legate a questa crisi si
esemplificano nella trasmissione della conoscenza del genocidio ebraico
delegato ai testimoni diretti, che via via tendono a scomparire,
d’altra parte la Shoah si presenta non come evento storico, ma come
dato etico-spirituale, come elemento intangibile e astratto. Se è
vero che il contenuto di questa giornata si è definitivamente esaurito
è pur vero che una delle ragioni è l’aver voluto per motivi di
convenienza focalizzare l’attenzione sulla tragedia specifica degli
ebrei, senza pensare che il Giorno della Memoria potesse essere
un’occasione di riflessione pubblica non solo sull’antisemitismo, bensì
sul razzismo in tutte le sue declinazioni. In altri termini si è
cercato di anteporre il dovere della Memoria rispetto a una conoscenza
critica della toria dando adito a uno squilibrio nel rapporto tra
la memoria e la storia stessa. Il pericolo viene dal possibile
rovesciamento e dalla messa in discussione delle voci testimoniali,
della loro valenza e veridicità. “Noi non dobbiamo - afferma
Bidussa - pensare alla dimensione “dopo l’ultimo testimone”come
un’ipotesi che lentamente si costruisce nel tempo, con cui dovremo
confrontarci fra un certo numero di anni, perché da molti anni ci siamo
già. Non è un fatto fisico, non dipende se fisicamente sono ancora vivi
dei testimoni, dipende invece da cosa noi pretendiamo dalla storia,
cosa vogliamo che ci racconti”. Riguardo all’indagine storica e
all’insegnamento della storia Claudio Vercelli ha spiegato che della
storia stessa, se ne parla in maniera molto disordinata, soprattutto
oggi che il presente risulta poco o nulla comprensibile: “Quando si
hanno timori che spesso non si riescono neppure a definire, - afferma
Vercelli - il guardare al passato può essere un tentativo di darsi una
ragione sul presente. Il problema di insegnare storia è solo un
interrogativo di natura disciplinare, La vera questione è quella legata
al come ci collochiamo noi, non rispetto a ciò che è avvenuto, ma a ciò
che deve ancora avvenire ricostruendo dal passato un possibile modello
per il futuro. Ma se il momento è già arrivato, se siamo già in
una fase post-testimoniale, come faremo a raccontare da oggi ciò che è
accaduto? Quando, come spiega David Bidussa, rimarremo soli
a raccontare l'orrore della Shoah e non basterà più dire “Mai più! "?
Dovremo avere a disposizione gli strumenti della storia, il riordino e
la selezione delle fonti testimoniali nell’ottica di trascendere la
ritualità che svilisce oggi il Giorno della Memoria, nella prospettiva
di nobilitare nuovamente le voci dei testimoni e la realtà storica
legata ai fatti. “La nostra memoria storica – dice David Bidussa
- è molto diversa dalla storia reale, noi dobbiamo rapportarci a un
passato non per distruggerlo o ridicolizzarlo, ma per capire che se
quel passato ce lo raccontiamo in un certo modo perché così l’abbiamo
introiettato nella nostra testa, abbiamo ora il dovere di rimetterlo in
discussione.”
M.C.
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Davar Acher - Un sottile confine
E' ben nota la storia talmudica dei due viandanti nel deserto rimasti
con una sola borraccia d'acqua e del dilemma del suo proprietario se
condividerla col suo compagno, con la certezza della morte per entrambi
o consumarla tutta lui, con la speranza di arrivare a un'oasi. Ne parla
Elie Wiesel in "Celebrazione Talmudica" e di recente è stata evocata
anche su queste pagine. La soluzione di cedere tutta la borraccia
all'altro non sposta il problema, perché a questo punto l'altro si
troverebbe a sua volta proprietario e la questione ricomincerebbe dallo
stesso punto (ognuno è Altro per l'Altro, il che rende vuota la
risposta "etica" del privilegio assoluto dell'Altro). La soluzione
della divisione è sostenuta nel Talmud da Rav Peturì, "in modo che
nessuno dei due veda la morte dell'altro. Rabbì Akivà afferma che il
proprietario della borraccia d'acqua deve bere l'acqua, perché l'amore
per se stessi deve superare quello per gli altri e forse così il
proprietario dell'acqua, salvando se stesso, potrà salvare anche
l'altro. Il comune sentimento potrebbe invece portarci a dire che si
divide l'acqua a metà, ma così è certo che entrambi moriranno, mentre
la Torà, la legge, è una Torath Chaim,
una legge di vita che deve insegnarci quale deve essere il modo
migliore per far prevalere la vita sulla morte, anche se talvolta
sembra che venga sacrificata la vita." (sintesi di rav Bahbout). Questa
è dunque la soluzione scelta dal Talmud, come sempre assai ricca di
buon senso: perché almeno uno sopravviva il proprietario della
borraccia deve "scegliere la vita", la sua, in questo caso. Solo in
questa maniera fra l'altro è possibile aiutare gli altri, come
ricordano peraltro anche le linee aeree quando invitano i passeggeri
"in caso di depressurizzazione" a indossare prima loro la maschera ad
ossigeno e poi ad aiutare gli altri. Si parva licet componere magnis, il buon senso è lo stesso. Cito
questa storia non perché mi senta in grado di discuterne qui i risvolti
religiosi o generalmente filosofici, ma perché essa ha un ovvio senso
politico attuale. La difesa ebraica di Israele contro quelli che
ritengono (a torto o a ragione, qui non importa) di essere danneggiati
dalla sua esistenza si basa soprattutto sul diritto alla vita del
popolo ebraico e dello Stato che ne difende l'esistenza. I critici
accusano chi privilegia la vita di Israele su altri diritti di essere
tribalista, egoista, ingiusto, incapace di pensare in termini etici.
Per questa ragione i critici rivendicano talvolta di essere più ebrei
loro, i tiepidi per Israele, dei difensori di Medinat Israel,
considerandosi solo loro eredi dell'universalismo ebraico, prosecutore
del nostro retaggio di giustizia. Ma questo universalismo della nostra
tradizione è solo metà del discorso: noi siamo portatori del
monoteismo, che per vocazione è universale e di un codice etico che ne
deriva; ma a noi stessi applichiamo una serie di norme molto più
complesse e difficili di quelle universali o noachiche. La nostra
tradizione è ben consapevole della singolarità (e dunque particolarità)
dell'identità ebraica come "am echad", che per la Torah va difesa anche
ai danni di Filistei e Cananei e tutti gli altri popoli ostili al
nostro (magari giustamente ostili, dal loro punto di vista). Il che non
significa naturalmente che la potenza e la guerra siano di per sé
buone, nella nostra tradizione, ma che il diritto all'autodifesa va
condotto fino in fondo, come dimostra l'episodio di Amalek, che in
fondo era forse anche lui un indigeno invaso dal "colonialismo
sionista", che praticava la "guerriglia"... Forse anche il
nostro universalismo è come la borraccia: bisogna "scegliere la vita" e
in particolare la vita di Israele anche a costo di non essere equanimi,
kantianamente universalizzabili o rowlesianamente accecati da un velo
che rende tutti uguali. Lo insegna anche Rashi nella celeberrima prima
nota di commento a Bereshit: la Torah è scritta così, ci spiega, anche
per insegnarci a difendere il nostro diritto su Eretz Israel, un
diritto che da millenni è stato contestato dagli altri popoli e
riaffermato da noi. Con gli argomenti, ma anche con le armi. Ripensare
alla borraccia e ai due viandanti in un momento in cui molti dicono
esplicitamente di voler distruggere Israele, di volerci cacciare da
Sion e la nostra autodifesa è delegittimata e criminalizzata, può
aiutarci a capire qual è il nostro compito storico.
Ugo Volli
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rassegna stampa |
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Il rabbino "licenziato" tradito dal carattere Si
è detto che alla base della disputa ci sarebbe un eccesso di ortodossia
da parte del rabbino Somekh nell'applicare le norme. Non è così. Il
punto vero è la sua difficoltà a rapportarsi con una comunità
variegata, a capire le diverse esigenze dei suoi membri. E questa
difficoltà non è emersa di recente, ma da quando è arrivato a Torino,
18 anni fa. Tutti i Consigli della Comunità che si sono succeduti hanno
avuto con lui gli stessi problemi». Il giorno dopo il clamore suscitato
dalla revoca del mandato di rabbino capo della Comunità Ebraica di
Torino ad Alberto Somekh (fatto inedito in Italia), il presidente della
Comunità Tullio Levi vuole sgombrare il campo dai malintesi e
soprattutto chiarire l'iter attraverso il quale l'autorevole Collegio
composto da tre rabbini (uno nominato da Somekh, uno dalla Comunità di
Torino, il terzo dalla Consulta Rabbinica in Italia), da tre probiviri
e dal presidente dell'Unione delle Comunità ebraiche italiane, ha
respinto il ricorso che il rabbino aveva presentato lo stesso giorno in
cui il consiglio della Comunità, nel febbraio 2009, aveva deciso di
rimuoverlo dalla carica. «Quando l'attuale Consiglio ha ritenuto che la
situazione non potesse protrarsi ulteriormente, le critiche all'operato
di rav Somekh - spiega il presidente - sono state formalizzate e
corroborate da documenti e memorie. Il tutto è poi stato inviato al
Collegio che, dopo un lungo esame e approfondite indagini durate oltre
un anno, ha considerato le critiche giustificate e respinto il
ricorso». Tullio Levi precisa che tutti riconoscono a Somekh
grandissima cultura. «Da questo punto di vista anche chi non lo reputa
idoneo al ruolo di rabbino capo lo rispetta in modo assoluto. Penso che
la sua preparazione sia ideale per insegnare in un collegio rabbinico.
Ma questo non è abbastanza per una Comunità che ha bisogno di potersi
riconoscere nel suo rabbino e che invece corre il rischio di veder al-
lontanare i suoi membri». Non l'eccesso di ortodossia, dunque, ma gli
atteggiamenti, le contraddittorietà, il disinteresse per servizi
essenziali della comunità, il carattere «spigoloso», come l'ha definito
il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni.
Marie Teresa Martinengo, La Stampa Torino, 15 maggio 2010
Bibbia grande maestra di modernità [...]
A Yasmin street non tutti sanno di avere come vicino di casa uno dei pi
grandi scrittori del Novecento, ma si mostrano interessati ad aiutare
una forestiera con l'aria da studentessa: «È stata fortunata perché gli
israeliani non sono gentiluomini ma, si sa, i furbi sanno usare la
gentilezza, soprattutto se si tratta di donne», dice Appelfeld dal
cancello della sua casa due piani separati da una scala a chiocciola
rivelando subito quell'ironia ebraica che ha contribuito al successo di
Woody Allen. Un uomo piccolo Appelfeld: occhi azzurri e dolcissimi
nascosti dietro gli occhiali, sulla testa la coppola blu che, come una
coperta di Linus, lo accompagna in quasi tutte le manifestazioni
pubbliche. Al piano terra c'è lo studio, le quattro pareti sono
occupate da grandi librerie di legno: «Non li conto più i volumi, ma
credo siamo arrivati a 4mila. Mi piace pensare in mezzo ai libri ma non
scrivo qui. Da trent'anni vado sempre nello stesso caffè a Gerusalemme,
arrivo la mattina, apro il taccuino e inizio. Sono circondato dal
profumo di caffè, da vecchi amici che mi parlano di Israele e da
ragazzi giovani». Non c'è traccia di computer nella stanza: «Non uso il
pc, sono abituato a scrivere a mano. L'arte è connessa ai sensi, senza
carta e penna non non c'è sensibilità». Il pensiero conservatore non
c'entra: «Amo la modernità perché è libertà, ma l'attaccamento alla
tecnologia non mi piace e non lo capisco. E poi la tastiera mortifica
la scrittura dell'ebraico...». È la sua storia di vita a spiegare
perché il concetto di libertà per Aharon Appelfeld sia così legato a
quella lingua che insegna oggi all'università Ben Gurion di Negev.[...]
Serena Danna, Il Sole 24 Ore, 16 maggio 2010
Giuntina, trent'anni di memoria ebraica La
Giuntina compie trent'anni e la coincidenza del vasto tema che è
quest'anno il fil rouge del Salone del Libro sembra fatto apposta per
questa piccola, e grande, casa editrice. Perché la sua parabola
culturale serba la memoria storica di un'esperienza certamente
minoritaria come quella ebraica, ma anche paradigmatica di una
condizione umana comune. In parole povere, un editore specializzato,
anzi vocato alterni ebraici, non può contare su un mercato «interno»,
ma deve avere nel suo Dna progettuale una volontà di apertura. E questo
laGiuntina, con le sue copertine eleganti, i caratteri nitidi e i temi
forti, l'ha sempre saputo. La memoria storica che questi libri
raccontano è quella che segna i confini dell'esperienza ebraica negli
ultimi cent'anni e ne fa qualcosa di profondamente nuovo, eppure
radicato in una tradizione di civiltà millenaria: da una parte lo
slancio «creativo» seguito all'Emancipaziome degli ebrei d'Europa; che
ha come evento centrale il sionismo. Dall'altra il suo contrario: una
storia di annientamento che si condensa nelle ciminiere dei forni
crematori. Israele e la Shoah: tra questi due estremi si situano le
scelte editoriali volute dai Vogelmann.[...]
Elena Loewenthal, La Stampa, 16 maggio 2010
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Scuola: gli arabi e i drusi di Israele studieranno la Shoah Gerusalemme, 16 mag - Il
Ministero dell'Istruzione israeliano ha reso noto che dal prossimo anno
scolastico lo studio della Shoah, lo sterminio nazista di sei milioni
di ebrei, diventerà materia obbligatoria di esame anche nelle scuole
delle minoranze araba e drusa di Israele. Il ministero ha annunciato un
progetto che prevede l'inserimento obbligatorio di domande d'esame
sulla Shoah anche nelle scuole delle comunità non ebraiche del Paese,
dove finora esse erano opzionali. Sono inoltre in cantiere corsi di
aggiornamento e di studio della materia destinati agli insegnanti arabi
e drusi, elaborati in modo da tenere conto delle loro sensibilità. Nei
mesi scorsi un deputato della minoranza arabo-israeliana, Mohammad
Barakeh, ha partecipato per la prima volta, con una delegazione di
colleghi ebrei della Knesset (parlamento israeliano), a una visita
ufficiale ad Auschwitz e un convegno di studi sulla Shoah. Affermando
la necessità di un'attenzione comune ai temi della memoria e di
condanna condivisa dei crimini nazisti, al di là delle divisioni e
incomprensioni che continuano ad attraversare il rapporto fra ebrei e
arabi in Israele.

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L'Unione
delle Comunità Ebraiche Italiane sviluppa mezzi di comunicazione che
incoraggiano la conoscenza e il confronto delle realtà ebraiche. Gli
articoli e i commenti pubblicati, a meno che non sia espressamente
indicato il contrario, non possono essere intesi come una presa di
posizione ufficiale, ma solo come la autonoma espressione delle persone
che li firmano e che si sono rese gratuitamente disponibili. Gli
utenti che fossero interessati a partecipare alla sperimentazione
offrendo un proprio contributo, possono rivolgersi all'indirizzo desk@ucei.it per concordare le modalità di intervento.
Il servizio Notizieflash è realizzato dall'Unione delle Comunità
Ebraiche Italiane in collaborazione con la Comunità Ebraica di Trieste,
in redazione Daniela Gross. Avete
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