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L'Unione informa
 
    16 maggio 2010 - 3 Sivan 5770  
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Moked - il portale dell´ebraismo italiano
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  benedetto carucci viterbi Benedetto Carucci Viterbi,
rabbino
Dio ha pronunciato i "dieci comandamenti" - secondo la lettura del midrash - in un solo suono; geometricamente, dice il Maharal di Praga, è rappresentabile con un punto. La Torà, tutta contenuta nei "dieci comandamenti", è dunque una unità indivisibile nella quale non è possibile selezionare parti: è un intero che,  paradossalmente, cresce grazie alla dialettica tra opinioni che in questo intero si riconoscono. L'ebraismo della Torà è dunque sempre, in un certo senso, integralista. Con buona pace di tutte le semplificazioni giornalistiche che abbiamo letto in questi giorni.
Noi siamo oggi siamo tempestati da una memoria bulimica, straripante, che celebra a ogni piè sospinto il culto del passato, e il cui effetto è la narcosi di qualsiasi capacità critica. Il risultato è la costruzione di una coscienza storica conformista, dove scompare il dubbio e imperano le certezze. In breve l’esatto contrario di ciò che si chiama cultura. Un sapere che si fonda sulla santificazione de filosofo-profeta, in cui il sapere umano, necessariamente limitato e finito, si trasforma in sapienza profetica, oracolare che ha come pilastro l’idea che chi critica sia un distruttore, il suo stesso diritto a parlare sia una minaccia e dunque non siano da confutare le sue opinioni, ma sia sufficiente evocare lo scandalo della sua opinione per azzittirlo. Un “nemico del popolo” che prima toglie l’incomodo e meglio è. Chi riteneva che questa condizione fosse stata definitivamente superata con la sconfitta dei totalitarismi è pregato di ricredersi. Esiste anche in assenza di totalitarismo. David
Bidussa,
storico sociale delle idee
david bidussa  
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Pochi ma buoni. O tenerissimi. La ricetta giusta per il rabbino

rav riccardo di SegniL’attuale assetto delle Comunità ebraiche in Italia prevede la presenza di un rabbino capo come “organo” istituzionale, accanto al presidente e al Consiglio. Nel tumulto transizionale di questi mesi è normale che questo ruolo sia messo in discussione. Il dibattito non è nuovo né locale ma dalle nostre parti, per gli assetti storici che ci siamo dati, assume caratteri particolari.
Negli USA, dove vivono milioni di ebrei, c’è una grande possibilità di scelta: tutte le frange possibili dell’ortodossia, dalla più charedì alla modern, i conservative, i reform e quant’altro. Se il rabbino della sinagoga all’angolo ti sta antipatico, anche se è della tua “denomination”, perché fa troppa politica o perché le sue derashot sono terribilmente noiose o perché il gefilte fish del kiddush è troppo dolciastro e non come lo faceva tua nonna, hai un’altra schul a un isolato più lontano. Il mercato è
libero, l’offerta abbondante. In Israele la situazione è un po’ differente. La scelta di denominazioni non tanto ortodosse è meno ampia, ma anche lì tra gli ortodossi puoi scegliere chi ti va più a genio. A confronto, la situazione dalle nostre parti è disarmante. Siamo come un supermercato di tipo discount dove la scelta è minima. O prendi o lasci. Con la differenza che almeno al discount qualcosa risparmi. Qui se il rabbino è noioso, il chazan stonato, la gente decisamente antipatica, la sorveglianza
non cordiale, le possibilità di scelta sono poche. L’unica molte volte è quella di non andarci per niente al Beth HaKnesset. Quando poi il discorso si sposta a livello più centralizzato, nell’organizzazione della Comunità, il conflitto è ancora più doloroso. Di rabbino capo ce n’è uno solo. Puoi farlo “revocare”, ma non è una procedura semplice.
ciambellettePiù spesso ci devi convivere, nella speranza di trovarne presto uno migliore, o con la magra consolazione che un altro sarebbe ancora peggio. Mercato povero di offerte, identità complesse (o plurime come si dice ora), assetto giuridico della Comunità  poco elastico sono gli ingredienti base di una ricetta che crea continue tensioni. Si aggiungano gli ingredienti più recenti, quelli della trasformazione dell’identità ebraica in Italia. Prima c’era una massa di “appena osservanti” ma con forti radici identitarie, che si ritrovavano anche nell’identità politica di sinistra antifascista. Oggi il quadro è più variegato, crescono gli osservanti e le persone che studiano, i riferimenti politici esterni vacillano.
Ma buona parte della comunità vuole o vorrebbe rimanere unita.Stenta a farlo quando non si riconosce in una dirigenza politica “militante” che dà l’impressione di pendere verso una parte politica piuttosto che un’altra o propone modelli identitari acritici con Israele. Stenta anche a riconoscersi in un rabbinato che per forza di cose è un po’ differente dal passato. Perché il pubblico di osservanti chiede dei servizi religiosi all’altezza delle sue esigenze, degli insegnanti che si dedichino ad insegnare molto di più della traduzione letterale della Torah e in generale una difesa delle istituzioni religiose senza compromessi. Un rabbinato che risponda a queste esigenze genera incomprensione, rischia di far paura o perlomeno ispira diffidenza, potrebbe allontanare
chi non fa scelte abbastanza forti di osservanza religiosa (o dargli la scusa per allontanarsi). E allora si dice che questo rabbinato spacca la Comunità, è quello dei “pochi ma buoni”. La soluzione quale sarebbe? Un rabbinato tenero, meno rigido, pastorale, tollerante di tutte le diversità. Perché si suppone che quello di ora sia tosto e rigido, non comunicante se non repulsivo e sostanzialmente intollerante. Ma un conto è il carattere delle persone singole, che può essere più o meno simpatico,
un altro la funzione istituzionale. Cerchiamo di smontare un po’ l’argomento della rigidità. E’ facile dimostrare, con un gioco di parole, che si tratta di una rigidità molto elastica. Perché qualsiasi figura rabbinica ha un suo modello di riferimento,
che può andar bene per un certo pubblico di osservanti, ma non va bene per molti altri osservanti. Sì, proprio gli osservanti, non gli ebrei laici, poco osservanti o riformisti. Un rabbino standard italiano, anche di quelli considerati più rigidi, sarebbe (è) considerato eretico in altri mondi. E’ impossibile accontentare tutti. Un rabbino meno rigido dividerebbe comunque la sua Comunità, magari in altro modo, ma la dividerebbe. Bisogna poi vedere chi è che divide, se è il rabbino o quella parte di pubblico che sbandiera la bella causa del pluralismo ma in sostanza non accetta che la linea del rabbino sia diversa da quella personale. C’è poi uno strano gioco nostalgico, in cui i predecessori vengono sempre rimpianti, al confronto con i rabbini attuali, dimenticando che quando erano loro in funzione dovevano subire (dagli stessi che ora li compiangono) le medesime accuse. Il destino di chi è in carica è la critica al presente e la (incerta) beatificazione postuma. Nella critica di alcuni contro la rigidità affiorano poi talvolta aspetti incoerenti. E’ come se si cercasse in un atteggiamento più facilitante del rabbino una sorta di assoluzione per le scelte personali. Ma chi è veramente laico se ne dovrebbe fregare di come il rabbino lo giudica, ammesso che lo giudichi, lasciandogli la libertà di seguire anche lui (o almeno lui) un modello coerente. Si pretende dal rabbino quello che non si chiederebbe al proprio ingegnere, medico, avvocato. A chi ti costruisce la casa non si chiede di fare calcoli arruffati, al medico che ti cura non si chiede una diagnosi e una terapia approssimativa, all’avvocato che ti difende non si chiede di essere ignorante della legge e debole nella controversia. A chi si chiede di essere meno rigido? Al vigile che ti fa la multa, all’ispettore del fisco, al professore che ti esamina, ovviamente quando affrontano il tuo caso personale (ma non quando vorresti punire chi ti ha investito, o un evasore recidivo o un professore che ha dato la licenza agli asini quando tu ti sei ammazzato sui libri per superare gli esami). A quali di queste figure professionali è paragonabile il rabbino, in particolare il rabbino capo? Riflettiamoci bene prima di chiedergli di essere “meno rigido”, o più semplicemente quando si chiede di ridimensionarne il “potere” facendo scomparire di fatto il rabbino capo dal nuovo assetto dell’ebraismo italiano.


Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma, Pagine Ebraiche - maggio 2010



Qui Torino - Il Primo Comandamento di Cacciari e Coda

cacciariPresentato alla Fiera del libro di Torino il libro “Io sono il Signore Dio tuo” scritto a quattro mani da Massimo Cacciari e Piero Coda. Questa pubblicazione rappresenta il primo volume di una collana di 11 volumetti scritti tutti a quattro mani con uno studioso di diversa estrazione e dedicati ai dieci comandamenti, più un undicesimo testo “Ama il prossimo tuo” sul comandamento di Gesù nel Nuovo Testamento.
Alla base di queste pubblicazioni quesiti di natura etica teologica e filosofica sulla realtà dei Comandamenti, icone del passato o possibili principi validi in ogni luogo e in ogni tempo.  Massimo Cacciari e Piero coda sviluppano in questo volume una coinvolgente riflessione a due voci sull’essenza del monoteismo. Sono intervenuti alla tavola rotonda di presentazione del volume, Franco Cardini, storico e saggista specializzato nello studio del medioevo, Elena Loewenthal, scrittrice e traduttrice di numerosi testi ebraici e collaboratrice del quotidiano La Stampa di Torino e Franco Garelli, professore di Sociologia dei processi culturali e preside della facoltà di Scienze Politiche all’università di Torino.
Il percorso offerto dai due autori in queste pagine parte dalla semantica originaria del Nome per giungere alle riflessioni sul Deus-Trinitas. Cacciari ha posto l’attenzione proprio sul primo comandamento che esprime il paradosso di un dio ineffabile che si oggettivizza nell’espressione Io sono il Signore Dio tuo rendendosi per un momento percepibile, immanente rimanendo comunque nella trascendenza: “Non interessa tanto il Nome - afferma Cacciari - ma ciò che l' Essere di Dio può. La sua natura è di essere, non di essere nominato, e di essere ponendo fuori di sé tutta la propria potenza”.
I volumi successivi si occuperanno dei restanti comandamenti: Non ti farai idolo né immagine a cura di Salvatore Natoli e Pierangelo Sequeri, Non nominare il nome di Dio invano  a cura di Carlo Galli e Piero Stefani, Santificare la Festa a cura di Massimo Donà e Stefano Levi della Torre, Onora il padre e la madre a cura del rav Giuseppe Laras e Chiara Saraceno, Non uccidere a cura di Adriana Cavarero e Angelo Scola, Non commettere adulterio a cura di Eva Cantarella e Paolo Ricca, Non rubare a cura di Paolo Prodi e Guido Rossi, Non dire falsa testimonianza a cura di Tullio Padovani e Vincenzo Vitiello, Non desiderare la donna e la roba d' altri a cura di Gianfranco Ravasi e Andrea Tagliapietra. In chiusura della collana, Ama il prossimo tuo a cura di Enzo Bianchi e Massimo Cacciari.

Michael Calimani



Qui Torino - Bidussa, la Memoria dopo i testimoni


bidussa 2Intorno al Giorno della Memoria si sono concentrate questioni spinose che meritano un’attenta riflessione, tra queste la forma in cui poter costruire una Memoria collettiva e in che modo sia possibile sollecitare una riflessione pubblica sulla Shoah. Nel libro Dopo l’ultimo testimone di David Bidussa, storico sociale delle idee, presentato questa mattina dall’autore, affiancato dallo storico Claudio Vercelli, al Salone Nazionale del Libro di Torino, viene posta in evidenza proprio la crisi che coinvolge negli ultimi anni le celebrazione del Giorno della Memoria.
Se da una parte le problematiche legate a questa crisi si esemplificano nella trasmissione della conoscenza del genocidio ebraico delegato ai testimoni diretti, che via via tendono a scomparire, d’altra parte la Shoah si presenta non come evento storico, ma come dato etico-spirituale, come elemento intangibile e astratto.
Se è vero che il contenuto di questa giornata si è definitivamente esaurito è pur vero che una delle ragioni è l’aver voluto per motivi di convenienza focalizzare l’attenzione sulla tragedia specifica degli ebrei, senza pensare che il Giorno della Memoria potesse essere un’occasione di riflessione pubblica non solo sull’antisemitismo, bensì sul razzismo in tutte le sue declinazioni. In altri termini si è cercato di anteporre il dovere della Memoria rispetto a una conoscenza critica della toria dando adito a uno squilibrio nel rapporto tra la memoria e la storia stessa. Il pericolo viene dal possibile rovesciamento e dalla messa in discussione delle voci testimoniali, della loro valenza e veridicità.
“Noi non dobbiamo  - afferma Bidussa - pensare alla dimensione “dopo l’ultimo testimone”come un’ipotesi che lentamente si costruisce nel tempo, con cui dovremo confrontarci fra un certo numero di anni, perché da molti anni ci siamo già. Non è un fatto fisico, non dipende se fisicamente sono ancora vivi dei testimoni, dipende invece da cosa noi pretendiamo dalla storia, cosa vogliamo che ci racconti”.
Riguardo all’indagine storica e all’insegnamento della storia Claudio Vercelli ha spiegato che della storia stessa, se ne parla in maniera molto disordinata, soprattutto oggi che il presente risulta poco o nulla comprensibile: “Quando si hanno timori che spesso non si riescono neppure a definire, - afferma Vercelli - il guardare al passato può essere un tentativo di darsi una ragione sul presente. Il problema di insegnare storia è solo un interrogativo di natura disciplinare, La vera questione è quella legata al come ci collochiamo noi, non rispetto a ciò che è avvenuto, ma a ciò che deve ancora avvenire ricostruendo dal passato un possibile modello per il futuro.
Ma se il momento è già arrivato, se siamo già in una fase post-testimoniale, come faremo a raccontare da oggi ciò che è accaduto?  Quando,  come spiega David Bidussa, rimarremo soli a raccontare l'orrore della Shoah e non basterà più dire “Mai più! "? Dovremo avere a disposizione gli strumenti della storia, il riordino e la selezione delle fonti testimoniali nell’ottica di trascendere la ritualità che svilisce oggi il Giorno della Memoria, nella prospettiva di nobilitare nuovamente le voci dei testimoni e la realtà storica legata ai fatti.
“La nostra memoria storica – dice David Bidussa - è molto diversa dalla storia reale, noi dobbiamo rapportarci a un passato non per distruggerlo o ridicolizzarlo, ma per capire che se quel passato ce lo raccontiamo in un certo modo perché così l’abbiamo introiettato nella nostra testa, abbiamo ora il dovere di rimetterlo in discussione.”

M.C.
 
 
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  Davar Acher -  Un sottile confine 

ugo volli E' ben nota la storia talmudica dei due viandanti nel deserto rimasti con una sola borraccia d'acqua e del dilemma del suo proprietario se condividerla col suo compagno, con la certezza della morte per entrambi o consumarla tutta lui, con la speranza di arrivare a un'oasi. Ne parla Elie Wiesel in "Celebrazione Talmudica" e di recente è stata evocata anche su queste pagine. La soluzione di cedere tutta la borraccia all'altro non sposta il problema, perché a questo punto l'altro si troverebbe a sua volta proprietario e la questione ricomincerebbe dallo stesso punto (ognuno è Altro per l'Altro, il che rende vuota la risposta "etica" del privilegio assoluto dell'Altro). La soluzione della divisione è sostenuta nel Talmud da Rav Peturì, "in modo che nessuno dei due veda la morte dell'altro. Rabbì Akivà afferma che il proprietario della borraccia d'acqua deve bere l'acqua, perché l'amore per se stessi deve superare quello per gli altri e forse così il proprietario dell'acqua, salvando se stesso, potrà salvare anche l'altro. Il comune sentimento potrebbe invece portarci a dire che si divide l'acqua a metà, ma così è certo che entrambi moriranno, mentre la Torà, la legge, è una Torath Chaim, una legge di vita che deve insegnarci quale deve essere il modo migliore per far prevalere la vita sulla morte, anche se talvolta sembra che venga sacrificata la vita." (sintesi di rav Bahbout). Questa è dunque la soluzione scelta dal Talmud, come sempre assai ricca di buon senso: perché almeno uno sopravviva il proprietario della borraccia deve "scegliere la vita", la sua, in questo caso. Solo in questa maniera fra l'altro è possibile aiutare gli altri, come ricordano peraltro anche le linee aeree quando invitano i passeggeri "in caso di depressurizzazione" a indossare prima loro la maschera ad ossigeno e poi ad aiutare gli altri. Si parva licet componere magnis, il buon senso è lo stesso.
Cito questa storia non perché mi senta in grado di discuterne qui i risvolti religiosi o generalmente filosofici, ma perché essa ha un ovvio senso politico attuale. La difesa ebraica di Israele contro quelli che ritengono (a torto o a ragione, qui non importa) di essere danneggiati dalla sua esistenza si basa soprattutto sul diritto alla vita del popolo ebraico e dello Stato che ne difende l'esistenza. I critici accusano chi privilegia la vita di Israele su altri diritti di essere tribalista, egoista, ingiusto, incapace di pensare in termini etici. Per questa ragione i critici rivendicano talvolta di essere più ebrei loro, i tiepidi per Israele, dei difensori di Medinat Israel, considerandosi solo loro eredi dell'universalismo ebraico, prosecutore del nostro retaggio di giustizia. Ma questo universalismo della nostra tradizione è solo metà del discorso: noi siamo portatori del monoteismo, che per vocazione è universale e di un codice etico che ne deriva; ma a noi stessi applichiamo una serie di norme molto più complesse e difficili di quelle universali o noachiche. La nostra tradizione è ben consapevole della singolarità (e dunque particolarità) dell'identità ebraica come "am echad", che per la Torah va difesa anche ai danni di Filistei e Cananei e tutti gli altri popoli ostili al nostro (magari giustamente ostili, dal loro punto di vista). Il che non significa naturalmente che la potenza e la guerra siano di per sé buone, nella nostra tradizione, ma che il diritto all'autodifesa va condotto fino in fondo, come dimostra l'episodio di Amalek, che in fondo era forse anche lui un indigeno invaso dal "colonialismo sionista", che praticava la "guerriglia"...
Forse anche il nostro universalismo è come la borraccia: bisogna "scegliere la vita" e in particolare la vita di Israele anche a costo di non essere equanimi, kantianamente universalizzabili o rowlesianamente accecati da un velo che rende tutti uguali. Lo insegna anche Rashi nella celeberrima prima nota di commento a Bereshit: la Torah è scritta così, ci spiega, anche per insegnarci a difendere il nostro diritto su Eretz Israel, un diritto che da millenni è stato contestato dagli altri popoli e riaffermato da noi. Con gli argomenti, ma anche con le armi. Ripensare alla borraccia e ai due viandanti in un momento in cui molti dicono esplicitamente di voler distruggere Israele, di volerci cacciare da Sion e la nostra autodifesa è delegittimata e criminalizzata, può aiutarci a capire qual è il nostro compito storico.

Ugo Volli
 
 
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Il rabbino "licenziato" tradito dal carattere
Si è detto che alla base della disputa ci sarebbe un eccesso di ortodossia da parte del rabbino Somekh nell'applicare le norme. Non è così. Il punto vero è la sua difficoltà a rapportarsi con una comunità variegata, a capire le diverse esigenze dei suoi membri. E questa difficoltà non è emersa di recente, ma da quando è arrivato a Torino, 18 anni fa. Tutti i Consigli della Comunità che si sono succeduti hanno avuto con lui gli stessi problemi». Il giorno dopo il clamore suscitato dalla revoca del mandato di rabbino capo della Comunità Ebraica di Torino ad Alberto Somekh (fatto inedito in Italia), il presidente della Comunità Tullio Levi vuole sgombrare il campo dai malintesi e soprattutto chiarire l'iter attraverso il quale l'autorevole Collegio composto da tre rabbini (uno nominato da Somekh, uno dalla Comunità di Torino, il terzo dalla Consulta Rabbinica in Italia), da tre probiviri e dal presidente dell'Unione delle Comunità ebraiche italiane, ha respinto il ricorso che il rabbino aveva presentato lo stesso giorno in cui il consiglio della Comunità, nel febbraio 2009, aveva deciso di rimuoverlo dalla carica. «Quando l'attuale Consiglio ha ritenuto che la situazione non potesse protrarsi ulteriormente, le critiche all'operato di rav Somekh - spiega il presidente - sono state formalizzate e corroborate da documenti e memorie. Il tutto è poi stato inviato al Collegio che, dopo un lungo esame e approfondite indagini durate oltre un anno, ha considerato le critiche giustificate e respinto il ricorso». Tullio Levi precisa che tutti riconoscono a Somekh grandissima cultura. «Da questo punto di vista anche chi non lo reputa idoneo al ruolo di rabbino capo lo rispetta in modo assoluto. Penso che la sua preparazione sia ideale per insegnare in un collegio rabbinico. Ma questo non è abbastanza per una Comunità che ha bisogno di potersi riconoscere nel suo rabbino e che invece corre il rischio di veder al- lontanare i suoi membri». Non l'eccesso di ortodossia, dunque, ma gli atteggiamenti, le contraddittorietà, il disinteresse per servizi essenziali della comunità, il carattere «spigoloso», come l'ha definito il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni.

Marie Teresa Martinengo, La Stampa Torino, 15 maggio 2010



Bibbia grande maestra di modernità
[...] A Yasmin street non tutti sanno di avere come vicino di casa uno dei pi grandi scrittori del Novecento, ma si mostrano interessati ad aiutare una forestiera con l'aria da studentessa: «È stata fortunata perché gli israeliani non sono gentiluomini ma, si sa, i furbi sanno usare la gentilezza, soprattutto se si tratta di donne», dice Appelfeld dal cancello della sua casa due piani separati da una scala a chiocciola rivelando subito quell'ironia ebraica che ha contribuito al successo di Woody Allen. Un uomo piccolo Appelfeld: occhi azzurri e dolcissimi nascosti dietro gli occhiali, sulla testa la coppola blu che, come una coperta di Linus, lo accompagna in quasi tutte le manifestazioni pubbliche. Al piano terra c'è lo studio, le quattro pareti sono occupate da grandi librerie di legno: «Non li conto più i volumi, ma credo siamo arrivati a 4mila. Mi piace pensare in mezzo ai libri ma non scrivo qui. Da trent'anni vado sempre nello stesso caffè a Gerusalemme, arrivo la mattina, apro il taccuino e inizio. Sono circondato dal profumo di caffè, da vecchi amici che mi parlano di Israele e da ragazzi giovani». Non c'è traccia di computer nella stanza: «Non uso il pc, sono abituato a scrivere a mano. L'arte è connessa ai sensi, senza carta e penna non non c'è sensibilità». Il pensiero conservatore non c'entra: «Amo la modernità perché è libertà, ma l'attaccamento alla tecnologia non mi piace e non lo capisco. E poi la tastiera mortifica la scrittura dell'ebraico...». È la sua storia di vita a spiegare perché il concetto di libertà per Aharon Appelfeld sia così legato a quella lingua che insegna oggi all'università Ben Gurion di Negev.[...]

Serena Danna, Il Sole 24 Ore, 16 maggio 2010




Giuntina, trent'anni di memoria ebraica
La Giuntina compie trent'anni e la coincidenza del vasto tema che è quest'anno il fil rouge del Salone del Libro sembra fatto apposta per questa piccola, e grande, casa editrice. Perché la sua parabola culturale serba la memoria storica di un'esperienza certamente minoritaria come quella ebraica, ma anche paradigmatica di una condizione umana comune. In parole povere, un editore specializzato, anzi vocato alterni ebraici, non può contare su un mercato «interno», ma deve avere nel suo Dna progettuale una volontà di apertura. E questo laGiuntina, con le sue copertine eleganti, i caratteri nitidi e i temi forti, l'ha sempre saputo. La memoria storica che questi libri raccontano è quella che segna i confini dell'esperienza ebraica negli ultimi cent'anni e ne fa qualcosa di profondamente nuovo, eppure radicato in una tradizione di civiltà millenaria: da una parte lo slancio «creativo» seguito all'Emancipaziome degli ebrei d'Europa; che ha come evento centrale il sionismo. Dall'altra il suo contrario: una storia di annientamento che si condensa nelle ciminiere dei forni crematori. Israele e la Shoah: tra questi due estremi si situano le scelte editoriali volute dai Vogelmann.[...]

Elena Loewenthal, La Stampa, 16 maggio 2010

 
 
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Scuola: gli arabi e i drusi di Israele studieranno la Shoah              
Gerusalemme, 16 mag -
Il Ministero dell'Istruzione israeliano ha reso noto che dal prossimo anno scolastico lo studio della Shoah, lo sterminio nazista di sei milioni di ebrei, diventerà materia obbligatoria di esame anche nelle scuole delle minoranze araba e drusa di Israele. Il ministero ha annunciato un progetto che prevede l'inserimento obbligatorio di domande d'esame sulla Shoah anche nelle scuole delle comunità non ebraiche del Paese, dove finora esse erano opzionali. Sono inoltre in cantiere corsi di aggiornamento e di studio della materia destinati agli insegnanti arabi e drusi, elaborati in modo da tenere conto delle loro sensibilità. Nei mesi scorsi un deputato della minoranza arabo-israeliana, Mohammad Barakeh, ha partecipato per la prima volta, con una delegazione di colleghi ebrei della Knesset (parlamento israeliano), a una visita ufficiale ad Auschwitz e un convegno di studi sulla Shoah. Affermando la necessità di un'attenzione comune ai temi della memoria e di condanna condivisa dei crimini nazisti, al di là delle divisioni e incomprensioni che continuano ad attraversare il rapporto fra ebrei e arabi in Israele.

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