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L'Unione informa
 
    27 giugno 2010 - 15 Tamuz 5770  

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Moked - il portale dell´ebraismo italiano
alef/tav    
  benedetto carucci viterbi Benedetto Carucci Viterbi,
rabbino
"Come sono belle le tue tende, Giacobbe": è una delle benedizioni di Bilam. La sua vera intenzione è il contrario di ciò che esce dalla sua bocca. Bilam, che aspira all'annientamento del popolo di Israele, vuole la distruzione delle scuole di Torah: non altro che questo sono le tende di Giacobbe. Tutte le benedizioni di Bilam, dice il Talmud, non vanno a buon fine, tranne questa: ci sono sempre state e sempre ci saranno scuole di Torah a garantirci l'esistenza.
Intorno alla mobilitazione per Gilad Shalit si sono verificate divisioni, assenze, silenzi. Una faccenda vista come un episodio tra gli ebrei e i rappresentanti degli enti locali, cui ha preso parte un pizzico di esponenti pubblici. Un episodio dove non conta nemmeno la distinzione destra-sinistra, perché eccettuati un po’ di esponenti politici di qui e di là non c’era nessun “popolo” nemmeno in formato ridotto. La scena apparentemente sembra simile a quella di altre volte. Vorrei pensarlo, ma non ne sono convinto. C’è oggi un tipo di silenzio che non discende né dall’odio, né dall’astio, bensì dall’indifferenza. Un sentimento che nasce dal fatto che la persistenza della lunga e irrisolta “questione mediorientale” alla fine si è risolta nel disinteresse come conseguenza della noia, della permanenza di una condizione che molti percepiscono come sempre eguale a se stessa. Dove succedono ogni giorno molte cose, ma comunque non cambia nulla. E dove, dunque, non è indispensabile “esserci” o “interessarsi” o “schierarsi” e, persino, diventa anche incomprensibile quel continuo parlarne, se non addirittura fastidioso. 
David
Bidussa,

storico sociale delle idee
david bidussa  
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  Daniela Di Castro (1958-2010)
 
Esponenti del mondo della cultura e della politica, autorità, leader ebraici italiani, molti appartenenti alla Comunità romana e numerosi comuni cittadini porgono in queste ore l'estremo, commosso saluto a Daniela Di Castro, insigne studiosa di storia e di arte e direttrice del Museo ebraico di Roma. Nei prossimi giorni sarà necessaria una valutazione sul valore del lavoro compiuto da Daniela (i lettori che lo desiderano possono inviare una propria testimonianza a questo indirizzo: info@ucei.it). Unendosi al dolore dei suoi cari e di tanti amici, la redazione del Portale dell'ebraismo italiano, del notiziario quotidiano l'Unione informa e del giornale dell'ebraismo italiano Pagine Ebraiche (cui Daniela non ha mai fatto mancare il proprio consiglio prezioso) si inchina di fronte alla figura di una studiosa che ha fatto crescere e non ha sminuito, ha onorato e non ha preteso onori, ha donato e non ha domandato, ha unito e non ha diviso. Ha amato la propria identità e la propria città.
Ma al di là degli omaggi formali, leggere la sua ultima intervista, rilasciata a Pagine Ebraiche solo poche settimane fa, consente con l'aiuto delle sue parole e del patrimonio delle sue idee e delle sue esperienze di guardare ai valori che gli ebrei italiani hanno il dovere di tutelare, misurare la strada compiuta in questi ultimi anni e le sfide che è necessario raccogliere. Il vuoto che lascia è incolmabile, ma la sua lezione resta indimenticabile. Che il suo ricordo sia di benedizione agli ebrei di Roma e alla loro cultura plurimillenaria e di sostegno alla minoranza ebraica in Italia.

Gli argenti danzano come farfalle

Daniela Di CastroLa prima reazione è di sorpresa. Chi varca la soglia del Museo ebraico di Roma di solito rimane per un attimo senza fiato. Difficile infatti immaginare dall’esterno quello scenario fitto di vita, luci e colori, soprattutto se si arriva qui controvoglia: solo perché si tratta di una tappa obbligata per poter visitare la spettacolare Sinagoga affacciata sul Tevere. Ma basta poco e anche il visitatore più riottoso si lascia conquistare dalla grande bellezza degli oggetti in mostra e da un’idea nuova di museo. “Il fattore sorpresa è la nostra forza”, sorride il direttore Daniela Di Castro (nell'immagine assieme al suo staff). “Le persone si aspettano di solito uno spazio vecchiotto, con qualche ritaglio e una manciata di foto d’epoca. Ma una volta qui lo riconoscono come un grande museo ebraico, un grande museo romano e un grande museo di arti decorative”.  
Cinquantun anni, Daniela Di Castro è alla guida del Museo dal 2005, anno in cui la struttura è stata riallestita conquistando un ruolo tutto nuovo. Già docente di Storia delle arti decorative e industriali all’università La Sapienza di Roma e di Storia dell’arte ebraica al Collegio rabbinico romano, autrice di numerosi studi e curatrice di mostre di successo ha un curriculum di tutto rispetto che annovera numerose collaborazioni con le Soprintendenze, con Claudio Strinati a Roma e Nicola Spinosa a Napoli, oltre che esperienze all’estero tra cui al Victoria and Albert Museum di Londra. Con questo bagaglio culturale ha accompagnato la complessa gestazione della nuova realtà e oggi, con entusiasmo e professionalità, continua ad impegnarsi per un dialogo sempre più serrato con il suo pubblico. Senza disdegnare a questo scopo formule quali le lezioni di restauro per i piccolissimi o le cacce al tesoro nei panni di Indiana Jews. I risultati sono sotto gli occhi di tutti, tanto che un anno fa le è stato conferito il titolo onorifico di Ambasciatore di Roma nel mondo. Il Museo della Capitale conta infatti oltre 74 mila visitatori l’anno che ne fanno la struttura più frequentata del panorama ebraico italiano. Ma soprattutto, ci tiene a sottolineare il direttore, la Comunità ebraica romana si è riappropriata del suo Museo. Lo riconosce come parte centrale della sua storia, si identifica con i suoi oggetti e lo frequenta con grande affetto.
Daniela Di Castro, come nasce il nuovo corso del Museo ebraico di Roma?
Con il riallestimento. Cinque anni fa abbiamo traslocato dal piano superiore al seminterrato dove ci troviamo ora, passando da 160 a 700 metri quadri. All’inizio ci siamo limitati a portare giù le vecchie vetrine e a qualche lavoro assolutamente necessario. Poi, grazie ai contributi della Regione Lazio, della Provincia di Roma e di alcuni privati siamo riusciti a rinnovare l’esposizione mentre il sostegno del Comune di Roma ci ha consentito di realizzare la galleria dei marmi che all’ingresso propone una serie di frammenti di antiche lapidi prima situate all’aperto. Siamo inoltre riusciti a mettere in atto una serie di misure tecniche, tra cui le luci a led o il controllo climatico e dell’umidità, a protezione delle nostre collezioni.
Per quanto bella una sede non basta però da sola a richiamare il grande pubblico.
Un museo deve custodire e trasmettere alle generazioni successive il patrimonio di cui dispone. Al tempo stesso la sfida è quella di lavorare all’interpretazione delle collezioni così da tradurle in esperienze culturali, intellettuali, estetiche o formative per un pubblico più ampio possibile. Gli oggetti da soli non parlano.
Lo dimostra il fatto che quelli in mostra sono gli stessi di cinque anni fa, quando il Museo aveva un numero diverso di visite.
Infatti. Nel riallestimento abbiano cercato di capire, oggetto per oggetto, di che cosa si trattava: chi l’aveva fatto, come, quando e con che tecniche. Abbiamo ripercorso così tutta la catalogazione e, sulla base di queste informazioni, nella mostra abbiamo arricchito le spiegazioni con rimandi ai significati più ampi, così da renderla fruibile a un maggior numero di persone.
E la chiave per interpretare la collezione?
Il Museo ebraico di Roma possiede pezzi magnifici, unici al mondo. Penso ad esempio alle 12 coppie di rimonim del Seicento o alla nostra guardaroba composta di 900 tessuti. Per gli ebrei di Roma sono pezzi di straordinaria importanza perché dopo il rogo del Talmud ordinato dal Papa nel 1553 del Papa la Comunità, prima molto colta, ha potuto tramandare il suo ebraismo solo attraverso il fasto e il rito. Si spiega così la ricchezza di tanti oggetti, inaudita per altri centri italiani. Abbiamo dunque scelto il fasto, uno dei nostri collanti, uno dei modi in cui siamo sopravvissuti, per caratterizzare il Museo. Per questo non abbiamo ad esempio selezionato i tanti oggetti di maggior pregio, ma li abbiamo esposti in modo che dialogassero l’uno con l’altro.
Gli ebrei romani hanno apprezzato?
Molto. Nel nuovo allestimento abbiamo cercato di sottolineare il valore famigliare delle opere e lo facciamo anche nei laboratori. E’ stato un grande successo e uno dei risultati migliori che abbiamo ottenuto. Gli ebrei romani si sono reidentificati in questi oggetti e spesso li vediamo portare qui i figli e i nipoti ad ammirarli. In un certo senso il fasto continua ad essere un motivo d’identità: ancora oggi, ad esempio, quando a Roma si va alla Sinagoga per le feste ci si aspetta di vedere quel rimon o quel meil antico consegnato per l’occasione dal Museo.
Le collezioni così continuano a vivere.
L’obiettivo è proprio questo. Ogni anno a Simchat Torah consegniamo ad esempio alle sinagoghe molti oggetti tra cui due coppie di rimonim settecenteschi. Rimangono nell’Aron perché non si può metterli a repentaglio scuotendoli nei giri della Torah. Ogni volta sono terrorizzata che possa accadere qualcosa. Ma come dice Leo Pavlat, direttore dello storico Museo ebraico di Praga dove i nazisti convogliarono una gran mole di oggetti per creare il museo della razza estinta, i miei rimonim sono farfalle che danzano su un prato: i suoi farfalle infilzate al muro da uno spillone.
Progetti per il futuro del Museo?
In questo momento siamo impegnati, grazie a un finanziamento regionale, nell’adeguamento del materiale didattico. Al tempo stesso abbiamo iniziato a lavorare per valorizzare l’edificio in cui ci troviamo.
Un edificio notissimo anche all’estero.
Noto ma poco conosciuto. Stiamo dunque predisponendo dei pannelli esterni e cercando di rendere più attrattivo il giardino delle piante bibliche. Il sogno è di riuscire ad attrezzarlo. Intanto abbiamo ricevuto in dono dal gallerista Ermanno Tedeschi, che da tempo collabora con noi anche come Presidente della Fondazione Elio Toaff per la cultura ebraica a Roma, una bella scultura di David Gerstein che potrebbe trovare posto proprio lì.
La prossima mostra in cantiere?
Il 4 maggio inaugureremo una grande mostra dedicata a rav Elio Toaff in onore dei suoi 95 anni. La Comunità ebraica romana ha aderito con vero entusiasmo alla raccolta dei materiali che illustreranno il percorso di questo protagonista d’eccezione della nostra storia che è riuscito a raccogliere una Comunità a pezzi dopo la guerra riportandola a nuova vita.

Daniela Gross, Pagine Ebraiche, aprile 2010

 
 
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  Quali rabbini, quale futuro - "Decisioni incoerenti"

PasermanRav Riccardo Di Segni  ha creduto bene d'intervenire pesantemente sulla raccomandazione, largamente condivisa, di prevedere, nel nuovo statuto, l'istituzione di un Bet Din unico nazionale. Accusare gli autori della proposta d'ipocrisia perché lo scopo sarebbe semplicemente di ottenere una corte più controllabile è offensivo e supera il diritto di critica: la verità è proprio il contrario. Non voglio fare lashon harà e quindi non ricorderò l'inadeguatezza di tanti tribunali rabbinici locali, privi di un dayan (giudice) qualificato, spesso costituiti ad personam, a seconda del caso da giudicare, e succubi dei poteri forti locali e, comunque, autori di una giurisprudenza incoerente nel tempo e nei luoghi, in barba al rispetto dell'halachà di cui qualcuno si riempie la bocca con molta facilità. Altrettanto improprio mi sembra il confronto con le altre realtà ebraiche europee: in Francia, con 700 mila ebrei, ci sono 3 tribunali; in Gran Bretagna, dove vivono circa 300 mila ebrei e non esiste un'organizzazione unitaria come la nostra Unione, opera un Bet Din unico per ogni organizzazione: è forse questo il modello che auspica Rav Di Segni?.

Leone Paserman, componente della Commissione per la riforma dello Statuto dell'ebraismo italiano



Quali rabbini, quale futuro - "Pressioni inaccettabili"

Riccardo Di SegneSono contento di aver promosso un bel dibattito con il mio intervento sul Tribunale rabbinico unico italiano. Un po' meno soddisfatto perché qualcuno ha preso le mie note come un attacco alla sua sincerità. Mi è stata anche rinfacciata diffidenza verso gli interlocutori e come unica preoccupazione il mantenimento del potere rabbinico. Ma andiamo in ordine a chiarire le cose. Ho già espresso ripetutamente e in molte sedi, per iscritto e verbalmente, cosa penso delle proposte di modifica dello Statuto che riguardano il rabbinato. Se siano difese di potere o indifferenza al degrado comunitario lo giudicherà chi ha letto, chi legge o chi ha sentito i miei interventi . Riassumo alcuni dati:
1. Si vuol far passare un articolo (il n. 3) secondo il quale l'iscrizione alla comunità è decisa dalla Giunta, "sentito il rabbino". Se il rabbino dice che il candidato non è ebreo alla Giunta la cosa può non interessare. Domanda: cosa vuole difendere il rabbino, in quel momento, il suo "potere" o l'ebraicità della comunità?
2. Si vuole eliminare di fatto la figura istituzionale del rabbino capo, rendendola sostituibile con quella del semplice rabbino. Chiaro, un rabbino capo potrebbe essere più difficile da controllare, allora rendiamolo innocuo.
3. Si vuole introdurre il principio dell'incarico rabbinico a tempo determinato, per un certo numero di anni. I rabbini italiani hanno detto ok, ma con quali garanzie? Garanzie vuol dire: come può mantenere il rabbino la sua autonomia di giudizio se è ricattabile ogni momento di licenziamento, specie se non risponde alla richiesta più pressante che gli viene rivolta (leggi: conversioni)? Cosa si prospetta al domani del mancato rinnovo, in termini di posizione economica e sociale? Ne vogliamo parlare o è solo una difesa corporativa del potere, indifferente al degrado delle comunità?
Su questa base si è inserita la questione del Tribunale rabbinico unico nazionale. Nella mia nota facevo presenti due cose: che non è un modello diffuso, anche nei luoghi in cui c'è un organismo rappresentativo comunitario centrale (come Francia e Regno Unito). La seconda cosa è che temo per le pressioni sul tema delle conversioni. L'avessi mai detto.
Ho sbagliato. Ho pensato male. Non esistono pressioni sulle conversioni. I rabbini sono del tutto liberi e autonomi. Non c'è nessuna pressione sociale collettiva o personale su questo tema. Le assemblee infuocate alle quali sono stato presente, e pesantemente criticato, trattavano in realtà del tema dell'accoglienza e dell'amore. Non ho mai fatto colloqui estenuanti di proteste piene di risentimento, né ricevuto telefonate di "consiglio", di inviti minacciosi, di insulti, letteracce di tutti i tipi, accuse sulla stampa nazionale. Mi sono sbagliato a leggere le notizie diffuse a mezzo stampa sulla vicenda della revoca di rav Somekh, in cui è stata data l'interpretazione della vittoria dei laici contro l'integralismo ("ed è solo l'inizio, andremo avanti...."), e c'è voluto un po' per avere qualche smentita istituzionale. Ho anche capito male l'esternazione del neo Presidente della Comunità di Milano che considera assurda l'endogamia, per poi correggersi invocando le conversioni. Ho anche sbagliato a leggere la proposta di Statuto che chiede di formulare criteri per le conversioni. Nelle proposte di riforma non c'è stata nessuna richiesta di criteri univoci per argomenti non meno delicati come i divorzi, o la disciplina delle controversie interne, o la shechità. Solo sulle conversioni bisogna dare i criteri e chissà perché. Sono lieto che illustri interlocutori, amici di vecchia data, mi abbiano chiarito (e conoscendoli non avevano bisogno di farlo) che non vogliono regole "facili" ma "regole chiare e decisioni coerenti". Ma non sono loro che devono chiarire questo punto.
Insomma credo di avere abbastanza dati per pensare che su questi argomenti vi sia una forte polemica e un fronte che preme per abbattere o limitare le possibilità rabbiniche di opporre resistenza. Resistenza per la difesa della ebraicità delle comunità, non del proprio "potere". Non è "cultura del sospetto", sono dati oggettivi su cui bisogna far chiarezza.
In realtà sono perfettamente d'accordo che si deve mettere ordine su tante cose e la questione del o dei tribunali rabbinici è una di queste. Ma l'ordine va fatto serenamente, avendo ben chiare le regole del gioco e le necessità. Spero che questa nostra discussione possa portare a questo risultato.

rav Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma


Davar Acher - Storia politica

ugo volliQuesto martedì, con il digiuno del 17 di Tamuz, inizia il periodo di lutto per la caduta di Gerusalemme e del Tempio. Non voglio soffermarmi qui sulle coincidenze di eventi negativi che la tradizione propone intorno a questo evento, né sui significati profondi che gli sono stati attribuiti. Mi interessa un'altra riflessione. Questa data, come quella di molte altre ricorrenze, è stata inserita nel calendario liturgico a partire dalla memoria storica del popolo di Israele: ricorda infatti l'inizio dell'assedio babilonese alla capitale del regno ebraico nel 586 prima della nostra epoca. In realtà si tratta di una caratteristica comune a molte altre ricorrenze: da Hannukkah a Purim alla stessa Pessach, il nostro calendario è punteggiato da eventi della storia politica del popolo ebraico. Questo vale anche per il Tanakh, che contiene una cospicua frazione di libri storici. E' vero che, come notano molti studiosi, si tratta di una storia moralizzata, in cui gli eventi vengono messi in relazione a comportamenti religiosi e morali; ma si tratta pur sempre delle cronache di un millennio della vita del nostro popolo, cui viene dato costantemente un senso religioso, anche quando la rivelazione è da tempo compiuta - un livello interpretazione o una definizione di religione che altre culture non usano. Non vi è insomma separazione, nella nostra identità, fra una dimensione religiosa sovranazionale e universalistica e una vocazione nazionale, come avviene per esempio nel cristianesimo. Vi sono certamente altissimi principi universali che emergono da certi momenti di riflessione e di legislazione (Devarim, i profeti) o possono esserne dedotti, e vi è anche l'annuncio messianico di un futuro riconoscimento universale di questi principi, di una pacificazione etica di tutta l'umanità intorno a Israele. Ma l'attenzione è sempre prevalentemente portata sul popolo ebraico e sulla sua infinita battaglia per sopravvivere e per mantenersi all'altezza della sua fede. La contrapposizione fra principi universali e la difesa di un'identità ebraica peculiare è esattamente il punto della scissione cristiana dall'ebraismo, oggi come duemila anni fa. Questa riflessione si può completare ripensando all'opinione talmudica per cui la distruzione del Tempio fu provocata dalla discordia intestina del popolo ebraico, tormentato allora come oggi da divisioni e settarismi. Le sconfitte e le sofferenze che punteggiano la nostra storia sono spesso legate a scissioni, incomprensioni, mancati riconoscimenti reciproci, mancanza di solidarietà. Anche questo è un problema che abbiamo di fronte oggi.

Ugo Volli
  
 
 
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Renzo Gattegna: “Israele non è un Paese indebolito”

la Stampa-intervista GattegnaGattegna, Lei ha accompagnato Fini in Israele, come mai questo viaggio?
 «Sono stato invitato dal presidente stesso personalmente con una telefonata. Ho accettato volentieri perché con Fini ho avuto occasioni di incontro positive per i rapporti tra le comunità ebraiche italiane e le istituzioni dello stato italiano. Viviamo un momento di rapporti positivi, non che prima non lo fossero, ma adesso si sviluppa una gamma di occasioni nelle quali le comunità vengono coinvolte anche ai più alti livelli istituzionali, Presidenza della Repubblica, Presidenza della Camera, del Senato, Palazzo Chigi, i Ministeri dei Beni Culturali e dell’Università e il Ministero degli Interni con i quali collaboriamo da anni alla Giornata Europea della Cultura Ebraica, la prima domenica di settembre e per organizzare il Giorno della Memoria, il 27 gennaio».
Quale sarà quest’anno la città capofila per la Giornata Europea della Cultura?
«Livorno».
Quali sono le altre ragioni positive?
«Un altro aspetto positivo è il rapporto tra Italia e Israele. L’Italia oggi, in Europa, è il Paese che si impegna maggiormente per capire la situazione mediorientale e tentare di risolvere i problemi che Israele ha, sia con alcuni stati confinanti, sia con la popolazione palestinese. Un contributo importante in questo senso è venuto, e viene tuttora, dai rapporti sviluppati dai rappresentanti delle massime cariche del nostro paese a partire dal Presidente della Repubblica».
Quali sviluppi, dopo la questione delle navi?
«Israele aveva già da tempo dichiarato l’intenzione di controllare le merci che varcano il confine per arrivare a Gaza, soprattutto dopo che in vari modi, via mare o via terra, l’Iran ha cercato di rifornire di armi la striscia di Gaza. Israele aveva dichiarato che se le navi fossero approdate al porto di Asdot avrebbero poi potuto proseguire via terra con dei camion e far arrivare a Gaza le merci che erano state trasportate. Ma l’intenzione apertamente dichiarata da questa flottiglia era quella di forzare il blocco navale. Delle sei navi, cinque sono state pacificamente controllate senza alcun incidente. Sulla sesta nave gli israeliani sono stati aggrediti da diverse decine di sedicenti pacifisti che hanno tentato un linciaggio dei soldati mano a mano che arrivavano sul ponte della nave. Di questo si sono trovate le prove fotografiche e televisive. Il mondo ha puntato il dito, e quasi unanimamente, condannato Israele e questo succede con frequenza».
Secondo Lei Israele sbaglia? Comunica male? C’è un pregiudizio?
«Se Israele abbia commesso errori non posso pronunciarmi, perché non sono un esperto di strategie militari, ritengo invece che sul piano della comunicazione da parte israeliana sia stato commesso l’errore di far trascorrere circa due intere giornate, troppo tempo, prima che venissero fornite le spiegazioni delle prove di come i fatti si erano realmente svolti. Ritengo che in alcune persone, in alcuni gruppi, il pregiudizio contro Israele ci sia, ma che con un ferreo lavoro di informazione si potrebbe contrastare efficacemente».
Israele oggi le sembra un paese indebolito? In pericolo?
«Non credo che sia un paese indebolito, al contrario, sul piano industriale, scientifico e culturale è in continuo rafforzamento. Il pericolo grave che deve fronteggiare è l’esplicita minaccia iraniana di utilizzare armi di distruzione di massa chimiche, batteriologiche o nucleari. Dai contatti che ho avuto in questo recente viaggio in Israele ho constatato che la speranza degli israeliani è che il pericolo possa essere neutralizzato attraverso pressioni di carattere economico e diplomatico».
La situazione oggi, a parte gli incidenti delle navi, com’è in Israele?
«La questione della sicurezza interna di Israele in questo momento attraversa un periodo di relativa calma. I punti di tensione rimangono gli stessi nei quali sono esplosi i conflitti armati negli ultimi anni, e cioè la frontiera libanese a ridosso della quale una fascia di territorio è controllata da Hezbollah, e all’estremo sud, al confine con la striscia di Gaza, controllata da Hamas. Anche in questo caso si tratta di movimenti armati strettamente collegati, finanziati ed armati da Siria e Iran».
Le Comunità ebraiche italiane come hanno reagito alla questione delle navi?
«Da una parte le comunità hanno sofferto per la mancanza di informazione su ciò che stava accadendo, ma hanno sofferto anche per il tentativo di isolamento politico che a Roma, e in altre città, si è concretizzato in cortei e manifestazioni fortemente ostili verso Israele e nel tentativo, avvenuto a Roma, di entrare nel quartiere ebraico con intenzioni quantomeno provocatorie».
Questo è pericoloso per l’antisemitismo?
«L’antisemitismo è una forma di pregiudizio e ritengo che l’unico mezzo efficace per combatterlo sia la diffusione della verità».

Alain Elkann, La Stampa, 27 giugno 2010

 
 
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Solidarietà per la scomparsa di Daniela Di Castro:                        
“Siamo profondamente vicini alla Comunità ebraica"
Roma, 27 giu -
Condoglianze e parole di solidarietà da parte di numerosi esponenti politici italiani sono giunte alla Comunità ebraica di Roma per la perdita della direttrice del Museo ebraico Daniela Di Castro. Il sindaco della Capitale, Gianni Alemanno, ha espresso “profondo cordoglio per la perdita di una persona di grande gentilezza d'animo, di profondo radicamento nella cultura ebraica e capace di un'autentica apertura al dialogo nei confronti di tutta la città”. Il presidente della provincia Nicola Zingaretti ha voluto ricordare Daniela per “il suo grande impegno nel dirigere con passione e dedizione il Museo ebraico di Roma”. Il presidente della regione, Renata Polverini, ha affermato di essere "vicina alla Comunità ebraica in questo momento di dolore". "Una delle grandi studiose della cultura ebraica", l'ha definita il ministro dei Beni Culturali, Sandro Bondi, nel suo messaggio di solidarietà, nel quale anche lui ha ribadito che la Di Castro è "riuscita in questi anni a rilanciare una importante istituzione come il Museo ebraico, al contempo luogo della memoria, della cultura e della storia e punto di riferimento della Comunità ebraica italiana". Messaggi sono giunti anche da Walter Veltroni ed Enrico Gasbarra. Il primo ha ricordato la direttrice non solo per la sua dedizione e per l'eccellente lavoro al Museo ma anche per il suo attaccamento a Roma; Gasbarra l'ha definita “una grande perdita per la città di Roma e la Comunità ebraica" e ha chiuso il suo messaggio sottolineando come Veltroni “il suo amore per la città” e aggiungendo infine che “i valori e la conoscenza profonda della cultura ebraica hanno segnato la sua vita e la sua opera”.

 
 
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