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L'Unione informa |
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27 giugno 2010 - 15 Tamuz 5770 |
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alef/tav |
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Benedetto Carucci Viterbi, rabbino |
"Come
sono belle le tue tende, Giacobbe": è una delle benedizioni di Bilam.
La sua vera intenzione è il contrario di ciò che esce dalla sua bocca.
Bilam, che aspira all'annientamento del popolo di Israele, vuole la
distruzione delle scuole di Torah: non altro che questo sono le tende
di Giacobbe. Tutte le benedizioni di Bilam, dice il Talmud, non vanno a
buon fine, tranne questa: ci sono sempre state e sempre ci saranno
scuole di Torah a garantirci l'esistenza.
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Intorno
alla mobilitazione per Gilad Shalit si sono verificate divisioni,
assenze, silenzi. Una faccenda vista come un episodio tra gli ebrei e i
rappresentanti degli enti locali, cui ha preso parte un pizzico di
esponenti pubblici. Un episodio dove non conta nemmeno la distinzione
destra-sinistra, perché eccettuati un po’ di esponenti politici di qui
e di là non c’era nessun “popolo” nemmeno in formato ridotto. La scena
apparentemente sembra simile a quella di altre volte. Vorrei pensarlo,
ma non ne sono convinto. C’è oggi un tipo di silenzio che non discende
né dall’odio, né dall’astio, bensì dall’indifferenza. Un sentimento che
nasce dal fatto che la persistenza della lunga e irrisolta “questione
mediorientale” alla fine si è risolta nel disinteresse come conseguenza
della noia, della permanenza di una condizione che molti percepiscono
come sempre eguale a se stessa. Dove succedono ogni giorno molte cose,
ma comunque non cambia nulla. E dove, dunque, non è indispensabile
“esserci” o “interessarsi” o “schierarsi” e, persino, diventa anche
incomprensibile quel continuo parlarne, se non addirittura
fastidioso.
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David Bidussa,
storico sociale delle idee |
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Daniela Di Castro (1958-2010)
Esponenti
del mondo della cultura e della politica, autorità, leader ebraici
italiani, molti appartenenti alla Comunità romana e numerosi comuni
cittadini porgono in queste ore l'estremo, commosso saluto a Daniela Di
Castro, insigne studiosa di storia e di arte e direttrice del Museo
ebraico di Roma. Nei prossimi giorni sarà necessaria una valutazione
sul valore del lavoro compiuto da Daniela (i lettori che lo desiderano
possono inviare una propria testimonianza a questo indirizzo:
info@ucei.it). Unendosi al dolore dei suoi cari e di tanti amici, la
redazione del Portale dell'ebraismo italiano, del notiziario quotidiano
l'Unione informa e del giornale dell'ebraismo italiano Pagine Ebraiche
(cui Daniela non ha mai fatto mancare il proprio consiglio prezioso) si
inchina di fronte alla figura di una studiosa che ha fatto crescere e
non ha sminuito, ha onorato e non ha preteso onori, ha donato e non ha
domandato, ha unito e non ha diviso. Ha amato la propria identità e la
propria città. Ma al di là degli omaggi formali, leggere la sua
ultima intervista, rilasciata a Pagine Ebraiche solo poche settimane
fa, consente con l'aiuto delle sue parole e del patrimonio delle sue
idee e delle sue esperienze di guardare ai valori che gli ebrei
italiani hanno il dovere di tutelare, misurare la strada compiuta in
questi ultimi anni e le sfide che è necessario raccogliere. Il vuoto
che lascia è incolmabile, ma la sua lezione resta indimenticabile. Che
il suo ricordo sia di benedizione agli ebrei di Roma e alla loro
cultura plurimillenaria e di sostegno alla minoranza ebraica in Italia.
Gli argenti danzano come farfalle
La
prima reazione è di sorpresa. Chi varca la soglia del Museo ebraico di
Roma di solito rimane per un attimo senza fiato. Difficile infatti
immaginare dall’esterno quello scenario fitto di vita, luci e colori,
soprattutto se si arriva qui controvoglia: solo perché si tratta di una
tappa obbligata per poter visitare la spettacolare Sinagoga affacciata
sul Tevere. Ma basta poco e anche il visitatore più riottoso si lascia
conquistare dalla grande bellezza degli oggetti in mostra e da un’idea
nuova di museo. “Il fattore sorpresa è la nostra forza”, sorride il
direttore Daniela Di Castro (nell'immagine assieme al suo staff). “Le
persone si aspettano di solito uno spazio vecchiotto, con qualche
ritaglio e una manciata di foto d’epoca. Ma una volta qui lo
riconoscono come un grande museo ebraico, un grande museo romano e un
grande museo di arti decorative”. Cinquantun anni, Daniela
Di Castro è alla guida del Museo dal 2005, anno in cui la struttura è
stata riallestita conquistando un ruolo tutto nuovo. Già docente di
Storia delle arti decorative e industriali all’università La Sapienza
di Roma e di Storia dell’arte ebraica al Collegio rabbinico romano,
autrice di numerosi studi e curatrice di mostre di successo ha un
curriculum di tutto rispetto che annovera numerose collaborazioni con
le Soprintendenze, con Claudio Strinati a Roma e Nicola Spinosa a
Napoli, oltre che esperienze all’estero tra cui al Victoria and Albert
Museum di Londra. Con questo bagaglio culturale ha accompagnato la
complessa gestazione della nuova realtà e oggi, con entusiasmo e
professionalità, continua ad impegnarsi per un dialogo sempre più
serrato con il suo pubblico. Senza disdegnare a questo scopo formule
quali le lezioni di restauro per i piccolissimi o le cacce al tesoro
nei panni di Indiana Jews. I risultati sono sotto gli occhi di tutti,
tanto che un anno fa le è stato conferito il titolo onorifico di
Ambasciatore di Roma nel mondo. Il Museo della Capitale conta infatti
oltre 74 mila visitatori l’anno che ne fanno la struttura più
frequentata del panorama ebraico italiano. Ma soprattutto, ci tiene a
sottolineare il direttore, la Comunità ebraica romana si è
riappropriata del suo Museo. Lo riconosce come parte centrale della sua
storia, si identifica con i suoi oggetti e lo frequenta con grande
affetto. Daniela Di Castro, come nasce il nuovo corso del Museo ebraico di Roma? Con
il riallestimento. Cinque anni fa abbiamo traslocato dal piano
superiore al seminterrato dove ci troviamo ora, passando da 160 a 700
metri quadri. All’inizio ci siamo limitati a portare giù le vecchie
vetrine e a qualche lavoro assolutamente necessario. Poi, grazie ai
contributi della Regione Lazio, della Provincia di Roma e di alcuni
privati siamo riusciti a rinnovare l’esposizione mentre il sostegno del
Comune di Roma ci ha consentito di realizzare la galleria dei marmi che
all’ingresso propone una serie di frammenti di antiche lapidi prima
situate all’aperto. Siamo inoltre riusciti a mettere in atto una serie
di misure tecniche, tra cui le luci a led o il controllo climatico e
dell’umidità, a protezione delle nostre collezioni. Per quanto bella una sede non basta però da sola a richiamare il grande pubblico. Un
museo deve custodire e trasmettere alle generazioni successive il
patrimonio di cui dispone. Al tempo stesso la sfida è quella di
lavorare all’interpretazione delle collezioni così da tradurle in
esperienze culturali, intellettuali, estetiche o formative per un
pubblico più ampio possibile. Gli oggetti da soli non parlano. Lo dimostra il fatto che quelli in mostra sono gli stessi di cinque anni fa, quando il Museo aveva un numero diverso di visite. Infatti.
Nel riallestimento abbiano cercato di capire, oggetto per oggetto, di
che cosa si trattava: chi l’aveva fatto, come, quando e con che
tecniche. Abbiamo ripercorso così tutta la catalogazione e, sulla base
di queste informazioni, nella mostra abbiamo arricchito le spiegazioni
con rimandi ai significati più ampi, così da renderla fruibile a un
maggior numero di persone. E la chiave per interpretare la collezione? Il
Museo ebraico di Roma possiede pezzi magnifici, unici al mondo. Penso
ad esempio alle 12 coppie di rimonim del Seicento o alla nostra
guardaroba composta di 900 tessuti. Per gli ebrei di Roma sono pezzi di
straordinaria importanza perché dopo il rogo del Talmud ordinato dal
Papa nel 1553 del Papa la Comunità, prima molto colta, ha potuto
tramandare il suo ebraismo solo attraverso il fasto e il rito. Si
spiega così la ricchezza di tanti oggetti, inaudita per altri centri
italiani. Abbiamo dunque scelto il fasto, uno dei nostri collanti, uno
dei modi in cui siamo sopravvissuti, per caratterizzare il Museo. Per
questo non abbiamo ad esempio selezionato i tanti oggetti di maggior
pregio, ma li abbiamo esposti in modo che dialogassero l’uno con
l’altro. Gli ebrei romani hanno apprezzato? Molto.
Nel nuovo allestimento abbiamo cercato di sottolineare il valore
famigliare delle opere e lo facciamo anche nei laboratori. E’ stato un
grande successo e uno dei risultati migliori che abbiamo ottenuto. Gli
ebrei romani si sono reidentificati in questi oggetti e spesso li
vediamo portare qui i figli e i nipoti ad ammirarli. In un certo senso
il fasto continua ad essere un motivo d’identità: ancora oggi, ad
esempio, quando a Roma si va alla Sinagoga per le feste ci si aspetta
di vedere quel rimon o quel meil antico consegnato per l’occasione dal
Museo. Le collezioni così continuano a vivere. L’obiettivo
è proprio questo. Ogni anno a Simchat Torah consegniamo ad esempio alle
sinagoghe molti oggetti tra cui due coppie di rimonim settecenteschi.
Rimangono nell’Aron perché non si può metterli a repentaglio
scuotendoli nei giri della Torah. Ogni volta sono terrorizzata che
possa accadere qualcosa. Ma come dice Leo Pavlat, direttore dello
storico Museo ebraico di Praga dove i nazisti convogliarono una gran
mole di oggetti per creare il museo della razza estinta, i miei rimonim
sono farfalle che danzano su un prato: i suoi farfalle infilzate al
muro da uno spillone. Progetti per il futuro del Museo? In
questo momento siamo impegnati, grazie a un finanziamento regionale,
nell’adeguamento del materiale didattico. Al tempo stesso abbiamo
iniziato a lavorare per valorizzare l’edificio in cui ci troviamo. Un edificio notissimo anche all’estero. Noto
ma poco conosciuto. Stiamo dunque predisponendo dei pannelli esterni e
cercando di rendere più attrattivo il giardino delle piante bibliche.
Il sogno è di riuscire ad attrezzarlo. Intanto abbiamo ricevuto in dono
dal gallerista Ermanno Tedeschi, che da tempo collabora con noi anche
come Presidente della Fondazione Elio Toaff per la cultura ebraica a
Roma, una bella scultura di David Gerstein che potrebbe trovare posto
proprio lì. La prossima mostra in cantiere? Il
4 maggio inaugureremo una grande mostra dedicata a rav Elio Toaff in
onore dei suoi 95 anni. La Comunità ebraica romana ha aderito con vero
entusiasmo alla raccolta dei materiali che illustreranno il percorso di
questo protagonista d’eccezione della nostra storia che è riuscito a
raccogliere una Comunità a pezzi dopo la guerra riportandola a nuova
vita.
Daniela Gross, Pagine Ebraiche, aprile 2010
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Quali rabbini, quale futuro - "Decisioni incoerenti"
Rav Riccardo Di Segni
ha creduto bene d'intervenire pesantemente sulla raccomandazione,
largamente condivisa, di prevedere, nel nuovo
statuto, l'istituzione di un Bet Din unico nazionale. Accusare gli
autori della proposta d'ipocrisia perché lo scopo sarebbe semplicemente
di ottenere una corte più controllabile è offensivo e supera il diritto
di critica: la verità è proprio il contrario. Non voglio fare lashon
harà e quindi non ricorderò l'inadeguatezza di tanti tribunali
rabbinici locali, privi di un dayan (giudice) qualificato, spesso
costituiti ad personam, a seconda del caso da giudicare, e succubi dei
poteri forti locali e, comunque, autori di una giurisprudenza
incoerente nel tempo e nei luoghi, in barba al rispetto dell'halachà di
cui qualcuno si riempie la bocca con molta facilità. Altrettanto
improprio mi sembra il confronto con le altre realtà ebraiche europee:
in Francia, con 700 mila ebrei, ci sono 3 tribunali; in Gran Bretagna,
dove vivono circa 300 mila ebrei e non esiste un'organizzazione
unitaria come la nostra Unione, opera un Bet Din unico per ogni
organizzazione: è forse questo il modello che auspica Rav Di Segni?.
Leone Paserman, componente della Commissione per la riforma dello Statuto dell'ebraismo italiano
Quali rabbini, quale futuro - "Pressioni inaccettabili"
Sono
contento di aver promosso un bel dibattito con il mio intervento sul
Tribunale rabbinico unico italiano. Un po' meno soddisfatto perché
qualcuno ha preso le mie note come un attacco alla sua sincerità. Mi è
stata anche rinfacciata diffidenza verso gli interlocutori e come unica
preoccupazione il mantenimento del potere rabbinico. Ma andiamo in
ordine a chiarire le cose. Ho già espresso ripetutamente e in molte
sedi, per iscritto e verbalmente, cosa penso delle proposte di modifica
dello Statuto che riguardano il rabbinato. Se siano difese di potere o
indifferenza al degrado comunitario lo giudicherà chi ha letto, chi
legge o chi ha sentito i miei interventi . Riassumo alcuni dati: 1.
Si vuol far passare un articolo (il n. 3) secondo il quale l'iscrizione
alla comunità è decisa dalla Giunta, "sentito il rabbino". Se il
rabbino dice che il candidato non è ebreo alla Giunta la cosa può non
interessare. Domanda: cosa vuole difendere il rabbino, in quel momento,
il suo "potere" o l'ebraicità della comunità? 2. Si vuole
eliminare di fatto la figura istituzionale del rabbino capo, rendendola
sostituibile con quella del semplice rabbino. Chiaro, un rabbino capo
potrebbe essere più difficile da controllare, allora rendiamolo
innocuo. 3. Si vuole introdurre il principio dell'incarico
rabbinico a tempo determinato, per un certo numero di anni. I rabbini
italiani hanno detto ok, ma con quali garanzie? Garanzie vuol dire:
come può mantenere il rabbino la sua autonomia di giudizio se è
ricattabile ogni momento di licenziamento, specie se non risponde alla
richiesta più pressante che gli viene rivolta (leggi: conversioni)?
Cosa si prospetta al domani del mancato rinnovo, in termini di
posizione economica e sociale? Ne vogliamo parlare o è solo una difesa
corporativa del potere, indifferente al degrado delle comunità? Su
questa base si è inserita la questione del Tribunale rabbinico unico
nazionale. Nella mia nota facevo presenti due cose: che non è un
modello diffuso, anche nei luoghi in cui c'è un organismo
rappresentativo comunitario centrale (come Francia e Regno Unito). La
seconda cosa è che temo per le pressioni sul tema delle conversioni.
L'avessi mai detto. Ho sbagliato. Ho pensato male. Non esistono
pressioni sulle conversioni. I rabbini sono del tutto liberi e
autonomi. Non c'è nessuna pressione sociale collettiva o personale su
questo tema. Le assemblee infuocate alle quali sono stato presente, e
pesantemente criticato, trattavano in realtà del tema dell'accoglienza
e dell'amore. Non ho mai fatto colloqui estenuanti di proteste piene di
risentimento, né ricevuto telefonate di "consiglio", di inviti
minacciosi, di insulti, letteracce di tutti i tipi, accuse sulla stampa
nazionale. Mi sono sbagliato a leggere le notizie diffuse a mezzo
stampa sulla vicenda della revoca di rav Somekh, in cui è stata data
l'interpretazione della vittoria dei laici contro l'integralismo ("ed è
solo l'inizio, andremo avanti...."), e c'è voluto un po' per avere
qualche smentita istituzionale. Ho anche capito male l'esternazione del
neo Presidente della Comunità di Milano che considera assurda
l'endogamia, per poi correggersi invocando le conversioni. Ho anche
sbagliato a leggere la proposta di Statuto che chiede di formulare
criteri per le conversioni. Nelle proposte di riforma non c'è stata
nessuna richiesta di criteri univoci per argomenti non meno delicati
come i divorzi, o la disciplina delle controversie interne, o la
shechità. Solo sulle conversioni bisogna dare i criteri e chissà
perché. Sono lieto che illustri interlocutori, amici di vecchia data,
mi abbiano chiarito (e conoscendoli non avevano bisogno di farlo) che
non vogliono regole "facili" ma "regole chiare e decisioni coerenti".
Ma non sono loro che devono chiarire questo punto. Insomma credo
di avere abbastanza dati per pensare che su questi argomenti vi sia una
forte polemica e un fronte che preme per abbattere o limitare le
possibilità rabbiniche di opporre resistenza. Resistenza per la difesa
della ebraicità delle comunità, non del proprio "potere". Non è
"cultura del sospetto", sono dati oggettivi su cui bisogna far
chiarezza. In realtà sono perfettamente d'accordo che si deve
mettere ordine su tante cose e la questione del o dei tribunali
rabbinici è una di queste. Ma l'ordine va fatto serenamente, avendo ben
chiare le regole del gioco e le necessità. Spero che questa nostra
discussione possa portare a questo risultato.
rav Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma
Davar Acher - Storia politica
Questo
martedì, con il digiuno del 17 di Tamuz, inizia il periodo di lutto per
la caduta di Gerusalemme e del Tempio. Non voglio soffermarmi qui sulle
coincidenze di eventi negativi che la tradizione propone intorno a
questo evento, né sui significati profondi che gli sono stati
attribuiti. Mi interessa un'altra riflessione. Questa data, come quella
di molte altre ricorrenze, è stata inserita nel calendario liturgico a
partire dalla memoria storica del popolo di Israele: ricorda infatti
l'inizio dell'assedio babilonese alla capitale del regno ebraico nel
586 prima della nostra epoca. In realtà si tratta di una caratteristica
comune a molte altre ricorrenze: da Hannukkah a Purim alla stessa
Pessach, il nostro calendario è punteggiato da eventi della storia
politica del popolo ebraico. Questo vale anche per il Tanakh, che
contiene una cospicua frazione di libri storici. E' vero che, come
notano molti studiosi, si tratta di una storia moralizzata, in cui gli
eventi vengono messi in relazione a comportamenti religiosi e morali;
ma si tratta pur sempre delle cronache di un millennio della vita del
nostro popolo, cui viene dato costantemente un senso religioso, anche
quando la rivelazione è da tempo compiuta - un livello interpretazione
o una definizione di religione che altre culture non usano. Non vi è
insomma separazione, nella nostra identità, fra una dimensione
religiosa sovranazionale e universalistica e una vocazione nazionale,
come avviene per esempio nel cristianesimo. Vi sono certamente
altissimi principi universali che emergono da certi momenti di
riflessione e di legislazione (Devarim, i profeti) o possono esserne
dedotti, e vi è anche l'annuncio messianico di un futuro riconoscimento
universale di questi principi, di una pacificazione etica di tutta
l'umanità intorno a Israele. Ma l'attenzione è sempre prevalentemente
portata sul popolo ebraico e sulla sua infinita battaglia per
sopravvivere e per mantenersi all'altezza della sua fede. La
contrapposizione fra principi universali e la difesa di un'identità
ebraica peculiare è esattamente il punto della scissione cristiana
dall'ebraismo, oggi come duemila anni fa. Questa riflessione si può
completare ripensando all'opinione talmudica per cui la distruzione del
Tempio fu provocata dalla discordia intestina del popolo ebraico,
tormentato allora come oggi da divisioni e settarismi. Le sconfitte e
le sofferenze che punteggiano la nostra storia sono spesso legate a
scissioni, incomprensioni, mancati riconoscimenti reciproci, mancanza
di solidarietà. Anche questo è un problema che abbiamo di fronte oggi.
Ugo Volli
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Renzo Gattegna: “Israele non è un Paese indebolito”
Gattegna, Lei ha accompagnato Fini in Israele, come mai questo viaggio? «Sono
stato invitato dal presidente stesso personalmente con una telefonata.
Ho accettato volentieri perché con Fini ho avuto occasioni di incontro
positive per i rapporti tra le comunità ebraiche italiane e le
istituzioni dello stato italiano. Viviamo un momento di rapporti
positivi, non che prima non lo fossero, ma adesso si sviluppa una gamma
di occasioni nelle quali le comunità vengono coinvolte anche ai più
alti livelli istituzionali, Presidenza della Repubblica, Presidenza
della Camera, del Senato, Palazzo Chigi, i Ministeri dei Beni Culturali
e dell’Università e il Ministero degli Interni con i quali collaboriamo
da anni alla Giornata Europea della Cultura Ebraica, la prima domenica
di settembre e per organizzare il Giorno della Memoria, il 27 gennaio».
Quale sarà quest’anno la città capofila per la Giornata Europea della Cultura? «Livorno». Quali sono le altre ragioni positive? «Un
altro aspetto positivo è il rapporto tra Italia e Israele. L’Italia
oggi, in Europa, è il Paese che si impegna maggiormente per capire la
situazione mediorientale e tentare di risolvere i problemi che Israele
ha, sia con alcuni stati confinanti, sia con la popolazione
palestinese. Un contributo importante in questo senso è venuto, e viene
tuttora, dai rapporti sviluppati dai rappresentanti delle massime
cariche del nostro paese a partire dal Presidente della Repubblica». Quali sviluppi, dopo la questione delle navi? «Israele
aveva già da tempo dichiarato l’intenzione di controllare le merci che
varcano il confine per arrivare a Gaza, soprattutto dopo che in vari
modi, via mare o via terra, l’Iran ha cercato di rifornire di armi la
striscia di Gaza. Israele aveva dichiarato che se le navi fossero
approdate al porto di Asdot avrebbero poi potuto proseguire via terra
con dei camion e far arrivare a Gaza le merci che erano state
trasportate. Ma l’intenzione apertamente dichiarata da questa
flottiglia era quella di forzare il blocco navale. Delle sei navi,
cinque sono state pacificamente controllate senza alcun incidente.
Sulla sesta nave gli israeliani sono stati aggrediti da diverse decine
di sedicenti pacifisti che hanno tentato un linciaggio dei soldati mano
a mano che arrivavano sul ponte della nave. Di questo si sono trovate
le prove fotografiche e televisive. Il mondo ha puntato il dito, e
quasi unanimamente, condannato Israele e questo succede con frequenza».
Secondo Lei Israele sbaglia? Comunica male? C’è un pregiudizio? «Se
Israele abbia commesso errori non posso pronunciarmi, perché non sono
un esperto di strategie militari, ritengo invece che sul piano della
comunicazione da parte israeliana sia stato commesso l’errore di far
trascorrere circa due intere giornate, troppo tempo, prima che
venissero fornite le spiegazioni delle prove di come i fatti si erano
realmente svolti. Ritengo che in alcune persone, in alcuni gruppi, il
pregiudizio contro Israele ci sia, ma che con un ferreo lavoro di
informazione si potrebbe contrastare efficacemente». Israele oggi le sembra un paese indebolito? In pericolo? «Non
credo che sia un paese indebolito, al contrario, sul piano industriale,
scientifico e culturale è in continuo rafforzamento. Il pericolo grave
che deve fronteggiare è l’esplicita minaccia iraniana di utilizzare
armi di distruzione di massa chimiche, batteriologiche o nucleari. Dai
contatti che ho avuto in questo recente viaggio in Israele ho
constatato che la speranza degli israeliani è che il pericolo possa
essere neutralizzato attraverso pressioni di carattere economico e
diplomatico». La situazione oggi, a parte gli incidenti delle navi, com’è in Israele? «La
questione della sicurezza interna di Israele in questo momento
attraversa un periodo di relativa calma. I punti di tensione rimangono
gli stessi nei quali sono esplosi i conflitti armati negli ultimi anni,
e cioè la frontiera libanese a ridosso della quale una fascia di
territorio è controllata da Hezbollah, e all’estremo sud, al confine
con la striscia di Gaza, controllata da Hamas. Anche in questo caso si
tratta di movimenti armati strettamente collegati, finanziati ed armati
da Siria e Iran». Le Comunità ebraiche italiane come hanno reagito alla questione delle navi? «Da
una parte le comunità hanno sofferto per la mancanza di informazione su
ciò che stava accadendo, ma hanno sofferto anche per il tentativo di
isolamento politico che a Roma, e in altre città, si è concretizzato in
cortei e manifestazioni fortemente ostili verso Israele e nel
tentativo, avvenuto a Roma, di entrare nel quartiere ebraico con
intenzioni quantomeno provocatorie». Questo è pericoloso per l’antisemitismo? «L’antisemitismo
è una forma di pregiudizio e ritengo che l’unico mezzo efficace per
combatterlo sia la diffusione della verità».
Alain Elkann, La Stampa, 27 giugno 2010
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Solidarietà
per la scomparsa di Daniela Di Castro:
“Siamo profondamente vicini alla Comunità ebraica" Roma, 27 giu - Condoglianze
e parole di solidarietà da parte di numerosi esponenti politici
italiani sono giunte alla Comunità ebraica di Roma per la perdita della
direttrice del Museo ebraico Daniela Di Castro. Il sindaco
della Capitale, Gianni Alemanno, ha espresso “profondo cordoglio per la
perdita di una persona di grande gentilezza d'animo, di profondo
radicamento nella cultura ebraica e capace di un'autentica apertura al
dialogo nei confronti di tutta la città”. Il presidente della provincia
Nicola Zingaretti ha voluto ricordare Daniela per “il suo grande
impegno nel dirigere con passione e dedizione il Museo ebraico di
Roma”. Il presidente della regione, Renata Polverini, ha affermato di
essere "vicina alla Comunità ebraica in questo momento di dolore". "Una
delle grandi studiose della cultura ebraica", l'ha definita il ministro
dei Beni Culturali, Sandro Bondi, nel suo messaggio di solidarietà, nel
quale anche lui ha ribadito che la Di Castro è "riuscita in questi
anni a rilanciare una importante istituzione come il Museo ebraico, al
contempo luogo della memoria, della cultura e della storia e punto di
riferimento della Comunità ebraica italiana". Messaggi sono giunti
anche da Walter Veltroni ed Enrico Gasbarra. Il primo ha ricordato la
direttrice non solo per la sua dedizione e per l'eccellente lavoro al
Museo ma anche per il suo attaccamento a Roma; Gasbarra l'ha definita
“una grande perdita per la città di Roma e la Comunità ebraica" e ha
chiuso il suo messaggio sottolineando come Veltroni “il suo amore per
la città” e aggiungendo infine che “i valori e la conoscenza profonda
della cultura ebraica hanno segnato la sua vita e la sua opera”. |
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L'Unione
delle Comunità Ebraiche Italiane sviluppa mezzi di comunicazione che
incoraggiano la conoscenza e il confronto delle realtà ebraiche. Gli
articoli e i commenti pubblicati, a meno che non sia espressamente
indicato il contrario, non possono essere intesi come una presa di
posizione ufficiale, ma solo come la autonoma espressione delle persone
che li firmano e che si sono rese gratuitamente disponibili. Gli
utenti che fossero interessati a partecipare alla sperimentazione
offrendo un proprio contributo, possono rivolgersi all'indirizzo desk@ucei.it per concordare le modalità di intervento.
Il servizio Notizieflash è realizzato dall'Unione delle Comunità
Ebraiche Italiane in collaborazione con la Comunità Ebraica di Trieste,
in redazione Daniela Gross. Avete
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