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L'Unione informa |
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5 luglio 2010 - 23 Tamuz 5770 |
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alef/tav |
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Riccardo
Di Segni, rabbino capo di Roma |
Sentendosi
vicino alla fine, Moshè si preoccupò di trovare un degno successore
(parashà di Pinchas, letta questo Sabato). Lo fece con un'invocazione
strana al "Signore degli spiriti di ogni carne". Il prescelto avrebbe
dovuto guidare il popolo nell'andare e nel venire, e per questo era
necessario l'intervento di Colui che conosce gli spiriti di ogni carne.
Guidare è difficile, e guidare il popolo ebraico è da sempre una
responsabilità immensa, anche se sul solo versante politico. Non ce
rendiamo neppure conto. In Italia, a più di 30 anni di distanza, si
discute ancora se la decisione politica di non cedere alle Brigate
Rosse quando rapirono Aldo Moro fu giusta o sbagliata; fu un caso molto
drammatico ma relativamente limitato. In Israele sono problemi di ogni
giorno. Pensate alla responsabilità di chi dovrà decidere se e come
liberare un migliaio di detenuti per violenze varie per ottenere la
restituzione del soldato Shalit. |
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Roberto
Saviano ha scritto l'introduzione, che il Domenicale de Il Sole 24 ore
ha parzialmente anticipato ieri, del libro di Varlam Salamov, "Visera",
che Adelphi ha appena pubblicato, dove il grande scrittore racconta la
sua prima esperienza negli anni Venti nel Gulag, che precede quella
narrata in I racconti della Kolyma, un libro fondamentale e
straordinario che, Saviano racconta, incontrò ad essere pubblicato in
Italia notevoli resistenze e difficoltà. Un problema, questo della
penetrazione italiana della letteratura sul Gulag e delle sue censure,
che è stato poco affrontato nel nostro paese. Saviano racconta, in
queste pagine, la storia di un caporedattore di una rivista che
pubblicò nel 1937 una notizia sgradita al regime. Mentre il direttore
della rivista veniva fucilato, a lui andò meglio, gli spezzarono
"solo" la schiena. Ma Salamov aggiungeva: "E' ancora vivo e scrive".
Ecco, scrivere è essere vivo, è resistere, come sapevano quelli che
scrissero dopo il lager, dopo il gulag, dopo i genocidi del
secolo appena trascorso. Non è solo testimoniare, è affermare la
propria resistenza alla rassegnazione e alla sua ineluttabile
conseguenza, la morte.
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Anna Foa,
storica |
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Qui Roma - Rabbini a confronto
Si
svolge in queste ore a Roma il Seminario rabbinico nazionale
organizzato dal Collegio Rabbinico Italiano e dall'Assemblea Rabbinica
in collaborazione con l'istituto Eretz Hemdà di Gerusalemme. A dare il
via ai lavori, il consigliere dell'Unione delle Comunità Ebraiche
Italiane Sandro Di Castro, che dopo aver portato il saluto del
presidente Renzo Gattegna ai rabbini ed agli studiosi presenti in sala,
si è interrogato su quale sia il ruolo del rabbino, sostenendo la
necessità di una sua completa indipendenza riguardo alle scelte di
legge ebraica passando ad approfondire alcuni brani tratti dal trattato
talmudico di Taanit (7a) e dallo Zohar (commento della Parashà di
Balak).
La
lunga giornata di studio prevede un intervento del Rav Alberto Somekh
dal titolo: “Il Rav e il Rov (maggioranza): una lezione in tema di
Torah e democrazia”. “Conversione dei figli di madre non-ebrea e
padre ebreo” è l'argomento scelto dal Rav Joseph Carmel dell'istituto
Eretz Hemdà mentre “L'esilio della Torah e della Shekinah dopo la
distruzione del Bet Hamiqdash e la successiva redenzione secondo
l'insegnamento del Maharal di Praga, di Moshè Chaim Luzzatto e di Rav
Kook” è il titolo dell'approfondimento del Rav Ron Klopstock della
Yeshivat Hakotel. Nel primo pomeriggio si svolgerà la sessione plenaria
dell'Assemblea Rabbinica Italiana e subito dopo riprenderanno i vari
interventi con il coordinamento del Rav Riccardo Di Segni, direttore
del Collegio Rabbinico Italiano. Il Rav Joseph Carmel parlerà di “Tre
distruzioni e un unico motivo”, “Differenze tecnico/halakhiche fra un
Miqwè del 1800 ed uno di oggi” è invece il titolo dell'intervento del
Rav Elia Richetti, presidente Ari. A concludere la giornata sarà il Rav
Ron Klopstock che parlerà di “Controlli prematrimoniali della
ascendenza degli sposi: quando e a che livello sono richiesti?”
Quali rabbini quale futuro - Anche le crisi servono
Una
crisi più profonda di quanto si vuole ammettere ha colpito il piccolo
mondo ebraico italiano. Ha aperto questa crisi la rottura avvenuta a
Torino tra la Comunità e il suo rabbino capo. La coincidenza dei
provvedimenti presi dalle autorità religiose ortodosse israeliane (la
messa al bando dalle loro scuole dei libri di grandi scrittori del
passato e contemporanei), ha in qualche modo evidenziato i motivi di
questa crisi. Il caso torinese non è quindi il risultato di una
“incomprensione” reciproca tra il rabbino capo e la Comunità torinese,
come si tende a minimizzare. Si tratta invece dell’operato di un
rabbino che, secondo il Consiglio di quella Comunità che lo ha
licenziato, non ha tenuto conto delle tradizioni specifiche ma
certamente non “eretiche” della Comunità di Torino, il cui rabbino capo
avrebbe reso più rigide del dovuto le regole relative ai matrimoni
misti e al frutto di quei matrimoni. Il rabbino avrebbe inoltre
introdotto nuove proibizioni e nuovi obblighi sulla kashrut,
probabilmente con riferimento ad analoghi usi del rabbinato ortodosso
d’Israele, che pure non dovrebbero avere valore extra moenia israeliane
(come da antica consuetudine ebraica). Un operato, quello dell’ex
rabbino capo di Torino, che di fatto, si dice, ha allontanato molti
ebrei, certo non dall’ebraismo, ma dalle sue interpretazioni più
discutibili e tendenti a ridurre l’ebraismo a una monade. E’ costume
ebraico da sempre di discutere, contestare, abbracciando il metodo del
dubbio e quindi degli interrogativi che escludono ogni forma di
idolatria, fosse pure un’idolatria parareligiosa, della discussione e
non dell’imperio: nessuno ne è al di sopra. Il metodo del dubbio non è
un’invenzione dell’Illuminismo e fa parte da sempre della cultura
ebraica. Per questo forse l’ebraismo non si è espanso come altre
religioni (la parola stessa “religione” male si adatta a definire
l’ebraismo), perché non ha dogmi, non ha Verità assolute o relative, ma
solo domande. Le risposte sono sempre soggette a verifiche e revisioni.
Se l’ebraismo ai giorni nostri non si è barricato dentro una sorta di
volontario e invisibile fortilizio (nei ghetti veri gli ebrei vivevano
per volontà altrui) chiuso al confronto e alla ricerca lo si deve
probabilmente ad alcune grandi figure ebraiche del passato, da
Maimonide (tenuto dagli ortodossi di allora in sospetto di eresia) a
Baruch Spinoza che aveva aperto una porta del fortino per affrontare
all’aperto i confronti e le domande difficili (sulla sua testa però
cadde il herem, la scomunica, a tutt’oggi non ritirata), e poi a Moses
Mendelssohn, “reo” anch’egli di avere formulato domande, avanzato
ipotesi, dubbi, cercato nuove interpretazioni ai testi sacri. Vero è
che la porta si è poi chiusa alle sue spalle, ma la via era ormai
indicata, quella dell’incessante ricerca e del dialogo, la via
dell’Illuminismo ebraico, la Haskalah. Mendelssohn non voleva
rivoluzionare l’ebraismo, ma auspicava una maggiore apertura degli
ebrei verso la società circostante, la loro partecipazione alla vita
del paese in cui vivono, cominciando dall’uso della lingua nazionale e
non solo dello yiddish, e dall’ingresso nel servizio civile e in quello
militare (osteggiati entrambi dal rabbinato tedesco dell’epoca). Negli
Stati Uniti le molte diverse comunità, dei riformati, dei liberali, dei
conservatori e di una decina di altre minori comunità, non si sono
allontanate dall’ebraismo, non lo hanno ripudiato, e raccolgono oggi la
maggioranza degli ebrei americani. Questa pluralità di “declinazioni
dell’ebraismo” con una maggiore apertura verso l’esterno e comprensione
all’interno, senza (più) paura di fare proselitismo, ha salvato con la
difesa dei numeri l’entità ebraica americana da una altrimenti fatale
estinzione. Il punto non è di stabilire se tutti questi ebrei hanno
ragione o torto, ma di legittimare tutte le “declinazioni” ebraiche che
hanno cercato di rendere meno rigide le barriere di formule, rituali,
obblighi e divieti. Di legittimarle perché nessuno, né gli ortodossi né
i liberali, né i conservative e via dicendo, nessuno può pretendere di
detenere la Verità. La vicenda della Comunità di Torino con il suo
“divorzio” dal rabbino in carica, uomo di grande cultura e rigore, di
cui però, come dicevamo, erano generalmente poco apprezzati
l’iporealismo e l’eccessiva severità, apre una falla nella fittizia
compattezza del minuscolo ebraismo italiano. Con una finzione davvero
molto nostrana (a dimostrare la perfetta integrazione degli ebrei nel
tessuto nazionale) l’ebraismo ufficiale italiano si definisce
“ortodosso”, cioè osservante di tutti i precetti accumulati nei secoli
e che spesso, alla lettura delle 613 mizvot, risultano qualche volta
imbarazzanti. Per combinazione la “crisi” torinese e il veto di molti
libri nelle scuole religiose in Israele (ahi, il “popolo del Libro”!)
hanno prodotto da diverse parti dell’Italia ebraica l’invito a un
dibattito aperto, senza infingimenti, teso a riportare l’ebraismo
italiano, non solo quello torinese, nei binari tracciati nel tempo da
altri rabbini, binari che portano, senza timori di eresie, al di là
delle mura di un nuovo ghetto autoimposto, all’avvicinamento di chi
vorrebbe entrare e non vi è accolto oppure di chi è dentro ma se ne sta
allontanando. Non si tratta di nessuno scisma, per carità, è una
semplice sollecitazione al dialogo, al confronto, e infine al
riconoscimento della “pluralità di declinazioni”.
Luciano Tas e Aldo Zargani, Pagine Ebraiche, luglio 2010
Qui Firenze – Gli Impuniti in scena nei giardini del tempio
Va
in scena stasera, nello splendido contesto del giardino della sinagoga
di via Farini, lo spettacolo teatrale Gli impuniti, ispirato agli atti
del processo a Giovanni Martelloni, capo dell’Ufficio Affari Ebraici di
Firenze, responsabile dell’arresto di molti ebrei fiorentini e della
confisca dei loro beni negli anni del nazifascismo. Lo spettacolo,
portato in scena dalla Compagnia Teatri d’Imbarco con drammaturgia e
regia di Nicola Zavagli, vuole ricostruire la dinamica del processo e
le vicende, tra dramma e speranza, dei perseguitati. Il processo
a Martelloni e alla sua banda si tenne alla Corte d'Assise di Firenze,
durò cinque anni (dal 1945 al 1950) e fu una delle pagine più buie
della storia recente fiorentina. Si concluse infatti con una
dichiarazione di non perseguibilità sia per Martelloni che per i suoi
principali collaboratori nei crimini antiebraici. La serata
odierna prevede un programma ad ampio respiro. Si parte alle 19.30 con
apericena (preparato dal ristorante kasher Ruth). Alle 21.00 è prevista
la rappresentazione teatrale, al termine della quale si terrà un
dibattito sulle persecuzioni antiebraiche a Firenze. Nel corso del
dibattito sarà presentato il libro Requisitoria di un processo a cura
di Nicola Zavagli, con selezione di brani tratti dagli atti del
Processo Martelloni. L’ingresso, tutto compreso, è di dieci euro.
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Lo Shabbat e un sionismo rigenerato
Il
popolo ebraico non santifica lo spazio, ma il tempo. È lo Shabbat, il
palazzo nel tempo – come dice Heschel – che lo distingue dagli altri
popoli incapaci di sollevarsi dall’immanenza spaziale. Su questo
fondamento, che si difende senza alzare le armi, avvento di un tempo
altro, diverso da quello delle nazioni, il popolo ebraico ha edificato
la propria identità. Non necessariamente una identità religiosa, perché
lo Shabbat ha un valore non solo teologico, ma anche politico,
spirituale, culturale. Forte dello Shabbat, rinnovando ogni
settimana la memoria della promessa, non ha mai smesso di guardare a
Sion. Ma Sion non è una delle tante idee nazionali. E, per chi ama
Sion, lo stato non è la meta, ma la via verso la meta – che si chiama
Sion. Sui rischi di prendere lo stato come punto d’arrivo, di
idolatrarlo, di commettere avodà zarà, ha messo in guardia tutto il
«Kulturzionismus», il sionismo culturale. Non solo Martin Buber. Ma
anche Gershom Scholem, fino a Emmanuel Levinas e a Jacob Taubes. E oggi
non mancano i filosofi – come Shmuel Trigano – che non si stancano di
opporre alla «normalizzazione» patriottica e nazionalistica la
«rigenerazione». Solo un sionismo rigenerato e consapevole può fare di
Sion il centro del mondo divino, del Regno mondano di D-o.
Donatella Di Cesare, filosofa |
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«Non giriamo la testa. L'indifferenza è un virus lo dimostra la Shoah» "L
indifferenza. Il voltare la testa dall'altra parte "tanto non tocca a
me... ", tutto questo noi ebrei lo abbiamo sperimentato sulla nostra
pelle con la Shoah. L'indifferenza è un virus letale per la coscienza
civile di un individuo, di una comunità, di un Paese. E lo è anche
pensare che il tema dell'immigrazione sia in primo luogo un problema di
ordine pubblico e non invece, come dovrebbe essere, un problema di
soccorso pubblico; d'integrazione e non di respingimenti, di "ponti" da
realizzare e non di "muri" da innalzare. Ed è per tutto ciò che trovo
lodevole e condìvisibìle l'iniziativa assunta da l'Unità a favore dei
245 cittadini eritrei detenuti, in condizioni degradate e degradanti,
in un carcere libico". Ad affermarlo è una delle figure più
rappresentative dell'ebraismo italiano: Amos Luzzatto. «Occorre -
afferma l'ex presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane -
sviluppare una iniziativa che metta l'accoglienza ai bisognosi al
centro della nostra attenzione e al centro anche degli accordi
internazionali che l'Italia sottoscrive». In questa battaglia di
civiltà, rileva Luzzatto, un ruolo di primo piano devono averlo i media
che «non sono solo espressione dell'opinione pubblica ma al tempo
stesso la formano». Duecentoquaranta
esseri umani, tra i quali donne e bambini, sono da giorni detenuti in
condizioni disperate, sottoposti a violenze fisiche e psicologiche, in
un lager libico. Cosa c'è dietro l'indifferenza che circonda questa
tragedia? «C'è il principio, nefasto, che non tocca a me e
quindi giro la testa dall'altra parte; un modo di pensare e di agire
che ha avuto il suo peso ai tempi delle deportazioni della Shoah. E un
clima, un atteggiamento che non sono ancora passati. L'indifferenza
alimenta il pregiudizio e viceversa. Per questo ritengo che un appello
all' opinione pubblica quale quello lanciato da l'Unità sia importante
e doveroso sostenerlo, soprattutto se è vero che si tratta di persone
che, almeno in parte, avrebbero diritto all'asilo politico». [...]
U.D.G., L'Unità, 5 luglio 2010
Alemanno si fa «in house» il museo della Shoah Costo
13,4 milioni, a carico del Comune di Roma, gara nel 2011 e consegna
dell'opera a marzo 2013. Il progetto è quello del museo nazionale della
Shoah, che si farà a Roma, a Villa Torlonia. Il via libera è stato
ufficializzato dal sindaco di Roma, Gianni Alemanno, lieto di aver
«sciolto lacci burocratici» che hanno finora frenato l'opera (di cui si
parla da anni). Frenato al punto che era stata anche valutata la
delocalizzazione (si veda «Progetti e Concorsi» n. 3/2010). Alla fine è
arrivato l'accordo con la proprietà dell'area, la Lamaro dei
costruttori romani Toti, i quali hanno «donato» il progetto
preliminare, firmato da Federico Zevi e Giorgio Tamburini. [...]
Massimo Frontera, Sole 24 Ore, Progetti e Concorsi, 5 luglio 2010
Obama non può perdere il poker con Israele Stavolta
non mancherà la torta. Stavolta il presidente Obama, mentre Bibi
Netanyahu vola verso Washington per incontrarlo, prepara la cena,
probabilmente per domani; invece, quando a marzo il primo ministro
israeliano visitò il presidente Usa, questi si alzò dalla loro gelida
riunione alla Casa Bianca un minuto prima dell'ora del pasto, mettendo
alla porta il collega mediorientale. E non aveva nessun altro a tavola
ad aspettarlo se non la famigliola, come precisò allo stupito ospite.
Fu uno scandalo, e soprattutto la prova di quanto gli Usa di Obama
stessero prendendo le distanze da Israele. Adesso, alla vigilia del
nuovo incontro, ci sono buone ragioni per immaginare che le cose
andranno meglio, ma l'intrigo si è fatto molto più fitto e danza sempre
sull'orlo del baratro. Cosa c'è in gioco? Naturalmente il processo di
pace coi i palestinesi, cui Obama tiene assai per portarne a casa
almeno una nella sua tormentata politica estera. Come primo punto
all'ordine del giorno per Israele per fare la pace le due parti
perlomeno si devono sedere l'una di fronte all'altra e parlarsi
direttamente, uscendo dall'impasse dovuta alla scelta dei palestinesi
di comunicare attraverso l'inviato americano George Mitchell. È
ridicolo, dice Israele, che questi compia una insensata spola fra
Gerusalemme e Ramallah, attaccate l'una all'altra come sono e dopo che
Bibi ha aperto i varchi di Gaza, ha sbloccato una quantità di
checkpoint, ha fatto il famoso «freezing» degli insediamenti dieci mesi
fa. E l'ha anche detto: "vogliamo due Stati per due popoli, ma
parliamoci una buona volta, Netanyahu dunque prima di tutto chiederà a
Obama di indurre Abu Mazen ad accettare di parlare direttamente delle
questioni territoriali e dello status finale. [...]
Fiamma Nirenstein, Il Giornale, 5 luglio 2010
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Israele: si incontrano a Gerusalemme Barak e Fayyad Gerusalemme 5 luglio Fonti
dell'Anp, citate dall'agenzia palestinese Maan, hanno detto che Il
ministro della Difesa israeliano Ehud Barak e il primo ministro
dell'Autorità nazionale palestinese (Anp) Salam Fayyad si incontreranno
oggi in un albergo di Gerusalemme. I due ministri discuteranno su
questioni bilaterali non concernenti il processo di pace. Il direttore
del centro informazioni palestinese, Ghassan Khatib, ha detto alla Maan che sull'agenda dei colloqui cisono i modi per porre fine al blocco della striscia di Gaza e ad una maggiore libertà di movimento alle forze dell' Anp. |
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L'Unione
delle Comunità Ebraiche Italiane sviluppa mezzi di comunicazione che
incoraggiano la conoscenza e il confronto delle realtà ebraiche. Gli
articoli e i commenti pubblicati, a meno che non sia espressamente
indicato il contrario, non possono essere intesi come una presa di
posizione ufficiale, ma solo come la autonoma espressione delle persone
che li firmano e che si sono rese gratuitamente disponibili. Gli
utenti che fossero interessati a partecipare alla sperimentazione
offrendo un proprio contributo, possono rivolgersi all'indirizzo desk@ucei.it per concordare le modalità di intervento.
Il servizio Notizieflash è realizzato dall'Unione delle Comunità
Ebraiche Italiane in collaborazione con la Comunità Ebraica di Trieste,
in redazione Daniela Gross. Avete
ricevuto questo messaggio perché avete trasmesso a Ucei
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ulteriori comunicazioni o se volete comunicare un nuovo indirizzo
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