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L'Unione informa |
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6 luglio 2010 - 24 Tamuz 5770 |
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alef/tav |
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Roberto Della Rocca, rabbino |
La
storia di Pinechas, con il suo gesto estremo di colpire a morte un
notabile ebreo che si unisce a una donna a lui proibita, è
interpretata dalla Tradizione rabbinica come il paradigma di quello
zelo religioso che ha come obiettivo il rilancio del valore
fondante della famiglia ebraica. Il fervore e la risolutezza con
cui Pinechas combatte l'assimilazione sembra essersi
trasformato, per alcuni nostrani, in un modello a cui
ispirare la propria militanza nell'ambito di quella che
dovrebbe essere una sana e leale dialettica
comunitaria. Quella descritta nel capitolo 25 del Libro dei Numeri
è purtroppo una situazione sempre attuale nella nostra storia,
soprattutto in un mondo ebraico come il nostro che ha perso il
senso dei suoi stessi valori fondanti e nel quale continuano ad
aggirarsi notabili di vario tipo che reclamano avallo e
legittimazione per alcune scelte di vita personali fuori dalle
norme come pretendeva il leader della tribù di Simeone, Zimrì ben
Salù, la vittima di Pinechas. In questi ultimi tempi assistiamo, con
una certa frequenza, a una rappresentazione un po' grottesca di piccoli
pseudo Pinechas che credendo dirichiamarsi a quel modello di zelo
religioso impugnano lance e vogliono trafiggere, con pesanti
insinuazioni e giudizi sussiegosi, perfino rabbini e operatori da
sempre impegnati in prima linea nella battaglia contro l'assimilazione.
Un clima pesante e inquisitorio nel quale si è tirati per la giacchetta
da ambo le parti e dove si richiede a chi non è allineato alle
direttive di scuderia, di esibire di volta in volta certificati di
buona condotta. Si è chiamati a dar prova, a uno schieramento, di
identificazione acritica e incondizionata con quelli etichettati - non
si capisce con quali criteri ?! - come non "mollaccioni", e all'altro
schieramento, di essere morbidi e dialoganti ma quasi sempre a senso
unico. La mia triste sensazione è che in questo squallido scenario
anche la Torah sembra usata sempre più come una bandiera ideologica
piuttosto che come un modello comportamentale a cui ispirare la
comunicazione e l' interazione con gli altri. Un mio Maestro, Menachem
Monheit, un giorno mi ha insegnato che per essere degli autentici
Pinechas è necessario essere intrisi di "Avat Israel", "amore per il
proprio popolo". Solo così si è legittimati a "erigersi", come dice il
testo della Torah a proposito di Pinechas, l'ebreo zelante per
antonomasia, (Numeri, 25; 7) "mittock aeda", dal mezzo della
Comunità, dal dentro più profondo di una collettività perché la si ama
come la propria famiglia piu intima. Quando mancano questi presupposti
di base il comportamento dei falsi Pinechas di turno anziche
costituire un autentico e sano zelo religioso teso a ricostruire
cio che deve essere rotto, ci sembra piuttosto un ottuso
fanatismo che minaccia di distruggere le nostre persone e le
nostre kehillot. |
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La vita non è una festa, ma è sempre un regalo. |
Vittorio Dan Segre,
pensionato |
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davar |
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Quali rabbini, quale futuro - Il ruolo dei Maestri
Qual è il rapporto in materia halackica fra la decisione del Rav e
l’opinione della maggioranza comunitaria, quali sono le problematiche
poste dal Ghiur Katan quando riguarda bambini figli di madre non ebrea?
Quale è la struttura di un mikve? Questi
sono stati soltanto alcuni dei temi affrontati nel corso del seminario
rabbinico nazionale organizzato dal Collegio Rabbinico e dall’Assemblea
Rabbinica Italiana in collaborazione con l’istituto Eretz Hemdà di
Gerusalemme, che ha visto la partecipazione della gran parte dei
rabbanim italiani. Prima di dare inizio ai lavori i partecipanti
sono stati accolti dal saluto del Consigliere dell’Unione delle
Comunità Ebraiche Italiane Sandro di Castro, il quale ha
rivendicato la totale indipendenza dei rabbanim in materia di legge
ebraica dai Consigli delle Comunità. Commentando un passo del
Talmud nel trattato di Taanit, Di Castro ha sottolineato l’importanza
del ruolo rabbinico all’interno delle comunità soprattutto quando
queste vengono colpite da eventi negativi. Sempre la figura
rabbinica è stata al centro dell’intervento di Rav Alberto Somekh, che
ha esaminato il rapporto fra Rav e Rov (intesa come maggioranza),
approfondendo la relazione fra Torah e democrazia. L’intervento del Rav
ha preso spunto dal verso 2 del capitolo 23 della parashà di Mishpatim:
“non seguire la maggioranza per fare il male, non replicare ad una lite
e segui la maggioranza nel giudicare”. Tale verso appare di difficile
interpretazione e deve esser scomposto in tre parti. La prima “non
seguire la maggioranza per fare il male “ che può riferirsi, secondo i
diversi commenti, alla consistenza numerica delle parti in causa, al
numero di giudici nel Sanedrin o al dibattito politico intracomunitario. La
seconda parte del verso è interpretata dalla tradizione rabbinica in
riferimento alla figura del Rav, per cui non replicare ad una lite
diverrebbe “Non contraddire il maestro”, con un gioco linguistico
fondato sull’assenza di una lettera 'Iod'. In applicazione di
questo principio la votazione nel Sinedrio nelle cause capitali doveva
iniziare dai giudici meno esperti in modo che questi non fossero
influenzati nella decisione. Per quanto riguarda la terza parte
del verso come è possibile coordinare il divieto di contraddire al Rav
con l’obbligo di seguire la maggioranza se le opinioni sono in
contrasto? Rav Somekh ha innanzi tutto riportato un commento di
Tosafot, che pone un limite al principio di “non contraddizione” per
cui la figura del Rav non si può contraddire in maniera apodittica
mentre lo si può fare argomentando le proprie tesi. Poi ha riportato un
conflitto di opinioni sulla interpretazione del principio fra il Sefer
Achinuch e Ramban, secondo il primo bisogna sempre seguire la
maggioranza tranne il caso in cui vi sia qualcuno con una sapienza
superiore,secondo il secondo il principio non vale nel Sinedrio ma
occorre in caso di contrasto di opinioni istituire un collegio
arbitrale che possa esaminare la motivazione delle opinioni
dissenzienti. Dopo di che Rav Somekh ha illustrato le opinioni dei
maestri delle generazioni più vicine, ad esempio secondo Rav Shaul
Israeli occorre distinguere fra momento della discussione e quello
della successiva votazione, e il principio di “non contraddizione “ si
applicherebbe soltanto alla discussione mentre poi ciascuno ha il
diritto di votare come crede. Secondo Rav Eifers infine un Rav dovrebbe
pretendere che le sue decisioni siano giudicate quantomeno da persone
che rispettano la Torah e le mizvot, non potendo pretendere di esser
giudicato soltanto da altri Rabbanim. L’intervento di Rav Somekh è
stato seguito da quello di Rav Joseph Carmel, che ha esaminato le
problematiche poste dal ghiur (conversione) e in particolare dal ghiur
katan per i figli di madre non ebrea, riportando diverse fonti
sull’argomento. Infine al termine della mattina Rav Ron Klopstock
della Yeshivat Hakotel ha illustrato il tema dell’Esilio della Schekinà
e della successiva Gheulà nella visione di Ramchal e di Rav Kook. Nel
pomeriggio dopo la seduta plenaria della Assemblea Rabbinica Italiana
Rav Elia Richetti ha illustrato alcune Teshuvot del rabbino
Izchaq Rafael Tedeschi vissuto in Italia alla fine del diciannovesimo
secolo, che evidenziano una sostanziale continuità nella struttura del
Mikvè nelle comunità italiane.
Daniele Ascarelli
Qui Milano - Dibattito acceso sul futuro delle scuole
Ester
Kopciowski, già preside dei licei della Scuola della Comunità Ebraica
di Milano, assumerà, dal prossimo anno scolastico, anche la direzione
delle medie. La decisione è stata assunta dopo un vivace dibattito sul
futuro delle scuole ebraiche al termine del Consiglio straordinario
convocato dal presidente della Comunità milanese Roberto Jarach (nell'immagine al centro insieme agli altri membri di giunta)
in seguito alle dimissioni del rav Roberto Colombo, pervenute il 29
giugno, contestualmente a quelle della moglie, la morà Anna Arbib. La
seconda riunione in sede straordinaria in pochi giorni è stata lunga e
dai toni accesi. A un certo punto il presidente Jarach ha deciso di
proseguire i lavori a porte chiuse, senza la presenza del pubblico,
come già auspicato da diversi consiglieri, tanto della maggioranza,
quanto dell’opposizione. Tutti sono stati concordi nel definire
prezioso e determinante l’apporto che rav Colombo e la morà Anna hanno
dato alla vita della scuola, e nel considerarli difficilmente
sostituibili. Tuttavia, la maggioranza ha sottolineato il fatto che la
necessità di arrivare a un preside unico fosse parte del programma
elettorale di quasi tutte le liste. L’opposizione, con diverse
sfumature, ha auspicato che potesse essere creato il margine per un
ripensamento di rav Colombo, rimarcando la preoccupazione per la
difficoltà di mantenere una altrettanto elevata qualità
nell’insegnamento delle materie ebraiche. Il presidente e l’assessore
alle scuole Paola Sereni hanno assicurato il proprio impegno in questo
senso, evidenziando anche il confronto già avviato sull’argomento con
il rabbino capo Alfonso Arbib e con alcuni genitori. Il Consiglio si è
comunque concluso in serenità, con la presa d’atto delle dimissioni e
la votazione sul conferimento dell’incarico di preside delle medie alla
professoressa Kopciowski.
Rossella Tercatin
Qui Roma - Il caso Halimi e il nuovo antisemitismo
Si
è parlato di antisemitismo, al convegno che si è svolto ieri alla
Camera dei Deputati a Roma in una sala gremita di gente nonostante
il caldo torrido. L'incontro organizzato dall'onorevole Fiamma
Nirenstein, vicepresidente della Commissione Esteri della
Camera ha cercato di individuare le cause dell'antisemitismo
attuale indagandone le matrici storiche, così come riferisce il titolo
scelto per il convegno "Perché l'antisemitismo: le domande della
storia". In Europa i pregiudizi e i miti relativi agli ebrei
sono sempre stati molteplici, talvolta alimentati da documenti falsi
come i Protocolli dei Savi di Sion, come ha fatto rilevare durante il
suo intervento uno degli studiosi intervenuti, il professor David
Meghnagi, psicologo, ideatore e direttore del Master internazionale di
secondo livello in Didattica della Shoah presso l’Ateneo di Roma Tre.
Gli ebrei sono stati accusati di tutto e il contrario di tutto di
corporativismo e di elitarismo religioso, di praticare il prestito ad
interesse, di essere troppo potenti, troppo ricchi, fastidiosi. Il
convegno che si è aperto con il saluto degli onorevoli Fiamma
Nirenstein e Raffaele Volpi, cui sono seguiti i brevi interventi degli
esperti Mario Toscano, Piero Craveri, David Meghnagi e Marcello
Pezzetti, è stato anche occasione, di ospitare la testimonianza della
signora Ruth Halimi, co-autrice del libro, appena uscito in italiano,
"24 giorni. La verità sulla morte di Ilan Halimi" (Ed. Belforte, 2010),
nel quale racconta i terribili giorni del sequestro, delle torture e
della tragica morte del figlio, ostaggio di una banda antisemita a
Parigi nel 2006. “Molti pensano che l'antisemitismo sia di
destra - ha detto David Meghnagi intervenendo subito dopo la
tragica testimonianza della signora Halimi – ma non è così,
l'antisemitismo ha attraversato tutta l'Europa, è stata una battaglia
durissima, ma le battaglie non si vincono una volta per tutte bisogna
ancora tornare a combattere e a spiegare”. Esprime
preoccupazione lo storico Piero Craveri nel vedere aumentare i
documenti che attestano atti di antisemitismo ma “prima erano le tombe,
gli edifici ora sono le persone” ad essere presi di mira. “Quando nei
popoli dell'Occidente che hanno vissuto il nazismo vediamo queste linee
di movimento le preoccupazioni vengono”. Analizza il professor Craveri
che invita a non allentare le tensioni a non abbassare la guardia
perché certe cose sono fondamentali e devono rimanere tali e conclude
“Quando certi avvenimenti (come quello di Ilan) cominciano a colpire
gli ebrei dobbiamo tutti iniziare a tremare”. Analizza il contesto
in cui si è svolto il rapimento di Ilan Halimi lo storico Mario Toscano
che lo ricollega al prototipo antisemita dell'ebreo ricco e individua
una serie di elementi che hanno caratterizzato l'antisemitismo del
periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale fra cui la questione
israeliana e il ruolo politico internazionale del mondo sovietico. Si
pone sulla stessa linea Marcello Pezzetti, storico specialista nello
studio di Auschwitz che approfondisce alcuni aspetti dell'antisemitismo
dell'ultimo ventennio e invita a chiedersi come si possa contrastare
l'antisemitismo attuale. La parola è poi passata a Robert S.
Wistrich storico di fama internazionale che, in collegamento
telefonico, ha cercato di analizzare il movimento di antisemitismo che
ha portato all'assassinio di Ilan Halimi ed il contesto in cui
quest'ultimo si è verificato valutando anche quali siano le possibili
forme legislative da mettere in atto per frenarlo.
Lucilla Efrati
Qui Firenze - Processo ai persecutori, la città non dimentica
Non
c’erano solo criminali patentati tra i persecutori più feroci degli
ebrei fiorentini ma anche persone assolutamente insospettabili, come lo
scenografo del grande Eduardo De Filippo, e delinquenti di poco conto
che non era facile immaginare capaci di tali misfatti. Giovanni
Martelloni era uno di loro. Capo del famigerato ufficio Affari ebraici
di Firenze che condannò centinaia di ebrei alla deportazione verso i
campi della morte ed espropriò a quegli sventurati tutti i beni di loro
proprietà, prima delle persecuzioni si era reso protagonista di varie
nefandezze, ma non così plateali da far pensare al peggio. Invece in
quell’ufficio trovò sfogo alle proprie frustrazioni di burocrate
antisemita e intravvide la possibilità di una scalata sociale. A
sessanta anni esatti dal processo (durato cinque anni) che lo vide alla
sbarra insieme ad altri 67 imputati, conclusosi con una sconcertante
assoluzione che rappresenta una delle pagine buie della recente storia
giuridica italiana, la Comunità ebraica di Firenze ha deciso di
raccontare, nello splendido giardino della sinagoga, quella miserabile
vicenda umana che non sono in molti a conoscere. La forma scelta per il
racconto è il teatro, con gli attori della Compagnia Teatri d’Imbarco
diretta da Nicola Zavagli che sul sagrato del Tempio ne Gli Impuniti
recitano gli atti più significativi di quel processo dal finale così
assurdo. “È un onore immenso essere qua stasera”, spiega Zavagli
e indica la lapide a fianco della sinagoga che riporta i nomi degli
ebrei fiorentini deportati dalla furia nazifascista. Inizia lo
spettacolo: le voci degli interpreti si susseguono una dopo l’altra, in
un crescendo di pathos e drammaticità. Si alternano le testimonianze di
vittime e di aguzzini, mentre una musica incalzante sottolinea la
tragicità degli eventi portati in scena. Il pubblico, tra cui alcuni
sopravvissuti allo sterminio, ringrazia con oltre tre minuti di
applausi. Cala idealmente il sipario: Nicola Zavagli, Marta Baiardi
dell’Istituto Storico della Resistenza e il sopravvissuto Federico
Benadì, volto storico della Comunità, salgono sul palco per discutere
di persecuzioni antiebraiche. Nel corso della discussione, con Benadì
che vince la timidezza (“chi mi conosce sa quanta fatica faccia a
parlare in pubblico”) e racconta con trasporto la sua esperienza di
giovane ebreo fiorentino negli anni del nazifascismo, viene presentato
il volume Requisitoria di un processo, pubblicazione che raccoglie una
selezione di brani tratti da quei cinque anni di udienze terminati con
un sonoro quanto inaspettato schiaffo alla giustizia e alla
Memoria.
Adam Smulevich |
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"Da Samarcanda a Gerusalemme: il sufi che veniva da lontano"
Il
primo di giugno è stato sepolto nella cripta di famiglia della sua
grande casa a pochi metri dalla moschea di Al 'Aqsa, nella Città
Vecchia di Gerusalemme, lo sceicco Abd El Aziz Al Bukhari, stroncato
dall'ennesimo attacco di cuore. Cresciuto nel quartiere arabo, nella
stessa casa dove le sue spoglie riposano, Abd El Aziz (o, più
semplicemente, Aziz) era il terzo figlio dello sceicco Mussa,
discendente dall'imam Al Bukhari, uno dei più prestigiosi commentatori
della Legge orale islamica dell'Uzbekistan. La famiglia Al Bukhari,
seguace del sufismo Naqshabandi, si era trasferita a Gerusalemme
all'inizio del XVII secolo, eppure, era ancora considerata "straniera";
come uzbeco (e, quindi, non arabo) Aziz non ha avuto la vita facile a
"Al Quds"(in arabo, la "Città Santa"); poco importava che sua madre
fosse di Shkhem, lui era sempre uno venuto da un mondo diverso e
lontano, come, del resto, attestavano le pareti delle sue numerose
stanze, coperte di smaglianti ricami di Samarcanda. Oltre che
straniero, Aziz era un "tipo strano" anche di suo. Sempre discolo sin
da ragazzino, era stato allontanato da casa dal padre, che,
scegliendolo come suo successore spirituale, lo aveva mandato a
studiare in Turchia, sperando che mettesse giudizio, ma Aziz non per
nulla era un figlio che dava filo da torcere: dopo un paio d'anni nella
sufica Konya, preferì andarsene negli Stati Uniti, dove si mise a fare
il tassista. In seguito, si diede all'arte culinaria, aprendo con
successo ristoranti a Chicago, Los Angeles, Phoenix Arizona. Aziz
sapeva che il padre lo aveva destinato a succedergli come sceicco
naqshabandi, ma non voleva saperne. Gli piaceva vivere e sorridere;
dirimeva sorridendo le controversie e sorridendo riportava la pace tra
i vicini (di tutte le religioni e di tutte le razze) quando scoppiava
una lite. Aveva sempre pronte delle storielle azzeccate, di quelle che
sembrano fatte per divertire e, invece, poi si scopre che fanno
pensare. Amava le donne e le donne lo amavano. Gli piaceva cucinare per
gli ospiti e fumava senza darsi pensiero: "Brucio il Satan", diceva
scherzosamente a chi gli faceva notare i pericoli del tabacco. Dopo
il primo attacco di cuore, sul tavolo operatorio, decise che se a Dio
piaceva tenerlo in vita, si sarebbe recato a Gerusalemme a prendere,
finalmente, il posto del padre, ormai morto. Da una quindicina di
anni a questa parte, Aziz è stato un "peace-maker" a Gerusalemme est,
assieme a uno sparuto, ma attivissimo gruppo di ebrei e musulmani
dediti a promuovere la pace. Per la causa della pace, ha girato il
mondo; era a Siviglia, al grande incontro di rabbini e sceicchi di
tutti i Paesi, riuniti nel 2006, dalla fondazione "Hommes de Parole" (
auspici il re di Spagna e il re del Marocco) per studiare la strategia
migliore per seminare nei cuori dei credenti la pace. A una "tavola
rotonda", cui parteciparono anche otto sceicchi di Gaza, tutto il
fragile equilibrio tra esponenti dell'Islam e dell'ebraismo,
faticosamente tentato, stava per saltare: la guerra non si esorcizza
con la buona volonta' e con le buone intenzioni, la soluzione del
conflitto richiede azioni politiche, proclamavano i religiosi di Gaza. Imperturbabile,
Aziz ha pregato l'imam della moschea di Omar di cominciare a cantare.
Tutti I musulmani si sono sentiti improvvisamente "a casa", mentre gli
ebrei prendevano il largo. Però, a un certo punto, Rav Azran,
marocchino, ha preso a cantare in arabo: e, alle due del mattino, arabi
ed ebrei erano ancora seduti insieme, e insieme cantavano. Abd el
Aziz aveva anche un'altra freccia all' arco dell'intesa tra musulmani
ed ebrei: "Da decenni siamo qui a litigare per stabilire chi ha ucciso
il nonno di chi: vogliamo che i nostri nipoti continuino a litigare
sull'argomento? E se volessimo che I nostri nipoti cambiassero la
solfa?!" Per questa sua idea che è meglio cambiare il canto della
vendetta in canto di pace si era unito, dodici anni fa, al gruppo
"Derekh Avraham" ("La via di Abramo"), in cui ebrei e musulmani
studiano e pregano insieme per promuovere un incontro tra israeliani e
palestinesi, secondo l'antico insegnamento sufico, che e' stato di
Rumi, ma, anche, di Rabbi Avraham Ben ha-Rambam, figlio del grande
Maimonide. Aziz aveva il dono di far inarcare le sopracciglia
persino ai Gerosolimitani, che sulle bizzarrie della fede ne hanno da
dire; eppure, quando lui saliva sull'aereo sorridendo, convinto che dal
Cielo gli avrebbero indicato il motivo di quell'improvvisa partenza,
molti scuotevano la testa perplessi. "Non so perche' vado", rispondeva
lui, serafico : aveva ricevuto un biglietto e partiva. Viveva, insomma,
alla giornata, lavorando per guadagnare quel che basta per l'oggi e
fidando nel Cielo per il domani. Certo non gli mancavano mogli,
figli e, cosa dispendiosa in Medio Oriente, svariate figlie da
mantenere e da far sposare, ma, pur nell'estrema modestia di una vita
del tutto povera di mezzi materiali, un sorriso gioioso si mostrava su
tutte le labbra di casa Al Bukhari, che era aperta, senza eccezione e
senza orario, a chi bussava alle sue porte. Il pater familias
conosceva la ricetta di tale serenita':"Se si crede che Dio c'e',
bisogna lasciargli posto, non si deve rubargli il mestiere". A
61 anni, Aziz si sentiva un uomo vecchio: indicava le lastre di pietra
di casa sua:"Presto sarò là sotto", diceva con lo stesso tono amabile
con cui offriva il tè alla menta, aggiungendo :"Sono I giovani che
devono continuare!". Non ignorava, certo, che il suo "giovane", il fido
"discepolo"sufi Ibrahim, avrebbe potuto avere l'età di suo padre. Il
mese scorso, doveva partire per un viaggio nella sua ben nota e amata
Turchia, per andare con Rav Fruman da Erdogan, ad Ankara:"Non parto per
quel Paese", aveva annunciato, laconico, col solito sorriso un po'
scanzonato dell'uomo che non si prende mai troppo sul serio e lascia
perdere le "pose". Poche ore dopo, era già sotto quelle pietre di casa.
Marina Arbib
Noi e Israele, differenze e legami
Alcuni
giorni fa rav Riccardo Di Segni ha proposto su queste colonne una
riflessione sul rapporto tra l’identità ebraica e lo stato di Israele
alla luce dei recenti avvenimenti mediorientali. In particolare egli ha
evidenziato tre aspetti: 1) le manifestazioni dei giorni scorsi sono da
ritenere fondamentalmente di matrice antisemita; 2) non sbagliano i
manifestanti a identificare lo stato di Israele con gli ebrei della
diaspora e con i luoghi che essi frequentano; 3) spesso questo
collegamento assume una dimensione esclusiva anche per gli ebrei, che
si recano in sinagoga per difendere Israele e non per pregare. Mi
sembrano tre spunti assai interessanti. Innanzitutto, penso anch’io che
non sia sbagliato associare lo stato di Israele agli ebrei della
Diaspora. Non perché siano la stessa cosa, ma per un dato facilmente
constatabile: gli ebrei sentono di avere un legame affettivo, culturale
e identitario con lo stato d’Israele, sebbene in molti ritengano
legittimo, e anzi doveroso, criticarne talvolta le scelte politiche. In
virtù di questo nesso gli ebrei della Diaspora sono visti anche come
“avamposti” israeliani in altri paesi. Sebbene però questa situazione
sia probabilmente destinata a perpetuarsi, noi ebrei non possiamo
rinunciare a sottolineare la differenza: con tutto il nostro amore per
Israele noi siamo italiani, parte di questa società e del suo futuro.
Sembra ovvio, ma alcune recenti proposte sembrano andare in senso
contrario. Ciò che però può essere ancora più significativo è
l’atteggiamento che questo legame con Israele può produrre all’interno
della comunità. In un momento di pericolo per lo stato d’Israele – un
pericolo che purtroppo rischia di diventare cronico – questo sentimento
può venire strumentalizzato: la minaccia a Israele viene trasposta in
una minaccia per gli ebrei e così facendo si crea una comunità sempre
più chiusa, più impaurita, spesso più egoista, quindi più
controllabile. Personalmente ritengo che tutti noi dobbiamo essere
preoccupati per il futuro dello stato d’Israele, fare tutto ciò che è
in nostro potere – sul “come” ognuno farà valutazioni diverse – per
sostenerlo, senza però rinunciare a un’identità formata da tanti altri
fattori: essere ebrei, italiani, di una certa idea politica ecc. Non si
può essere pro-israeliani e stop. Ultima questione: tutti i
manifestanti delle ultime settimane sono antisemiti. Questo è un punto
estremamente delicato, perché fare di tutta l’erba un fascio sarebbe,
oltre che ingiusto, anche potenzialmente pericoloso. In generale io
credo che il perimetro entro cui dovremmo muoverci è il seguente: chi
nega esplicitamente il diritto all’esistenza (espressione
semanticamente assurda) dello stato d’Israele esprime la forma moderna
di antisemitismo. Ma non sono sicuro che questa sia la maggioranza di
quei cortei peraltro sparuti. Chi, invece, critica le scelte politiche
dello stato d’Israele, anche nella forma più violenta e faziosa, non
può per ciò stesso essere considerato antisemita (sebbene a volte
vengono ingiustamente richiesti a Israele standard morali
particolarmente elevati). E, ovviamente, come inaccettabile,
vergognoso, indifendibile atto di aggressione va qualificato un gesto
come quello di deviare un corteo pro-Palestina verso il Ghetto di Roma.
Una provocazione insopportabile a cui occorre guardare con vigilanza e
rigore.
Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas
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La tomba dimenticata di Primo Levi
L'altra
mattina sono andata a trovare mio padre al cimitero ebraico», scrive
una lettrice su Specchio dei Tempi di domenica 4 luglio. «Tutte le
lapidi erano coperte da sterpaglie alte oltre un metro, compresa quella
dello scrittore Primo Levi». È facile sincerarsi della veridicità di
quanto afferma la signora Lorena Robutti, molto meno trovare la tomba
dell'autore di «Se questo è un uomo», «La tregua» e «La chiave a
stella». I cinque campi riservati alle sepolture degli ebrei torinesi
sono infatti in uno stato di semi-abbandono. Si salvano a mala pena le
cappelle di famiglia, almeno quelle curate direttamente dagli eredi, e
i loculi sotterranei. Le centinaia di tombe disseminate ovunque, quasi
alla rinfusa, nel centro dei campi sono praticamente irraggiungibili. E
quando ci si riesce ad avvicinare, si fa persino fatica a leggere il
nome del defunto perché le erbacce e i rovi sono dappertutto. «Abbiamo
stipulato un contratto di manutenzione con una società che si è
impegnata ad eseguire tre interventi l'anno, e il prossimo è previsto a
giorni - dice Tullio Levi, presidente della comunità ebraica torinese -
La situazione attuale è aggravata dalle piogge di quest'anno, che hanno
fatto crescere a dismisura le sterpaglie. Fino ad una paio di anni fa
della ma- nutenzione se ne occupava una società partecipata dal Comune:
poi i tagli di bilancio hanno portato a questo cambiamento di rotta».
Maurizio Ternavasio, La Stampa Torino, 6 luglio 2010 |
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Musica per sostenere la liberazione di Ghilad Shalit Tel Aviv, 6 lug - Un
concerto per chiedere la liberazione di Ghilad Shalit. E' quanto è
avvenuto ieri sera in un parco di Sderot, a pochi chilometri dal
confine con la Striscia di Gaza, dove migliaia di israeliani si sono
raccolti, per ascoltare un concerto di solidarietà diretto da Zubin
Mehta. L'evento è raccontato oggi con ampio spazio dalla stampa. "Spero
che Ghilad sappia del concerto che abbiamo organizzato ... ogni nota
che suoniamo è dedicata a lui", ha esordito il celebre direttore
d'orchestra indiano dinanzi ai presenti, ribadendo larichiesta che
l'ostaggio possa essere almeno visitato dalla Croce Rossa
Internazionale e soprattutto liberato quanto prima. Il concerto è stato
seguito da un'esibizione del cantante folk Shlomo Artzi. |
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L'Unione
delle Comunità Ebraiche Italiane sviluppa mezzi di comunicazione che
incoraggiano la conoscenza e il confronto delle realtà ebraiche. Gli
articoli e i commenti pubblicati, a meno che non sia espressamente
indicato il contrario, non possono essere intesi come una presa di
posizione ufficiale, ma solo come la autonoma espressione delle persone
che li firmano e che si sono rese gratuitamente disponibili. Gli
utenti che fossero interessati a partecipare alla sperimentazione
offrendo un proprio contributo, possono rivolgersi all'indirizzo desk@ucei.it per concordare le modalità di intervento.
Il servizio Notizieflash è realizzato dall'Unione delle Comunità
Ebraiche Italiane in collaborazione con la Comunità Ebraica di Trieste,
in redazione Daniela Gross. Avete
ricevuto questo messaggio perché avete trasmesso a Ucei
l'autorizzazione a comunicare con voi. Se non desiderate ricevere
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