se non visualizzi correttamente questo messaggio, fai  click qui  
 
  logo  
L'Unione informa
 
    7 luglio 2010 - 25 Tamuz 5770  
alef/tav   davar   pilpul   rassegna stampa   notizieflash  
 
Moked - il portale dell´ebraismo italiano
alef/tav    
  locci Adolfo
Locci,

rabbino capo di Padova
Queste sono le tappe dei figli d'Israele...(Numeri 33:1) Cosa vuole insegnarci la Torà sottolineando tutte le tappe del percorso fatto dal popolo d'Israele nel deserto? Il deserto è un luogo desolato senza confini. Tutto sembra uguale, senza bisogno che lo si definisca con un nome. Il fatto che questo luogo abbia ospitato il popolo ebraico, che durante questo viaggio ha delineato la sua essenza, ha determinato che il deserto stesso ricevesse definizione e che meritasse di avere un nome. Credo che la capacità di definire ciò che è indefinito sia una prerogativa direttamente proporzionata a quella di saper essere kedoshim, come lo è stata la generazione che è entrata in Erez Israel. 
Nell'ultimo summit di marzo Obama aveva lasciato solo Netanyahu nella Roosevelt Room per andare a cena con Michelle nella East Wing, negandogli perfino una foto. Questa volta Obama lo ha salutato con affetto davanti alle telecamere nello Studio Ovale, lo ha ospitato nella West Wing per una mattinata intera e infine lo ha accompagnato fino alla limousine, sostando all'entrata della Casa Bianca fino a quando l'auto non è uscita dal cancello. Confermando che ama ricorrere al cerimoniale per sottolineare il valore che assegna agli ospiti. Maurizio Molinari,
giornalista
maurizio maurizio  
  torna su
davar    
 
  Quali rabbini, quale futuro - Dialogo sereno, intenti costruttivi 

gadi polaccoNon ho le stesse sensazioni dell'amico Consigliere Valerio Di Porto il quale, riferendosi all'assemblea annuale dei delegati Ucei tenutasi in aprile, ha rilevato a suo parere un ampio appoggio alla richiesta di inserire, in un'eventuale revisione dello Statuto, la previsione per l'Assemblea Rabbinica di "definire le linee guida per i percorsi di conversione all'ebraismo" e anche la richiesta di un Bet Din unico. Peraltro quella era una riunione senza espressioni di voto e nemmeno totalmente rappresentativa, causa assenze, del'assise dei delegati che, ed era già nell'aria allora, andrà rinnovata in vista del prossimo Congresso. Chi interveniva, poi, lo faceva sui punti di suo interesse e non vedo quindi come si possano trarre classifiche di gradimento da una simile riunione. Ma anche vi fosse questa maggioranza, è giustificabile che in nome di essa si compia un non senso quale sarebbe il prevedere in uno Statuto, ovvero la summa delle comuni regole di vita delle Comunità e dell'Unione, una previsione che semmai si addice ad un mero mansionario? Lo stesso Valerio ci dice poi che "è facile replicare che sono già nello Shulchan Aruch", le suddette linee guida: essendo ciò banale e quindi vero, di cosa stiamo allora parlando? A cosa si riconduce questa pressante, per alcuni, esigenza di scrivere inutilmente l'ovvio per giunta solo per una questione, appunto le conversioni perché ad esempio di menzionare la kasherut nello Statuto pare non interessi proprio alla Commissione, della quale già dibattevano peraltro i nostri trisnonni senza nemmeno essere i primi a farlo? Su quanti altri argomenti potremmo allora invocare, nello Statuto, altrettante linee guida? E dinanzi a un eventuale risultato che ci vedesse tutti entusiasticamente consenzienti, faremo un nuovo congresso, magari straordinario, per togliere dallo Statuto quanto a quel punto sarebbe da archiviare definitivamente?! Devo anche esprimere, aderendo allo spirito di un dialogo sereno, ma franco, teso ad intenti costruttivi, che l'accostamento nella legittima espressione di un pensiero personale del ruolo di Presidente della Commissione per la riforma dello Statuto dell'ebraismo italiano riaccende in me delle perplessità circa il prezioso operato della Commissione stessa che, così leggendosi le cose, mi pare abbia assunto un ruolo politico e di indirizzo che mi sento di dire non esserle mai stato conferito (non a caso,giustamente a mio parere,il Consiglio non ha indicato direttrici di marcia alla Commissione, invitandola a compiere un ruolo di raccolta ed alta sintesi delle varie proposte). Non rimanendo comunque  tanto tempo prima del congresso credo che sarebbe utile a tutti porre chiaramente sul tavolo la questione ovvero,a mio parere, il voler incidere sulle modalità di questo percorso ed indirizzarle come meglio ritenuto. Una conversione non può però essere ridotta ad un iter burocraticamente steso su carta, attenendo nelle modalità di sviluppo e nei tempi alla peculiarità di ogni singolo "candidato": uno "sportello unico " e magari "facilitato" delle conversioni sarebbe peraltro anche offensivo per quanti, mettendosi in gioco profondamente e personalmente, si addentrano in questo complesso e delicato cammino. Come in campo civile anche nei Tribunali rabbinici è certamente  possibile individuare sentenze che ci paiono discutibili, ancor più se riferite a fattispecie assimilabili (ma quante volte è possibile affermare che un caso è assimilabile ad un altro,specialmente nel campo delle conversioni?!): capisco quindi un'azione che cerchi di pretendere chiarezza ed un vaglio delle contraddizioni che le dirima. Ma questo possono farlo, sulla base della legge che non è lo Statuto dell'Ucei, superiori organi giudicanti che trovo giusto, anzi doveroso, chiamare in causa: non lo si può certamente fare su base "politica" invadendo una diversa sfera. Anche questa è questione di laicità, una volta tanto applicata in casa nostra. 

Gadi Polacco, Consigliere dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane




Qui Milano - La verità sulla morte di Ilan Halimi

halimi“Mai più accada quello che è successo a mio figlio. Mai più un ragazzo di 24 anni sia scelto perché ebreo, rapito, torturato e ucciso. Voglio che l’impegno per l’educazione e la lotta all’antisemitismo, ci consentano di dire mai più”. A parlare è Ruth Halimi (nell'immagine insieme a Paolo Del Debbio), madre di Ilan, il ragazzo parigino che nel 2006 fu sequestrato da una banda di maghrebini. Fu ritrovato abbandonato su binari ferroviari, ancora in vita, dopo 24 giorni di sevizie. Morirà poco dopo. Ma quello che colpisce della storia di Ilan, che la madre ha raccontato nel libro “24 giorni. La verità sulla morte di Ilam Halimi”, scritto in collaborazione con la giornalista Emilie Frèche, e presentato ieri sera al palazzo dell’Ispi di Milano, in una serata organizzata dal Keren Hayesod e dall’associazione Italia-Israele, non è solo l’efferatezza del crimine. È anche l’indifferenza della società civile. Della Polizia che si ostinò a non riconoscere la matrice antisemita del sequestro, nonostante tutti gli indizi portassero in quella direzione. Delle autorità politiche, che durante e dopo, non furono disposte ad ammettere i loro errori, non vollero affrontare il problema del grave antisemitismo che cresce in Francia. Persino il pubblico ministero nella sua requisitoria mancò di sottolineare adeguatamente il carattere antisemita del reato.
Proprio la gravità del silenzio sull’antisemitismo degli anni Duemila ha rappresentato il filo conduttore della serata, introdotta dal giornalista Paolo Del Debbio. “Parlare di antisemitismo oggi sembra quasi passato di moda, mentre invece è necessario denunciare quello che accade, prendendo esempio dalla signora Halimi, e dalla sua straordinaria forza nell’andare avanti”.
E un sentito grazie alla madre di Ilan è venuto anche da Luciano Bassani del Keren Hayesod, e da Silvia Guastalla, della casa editrice livornese Belforte, che ha pubblicato il libro “24 giorni”, per la prima volta in una lingua diversa dal francese. Un grazie per la decisione di vincere il suo dolore per raccontare la storia di suo figlio, perché sia un monito alla Francia e all’Europa.
“Dobbiamo domandarci cosa ci portiamo dentro nella nostra Europa colta ed evoluta. La stessa Francia bandiera dei valori repubblicani deve domandarsi cosa si nasconde dietro la facciata della francesizzazione degli immigrati, dentro cui si nascondono i rancori delle banlieu”- ha ammonito Giorgio Sacerdoti, presidente della fondazione Centro di documentazione ebraica contemporanea e professore di diritto internazionale all’Università Bocconi.
Il pericolo più grande che nasconde la rinascita dell’antisemitismo è il suo assumere forme nuove, darsi una facciata di legittimità proponendosi come antisionismo o addirittura semplice critica nei confronti dello Stato d’Israele. Questo denuncia l’intervento di David Meghnagi, professore dell’Università degli Studi Roma Tre “Su Israele viene riversato l’odio che in passato aveva come bersaglio le Comunità ebraiche. E ricordiamo anche che nell’ideologia islamista non c’è differenza tra ebreo e israeliano”.
La serata non poteva non concludersi senza rivolgere un pensiero a Gilad Shalit, il giovane caporale israeliano da quattro anni nelle mani di Hamas.
“Come non ebreo, cittadino italiano, cittadino europeo – ha dichiarato Marco Paganoni, direttore di Israele.net e già professore dell’Università di Trieste - io dico che non possiamo accettare che un giovane innocente viva prigioniero da quattro anni perché ebreo, come quattro anni fa è stato inaccettabile, che un giovane innocente francese sia stato rapito e ucciso perché ebreo. Per questo ai terroristi di Hamas tutti noi dobbiamo dire una sola parola: liberatelo”.

Rossella Tercatin


Kasherut a prezzi controllati, operativo l'accordo Roma-Ucei  

Diviene operativo l'accordo siglato, nell'aprile scorso, tra Ucei, Comunità Ebraica di Roma e Kocer srl, la società non a scopo di lucro interamente partecipata dalla CER e che distribuisce a Roma carne kasher  surgelata a prezzi calmierati. In base a quanto stipulato e siglato per le tre parti dal Consigliere Ucei con delega alla kasherut Gadi Polacco, dal Presidente CER Riccardo Pacifici e dal Presidente Kocer Jack Luzon, l'iniziativa già attiva a Roma viene resa fruibile a tutte le Comunità interessate, in un'ottica di collaborazione a livello nazionale, con il preciso scopo di porre in vendita la carne kasher, allo stesso prezzo calmierato praticato a Roma, in tutta l'Italia ebraica. CER e Kocer  pongono quindi, senza alcun aggravio, a disposizione di quanti lo vorranno il frutto del proprio lavoro, mentre l'Ucei si è resa disponibile, a valere sui fondi per la kasherut stanziati, a rimborsare le spese di trasporto (rigorosamente tramite mezzi e corrieri idonei) alle singole Comunità: la carne potrà essere quindi distribuita dalle stesse o queste potranno indicare degli operatori commerciali designati, sempre a patto che non muti il prezzo di vendita al consumatore. Dopo la realizzazione della lista di prodotti kasher consultabile nella specifica sezione del Portale www.moked.it  ecco un nuovo passo che cerca di rispondere alla richiesta, ribadita anche nel corso dell'ultimo congresso Ucei, di rendere più facile ed a minor costo l'acquisto di carne kasher. I prodotti Kocer sono sotto la sorveglianza del Rabbinato di Roma e di quello del luogo di produzione. L'auspicio è ora quello che le Comunità si attivino per poter usufruire di questa opportunità che, è opportuno sottolinearlo, non si pone in concorrenza con il tradizionale mercato kasher, ma si affianca a questo arricchendolo.

 
 
  torna su
pilpul    
 
  Manifestazioni e confusioni

francesco lucreziMi permetto, con umiltà, da non ebreo, di esprimere una mia valutazione riguardo ad alcune prese di posizione registrate su queste pagine, negli ultimi giorni, riguardo alla sovrapposizione fra antisemitismo e antisionismo, e all’interpretazione delle manifestazioni contro lo Stato di Israele promosse non già innanzi alle sedi di rappresentanza dello stato ebraico, bensì alle sinagoghe. Riguardo a tale fenomeno, il Rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, osserva, il Primo luglio, che, dato che spesso le manifestazioni di sostegno a Israele sono organizzate proprio dagli ebrei italiani, e sovente proprio dentro o davanti alle sinagoghe, non ci si dovrebbe quindi stupire del fatto che questi luoghi siano scelti per manifestare dissenso (in forme più o meno civili) verso Israele, e “non ci si può lamentare di confusioni identitarie se i primi a farle, su scala industriale, siamo noi”.
A tali osservazioni ha obiettato, il giorno successivo, Davide Romano, osservando che gli ebrei, o non ebrei, che difendono lo Stato di Israele non lo rappresentano in nessun modo, ma esprimono semplicemente le proprie idee, per cui l’indirizzare contro di loro manifestazioni di dissenso rappresenta sempre un’inaccettabile confusione tra sfera privata e sfera pubblica, e un attacco non già a uno stato o a una politica, ma a una libera manifestazione di pensiero.
 Il 4 luglio Ugo Volli è intervenuto per notare che la sinagoga non è, storicamente,  “un luogo privato, ma al contrario il luogo pubblico per eccellenza, la radunanza del nostro popolo”. E, dato che “l'espressione storica principale del popolo ebraico nel nostro tempo è lo Stato di Israele”, “ogni sinagoga… rappresenta oggi anche Israele, quanto e più dell'ambasciata e delle normali strutture diplomatiche”. E le manifestazioni contro lo stato ebraico, pertanto, innanzi alle sinagoghe, “sono sbagliate in tutto, salvo che nell'indirizzo cui si rivolgono”.
Da ultimo ieri, 6 luglio, Tobia Zevi, ricordando che, “con tutto il nostro amore per Israele noi siamo italiani, parte di questa società e del suo futuro”, ha invitato a non considerare automaticamente antisemita chiunque manifesti contro Israele, ma soltanto chi ne neghi esplicitamente il diritto all’esistenza, e a esprimere la solidarietà a Israele “senza però rinunciare a un’identità formata da tanti altri fattori: essere ebrei, italiani, di una certa idea politica ecc...”.
Mi vengono da avanzare, al riguardo, tre osservazioni:
Le manifestazioni innanzi alle sinagoghe (così come le scritte ingiuriose, le aggressioni, gli attentati ecc.) si ripetono sistematicamente in molti Paesi e, per lo più, indipendentemente dalle specifiche politiche messe in atto dai vari governi israeliani, e basterebbe ciò a dimostrarne la natura squisitamente antisemita. Non dovrebbe certo stupire che gli ebrei della diaspora vengano bersagliati col pretesto di qualcosa fatto da Israele, dopo che per quasi duemila anni gli ebrei di tutto il mondo hanno dovuto pagare per avere, tutti insieme, “ucciso Gesù”.
Anche le manifestazioni davanti alle Ambasciate di Israele hanno una natura particolare, rispetto a quelle presso rappresentanze diplomatiche di altri Paesi, in quanto, oltre a essere di gran lunga più numerose e ostili, mischiano sempre l’eventuale contestazione di qualche mossa politica del governo israeliano con una generale e assoluta delegittimazione dell’intero stato ebraico, nei confronti del quale non viene mai effettuato nessun distinguo. Alla grande adunata di protesta  promossa, il 3 novembre 2005, innanzi all’Ambasciata di Teheran, contro le invocazioni di Ahmadinejad alla distruzione di Israele, per esempio, furono invece issate sul palco la bandiera israeliana e quella iraniana, una affianco all’altra, proprio per chiarire che la manifestazione era anche a sostegno del  popolo o dello stato persiano, ed esclusivamente contro le scelte del suo governo. Davanti alle Ambasciate di Israele non si è mai visto qualcosa del genere, e le bandiere israeliane vengono bruciate e oltraggiate. Non è tanto importante, a mio avviso, la questione del ‘dove’ si manifesta, ma in che modo, per dire cosa.
Non credo che gli ebrei, nel difendere Israele nelle sinagoghe, facciano “confusioni identitarie”. Certamente il sentimento di solidarietà e di partecipazione nei confronti di Israele è molto profondo e diffuso tra gli ebrei italiani, ma ci sono anche coloro che sentono di meno questo legame, e che magari non gradiscono essere automaticamente identificati come supporter di Israele. Ma se anche costoro, nel recarsi in sinagoga, rischiano di essere fatti bersaglio di parole o di atti ostili, ciò non rappresenta affatto uno “scambio di persone”, e non dipende certamente dal fatto che ci siano manifestazioni di solidarietà verso Israele da parte di ebrei, in quanto l’antisemitismo non è mai andato troppo per il sottile nel distinguere tra ebrei ‘buoni’ e ‘cattivi’ (e spesso neanche tra ebrei vivi e morti: consideriamo che, sempre con la scusa di Israele, vengono perfino profanate le tombe). Che Israele sia, oggi, il principale catalizzatore dell’antisemitismo, è un semplice dato di fatto, che fa sì che la difesa dello stato ebraico diventi, non per scelta, la principale frontiera della lotta contro l’antisemitismo. 

Francesco Lucrezi, storico 
 
 
  torna su
rassegna stampa    
 
 
leggi la rassegna
 
 

Calcio a Villa Borghese
I rappresentanti dei Giovanni Musulmani d'Italia (Gmi), dell'Unione Giovani Ebrei Italiani (Ugei) e una rappresentanza delle associazioni giovanili cattoliche italiani italiane, si affronteranno in un triangolare di calcio a cinque oggi a Villa Borghese alle 19 all'International Fifa Fan Fest. L'iniziativa è stata organizzata dal Forum Nazionale dei Giovani, la piattaforma che raccoglie le associazioni giovanili italiane, e rappresenta un grande gesto di integrazione e di comunione tra le diverse religioni, come ha detto anche il portavoce del Forum, Antonio De Napoli: "Lo sport si conferma anche attraverso questa iniziativa uno fra i principali strumenti di aggregazione giovanile".

Il Tempo, 7 luglio 2010

Nel bunker d'Israele
Più si sale in Galilea più si tocca con mano la necessità di sicurezza d'Israele. Persino la grande riserva d'acqua Eskhol, che porta il nome di un primo ministro israeliano, è un tesoro super protetto da una barriera elettrificata, telecamere e guardie armate. Nel timore che i terroristi provino ad avvelenare le falde. A Kiryat Shmona, "la città degli otto" , costruita in memoria dei primissimi pionieri socialisti che vennero quassù a fondare i kibbutz, ci si arriva da una strada di campagna che passa fra coltivazioni di frutta e verdura. Ogni tanto si incrocia qualche ciclista. E' terra bruciata dalle bombe e dagli incendi. Strisce nere e bollenti solcano il terreno, punteggiate da mozziconi che furono aceri e cedri. Sono morti molti eucalipti importati dall'Australia. C'è silenzio sul confine israeliano col Libano, sopra Kiriat Shmona e sotto Metulla, dove nei giorni della guerra il concerto dei katiuscia la faceva da padrone. Un silenzio che gli israeliani del posto chiamano cosiddetto , perché è più il vibrare di una guerra che verrà e che avrà gli occhi di Ahmadinejad. E' la quiete prima della tempesta. Le ceneri delle ginestre accolgono il visitatore. Più a nord la strada s'incunea tra le colline irte di antenne e posti di osservazione: sulla destra il Golan e le creste una volta innevate del monte Hermon; a sinistra, le villette-bunker dell'insediamento di Metulla; in faccia, a tiro di kalashnikov, i minareti del villaggio arabo di Kfar Kila. Siamo nell unghia d'Israele. [...]

Giulio Meotti, Il Foglio, 7 luglio 2010



Negoziati diretti per la pace con i palestinesi
«È arrivato il momento dei colloqui diretti con i palestinesi». Seduto davanti al caminetto dello Studio Ovale, il premier israeliano Benjamin Netanyahu pronuncia la frase che consegna a Barack Obama il risultato desiderato per accelerare il negoziato di pace con l'Autorità palestinese di Abu Mazen. «Nelle prossime settimane e nei prossimi mesi vi sono dei passi concreti che si possono compiere per accelerare la pace» sottolinea Netanyahu, sotto lo sguardo attento tanto di Obama che di George Mitchell, l'inviato Usa per il Medio Oriente che nell'occasione è in piedi al fondo dello Studio Ovale, in prossimità del «Resolute Table», la scrivania del presidente. «Ci aspettiamo che i negoziati diretti facciano seguito a quello indiretti avvenuti fino ad ora» aggiunge Obama, lasciando intendere che incassato il via libera di Israele ora aspetta quello dell'Autorità palestinese. In questo scambio di dichiarazioni fra i due leader c'è il risultato politico che Obama cercava: l'impegno di Netanyahu ad accelerare il percorso verso la soluzione dei due Stati «fianco a fianco in pace e sicurezza» come il presidente americano ripete a più riprese. [...]

Maurizio Molinari, La Stampa, 7 luglio 2010

 
 
  torna su
notizieflash    
 
 
Frattini: "I palestinesi accettino i negoziati diretti con Israele"   
Roma, 7 lug -
Il ministro degli Esteri Franco Frattini a margine di un'audizione presso la commissione Bilancio alla Camera ha definito "una riunione rassicurante" quella che si è svolta fra il presidente degli Usa, Barack Obama, e il premier israeliano Benyamin Netanyahu ed ha auspicato che i palestinesi accettino i negoziati diretti con Israele, proposta emersa durante il colloquio di ieri a Washington tra Obama e Netanyahu. Il titolare della Farnesina ha infatti evidenziato che dall'incontro sono giunti "due messaggi rassicuranti: il premier Netanyahu ha confermato che non ci sono quelle divergenze con gli Usa che tutti avevamo temuto e il presidente Obama ha parlato di amicizia indissolubile con Israele". Inoltre, ha sottolineato Frattini, è emersa "la volontà di entrambi di lavorare per i negoziati diretti. Mi auguro che i palestinesi accetteranno".
 
 
    torna su
 
L'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane sviluppa mezzi di comunicazione che incoraggiano la conoscenza e il confronto delle realtà ebraiche.
Gli articoli e i commenti pubblicati, a meno che non sia espressamente indicato il contrario, non possono essere intesi come una presa di posizione ufficiale, ma solo come la autonoma espressione delle persone che li firmano e che si sono rese gratuitamente disponibili.
Gli utenti che fossero interessati a partecipare alla sperimentazione offrendo un proprio contributo, possono rivolgersi all'indirizzo desk@ucei.it per concordare le modalità di intervento.
Il servizio Notizieflash è realizzato dall'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane in collaborazione con la Comunità Ebraica di Trieste, in redazione Daniela Gross.
Avete ricevuto questo messaggio perché avete trasmesso a Ucei l'autorizzazione a comunicare con voi. Se non desiderate ricevere ulteriori comunicazioni o se volete comunicare un nuovo indirizzo e-mail, scrivete a: desk@ucei.it indicando nell'oggetto del messaggio “cancella” o “modifica”.