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L'Unione informa
 
    16 luglio 2010 - 5 Av 5770  
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Moked - il portale dell´ebraismo italiano
alef/tav    
  roberto colombo Roberto Colombo,
rabbino 
Secondo il Midrash Dio decise di distruggere il Tempio quando notò che gli ebrei studiavano Torà senza prima recitare la benedizione “Che ci  ha sanificato con le sue mitzvòt e ci ha ordinato di studiare”. Quando lo studio di Torà è solo cultura ebraica e non lo si vive come un precetto e una benedizione allora il Tempio, sede dei Maestri, non serve più.   
La lunga estate dei liceali usciti dalla maturità, coincide con la chiusura dell’ultimo ciclo dell’istruzione obbligatoria ma anche con la scelta dell’Università e del proprio futuro. E adesso che farai? È la domanda che pongono tutti gli interlocutori ai “giovani maturati”. Per chi coltiva sogni, passioni, o desideri rispondere non è un problema. La decisione di imboccare un cammino rispetto a un altro è vissuta con serenità, entusiasmo ed emozione, fattori che contribuiscono a sopire quel senso di rinuncia implicito e intrinseco al processo mentale che la determina. Ma come se la cavano gli altri, gli incerti? Talvolta tentennano o farfugliano a mezza voce nomi di luoghi, progetti affascinanti o velleitari glissando di fatto la questione e rinviando al momento in cui sarà per loro inevitabile decidere. Eppure del loro futuro scolastico/lavorativo ne hanno parlato molto, hanno chiesto consigli, si sono informati su internet, hanno partecipato alle giornate di orientamento organizzate dalle facoltà universitarie. Al di là delle caratteristiche e delle problematiche individuali, l’incertezza di molti ragazzi esprime un disagio, oggetto di studi e ricerche, legato all’amplificazione delle possibilità che in ogni ambito è offerta nelle nostre società. Giostrarsi tra innumerevoli opzioni, produce paradossalmente due effetti negativi: il primo è la paralisi anziché la liberazione e il secondo la minor soddisfazione del risultato. Più scelte ci sono e più è facile dispiacersi di qualunque dettaglio, recitano i sacri testi. Ma limitare le scelte equivarrebbe a limitare la libertà degli individui, presupposto inaccettabile. In attesa della “magica quantità di opzioni” (la definizione è dello psicologo e sociologo americano Barry Schwarz) che facilitino la scelta,  non resta altro da fare che ascoltare e sopportare pazientemente, oltre al caldo estivo, anche i tormenti e le bizzarrie dei nostri giovani. Sonia
Brunetti Luzzati,

pedagogista
sonia brunetti  
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Quali rabbini, quale futuro - Scusi rav, 
che lavoro fa?

Riccardo Di SegniChe cosa hanno in comune un ortopedico, un otorino, un analista, uno psichiatra, un chirurgo addominale, un medico legale, un direttore sanitario? Uno cura le fratture, l’altro si occupa del naso e dell’orecchio, uno fa le analisi del sangue, l’altro tratta le malattie mentali, uno opera la pancia, l’altro fa le perizie e le autopsie, l’altro si occupa di organizzazione sanitaria. Dopo anni di lavoro nel proprio campo nessuno potrebbe fare quello che fanno gli altri specialisti. Eppure tutti quanti, all’inizio, e per molti anni, hanno studiato medicina sugli stessi libri. La scienza è vasta e cresce continuamente e non consente di essere esperti in tutto, anche se all’inizio si è studiato un po’ di tutto. Ciò che è chiaro a tutti per la professione medica, e lo stesso si potrebbe dire per quella ingegneristica, o legale o per tante altre attività, non è affatto chiaro per l’attività rabbinica. Si può essere rabbini (nel senso che si è completato un corso di studi e ricevuto un’ordinazione) e fare attività molto differenti: rispondere a quesiti rituali, fare derashot, insegnare nelle scuole a vari livelli, insegnare in una yeshivah, scrivere articoli divulgativi o traduzioni, scrivere commenti, testi di studio o responsa, comunicare con il largo pubblico (radio, televisione, internet - per chi considera lecito l’uso di questi mezzi), celebrare matrimoni, esercitare l’attività di giudice in un tribunale rabbinico, controllare la produzione di prodotti kasher, esercitare l’attività di shochèt, bodèq (ispettore delle carni) e menaqqèr (pulitore delle carni dalle parti proibite), gestire l’organizzazione dei servizi rituali (sinagoghe, mikvaot, kashrut, educazione), gestire le operazioni di tzedaqà nelle sue varie forme, rappresentare la propria comunità davanti alle autorità e i mezzi di informazione, parlare e consigliare il pubblico su una vasta gamma di problemi, da quelli psicologici a quelli famigliari o economici, fare il sofer (scriba), occuparsi del dialogo interreligioso (nei limiti del lecito). Possiamo aggiungere una vasta gamma di altre prestazioni che vanno dall’interpretazione dei sogni alla ricerca di posti di lavoro, all’aiuto nelle liste di attesa, alle raccomandazioni varie e a ogni forma di assistenza sociale. Probabilmente questo primo elenco manca di molte altre cose. Ho visto anche il rabbino capo di una grande città europea cercare di assistere un viaggiatore che era arrivato all’aeroporto e si era dimenticato il passaporto: che si fa in questo caso? Si chiama il rabbino. Cosa hanno in comune tutte le persone che svolgono queste attività “rabbiniche”? Prima di tutto hanno svolto (o avrebbero dovuto farlo) un lungo percorso di studi basici di Torah, specificamente dedicati a Talmud e Halakhah. Poi le circostanze della vita, la ricerca di un’occupazione e le inclinazioni naturali hanno portato le persone a destinazioni diverse, talvolta perfettamente congeniali con le predisposizioni e la preparazione, altre volte meno, qualche volta al disastro. Ogni persona si trova nel corso della sua vita ad incontrare tanti rabbini differenti e a chiedergli le prestazioni più disparate. Qualche volta si è fortunati, la persona giusta e capace al momento giusto. Altre volte si sbaglia con risultati deludenti. Ma non si può chiedere tutto a tutti. Oggi (ma non è una novità) sono in molti a chiedere alle strutture di formazione rabbinica italiana che si producano Maestri adatti a svolgere il loro ruolo nelle comunità. Chi va a fare il rabbino capo dovrebbe capire qualcosa di pubbliche relazioni, comunicazioni, psicologia, management ecc. Ma non tutti vanno a fare questo, perché come si è detto si può essere rabbini in tanti modi differenti e anche le necessità sono varie. E allora invece del consueto lamento rituale sull’inadeguatezza degli studi, bisognerebbe forse concentrarsi sulla qualità della formazione di base, sviluppando poi programmi più specifici sulle inclinazioni e le offerte del mercato. Ma ci vorrebbe anche un abbondante “materiale” umano, di persone disponibili. Il primo problema da noi è che in realtà tutte queste persone disponibili non ci stanno. Perché? Ne parleremo un’altra volta.

rav Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma
(Pagine Ebraiche, luglio 2010)



Sorteggi UEFA - Il Bnei Yehuda pesca la Juventus

SorteggioDebutto positivo per le squadre israeliane impegnate nelle partite di andata del secondo turno preliminare di Europa League. Il Maccabi Tel Aviv, rinnovato in otto dei suoi undicesimi rispetto alla passata stagione, ha sconfitto davanti al pubblico di casa (2-0 il risultato finale) i montenegrini del Mogren Budva. Nessun vincitore invece nella sfida in terra di Irlanda tra Shamrock Rovers e il Bnei Yehuda: una rete per parte e maggiori chance per gli israeliani che si giocheranno la qualificazione sul prato amico. In attesa dei verdetti definitivi (gare di ritorno tra meno di una settimana), questa mattina l’urna di Nyon ha decretato gli accoppiamenti per i prossimi incontri a eliminazione diretta. Il sorteggio interessava quattro compagini di Eretz Israel: oltre ai tre club di Europa League (Maccabi Tel Aviv, Bnei Yehuda e Maccabi Haifa), anche il lanciatissimo Hapoel Tel Aviv, impegnato nei preliminari di Champions e virtualmente qualificato al prossimo dentro o fuori grazie al perentorio 5 a 0 col quale ha liquidato i campioni di Bosnia tre giorni fa. Partiamo proprio dalle vicende di casa Hapoel. Nel terzo turno preliminare gli uomini di Guttman se la vedranno con la vincente della sfida tra Aktobe (Bielorussia) e Olimpia Rustavi (Georgia). Al novanta per cento saranno i bielorussi, che nel match di andata si sono imposti per 2 a 0. L’Aktobe è una vecchia conoscenza del calcio israeliano: nei preliminari della scorsa Champions stava per fare lo sgambetto al Maccabi Haifa ma nel complesso resta una squadra modesta. Capitolo Europa League: è ufficiale, la dea bendata non esiste. Almeno per il Bnei Yehuda. Anche se riuscisse a superare lo scoglio irlandese si troverebbe davanti a una mission impossible: buttare fuori la Juventus, grande favorita della competizione insieme al Liverpool. È andata meglio ma neanche troppo al Maccabi Tel Aviv, che parte sfavorito con i greci dell’Olimpiacos. Mentre può tirare un sospiro di sollievo il Maccabi Haifa, una spanna avanti rispetto alla modesta Dinamo Minsk (5-1 agli estoni del Sillamae e rischio ribaltone pari a zero).

a.s
 
 
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  Una ferita non rimarginata

anna segreA Torino il rituale di Tishà Be-Av non ha subito mutamenti o aggiunte in seguito alla Shoà; confesso che non ci avevo mai fatto caso: mi sembrava normale che fosse così. Per questo le considerazioni del rav Riccardo Di Segni in proposito mi hanno fatto riflettere su quanto poco, in fin dei conti, un evento di dimensioni così vaste e catastrofiche per il popolo ebraico come la Shoà abbia influenzato le preghiere o le ricorrenze. Qualcuno potrebbe dire lo stesso per un evento ancora più recente ma, fortun
atamente, di segno opposto come la nascita dello Stato di Israele, eppure Israele si sta conquistando i suoi spazi, fino all’aggiunta da parte di qualcuno di una formula specifica durante la benedizione del pasto. Nei confronti della Shoà, invece, pare esserci talvolta una sorta di reticenza, per cui, mentre all’esterno del mondo ebraico (almeno in Italia) oggi si parla di Shoà molto più di quanto se ne parlasse venti o trent’anni fa, all’interno si tende invece a parlarne di meno. E’ esemplare il caso, citato implicitamente da rav Di Segni, del Rituale della Rimembranza durante il seder di Pesach, di solito presente nelle haggadoth pubblicate in Italia negli anni ’70, ’80 e ’90 e oggi messo in discussione.
C’è chi ritiene sia una reazione a un’identità e a una cultura ebraica troppo appiattite sulla Shoà perché troppo carenti su altri fronti. E’ una spiegazione che non mi convince del tutto. A me pare piuttosto che ci troviamo di fronte a una ferita non ancora rimarginata, a un lutto non ancora elaborato. La catastrofe che si è abbattuta sul popolo ebraico è stata troppo grave e di proporzioni troppo devastanti per poter essere digerita in poche decine di anni, e forse ci vorranno un secolo o due perché trovi il suo posto nella liturgia con le azioni e le parole adeguate. Nei primi decenni ad essa successivi forse non si sentiva il bisogno di questa elaborazione e i ricordi personali entravano nel rituale senza mediazioni, in quanto molti identificavano spontaneamente la schiavitù e la liberazione dall’Egitto o i fatti descritti nelle Lamentazioni con il proprio vissuto personale (“Noi che siamo scampati allo sterminio nazi-fascista possiamo veramente sentirci come gli ebrei usciti dall’Egitto”, affermava per esempio un’ospite al nostro seder nel 1991). Oggi i testimoni diretti stanno diventando una minoranza e la Shoà sta lentamente cessando di essere memoria; ma è ancora troppo dolorosa per diventare storia, e tanto meno rito.

Anna Segre, insegnante 
 
 
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Ci obbliga il dedicargli un qualche commento la vicenda della nave libica «Amalthea», voluta da Gheddafi e dai suoi sodali, recatasi verso Gaza per poi dirottarsi verso i più comodi lidi egiziani? Si sa che le duemila tonnellate di cibo e di medicinali che trasporta entreranno direttamente in territorio palestinese, evitando di violare la zona marittima d’embargo per transitare, più ragionevolmente, attraverso i valichi meridionali, controllati dall’esercito di Mubarak. A volere ben guardare le cose si direbbe quindi di no, trattandosi di una questione di secondaria importanza. Ma riflettendoci sopra, la piccola boutade - messa in piedi con un palese intento propagandistico, rivolgendosi al mondo arabo e musulmano piuttosto che all’Occidente - rivela alcuni significati più corposi di quelli che parrebbero derivarci dalla mera cronaca dei fatti. In consonanza con quanto già avvenuto precedentemente, a fine maggio, con la Mavi Marmara. Laddove però lo zampino, come ben sappiamo, era turco. Gaza è oggi un’ambita preda per quanti intendano consolidare la loro capacità di influenza politica nello scenario mediterraneo e mediorientale. Se fino a non molto tempo fa essa costituiva perlopiù un onere - sarebbe meglio dire una “palla al piede”, se non fosse troppo irrispettoso nei confronti dei palestinesi che abitano nei 360 chilometri quadrati di quel territorio - per il quale molti erano disposti a disfarsene, a partire dagli stessi egiziani, con la sanguinosa rottura tra Hamas e Fatah nel 2006 le cose sono mutate. Gaza costituisce oggi il trampolino per future iniziative offensive, non solo contro Israele ma anche nei confronti di tutti i paesi della regione. Vanno in questo senso, quindi, una serie di eventi che, nella loro singolarità, non debbono tuttavia essere sottovalutati. Già negli ultimi due anni il potere di Hamas è stato messo ripetutamente in discussione dalle infiltrazioni di cellule qaediste e salafite, che hanno cercato, in più di una occasione, di creare dissapori e tensioni tra la leadership islamista locale e la popolazione. Fino ad oggi nessun tentativo ha sortito gli effetti sperati, anche perché gli uomini del premier Ismail Haniyye hanno sempre risposto pan per focaccia. Peraltro, per meglio intendere quale sia la situazione di quella parte di terra si veda l’articolo di Lorenzo Cremonesi comparso su Sette, l’inserto del Corriere della Sera di ieri. A questa sorta di «job inside» si sono aggiunte, in queste ultime settimane, le profferte della Libia di Gheddafi. Così ce le racconta Gian Micalessin sul Giornale di oggi, laddove l’autore ricostruisce il tentativo di dare corpo a un padrinaggio basato sui finanziamenti per la ricostruzione degli edifici distrutti o danneggiati durante l’operazione «piombo fuso» di un anno e mezzo fa. L’obiettivo è uno solo, e non certamente di natura umanitaria bensì geopolica: contrastare l’ascesa militare dell’Iran di Ahmadinejad, soprattutto nel momento in cui questo dovesse giocare la carta atomica alterando i precari equilibri della regione. In questo disegno, per il momento limitato alla fornitura di risorse materiali e finanziare alla popolazione palestinese, l’interesse di Israele non è detto che sia del tutto eluso o, peggio ancora, disatteso. Un’azione politica ad ampio respiro, che vedesse la Libia - prodiga di denari - protesa ad entrare nella mischia mediorientale con un target preciso, ossia Teheran, potrebbe fare gioco di sponda con Gerusalemme. Almeno per il lasso di tempo in cui le silenziose convergenze, quelle che non si stipulano dinanzi al pubblico con cerimonie di gruppo ma che nascono dalla diplomazia collaterale così come dalla coincidenza di interessi, dovessero durare. Peraltro a ridosso di Israele e dei Territori palestinesi qualcosa si muove anche e soprattutto sul piano demografico. Così Laurent Zecchini per le Monde dove ci racconta di un malessere che ritorna e che cresce, quello che attraversa il Regno hashemita di Giordania di re Abdallah, asceso al trono nel 1999, dopo la morte del padre Hussein. Dalla sua costituzione, e dal 1948 prima e dal 1967 poi, in concomitanza con le guerre che hanno coinvolto Gerusalemme e hanno visto l’esodo di parte delle comunità arabe autoctone anche verso est, il paese vive un rapporto sofferto con la robusta componente palestinese che, secondo alcune stime, ha oramai raggiunto i 4 milioni di individui (su 6,2 milioni di abitanti). I palestinesi sono bene inseriti un po’ i tutti i gangli della società giordana, avendo un ruolo importante nell’economia nazionale e giocando una parte non irrilevante nell’amministrazione pubblica. Tuttavia, proprio in quest’ultima, si confrontano con le componenti «tribali», ossia quanti, affiliati ad altri gruppi di appartenenza identitaria, compongono e completano il mosaico nazionale, supportando e puntellando la monarchia hashemita. Il problema reale sta nel tentativo di transito della Giordania verso nuovi equilibri economici che riescano a valorizzare la forza di una classe media che, nei pensieri di Abdallah, dovrebbe costituire il nocciolo forte del consenso al potere della monarchia. Il tutto, infatti, si sposa con la delicatezza degli equilibri demografici e con una legge elettorale che ancora agevola il voto su base tribale. Se si vuole rimanere nel mondo islamico, e sul dibattito in corso in Europa e negli Stati Uniti rispetto al modo di giudicarne gli aspetti più propriamente politici, è bene allora dare una occhiata all’articolo di Giuliano Battiston sul Manifesto, dove le tesi di un monolitismo di fondo, sostenute e rilanciate da Paul Berman nel suo ultimo libro, «The Flight of the Intellectuals», sono confutate polemicamente facendo ricorso ad una parte della letteratura in circolazione. Di tutt’altro tenore (e argomento) sono invece gli articoli di Enrico Arosio per l’Espresso e di Giorgio Bernardelli su l’Avvenire dove si parla della riapertura, prevista per il 21 luglio, dell’Israel Museum di Gerusalemme. Collocato sulla collina di Givat Ram, tra la Knesseth e la Corte suprema, in mezzo agli edifici simbolo della sovranità israeliana, il Museo, nato nel 1965, costituisce un po’ l’epitome di una «oasi concettuale», dove le diverse componenti dell’identità nazionale si incontrano e si confrontano. I vani originari riflettono lo spirito modernista degli anni in cui fu pensato, alla luce di quella egemonia askenazita che si traduceva anche nei gusti architettonici ed estetici prevalenti, facendone quasi una sorta di promanazione urbanistica di Tel Aviv in una città, la capitale d’Israele, dove invece le culture di fondo demandavano anche ad altri tracciati identitari, non solo ebraici. Il rifacimento di alcune parti e l’ampliamento di altre ha invece voluto integrare la complessità e la stratificazione dello Stato ebraico, evitando di ridurre il museo stesso ad un sorta di «oggetto mediatico» o di vetrina promozionale. Per chiudere questa rassegna rimandiamo infine a due scrittori ebrei, uno americano, Shalom Auslander, del quale ci parla Daniela Pizzigalli su il Secolo XIX, e l’altro israeliano, Aharon Appelfeld, che firma su la Stampa. Due generazioni diverse, due formazioni distinte, due esperienze letterarie differenziate per una comune eredità.
 
Claudio Vercelli

 
 
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notizieflash    
 
 
Israele, Eilat: avvertita scossa di 4,5 gradi Richter                        
Gerusalemme, 16 lug -
Una scossa di terremoto di 4,5 gradi della scala Richter è stata avvertita ieri a Eilat, città balneare israeliana sul Mar Rosso. Al momento non si hanno notizie di vittime o danni. L'epicentro è stato rilevato a una settantina di chilometri a sud della città.

Al Fatah: “No ai negoziati diretti con Israele”
Gerusalemme, 15 lug -
Al Fatah, il partito del presidente palestinese Abu Mazen non ha intenzione di riprendere i negoziati di pace diretti con Israele. La motivazione è stata espressa in un comunicato: "La decisioni di non riprendere i colloqui con lo Stato ebraico è legata all'assenza di concreti progressi nei colloqui indiretti, mediati dagli Stati Uniti". La posizione di Al Fatah è in contrasto con quella del presidente Usa, Barack Obama, che ha apertamente espresso l' auspicio di una prossima ripresa dei negoziati diretti, ancora prima dello scadere a settembre della moratoria di dieci mesi per tutti i piani di edilizia ebraica negli insediamenti cisgiordani decisa da Israele per incoraggiare i palestinesi a tornare al tavolo dei negoziati. “Affinché trattative dirette siano possibili - ha spiegato Abu Mazen - sono prima necessari concreti progressi sui confini del costituendo Stato di Palestina e in materia di sicurezza”. Israele, dal canto suo, ha replicato che solo con un aperto faccia a faccia sarà possibile affrontare tutte le questioni più spinose al centro del contenzioso.

Lieberman chiede all'Europa di occuparsi di Gaza
Tel Aviv, 16 lug -
In occasione dell'imminente visita in Israele e a Gaza di Catherine Ashton, responsabile della politica estera europea, il ministro degli esteri israeliano Avigdor Lieberman ha messo a punto un piano che prevede un forte coinvolgimento nella Striscia da parte dell'Unione europea. Secondo il giornale Yedioth Ahronot, Israele incoraggerà l'Unione europea a realizzare a Gaza importanti progetti fra cui: la costruzione di centrali elettriche, di desalinatori di acqua marina, di impianti di depurazione per il sistema fognario nonché l'avvio di progetti di edilizia popolare, nella fiducia che in prospettiva esso serva ad Israele a "distaccarsi" definitivamente dalla sorte di Gaza, a cinque anni dal ritiro unilaterale voluto dal premier Ariel Sharon. Lieberman, prosegue Yediot Ahronot, vorrebbe anche vedere forze europee (fra cui la Legione straniera francese ed unità di commando) impegnate nella lotta al contrabbando di armi verso Gaza. Israele non si opporrebbe più all'ingresso di navi a Gaza se esse fossero preventivamente sottoposte a ispezioni a Cipro o in Grecia.
 
 
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