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L'Unione informa |
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19 luglio 2010 - 8 Av 5770 |
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alef/tav |
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Riccardo
Di Segni, rabbino capo di Roma |
Secondo
una tradizione che ha origine nel Talmud Yerushalmi, alla preghiera
fondamentale ('amidà) del 9 di Av si aggiunge una formula speciale che
descrive la distruzione di Gerusalemme e ne invoca la ricostruzione in
termini drammatici ("perché con il fuoco l'hai distrutta e con il fuoco
la ricostruirai..."). La natura sostanzialmente consolatoria della
formula, che inizia con la parola nachem, "consola", ha creato una
divisione nei riti; i Sefarditi la recitano fin dalla sera, gli
Ashkenaziti solo nel pomeriggio successivo, nel momento in cui i rigori
del lutto si attenuano e si può cominciare a parlare di consolazione.
Tra i due opposti, la soluzione scelta dal rito Italiano è tanto
semplice quanto geniale; la nun iniziale di nachem viene sostituita da una resh,
per cui "consola" diventa, la sera e la mattina, rachem, "abbi
misericordia". Un brillante compromesso che testimonia la "gloriosa"
(in nome della Tiferet) capacità di mediazione della tradizione
italiana, che già ci veniva riconosciuta più di due secoli fa da
illustri mistici. |
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Diciotto
anni fa, l'assassinio del giudice Borsellino. Ieri, nella terribile
calura di Palermo, poche persone ad un corteo in suo onore, mentre
vengono rialzate le statue dedicate a lui e a Falcone, buttate giù
a terra da mano ignota, fors'anche solo di teppisti e non
necessariamente di mafiosi, ma la cosa non ci consola, anzi...I
giornali riflettono sul valore dei simboli e degli anniversari. Eppure,
cos'altro ci resta per ricordare, una volta trascorse le generazioni,
che i simboli, le immagini, le date? E allora pensiamo che sono già
passati diciotto anni da quei giorni che le generazioni dei più vecchi
ben ricordano come quelli di un attacco feroce allo Stato e alla
democrazia. Se non vogliamo sfilare, almeno pensiamo. |
Anna Foa,
storica |
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Redazione aperta: Nuovi progetti, nuove sfide
Di
nuovo Redazione aperta, di nuovo a Trieste, ma con un bagaglio di
esperienze più ricco al seguito. Un anno fa la redazione del portale
dell'ebraismo italiano, con i cinque giovani praticanti giornalisti, si
riuniva all’ombra del Carso, ospite della calorosa comunità ebraica
triestina. Allora tanti progetti erano in cantiere: uno su tutti,
quello di un giornale ebraico nazionale che sarebbe diventato Pagine
Ebraiche. Oggi quella sfida è “una realtà consolidata che fa parte
delle famiglie ebraiche italiane” come sottolineava ieri sera Andrea
Mariani, presidente della Comunità di Trieste, in occasione della cena
di apertura delle due intense settimane che aspettano la
redazione(nell'immagine il presidente Ucei Renzo Gattegna, il
presidente della Comunità Ebraica di Trieste Andrea Mariani ed alcuni
componenti della redazione). La
valigia delle esperienze è più pesante perché dallo scorso luglio non
solo è nato Pagine Ebraiche, ma è tornato a vivere, dopo anni di
silenzio, HaTikwa, il giornale dei giovani ebrei italiani. “Una realtà
che ha permesso di aprire un dialogo costruttivo” sostiene Giuseppe
Piperno, presidente dell’Ugei. Presto, inoltre, sarà pronto un mensile
dedicato ai più piccoli. Iniziative importanti, ambiziose e di grande
responsabilità che sottolineano la volontà dell’Ucei di rischiare.
“Dobbiamo osare di più” affermava ieri il presidente Renzo Gattegna “le
nostre sono generazioni fortunate; viviamo da sessantacinque anni in
pace e democrazia, abbiamo possibilità e opportunità che in passato gli
ebrei e l’ebraismo non avevano. E’ necessario – continuava Gattegna –
uscire dal ghetto sia fisico che mentale. L’apertura verso l’esterno,
verso la società è un fattore positivo. Non dobbiamo permettere che
questa finestra finalmente aperta si richiuda”. L’Ucei ha osato
imbarcandosi nel grande mare dell’informazione, impegnandosi a tenere
aperta la finestra sul mondo ebraico, e non solo. E i fatti, come
ricorda il direttore della redazione Guido Vitale, hanno dato ragione a
chi ha creduto e crede in questo progetto. “Noi siamo quello che
pubblichiamo” afferma Vitale “e il nostro è un lavoro di cui possiamo
essere fieri perché ogni giorno è sottoposto al giudizio di tutti”. La
redazione, oltre ai giornali citati, realizza una newsletter
quotidiana, l’Unione Informa, che pubblica circa diecimila pezzi l’anno. Il
fare dunque è la chiave di questo ampio progetto che rispecchia anche
la filosofia della comunità ebraica triestina, con cui la redazione ha
creato un feeling particolare. “La nostra esperienza – ricorda Mariani
- è quella di una comunità che punta a risultati concreti. Cerchiamo di
fare le cose lavorando insieme. Penso al nostro impegno quotidiano con
le famiglie, ma anche al grande lavoro intrapreso con le piccole
comunità limitrofe”. Trieste è l’esempio della grande rilevanza di
quelle che sono considerate comunità periferiche che, sottolinea
Mariani, sono parte vitale dell’Unione e non atomi dispersi in
contrasto con un organismo centrale. La vicepresidente Ucei
Claudia De Benedetti, che ha aperto la serata con un messaggio
trasmesso a distanza ha voluto, non potendo essere presente, inviare
il suo caloroso saluto alla redazione, ai suoi collaboratori, a tutti
coloro che lavorano su queste nuove iniziative: “Ho imparato a
conoscervi - ha detto rivolgendosi ai redattori - attraverso il vostro
impegno e condividiamo un’appartenenza e un’identità che ci rendono
fieri, abbiamo una responsabilità comune che non vogliamo né dobbiamo
demandare”.
Daniel Reichel
Tish'à beav e la Shoà nel pensiero del Rav Amital z.l.
Alcuni
anni fa, in una conversazione su Tish'à beav ai suoi allievi, il capo
della Jeshivà Har Etzion, il Rav Jehudà Amital z.l., i cui genitori e
fratelli furono deportati ad Auschwitz, ha affrontato il problema della
relazione fra il 9 di Av e la Shoà, spiegando che già secondo i nostri
Chachamim vi sono delle cose peggiori della distruzione del primo e del
secondo Santuario, per le quali piangiamo il 9 di Av (Mishnà Taanit
4:6). Nel Salmo 79:1-3 leggiamo: "Salmo di Assaf, o D-o le genti
pagane sono entrate nella tua eredità, hanno contaminato il Tuo
Santuario, hanno ridotto Yerushalayim in mucchi di rovine. Hanno dato i
cadaveri dei tuoi servi in pasto agli uccelli del cielo, la carne dei
tuoi fedeli alle bestie feroci della terra. Essi hanno versato il loro
sangue come acqua tutt'intorno a Yerushalayim, e non c'era nessuno che
potesse dar loro sepoltura."(trad. Sierra-Bechor) e Rashì riporta
(Kiddushin 31b) il Midrash: "Salmo di Assaf, o D-o le genti pagane sono
entrate nella tua eredità,ecc. doveva dire Elegia di Assaf. E si spiega
così che Assaf ha cantato una cantica per aver colpito il Sign-re nel
Suo rigore soprattutto legni e pietre della Sua casa, permettendo così
di lasciare un resto di Israele, altrimenti non sarebbe rimasto neppure
il ricordo (dei nemici) di Israele…" ed il Rav, che tante volte era
apparso anche in pubblico assieme al suo amico Elie Wiesel, racconta
come qualche tempo fa gli avesse detto una persona :"mi sono molto
occupato della letteratura della Shoà e faccio fatica a dire le Kinnot
del 9 di Av o a leggere le lamentazioni (Echà). Tutto quello che è
descritto lì impallidisce di fronte a quanto è accaduto nella Shoà" al
che lui rispose: e questo ti sembra essere un problema? Semmai
l'opposto: così deve essere Tish'à beav! Se non avvertiamo che Echà e
le kinot impallidiscono di fronte alla Shoà vuol dire che non abbiamo
capito che cosa è la Shoà… e la lezione proseguì sul significato della
Shoà per noi e su come servire D-o dopo la Shoà.
(http://www.etzion.org.il/vbm/archive/12-sichot/39devarim.rtf ).
Alfredo Mordechai Rabello
Premier League – Ben Haim firma per il West Ham
Un
consolidato sodalizio del calcio israeliano si ricompone per la terza
volta. E come nelle due precedenti occasioni lo scenario del duetto in
salsa mediorientale è la Premier League: Avraham Grant, allenatore con
curriculum pesante inclusa una sciagurata finale di Champions League
persa ai rigori, e Tal Ben Haim, 28enne difensore con enormi
potenzialità mai del tutto espresse ad alti livelli, sono tra i
volti nuovi del West Ham United 2010-2011. Entrambi reduci dalla
disastrosa annata del Portsmouth (gravi squilibri finanziari,
amministrazione controllata e retrocessione in prima divisione), hanno
una sola certezza: fare peggio della passata stagione sarà impossibile.
Ben Haim, che ha raggiunto l’accordo con la società londinese nelle
scorse ore (secondo il Daily Mall il suo stipendio sarà di 30mila
sterline a settimana) è uno degli uomini di punta della nazionale
israeliana e un habitué del campionato inglese: il West Ham United è il
sesto club britannico di cui veste la maglia. Cresciuto nelle giovanili
del Maccabi Tel Aviv, nel 2004 si trasferisce ai Bolton Wanderers. Ci
resta tre anni, conditi da 88 presenze e un goal, poi arriva il treno
da non perdere: Jose Mourinho in persona lo vuole al Chelsea. Nel
giugno del 2007 Ben Haim firma per il dream team di Abramovich, ma
quello che sembrava un treno ultraveloce diventa presto un regionale.
Il prematuro siluramento di Mou in autunno, sostituito proprio da Avi
Grant, sconvolge i suoi piani. Il neo allenatore ha altri piani e lo
impiega col contagocce, lui non ci sta e fa la voce grossa: una feroce
litigata tra i due, che nel frattempo si immagina superata altrimenti
non si spiegherebbe la ricomposizione del sodalizio, costringe il
difensore a trasferirsi altrove. In appena due anni il povero Tal
cambia tre casacche (Manchester City, Sunderland e Portsmouth) con
risultati spesso in chiaroscuro. Dopo il periodo di appannamento adesso
è il momento del rilancio: sulla soglia dei trenta anni il treno dei
desideri fa un ultimo stop a casa Ben Haim.
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La Shoà del 9 di Av e l’opera risanatrice dei tannaìm
La
distruzione del Tempio nel 70 fu l’evento che segnò il periodo in cui
andava prendendo forma la Mishnà, il codice di leggi e sentenze a cui
contribuirono generazioni di maestri, i tannaìm. Quale fu la reazione a
quell’evento? E qual è dunque la concezione della storia che attraversa
la Mishnà? Al contrario di quel che ci si potrebbe attendere, non
c’è nessun capitolo della Mishnà interamente dedicato alla distruzione
del Tempio. Ma occorre precisare che i maestri non si soffermano a
narrare gli eventi. La loro prospettiva può apparire – e forse è –
eccentrica. Anche gli avvenimenti più drammatici assumono rilievo per
le ricadute legali che possono avere. Una guerra (non ben specificata,
tanto l’avvenimento risulta trascurabile) ha inizio per via del
voto di una regina compiuto quando il figlio partì per «la guerra»
(Naz. 4,1). L’irruzione dei gentili a Gerusalemme nel 70 pone la
domanda sulle conseguenze di uno stupro eventuale della moglie di un
sacerdote (Ket. 2, 9). Come reagirono allora i maestri alla
distruzione del Tempio? In due modi che, a ben guardare, sono fra loro
connessi. Anzitutto si misero all’opera per rivedere le leggi dei riti
e del culto. Gli esempi sono tanti. Se prima il lulav veniva alzato a
Gerusalemme per sette giorni, e nelle provincie per un solo giorno,
dopo la distruzione del Tempio Rabban Yochanan ben Zakkai decise che si
alzasse per sette giorni il lulav anche nelle provincie in memoria del
Tempio (Suk. 3, 12). Ma i maestri reagirono a quel 9 di Av anche
in un altro modo che a un primo sguardo può sembrare riduttivo.
Cercarono di introdurre l’evento nel loro codice, lo inserirono nella
loro raccolta perché mostrasse le sue affinità con altri disastri.
Elaborarono il lutto per la distruzione del Tempio e per la perdita del
sistema principale di culto in modo pacato e misurato. Non si
crogiolarono in una superflua autocommiserazione. Strapparono
quell’evento alla sua unicità che lo avrebbe posto pericolosamente al
di fuori della storia; ne rimarcarono la contingenza per sollecitare
una risposta ferma da parte del popolo ebraico. A quanti altri simili
disastri sarebbe stato esposto nella sua storia? La memoria del
9 di Av lo avrebbe preparato ad affrontare gli eventi futuri per
oltrepassarli, par passarvi attraverso e andare oltre, per
sopravvivere, nella storia e oltre la storia. Fu questa l’opera
risanatrice dei tannaim – una lezione anche per oggi. Perché
spinge a riflettere sui pericoli di considerare la Shoà un evento
«unico», che poi vuol dire fuori dalla storia, indicibile,
incomprensibile, avvolto da un alone mistico di silenzio e di nulla
(una bella scusa per i negazionisti). Chi parla di evento unico lo fa
per mancanza di riflessione, per una svista o per semplice ignoranza.
Magari fraintendendo filosofi profondi come Emil Fackenheim che, onde
evitare gli equivoci a cui può dar luogo la parola inglese «unique», ha
chiamato la Shoà un evento «unprecedented» per essere spinti a cercare
precedenti nel passato e a vigilare perché non divenga precedente nel
futuro.
Donatella Di Cesare, filosofa |
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Ebreo e fascista, la colpa senza riscatto del professor Cesare Orvieto "Se
non sofirissimo di questa dannata smania di dover per forza appartenere
a qualcosa! E così che si comincia a morire...". In questa frase,
pronunciata da uno dei personaggi vefso la fine del libro, è racchiuso
il significato più profondo del romanzo d'esrdio di Daniela Dawan, Non
dite che col tempo si dimentica (edito dalla Marsilio, pagine 154, 15).
Nata a Tripoli da una famiglia .di ebrei italiani, rientrata in Italia
nel '67 per sfuggire all'ondata di violenza antisemita suscitata dalla
Guerra dei sei giorni, la Dawan, già per ragioni biografiche, è
particolarmente sensibile al tema dell'«appartenenza» e ai drammi che
essa può generare; qui lo affronta narrando la disperata vicenda di
Cesare Orvieto, stimatissimo medico ebreo nella Tunisi degli anni
Trenta. Il professor Orvieto è e si sente italiano; a tal punto da
aderire, per spirito nazionalistico, all'ideologia fascista; ma nel
1938, con l'introduzione delle leggi razziali, si vede brutalmente
negata dal regime di Mussolini quella che aveva sempre considerato la
propria identità. Emarginato dai connazionali, scacciato dall'ospedale
del quale sino al giorno prima era uno dei luminari, Orvieto rimane
tuttavia prigioniero di quell'«appartenenza» che gli viene rifiutata.
Non può tradire se stesso, le idee in cui ha creduto per una vita
intera, il Paese che seguita a considerare la propria patria; non può
accettare di assumere la cittadinanza francese, che pure gli verrebbe
facilmente concessa grazie alle sue relazioni; e non può continuare a
vivere in questo conflitto dilaniante. Così una mattina, alle prime
luci dell'alba, i vicini di casa trovano il corpo del professor Orvieto
sfracellato nel cortile, «avvolto in una bandiera sbiadita, quella
italiana»[...]
Paola Capriolo, Corriere della Sera, 19 luglio 2010
Quei crimini nazisti compiuti dalle donne L'altra
metà della banalità del male. Settant'anni dopo l'insuperabile Annah
Arendt c'è voluta un'altra donna per riportare alla luce l'ennesima
verità nascosta del nazismo. «Perché guardare negli occhi questa realtà
è una sfida troppo profonda alla nostra nozione di comportamento
femminile», dice l'americana Wendy Lower di fronte agli esperti dello
Yad Vashem di Gerusalemme. Dan Michman, il capo degli storici del Museo
dell'Olocausto a cui la ricercatrice ha presentato i propri studi,
concorda: «Nella letteratura dominante non troverete quasi mai le donne
nominate». E invece quante erano? «Parlare di migliaia è dire poco»,
suggerisce la Lower, 45 anni, studi al Museo della Shoah di Washington
e oggi all'univeristà di Monaco. Dice il New York Times che la
professoressa ha potuto scoprire la sua verità scovando le
testimonianze negli archivi segreti ucraini dopo la caduta del Muro.
«Per le donne delle classi tedesche più umili le zone occupate
offrivano un'occasione di avanzamento sociale enorme». Avanzamento
nell'abisso. Irma Petri era la moglie di un ufficiale SS spedito nella
Polonia occupata. Tornando a casa in Galizia sorprese in auto sei
bambini ebrei scappati da un campo. Erano seminudi. Li portò a casa, li
vestì, li sfamò e poi li riportò nel bosco: per ucciderli, come una
strega dei fratelli Grimm, uno per uno. [...]
Angelo Aquaro, La Repubblica, 19 luglio 2010
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Israele - Italia: il generale Ashkenazi in visita a Roma Tel Aviv, 19 lug - Il
generale Gaby Ashkenazi, capo di stato maggiore israeliano, è da ieri
in Italia da cui proseguirà per la Francia, su invito dei
rispettivi omologhi: il generale Vincenzo Camporini e l'ammiraglio
Edouard Guillaud. Obiettivo della visita, ha precisato il portavoce
militare israeliano, è di rafforzare la cooperazione. In Italia, ha
precisato il portavoce, Ashkenazi incontrerà, oltre al generale
Camporini, anche responsabili del ministero della difesa e visiterà
alcune basi militari. Ashkenazi ha in programma fra l'altro un incontro
con la Comunità Ebraica di Roma e una visita all'Arco di Tito: un
monumento particolarmente significativo per gli ebrei perché mostra
l'imperatore Tito dopo la conquista di Gerusalemme ed una
raffigurazione della monorah il candelabro a sette braccia che si
trovava nel Tempio. Oltre che dalla moglie, Ashkenazi è accompagnato in
questa visita dal portavoce militare Avi Benayahu e dal capo del
Dipartimento per la cooperazione militare, colonnello Dan Hefetz. |
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L'Unione
delle Comunità Ebraiche Italiane sviluppa mezzi di comunicazione che
incoraggiano la conoscenza e il confronto delle realtà ebraiche. Gli
articoli e i commenti pubblicati, a meno che non sia espressamente
indicato il contrario, non possono essere intesi come una presa di
posizione ufficiale, ma solo come la autonoma espressione delle persone
che li firmano e che si sono rese gratuitamente disponibili. Gli
utenti che fossero interessati a partecipare alla sperimentazione
offrendo un proprio contributo, possono rivolgersi all'indirizzo desk@ucei.it per concordare le modalità di intervento.
Il servizio Notizieflash è realizzato dall'Unione delle Comunità
Ebraiche Italiane in collaborazione con la Comunità Ebraica di Trieste,
in redazione Daniela Gross. Avete
ricevuto questo messaggio perché avete trasmesso a Ucei
l'autorizzazione a comunicare con voi. Se non desiderate ricevere
ulteriori comunicazioni o se volete comunicare un nuovo indirizzo
e-mail, scrivete a: desk@ucei.it indicando nell'oggetto del messaggio “cancella” o “modifica”. |
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