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L'Unione informa |
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20 luglio 2010 - 9 Av 5770 |
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Tishà beAv - Quel però di troppo
Tra
le ferite che attraversano la memoria ebraica quella di Tishà beAv, è
una delle più profonde. Il nono giorno del mese di Av ricorda una fra
le più gravi delle sventure di Israele. Segna infatti la fine
dell’antico stato ebraico, la rovina del Tempio di Gerusalemme e
l’inizio dell’esilio e perciò in questo giorno si usano parecchi segni
di grave lutto: dal digiuno alla lettura di elegie ispirate alla rovina
del Tempio e all’esilio. Ma Tishà beAv è la data indicativa anche di
altre catastrofi: simbolo di ogni disgrazia personale e collettiva, il
nove di Av rappresenta il giorno del tormento per il popolo ebraico. Si
legge nella Mishnah (Taanit 4; 4): “Cinque grandi disgrazie colpirono i
nostri padri nel diciassettesimo giorno del mese di Tamuz e cinque nel
nono giorno del mese di Av […]. Il 9 di Av fu deciso inoltre che i
nostri padri non entrassero nella Terra di Israele; il Tempio fu
distrutto la prima e la seconda volta; a Betàr capitolò l’ultimo
tentativo di rivolta contro i romani e Gerusalemme fu rasa al suolo
(135 e.v.)”. Non sorprende quindi, dato il peso di tali tradizioni, di
trovare la medesima tendenza associativa in età successive. Non a caso
la cacciata degli ebrei dalla Spagna del 1492 fu collocata egualmente
al 9 del mese di Av. Il primo Tishà beAv della storia ebraica è
collegato alla fallita missione esplorativa della delegazione che Moshè
manda in Terra di Israele raccontata nei capitoli 13 e 14 del Libro dei
Numeri. La rappresentanza dei 12 principi delle Tribù di Israele, oltre
a riferire sulla fertilità della Terra, lamenta l’impossibilità
dell’impresa della conquista, data la superiorità della popolazione che
già è insediata nella terra di Kenaan. La conseguenza di questo
comportamento di sfiducia sarà più grave di quella del peccato
d’idolatria del “vitello d’oro”. Il popolo ebraico dovrà infatti
permanere nel deserto per altri 38 anni (per un totale di 40 anni). Da
questo episodio scaturiranno la distruzione del Tempio e l’esilio. La
Torah (Numeri 14, 1) riferisce che ascoltando il resoconto degli
esploratori: “il popolo pianse in quella notte”. L’esegesi
rabbinica afferma che l’Eterno avrebbe detto: “Voi avete pianto per
niente, Io stabilisco che questa notte sarà per voi una notte di pianto
per le generazioni”. Quella notte era il 9 del mese di Av. Quindi il
pianto isterico e gratuito del popolo ebraico che rifiuta di andare in
Eretz Israel diviene la causa della notte della distruzione del Tempio
e dell’oscurità dell’esilio. Con un significativo paradosso, che non si
armonizza molto con le categorie della storia, i Maestri stanno
affermando che la data dell’esilio è stabilita ancor prima
dell’ingresso in Eretz Israel! La Parashah (porzione della Torah) di
Shelàch Lechà, nella quale si trova questa tragica storia, si conclude
con il precetto relativo allo tzitzìt, la frangia che va messa agli
angoli delle vesti: “E sarà per voi come tzitzit, e lo vedrete e
ricorderete tutte le mitzvot del Signore e le eseguirete; e non
esplorerete appresso ai vostri cuori e appresso ai vostri occhi,
appresso ai quali voi vi prostituite.” (Numeri 15, 39). Secondo Rashì
questa storia evidenzia un significativo parallelismo tra il divieto di
pensare contro la Torah e il precetto di farsi degli tzizziòt con il
quale si chiude la Parashah degli esploratori. Se è vero che lo tzizzit
costituisce l’antidoto al vagare appresso al desiderio degli occhi e al
desiderio del cuore, perché vedendo lo tzizzit che ho indosso mi
ricordo della Torah, questa storia ci insegna che verso Eretz Israel si
può andare solo se si impara ad ammantarsi di mitzvot, precetti. Rashì
nota altresì come la stessa radice verbale alla base del divieto,
l’esplorare, il latur, sia anche la radice chiave dell’episodio
raccontato all’inizio della Parashà, la tragica esplorazione della
Terra d’Israele. “E non esplorerete appresso ai vostri cuori: come:
dall’esplorare la Terra (13, 25). Ciò evidenzia che gli occhi e il
cuore sono strumenti per relazionarci con il mondo e dobbiamo essere
noi a indirizzare gli occhi e non viceversa facendoci portare “in giro”
da questi. Gli esploratori sono il paradigma di un approccio per così
dire “turistico” alle mitzvot. E’ proprio nella volontà di anteporre
gli occhi e il cuore e di verificare quello che il Signore dice, che si
fonda il fallimento della missione degli esploratori: la causa pertanto
è il sentimento di sfiducia. Alcuni commenti tentano tuttavia di capire
in profondità le reticenze degli esploratori che, ricordiamolo, non
erano persone qualunque, erano persone di vaglia, erano i
rappresentanti del popolo. Alcune riserve erano di natura etico -
morale: che diritto abbiamo noi su questa terra? Questa terra è già
abitata! Un’altra riserva era di tipo spirituale religioso. Gli
esploratori sembrano essersi detti: “Ma chi ce lo fa fare... Ci
nutriamo della manna, un cibo che viene direttamente dal cielo,
possiamo occuparci di Torah e del suo studio tutto il giorno, perché
dovremmo rinunciare a tutto questo per iniziare una vita dura piena
d’incognite, con un lavoro che ci impedirebbe di dedicare tempo ed
energie allo studio della Torah?”. Ma è veramente questo lo scopo
dell’ebraismo? Distaccarsi dalla vita quotidiana per dedicarsi
interamente allo spirito? Certamente no. Il nostro obiettivo è quello,
piuttosto, di portare la kedushà (sacralità) nella vita materiale di
tutti i giorni. Affermano i Maestri che Eretz Israel è una di quelle
tre cose che, come la Torah e l’Olam Abbà (il mondo a venire), si
acquista con issurim, sofferenze. Il Maharal di Praga ci fa
notare che a Tishà beAv leggiamo il libro di Ekhà, che ha le stesse
lettere della parola ajeka, quella domanda provocatoria che l’Eterno
pone al primo uomo quando gli chiede “dove sei?”, per insegnarci che
l’esilio non è una questione esclusivamente geografica. Il libro di
Ekhà è scritto tra l’altro in forma acrostica (il primo verso inizia
con la alef, il secondo con la bet e così via…). C’è tuttavia
un’eccezione: il verso che inizia con la lettera pe precede quello che
inizia con lettera ain (nell’alfabeto ebraico invece la ain viene prima
della pe). Sappiamo che la parola pe significa bocca e che la parola
ain vuol dire occhio. Ciò significa che la causa del primo Tishà beAv
della storia ebraica è rappresentata dal fatto che gli esploratori
hanno fatto precedere la bocca agli occhi, hanno denigrato Eretz Israel
ancora prima di averla vista, e questo è l’origine di ogni pregiudizio
e di ogni posizione precostituita. L’esegesi rabbinica
stigmatizza molto questo aspetto sottolineando come gli esploratori si
sono recati in Eretz Israel già ideologicamente prevenuti, “ci andrò ma
prima devo vedere se mi piace…”. In fondo gli esploratori hanno solo
riportato la verità dei fatti e di ciò che hanno visto. Qual è allora
la loro vera colpa? Il fatto che alla loro relazione oggettiva hanno
aggiunto un “però”. E’ non è forse ciò che esprimiamo ogni giorno nei
nostri giudizi politici, morali, sociali e religiosi su Eretz Israel?
“Sì Israele è bella. Però…”. Per la Torah vivere in Eretz Israel, amare
Eretz Israel, è una mitzva che come tutte le altre mitzvot, va vissuta
senza ma e senza però. E forse non è un caso che in questa tragica
storia la parolina che vanifica il primo progetto “sionistico” è efes
che nel linguaggio della Torah significa però, ma nell’ebraico moderno
significa zero. Quante volte l’aggiunta di un però azzera e vanifica un
grande progetto?
(Nell'immagine La notte di Thishà beAv in un'opera di Zvi Raphaeli)
rav Roberto Della Rocca, direttore del dipartimento Educazione e cultura UCEI (Pagine Ebraiche, luglio 2010) |
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