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L'Unione informa |
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23 luglio 2010 - 12 Av 5770 |
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Roberto Colombo, rabbino |
Un
giorno un colto giornalista che amava definirsi un “ebreo moderno”
chiese con presunzione a rav Itzchàk Elchanàn Spektor (1817 -
1896), rabbino di Kovno, per quale motivo egli e tanti altri
ebrei si ostinassero a seguire regole e usanze antiche. “In realtà”
rispose il rav, tra noi due il vero ebreo moderno sono io. Tu
appartieni ancora a quel gruppo di persone di cui la hagadà di Pèsach
dice: “Nell’antichità i nostri padri seguivano le usanze dei
Gentili”. |
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Trieste,
comunità di confine, è in questi giorni lo spazio espressivo della
mobilità e della vivacità interno all’informazione nel mondo ebraico
italiano. Peculiarità della città giuliana che nel corso della sua
storia ha tradizionalmente contribuito a innovare anche in ambito
educativo. Nel 1857 su L’Educatore Israelita - giornaletto di letture -
edito a Vercelli veniva segnalata a tutte le comunità italiane la
pubblicazione di un nuovo vocabolario italiano-ebraico, compilato dal
signor Aron Luzzatto di Trieste. “Il signor Aron Luzzatto, con quella
dotta operosità che lo distingue, sta compiendo utilissimamente il
lavoro già ben incominciato. Dopo d’aver pubblicata la prima parte
dall’ebraico all’italiano, ora ha intrapresa la seconda parte, a parer
nostro, assai più utile per le scuole e pei primi rudimenti dello
studio. Non né abbiamo sott’occhio finora che un breve fascicolo; né
possiamo darne intero giudizio. Ma il metodo ci sembra facile, piano, e
grandemente adatto per gli esercizi di traduzione dall’italiano
all’ebraico. Raccomandiamo caldamente quest’operetta a tutti i maestri,
e ci riserbiamo di dare loro maggiori indicazioni in proposito”. Anche
oggi la scuola ebraica di Trieste è all’avanguardia nell’insegnamento
della lingua ebraica, veicolo irrinunciabile di strutturazione
identitaria e di futuro per i nostri ragazzi. |
Sonia Brunetti Luzzati,
pedagogista |
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Giornata della Cultura Ebraica - Renzo Gattegna: “L'iniziativa è il frutto del rapporto tra ebraismo e società”
“Non
mi stanco di ripetere che la Giornata Europea della Cultura Ebraica è
il frutto della grande evoluzione dei rapporti tra ebraismo e società”,
così il presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Renzo
Gattegna, ieri, alla conferenza stampa di presentazione della Giornata,
tenutasi al Ministero per i Beni e le attività culturali. Un rapporto
che migliora anno dopo anno, stando ai numeri della manifestazione,
dalle poche centinaia di presenze dei primissimi anni alle oltre
sessantamila dell’anno scorso, con una crescita esponenziale anche di
località aderenti (per dare un’idea, la prima edizione della Giornata
si festeggiò solo a Casale Monferrato, nel 2005 le adesioni arrivarono
a quaranta, quest’anno sono sessantadue i luoghi dove si svolgono le
manifestazioni.) L’‘appeal’ della Giornata Europea della Cultura
Ebraica sta proprio nel presentare un programma di eventi (dalle visite
guidate alle mostre, dai concerti alle degustazioni, dal teatro alle
conferenze ad altri innumerevoli modi di ‘fare cultura’) incentrato
sull’ebraismo, cultura plurimillenaria di cui molto si parla, sebbene
talvolta non proprio a proposito; e di farlo in maniera diffusa sul
territorio, coinvolgendo (e facendosi coinvolgere) dagli enti locali,
in un perfetto esempio di integrazione, di collaborazione, di scambio.
In particolar modo nei luoghi dove non esiste più una vita ebraica
attiva e organizzata, e dove l’interesse per l’ebraismo parte
direttamente dalle amministrazioni o dai cittadini, che decidono di
valorizzare le ‘tracce di ebraismo’ presenti sul loro territorio,
piccole o grandi che siano. ‘Fil rouge’ delle manifestazioni di
quest’anno, il tema “Arte ed ebraismo”: un binomio affascinate, visto
anche il rapporto complesso tra cultura ebraica e rappresentazione
figurativa. La Giornata Europea è inoltre un modo per parlare di
beni culturali ebraici. Un patrimonio grande e importante, che va
preservato, curato, valorizzato perché parte integrante della storia e
della cultura d’Italia. Lo ha ricordato ieri anche il sottosegretario
Francesco Maria Giro, parlando dell’impegno del Governo in tale
direzione. “Noi sappiamo che l’ebraismo ha lasciato vestigia e memorie
sin dai tempi antichi. Abbiamo il dovere di conservare questo
patrimonio e di valorizzarlo. Talvolta il Governo ha disatteso queste
promesse, e la Giornata Europea della Cultura Ebraica è una sorta di
‘memento’ per non dimenticarci di quest’impegno”. Un pensiero
condiviso anche da Alain Elkann, che ha ricordato come “l’Italia è la
capitale dell’arte e della bellezza, e la cultura ebraica italiana fa
parte di questo straordinario patrimonio”. Insomma, gli ebrei in
Italia sono presenti da oltre due millenni, in un continuo processo di
integrazione e (purtroppo non raramente) di esclusione dalla vita
sociale e pubblica; ma quando è stato loro permesso di partecipare,
hanno sempre dato un importante contributo civile, culturale,
spirituale. Livorno ne è l’esempio perfetto: città aperta,
rifugio degli ebrei sefarditi cacciati dalla penisola iberica, esempio
ideale di accoglienza e integrazione (tanto che oggi il suo assessorato
alla Cultura è declinato al plurale: si chiama infatti assessorato alle
Culture), la città portuale toscana ha dato i natali a importantissimi
rabbini, cabalisti, studiosi, stampatori, artisti. Forse anche
perché, come ha ricordato il consigliere UCEI delegato alla Giornata,
Yoram Ortona, “il mare è sempre stato il punto di partenza verso luoghi
di salvezza, un simbolo di libertà.” Ma sicuramente, di questa
integrazione positiva e plurisecolare, gli ebrei livornesi hanno colto
nei secoli le grandi opportunità. “E se noi siamo stati sempre bene
accolti - ha detto ieri Samuele Zarrough, presidente della Comunità
Ebraica di Livorno - il 5 settembre saremo noi ad accogliere la
cittadinanza alle nostre iniziative, che spazieranno dalla cultura
all’arte, all’enogastronomia, a molto altro”. L’appuntamento, dunque, è
per il 5 settembre, da Livorno al resto d’Italia alla scoperta della
cultura ebraica. O, per chi volesse, negli altri ventotto Paesi
d’Europa che aderiscono all’iniziativa. Marco Di Porto
Redazione Aperta - Sanja Simper, insegnare la Memoria
Prima
insegnante croata ad occuparsi attivamente di Shoah e Memoria, la
professoressa Sanja Simper è stata ospite della redazione per un
confronto e per un approfondimento sui suoi studi, che hanno fornito un
quadro più dettagliato sulle comunità ebraiche di Fiume e di Abbazia e
sui grandi personaggi che ne hanno fatto la storia (in alcuni casi
Sanja si è occupata della riscoperta di figure insigni finite nel
dimenticatoio). Nel corso dell’incontro con la redazione è stato
ricordato il contributo fondamentale dato dalla studiosa nella
realizzazione del dossier pubblicato nel numero di luglio della testata
UCEI, dedicato ad alcune realtà ebraiche del panorama austroungarico. L’interesse
di Sanja per il mondo ebraico inizia in gioventù: in particolare per
questione identitaria e antisemitismo. La sua tesi di dottorato esamina
le dinamiche delle comunità di Fiume e Abbazia nel periodo che va dalla
promulgazione delle leggi razziali in poi. Passata dal banco alla
cattedra, nel 2002 Sanja promuove insieme a una collega una serie di
progetti per gli studenti, facoltativi e da sviluppare nel tempo
libero, con argomento Shoah e persecuzioni antiebraiche. La risposta è
sorprendente: oltre settanta alunni scelgono di farsi coinvolgere. Il
liceo di Abbazia diventa così la prima scuola croata a lavorare in modo
propositivo sulla Memoria, tema fino a quel momento ai margini dei
programmi didattici. A fine anno viene organizzata una mostra che
riscuote apprezzamenti da più parti. Ivo Goldstein, storico e
presidente della Comunità ebraica di Zagabria, si complimenta così:
“Avete raccolto più materiale voi del Simon Wiesenthal Center”. Anche
il presidente della Comunità di Trieste Andrea Mariani rimane colpito e
si impegna per allestire una esposizione analoga in terra giuliana:
Sanja accetta di partecipare. Nel 2006 le sale del museo di via del
Monte ospitano la mostra L’educazione spezzata – Scuole ebraiche a
Trieste e Fiume durante le leggi razziali (1938-1943). “Un grande
successo di pubblico e contenuti”, ricorda Sanja.
as
La battaglia della Memoria è al fianco dei più giovani
Sanja
Simper, storica, ricercatrice e insegnante di liceo, da anni si dedica
con passione alla riscoperta dei frammenti della storia ebraica di
Abbazia: nomi e vicende di quella piccola collettività (nel periodo
d’oro non più di 300 iscritti) ormai scomparsa da tempo. Le difficoltà
non mancano: “È un lavoro duro, perché solo pochissimi ebrei sono
tornati ad Abbazia dopo la guerra e nessuno ci è rimasto a lungo”,
racconta. Il materiale scarseggia, anche per la distruzione
dell’archivio comunitario. Tra coloro che fecero ritorno, il vecchio
presidente Bernando Nathan, che nel dopoguerra, oltre a recuperare il
dissestato cimitero ebraico e promuovere la costruzione di un monumento
ai deportati, scrisse una dettagliata relazione all’Unione delle
Comunità ebraiche di Jugoslavia sulla storia degli ebrei di Abbazia. Un
testo di grande importanza per la professoressa Simper: “Insieme al
materiale conservato nell’Archivio di Stato di Fiume e alle
testimonianze dei sopravvissuti è alla base del mio lavoro di ricerca”.
In Sanja l’interesse per il mondo ebraico è da sempre molto forte: “Ad
appassionarmi sono in particolare questione identitaria e origini
dell’antisemitismo”. Laurea in storia e filosofia conseguita
all’Università di Zagabria, la sua tesi di dottorato approfondisce la
condizione degli ebrei di Fiume e di Abbazia dalla promulgazione delle
leggi razziali. La tesi è solo l’inizio del percorso, Sanja prende
sempre più a cuore quei temi e allarga il campo di ricerca fino ai
primi anni della Comunità di Abbazia. E’ il tempo degli investimenti
nel turismo: “Erano molti gli ebrei che gestivano alberghi e piccole
attività commerciali. C’erano anche numerosi medici, spesso proprietari
e gestori dei sanatori”. Il primo nucleo ebraico risale a fine
Ottocento, ma i tempi lieti hanno presto fine: “Con l’anessione
all’Italia, Abbazia diventa una meta turistica marginale e la città e
l’intera Comunità ne risentono in modo negativo”. Tra gli ebrei di
Abbazia figura anche il chimico di origine polacca Leo Sternbach, che
nel 1963 inventa il Valium. Il suo legame con la città di origine non
era mai stato valorizzato: sono le ricerche della Simper a colmare
questa lacuna. Nel 2005 Sanja mette in contatto via email il 97enne
Sternbach, da decenni negli Stati Uniti, e gli alunni del liceo in cui
insegna. Scopre la casa in cui aveva vissuto e, una volta morto, fa
mettere una targa in ricordo di quell’illustre concittadino (nella foto
Sanja Simper con i suoi studenti davanti all’edificio). E si dedica
anche alla riscoperta del compositore di origine viennese Marcel
Tyberg, che visse ad Abbazia. Sempre per coinvolgere i più giovani
Sanja nel 2002 decide, insieme a una collega che insegna sociologia ed
etica, di promuovere una serie di progetti dedicati alla Shoah e alle
persecuzioni antiebraiche. Una settantina di ragazzi risponde
positivamente al suo appello. “Senza neanche saperlo siamo diventati la
prima scuola croata ad occuparsi in modo attivo di Memoria”, ricorda.
Ivo Goldstein, storico e presidente della Comunità ebraica di Zagabria,
commenta: “Avete raccolto più materiale voi del Simon Wiesenthal
Center”. Poco dopo arriva la proposta della Comunità ebraica di Trieste
di esporre lì alcuni materiali sulle vittime delle persecuzioni. Sanja
accetta con entusiasmo. E così nel 2006, dopo l’ennesima full immersion
negli archivi fiumani e grazie alla collaborazione di storici
triestini, fra cui come curatrice della mostra Tullia Catalan, la
Comunità giuliana organizza l’esposizione L’Educazione spezzata. Scuole
ebraiche a Trieste e Fiume durante le leggi razziali (1938-1943),
dedicata al terribile impatto che quelle leggi ebbero sugli studenti di
religione ebraica. Sanja, che negli anni è andata sempre più
approfondendo il tema della Shoah, scrivendo saggi e trascorrendo
periodi di specializzazione all’Holocaust Memorial Museum di
Washington, allo Yad Vashem e alla International School for Holocaust
Studies, ricorda l’iniziativa: “Fu un successo, presentammo al pubblico
una serie di documenti inediti ed estremamente significativi”.
Adam Smulevich, Pagine Ebraiche, luglio 2010
Qui Milano - Una chiave per ricordare Aniasi
Tel
Aviv 1979. La città, guidata dal sindaco Shlomo Lahat, decide di
rendere omaggio a un grande italiano, Aldo Aniasi (nell'immagine),
sindaco di Milano dal 1967 al 1976, poi eletto in Parlamento. Aniasi è
un eroe della Resistenza e durante i suoi anni alla guida del capoluogo
lombardo si impegna per promuovere il legame tra Milano e Tel Aviv.
Così riceve come dono simbolico la chiave della Collina della Primavera. Milano
estate 2010. Tra le bancarelle di un mercatino domenicale il cittadino
Paolo Uguccioni, collezionista, rinviene una scatola di legno che
contiene una chiave. La chiave offerta “all’Onorevole Aldo Aniasi con
amicizia dalla città di Tel Aviv-Yaffo”. Oggi quel dono è stato
riconsegnato alla Comunità Ebraica di Milano nel corso di una cerimonia
che ha ricordato la figura di Aniasi, scomparso nel 2005. “Quando Paolo
Uguccioni ci ha contattato, raccontandoci la vicenda, abbiamo preso
l’impegno di restituire la chiave alla famiglia Aniasi e alla città di
Milano - ha spiegato il vicepresidente Daniele Nahum - La famiglia però
ha espresso il desiderio che fossimo noi a conservare questa preziosa
testimonianza. E come Comunità Ebraica di Milano siamo particolarmente
orgogliosi di farlo”. Alla cerimonia hanno partecipato anche il
presidente della Comunità Roberto Jarach, il presidente del Consiglio
comunale Manfredi Palmeri, i figli di Aldo Aniasi, l’Associazione
partigiani. Una richiesta specifica è stata messa in campo da Nahum
“Chiediamo al Comune di Milano di dedicare ad Aldo Aniasi una via della
città, perché l’esempio di uomini come lui possa rappresentare una
fondamentale testimonianza di valori che a tutti i cittadini, e in
particolare alla Comunità ebraica, devono stare a cuore”.
Rossella Tercatin |
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Tishà Be-Av
Dal
punto di vista didattico Tishà Be-Av è una ricorrenza strana: non
capita mai durante l’anno scolastico e quindi rischia di essere un po’
trascurata nelle scuole ebraiche. In compenso ha il vantaggio di
arrivare sempre durante le vacanze. Nei miei ricordi il 9 di Av è
legato spesso al mare o alla montagna, a Israele o ai campeggi della
FGEI, una volta persino a Oxford (dove mi sono sentita a casa come mai
avrei immaginato). Confesso che quando ero piccola non vedevo l’ora che
arrivasse Tishà Be-Av e succedessero tante cose insolite: i grandi che
si sedevano per terra come noi, tutte le luci spente, cantare al lume
di candela e al momento giusto ripetere “ohi”. Anche il divieto di
salutare per me aveva il fascino di un’inconsueta rottura delle regole,
come l’obbligo di mangiare appoggiati al seder di Pesach. Tutto questo
non ha impedito che piano piano, leggendo le Lamentazioni e gli altri
testi, imparassi a ragionare sul significato della ricorrenza, così
come a Pesach si comincia dall’Afikomen e dai canti e si arriva a
riflettere su libertà e liberazione. Anche il ricordo di eventi
luttuosi, come quello di eventi lieti, ha una sua didattica, fatta non
solo di riflessioni teoriche ma anche di gesti concreti.
Anna Segre, insegnante
Comix - American Flagg
Nel
1983 la First Comics da alle stampe una serie dedicata a un personaggio
estremamente bizzarro quanto interessante. Si tratta di American Flagg!
di Howard Chaykin. Chaykin si forma nello studio di Gil Kane e Neal
Adams; dopo un passato professionale nel settore commerciale, torna nel
mondo dei fumetti con questa serie, che a parte la grafica estremamente
particolare, introduce molti elementi della cultura pop, ma soprattutto
presenta ufficialmente e dichiaratamente un supereroe ebreo, Reuben
Mikhail Flagg. La serie raccoglie, fra le altre cose, riflessioni
neanche troppo velate sulla cultura reganiana, consumistica e
superficiale degli anni Ottanta. Nel 1996 il governo degli Usa, i capi
delle multinazionali e un manipolo di esseri umani si rifugia su Marte,
dopo una serie di tragedie, lasciando la Terra in mano all’integralismo
islamico, URSS e gli stati pan-africani. Dal pianeta rosso governano e
commerciano con quello che rimane degli Usa e del resto del mondo.
Flagg è un personaggio televisivo, cresciuto però secondo un’idea
utopistica di ripristinare l'ordine e riportare il governo degli Stati
Uniti sulla Terra.
La
serie è caratterizzata per una forte critica alle politiche degli anni
Ottanta e a una visione, strettamente fantascientifica, del futuro, che
letto oggi sembra stranamente e metaforicamente ben “visto”. L’origine
ebraica del personaggio non è intuibile o ipotizzata, periodicamente
nella serie, per esempio nel secondo episodio, Flagg afferma la propria
origine. Lo stesso autore in un'intervista rilasciata a Gary Groth ha
dichiarato che non era particolarmente interessato a escludere dal
proprio lavoro il suo background. Si diceva della grafica
particolare, uno degli elementi più interessanti di Chaykin è il
tentativo di realizzare un prodotto realistico, dove il disegno
presenta correttamente i corpi, come una struttura degli ambienti
estremamente formale, classica. Però guardando con attenzione, si ha
una leggera sensazione di teatralità, come se quei volti fossero in
realtà delle maschere, c'è un qualcosa di finto. Ma cosa? I fumetti di
Chaykin terminano con qualcosa di incompleto, se volete una antitesi
grafica.
Andrea Grilli |
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Riccardo Pacifici - Io, l'amico ebreo di Alemanno Per
parlare con Riccardo Pacifici, si entra in Sinagoga, da una porta più
piccola. Siamo nel cuore della Roma ebraica, luogo che i romani non
ebrei guardano a volte con timore, come fosse un monolite sganciato dal
passato. Ad un uomo che appare dalla penombra esibisco il passaporto,
con tanto di timbro israeliano che lui registra con un sorriso
enigmatico: “Sì, sono stata in Israele, pi volte”. Tutti parlano a voce
bassa, qui. Anche le scale sono piccole e strette. Come in un libro di
Kafka, penso. Non il Castello, non il Processo, no. Come nei Diari. Le
cose piccole e strette, di luminescenza chiaroscurale. Al piano di
sopra, lo spazio si stende. La stanza in cui lavora Pacifici, 46 anni,
presidente della Comunità Ebraica di Roma dal 2008, non è diversa da
qualsiasi altra stanza di un moderno ufficio di una grande metropoli.
Sopra la scrivania, c'è una foto di Giorgio Napolitano. Tiro un respiro
di sollievo. Ci immaginavamo una parete piena della interminabile serie
Pacifici-Alemanno, Alemanno-Paifici... Perché tutte queste foto con Alemanno? Sembra che i giornali romani non ne abbiano altre da pubblicare... Il
paradosso è che io avevo votato Rutelli, cosa che Alemanno sa. E che
nel tempo abbiamo costruito un ottimo rapporto. Ho parlato a lungo con
Alemanno, e ha ammesso di essere cresciuto per tanto tempo con un'idea
sbagliata in merito alla questione ebraica. Quando è andato ad
Auschwitz, mi ha chiesto in lettura dei libri sulla questione ebraica e
la persecuzione italiana durante la Shoah. Ha riconosciuto apertamente
la responsabilità del fascismo nella persecuzione degli ebrei. Sono
fatti importanti. Ho potuto apprezzare diverse volte in Alemanno una
grande capacità di ascolto. Quindi lei non è un uomo di destra, come si dice... Lo
chieda a Boccacci e ai suoi amici di Militia che mi vorrebbero fare la
pelle. E paradossale ma trovo il mio nome anche come “nemico” sia nei
centri sociali più radicali di sinistra che nei siti dell'estremismo
islamico. E la cosa mi fa sorridere. Come si è andata costruendo l'amicizia tra lei e il Sindaco di Roma? Inizialmente,
in campagna elettorale ho avuto un ruolo nell'impedire l'apparentamento
con Storace. Se Alemanno (come poi è stato) voleva liberarsi dalla sua
passata militanza e intraprendere la strada che stava indicando Fini,
non poteva allearsi con una forza politica guidata in quel momento da
Storace e dalla Santanché, che avevano dato risposte ambigue
sull'antifascismo. Vede, io credo che il ruolo di noi ebrei sia quello
di trasmettere dei valori, una certa idea dello Stato e dell'impegno
sociale. E devo dire che il sindaco Alemanno ha creato con la nostra
Comunità un rapporto reale, non retorico. Quanto è cambiata la sua vita da quando è sotto scorta? La
scorta ce l'avevo anche prima di assumere l'incarico attuale, ma è
stata confermata dopo le minacce da parte dell'estrema destra. Non è
facile portare i bambini a scuola con la scorta e dover spiegare
continuamente perché si debba vivere in questo modo. Per alcuni loro
compagni, la scorta è uno status symbol, ma non per i miei bambini che
vorrebbero vivere più liberi. Il problema è anche per gli uomini della
scorta. Anche loro hanno mogli e figli. Anche loro sono padri di
famiglia. Ed io cerco di averne rispetto. Pacifici è un nome importante nella storia delle grandi famiglie ebree... Mio
nonno era rabbino capo a Genova ed è morto ad Auschwitz. Anche mia
nonna, in seguito ad una delazione di italiani (si era rifugiata nel
convento delle Suore del Carmine a Firenze e fu catturata da giovani
militi fascisti) fu deportata nello stesso campo. Non sappiamo se si
siano incontrati. Di sicuro sono stati uccisi tutt'e due ad Auschwitz.
Una storia come questa mi chiama ad una responsabilità costante nei
confronti della Memoria. E di certo rende impossibile che io possa mai
fare sconti ai fascisti, anche quelli di oggi. In Italia, il fascismo
non è stato, come molti sostengono, una dittatura all'acqua di rose che
ha emulato malamente il nazismo, ma una dittatura terribile. I fascisti
collaborarono attivamente alla deportazione degli ebrei e degli
oppositori politici...I miei nonni lasciavano orfani due bambini, uno
di dodici anni, l'altro di cinque. E qui comincia la storia di mio
padre. Che ebbe una deviazione tragica nel giorno dell'attentato alla Sinagoga... Sì,
nell'attentato del 1982 a Roma è stato colpito da una bomba che gli è
esplosa dentro lo stomaco. Mio padre tuttora vive senza massa muscolare
nell'addome.Ha la gola totalmente squarciata. È pieno di schegge nel
corpo. Ha subito traumi anche agli occhi. Che ricordi ha di quel momento? Mio
padre che sta tra la vita e la morte... non sono cose che si possono
dimenticare...Allora facevo la quinta liceo. E ho dovuto mettermi a
lavorare. La mattina studiavo, di pomeriggio lavoravo sostituendolo
come agente di commercio (nel settore dell'abbigliamento), cosa che
continuo a fare. I sui figli studiano alla scuola ebraica? Certamente. Scusi, perché certamente? Non possono andare alla scuola pubblica? È
stata una scelta mia e di mia moglie:, quella di dare ai nostri figli
un'educazione ebraica. Inoltre, le scuole ebraiche sono equiparate alle
scuole pubbliche e sono diverse dalle scuole confessionali. Anche lei ha studiato alla scuola ebraica? Ho studiato alla scuola ebraica fino alla terza media e poi ho frequentato la scuola pubblica. Ricordo
un episodio che accadde in quegli anni al Virgilio, il liceo che
frequentavo io: buttarono una ragazza ebrea giù dalle scale. Scoppiò un
finimondo. Sì, Paola Caviglia, che in quel periodo si
misurava con la versione teatrale del Diario di Anna Frank...Me lo
ricordo bene quel fatto. Allora frequentavo il Galileo Ferraris, e
venni al Virgilio come rappresentante degli studenti ebrei. Io non ero
un ragazzo di sinistra, ma i miei compagni di sinistra, “i capelloni”,
in quegli anni mi proteggevano e mi scortavano fino a casa. Poi le cose
sono cambiate. Io volevo abbandonare la scuola e l'ultimo anno di liceo
l'ho fatto al Rosolino Pio, a Monteverde: lì l'ambiente era di destra e
i compagni di sinistra mi erano contro a causa dell'operazione Pace in
Galilea dell'82 e della strage di Chabra e Chatila. Lei è stato per tanti anni anche il portavoce della Comunità Ebraica romana, ruolo che si è inventato di sana pianta... Sì,
da 17 anni sono consigliere della Comunità e sono stato anche
vicepresidente. Quello che è sempre mancato è proprio il ruolo di un
portavoce, cioè di qualcuno che non tenesse i rapporti non solo con i
media, ma anche con la società civile e con il Paese. Lei è sionista, immagino. Certo.
Uno dei più grandi errori della sinistra è di pensare che il sionismo
nasca nel 1948 quale “compensazione” dell'Occidente, o meglio
dell'Europa, a favore del popolo ebraico e a danno del popolo
palestinese. L'idea del sionismo, di cui anche mio nonno fu artefice,
nasce ai primi del Novecento e fa parte della tradizione del culto
ebraico, laddove ognuno prega tre volte al giorno rivolgendosi verso
Sion, che è la collina dove è sorta Gerusalemme.. Però
ci sono stati nella storia degli intellettuali alcuni ebrei come Hannah
Arendt che, dopo averlo a lungo frequentato, dissero no al sionismo. Anche
Hannah Arendt ha recitato “L'anno prossimo a Gerusalemme”, la formula
con cui si chiude la festa pasquale. . . Questo per dire che il
sionismo è molto legato alla nostre tradizioni. Per noi i gesti
tradizionali sono molto importanti. Anche l'ebreo più laico del mondo,
quello che mangia il prosciutto, due cose le fa sempre: il digiuno del
Kippur e la Cena Pasquale e voglio ricordare una cosa: il sionismo
politico, paradossalmente, nasce tra gli ebrei non osservanti, tra gli
ebrei socialisti... [...] Katia Ippaso, Gli altri, 23 luglio 2010 Leggi la versione integrale dell'intervista. Clicca qui |
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notizieflash |
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Coppe europee - Risultati in chiaroscuro per i club israeliani Missione
compiuta solo in parte. Delle tre squadre israeliane finora impegnate
nei turni preliminari delle competizioni calcistiche continentali, solo
due sono riuscite a passare il turno. Fuori dall’Europa League il Bnei
Yehuda, che all’orizzonte vedeva la sfida con la Juventus e che si è
fatto superare con il minimo scarto (0-1) dal Shamrock Rovers,
vanificando così il vantaggio acquisito nel match di andata con un
pareggio promettente (1-1) in terra di Irlanda. Sconfitta indolore
(2-1) per il Maccabi Tel Aviv impegnato in Montenegro con il Mogren
Budva: il 2 a 0 casalingo della scorsa settimana è stato sufficiente
per accedere al terzo turno ad eliminazione diretta. Il prossimo
ostacolo (sulla carta molto duro) sono i greci dell’Olimpiacos. Sonni
tranquilli per il Maccabi Haifa, in campo a fine mese contro la Dinamo
Minsk che nelle scorse ore si è sbarazzata agevolmente del Sillamae
Kalev. Capitolo Champions League: vittoria di misura dell’Hapoel Tel
Aviv con i bosniaci del Zeljeznicar (0-1 in Bosnia dopo il travolgente
5-0 di Tel Aviv). Adesso sotto con l’Aktobe, campione di Georgia ma
quasi sconosciuto a livello europeo. |
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L'Unione
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incoraggiano la conoscenza e il confronto delle realtà ebraiche. Gli
articoli e i commenti pubblicati, a meno che non sia espressamente
indicato il contrario, non possono essere intesi come una presa di
posizione ufficiale, ma solo come la autonoma espressione delle persone
che li firmano e che si sono rese gratuitamente disponibili. Gli
utenti che fossero interessati a partecipare alla sperimentazione
offrendo un proprio contributo, possono rivolgersi all'indirizzo desk@ucei.it per concordare le modalità di intervento.
Il servizio Notizieflash è realizzato dall'Unione delle Comunità
Ebraiche Italiane in collaborazione con la Comunità Ebraica di Trieste,
in redazione Daniela Gross. Avete
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