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L'Unione informa
 
    25 luglio 2010 - 14 Av 5770  

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Moked - il portale dell´ebraismo italiano
alef/tav    
  benedetto carucci viterbi Benedetto Carucci Viterbi,
rabbino
Se, come dicono i maestri, è la conclusione di una cosa o di un discorso a dare il senso al suo insieme, allora la chiave di lettura dei dieci comandamenti è rappresentata dall'ultimo: il comandamento relativo al desiderio. Un invito, assai difficile da realizzare, all'autocontrollo del pensiero.
La scelta di Livorno come città capofila per la Giornata della Cultura Ebraica ha molti significati: alcuni consueti (di solito la scelta è stata per realtà ebraiche piccole, periferiche, che si trattava di mettere al centro rispetto a quelle più consolidate), altri specifici. Vorrei invitare a riflettere su uno che mi sembra specifico. Livorno ebraica nel secondo dopoguerra ha vissuto una metamorfosi che ha una data precisa ed è il giugno ’67. Dentro a quella crisi politica, che è anche culturale, gli ebrei italiani si trovano per la prima volta, dal 1945, a misurarsi con la loro identità collettiva e non più solo con la loro storia privata o personale. Uno degli effetti di quella crisi, è l’incontro con un nuovo esodo ebraico che sceglie l’Italia come territorio di insediamento e che ha una forte identità collettiva ebraica che arriva non come somma di individui, ma come come “comunità”: ovvero gli ebrei che vengono dai paesi arabi o da società a maggioranza religiosa islamica e soprattutto il mondo ebraico libico. Il passaggio di questa fase è dal mondo ebraico italiano, quale si è espresso a partire dal ‘400 in forma più o meno stabile, alla presenza ebraica in Italia che include che non ci sia più un solo tipo di paradigma culturale o di storia di gruppo e che ha il problema di “coabitare” o di confliggere per l’affermazione di una “egemonia” e dove il confronto è sulla continuazione degli usi locali, o il loro mescolamento e dunque la perdita, per alcuni, delle coordinate di autoriconoscimento; per altri la possibilità di portare altrove ciò che si era dovuto lasciare forzatamente indietro. E’ così improprio pensare che più che il passato, al centro della Giornata della Cultura Ebraica ci sia il presente e le forme di coabitazione del futuro? 
David
Bidussa,

storico sociale delle idee
david bidussa  
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  Redazione aperta - Svevo, Joyce e l'identità ebraica

cavaglionItalo Svevo è stato l'oggetto di una lezione che il professor Alberto Cavaglion ha tenuto alla redazione del Portale dell'ebraismo italiano e del giornale Pagine Ebraiche. L'incontro ha avuto luogo all'interno del museo sveviano di Trieste, “un luogo dal forte valore simbolico per me - ha spiegato lo storico piemontese - perché mi ricorda i miei anni verdi: da giovane studente di letteratura ero molto appassionato dell'autore de La coscienza di Zeno e di Senilità, e questo interesse mi portò a una frequentazione assidua del capoluogo giuliano”. Solo in un secondo momento il professore ha dato ai suoi studi un indirizzo più storico, abbandonando “la ridicola e dannosa letteratura, come viene definita proprio nel romanzo più celebre di Svevo”.
La conversazione si è soffermata sul rapporto di un autore dall'identità composita come Svevo con la sua tradizione. “Come disse Umberto Saba, Svevo pensava in tedesco, parlava in triestino e scriveva in italiano”. Dal punto di vista filosofico, l'autore era senz'altro un non credente. “L'ebraismo di questo agnostico convinto somigliava a un amore proibito, adulterino” ha raccontato Cavaglion. Ettore Schmitz (il vero nome di Svevo), figlio della borghesia ebraica triestina, si convertì al cattolicesimo per poter sposare Livia Veneziani. Ogni ritorno di Svevo alle sue origini era vissuto come una sorta di tradimento della moglie cristiana e del suo pensiero rigorosamente agnostico. Sulla carta d'identità, alla voce: religione, mantenne per tutta la vita la dicitura Konfessionlos, senza religione, consentita solo nella Trieste asburgica. “Nonostante ciò - spiega Cavaglion - non recise mai del tutto i legami con la religione dei Padri: nella sua vicenda biografica quanto nella sua produzione letteraria sono ravvisabili tracce di un travagliata ma ineluttabile relazione”.
“Elizabeth Schlechter, un'italianista inglese molto apprezzata - cita il professore - si sta occupando dell'ebraismo come tema sveviano: ha pubblicato, purtroppo solo in lingua inglese, uno dei migliori saggi critici in circolazione sull'argomento”.
Episodio centrale, nella vita di Ettore Schmitz come in quella di Zeno Cosini, fu la morte del padre: determinò un riavvicinamento profondo alla religione. “D'altronde - ha spiegato il professore - anche da un punto di vista strettamente letterario, il motivo del rapporto padre-figlio è un filone importantissimo dell'ebraismo mitteleuropeo del ventesimo secolo. Basti pensare a Franz Kafka e Sigmund Freud...”
A margine della lezione Cavaglion ha voluto esprimere il suo apprezzamento per le innovazioni dell'ultimo anno nell'ambito dell'informazione ebraica. “Siete un segno inatteso - ha detto rivolgendosi ai praticanti giornalisti - della vitalità dell'ebraismo italiano”. Cavaglion, prezioso collaboratore del Portale dell'ebraismo e del giornale Pagine Ebraiche, ha espresso il proposito di seguitare a fornire il suo contributo e il suo incoraggiamento al progetto. Ha poi voluto concludere l'incontro con un consiglio personale che rivolge a tutti i giovani: “La coscienza di Zeno va letta una volta passati i quarant'anni”.

Manuel Disegni  


Qui Trieste - Il recupero del cimitero di Nuova Gorizia

cavaglionRecuperare il cimitero ebraico di Valdirose. Questo il progetto avviato dalla Comunità Ebraica di Trieste in collaborazione con la Fondazione cassa di risparmio di Gorizia. Valdirose, Rožna Dolina in sloveno, è una frazione del comune di Nova Gorica. La località è situata a ridosso del confine italo-sloveno alle pendici della collina del Rafut, sulla direttrice che collega Gorizia con la valle del Vipacco; nella sua parte occidentale si trova uno dei principali punti di accesso tra Italia e Slovenia, il valico confinario di Casa Rossa. Fino al 1947 fu sede del cimitero ebraico della città di Gorizia, attualmente il sito del cimitero risulta incastrato tra un minicasinò dismesso, ricavato nell’edificio un tempo adibito a cella mortuaria, due strade e un cavalcavia.
Andrea Mariani, presidente della Comunità Ebraica di Trieste, ha effettuato venerdì mattina un sopralluogo al sito di Valdirose per prendere visione dei progetti di restauro del cimitero e di riqualificazione dell’ex cella mortuaria, accompagnato nella visita dall’architetto Giorgio Picotti (nell'immagine assieme al presidente Mariani) e dalla dottoressa Greta Schonhaut, restauratrice dell’A.c.r. Arte, cultura e restauro srl, che sovrintenderà ai lavori di recupero. I primi interventi riguarderanno il restauro conservativo della lapide sepolcrale di Carlo MichelStaedter, scrittore e filosofo goriziano di origine ebraiche, e il recupero dell’area circostante disseminata di lapidi cadute e parzialmente interrate o ricoperte dalla vegetazione.
Il restauro della lapide di MichelStaedter rientra nel programma di iniziative in occasione del centesimo anniversario della morte del filosofo, nato a Gorizia il 3 giugno 1887 e morto a Gorizia, suicida, il 17 ottobre 1910. Dopo la visita al sito cimiteriale Mariani ha incontrato in città il direttore generale della fondazione Cassa di risparmio di Gorizia, Giuseppe Bragaglia, per ringraziarlo della disponibilità, che ha messo a disposizione la Cdr per i lavori di recupero del cimitero: “Penso che la Fondazione - ha affermato Mariani - abbia l’onore di aver dato il via a questo progetto per cui sono previsti ulteriori finanziamenti da parte dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e da parte della Comunità europea”.
Il finanziamento citato dal presidente, che dovrebbe aggirarsi intorno al milione e mezzo di euro, rientra in un progetto a più ampio respiro che coinvolge non solo la Comunità Ebraica di Trieste ma anche l’università di Udine e l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Se tale finanziamento venisse assegnato alla Comunità triestina, potrebbe essere impiegato per ulteriori progetti, come il recupero, auspicato dal presidente Mariani, di tutti i cimiteri dell’area: da quelli della Serbia a quelli della Bosnia e della Croazia. “Un’iniziativa - conclude Mariani - che potrebbe inoltre coinvolgere un gruppo di giovani e creare una nuova rete di rapporti nell’ottica di aggregare le comunità ebraiche dell’Est”.

Michael Calimani


Arbereshe e ebrei, due minoranze nel Risorgimento italiano

BandieraDomani, lunedì 26 luglio sarò in Calabria, dove il sindaco di Vaccarizzo Albanese, uno dei parecchi comuni Arbereshe, mi ha invitato a celebrare insieme i contributi delle nostre due minoranze al Risorgimento italiano, nei centocinquanta anni dell’Unità.
Mi interesso agli italo-albanesi (nell'immagine il simbolo di questa minoranza sulla bandiera italiana) fin dal giovanile tempo della tesi di laurea sulle minoranze religiose nel Risorgimento. La loro differenza religiosa dalla maggioranza degli italiani è molto minore della nostra, perché sono cattolici di rito greco, ma la piccola differenza, diciamo un diverso minhag, con in più la facoltà del matrimonio per i sacerdoti, bastò ad attirare diffidenze e fastidi in tempi di intolleranza. L’altra loro differenza è una sentita identità nazionale e linguistica albanese, che si è composta in sintesi con l’identità italiana, come per noi ebrei, in un processo di convivenza e di integrazione.
Gli albanesi giunsero nell’Italia meridionale, in seguito all’occupazione turca del loro paese, nel quindicesimo secolo, poco prima che gli ebrei, radicati da tanti secoli, ne fossero espulsi. Disseminati in molti paesi, e specialmente in Calabria, hanno conservato la loro cultura e le loro tradizioni, malgrado una certa inevitabile assimilazione, contrappesata da ricuperi e risvegli.
Ricchi di fermenti ideali, hanno dato un apporto all’illuminismo meridionale e al movimento rivoluzionario, figurando tra l’élite intellettuale della Repubblica Partenopea, in parallelo con la nostra Haskalah e la partecipazione alle coeve repubbliche democratiche. Il grecista Pasquale Baffi fu vittima illustre della reazione borbonica, che alzò i patiboli in Napoli, e le bande sanfediste imperversarono contro di loro e contro gli ebrei, a diverse latitudini della penisola.
Singoli e gruppi di arbereshe entrarono nelle cospirazioni e nei moti liberali, in parallelo con singoli e gruppi di ebrei in regioni del Centro e del Nord. Furono un elemento propulsivo nel moto di Cosenza del 1844, che accese la speranza e il coraggio dei fratelli Bandiera. Ebbero allora caduti e giustiziati nella repressione. Il Collegio di San Demetrio Corone, centro della loro cultura e formazione religiosa, fu un vivaio di liberalismo. Di lì uscì Agesilao Milano, che nel 1856 balzò dalle file militari per attentare alla vita del re Ferdinando, venendo quindi impiccato.
Nel 1845 nacque il giornalismo ebraico italiano con la “Rivista Israelitica di Parma”, diretta dal giovane medico Cesare Rovighi, che nel ’48 si arruolò, divenendo ufficiale e storico militare, ma continuando a occuparsi di cose ebraiche. Nel 1848 nacque il giornalismo albanese con il bilingue “L’Albanese d’Italia”, fondato da Girolamo De Rada. L’anno precedente Angelo Masci pubblicò un Discorso agli albanesi del Regno di Napoli.
Patrioti e poeti furono Girolamo De Rada e Vincenzo Stratigò, come David Levi e Giuseppe Revere, gli uni e gli altri con corde liriche delle loro origini congiunte alla passione italiana.
I riferimenti politici delle due minoranze variarono intorno ai due principali poli della Monarchia sabauda e del Partito d’Azione. Arbereshe ed ebrei parteciparono alla spedizione dei Mille e alle successive campagne per l’indipendenza d’Italia, aderendo alla moderna energia liberatrice della dimensione nazionale italiana. Arbereshe ed ebrei entrarono fin dall’inizio in Parlamento: Domenico Mauro, già deputato nell’esperienza costituzionale del parlamento delle Due Sicilie, Domenico Damis, Giovanni Mosciaro, Vicenzo Pace, Guglielmo Tocci, da un lato, e dall’altro, per ricordarne solo cinque e cinque, Isacco Pesaro Maurogonato, Leone Carpi (già segretario alle finanze della Repubblica Romana), Tullo Massarani, Giuseppe Finzi, il mazziniano che scontò duro carcere e provvide alla raccolta per il milione di fucili, Isacco Artom, il segretario di Cavour, primo senatore ebreo. Francesco Crispi, albanese di Sicilia, esponente della Sinistra storica, successe a Depretis nella presidenza del Consiglio e fu tra i maggiori politici e statisti italiani. Alla presidenza del Consiglio giunse Luigi Luzzatti, più volte ministro delle finanze e del tesoro.
Entrambe le minoranze diedero un attivo contributo militare.
Gli italo-albanesi hanno preceduto gli ebrei italiani per l’idea della rinascita nazionale nella propria terra, già nel Settecento e nel corso dell’Ottocento, favoriti dal fatto che l’Albania è dirimpetto all’Italia e che lì era rimasta, senza soluzione di continuità, una forte base di popolazione autoctona, laddove la presenza ebraica nell’antica terra di Israele era molto esigua. Gli albanesi d’Italia ebbero così un ruolo primario, nella diaspora del loro popolo, e perfino rispetto alla madrepatria, nel movimento nazionale albanese. Mentre gli ebrei d’Italia, gruppo di pregevole cultura nella diaspora, erano assorti nelle esperienze dell’emancipazione e ricevettero più tardi l’impulso sionistico da altre parti, numericamente consistenti, del mondo ebraico. Eppure un precoce progetto di ricostituzione dello Stato ebraico venne, nel 1851, da un patriota calabrese, non ebreo, Benedetto Musolino. Mi piace pure ricordare il sacerdote e scrittore calabrese Vincenzo Padula, che rivendicò la radice ebraica del cristianesimo e illustrò gli etimi semitici della toponomastica italiana.
Appena l’Italia si unì, Moshé Hess, pensatore ebreo, non italiano, ne avvertì l’importanza esemplare per il prossimo risveglio ebraico, nel libro Roma e Gerusalemme. A questi stimoli corrispondeva, anche da noi, il fondo, non perduto, della coscienza di popolo con l’attaccamento all’antica terra, come si vede nei maestri Samuel David Luzzatto ed Elia Benamozegh. Così, ai primi del Novecento, l’idea sionistica si comunicò ai nostri lidi.
Nel 1912 si costituì lo Stato indipendente dell’Albania, con l’appoggio e sotto l’ influenza dell’Italia e dell’Austria, contrapposte alla Serbia e in rivalità tra loro stesse. L’appoggio italiano era finalizzato al controllo del mare Adriatico, ma fu procurato con l’incisivo impulso degli albanesi d’Italia, vigili e solerti, a partire da Crispi, nel raccordo delle due patrie e per la rinascita schipetara. Crispi era morto nel 1901 e uno dei validi continuatori fu il magistrato e giornalista Anselmo Lorecchio, nativo di Pallagorio in provincia di Catanzaro, fondatore del periodico “La Nazione Albanese” e specialista della questione sulla stampa italiana.
Il sionismo era molto discusso tra gli ebrei. Parecchi lo avversavano per timore di mancare di lealtà all’Italia, tanto più che durante la guerra italo-turca si accese una campagna di stampa nazionalista contro il movimento sionista, accusato di aver rapporti con l’Impero ottomano. Ebbene, nel 1913, sul periodico “Il Vessillo Israelitico”, Emilio Bachi espresse l’analogia con gli italo-albanesi, quale minoranza nazionale, capace di devozione e partecipazione a due patrie.
Quattro anni dopo l’articolo di Bachi, in piena guerra mondiale, nel 1917, venne la volta della causa ebraica con la Dichiarazione Balfour per una sede nazionale in Palestina, e gli ebrei italiani si fecero parte attiva per la ratifica italiana, ottenuta alla conferenza di San Remo nel 1920. Il capitano di Marina Angelo Levi Bianchini rappresentò l’Italia in una missione navale e diplomatica di attenzione al vicino Levante. E dopo un quarto di secolo il sogno del popolo ebraico si realizzò, al di là della nuova persecuzione nazifascista e del genocidio di cui siamo stati vittime.
Vado lieto a celebrare i centocinquanta anni dell’Unità italiana, ospite degli amici arbereshe, nel segno comune di una cittadinanza democraticamente impegnata, fedele ai valori del Risorgimento, che hanno contribuito a ispirare gli altri due risorgimenti mediterranei.

Bruno Di Porto

 
 
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  Davar Acher  - Il salto della quaglia

ugo volliHack, Morandini, Bocca, Antonioni - nelle polemiche recenti. E poi Vittorini, Ingrao, Pavese, Dario Fo, Trombadori, Guttuso, Pratolini, Scalfari e tanti altri citati abbondantemente in passato. Continua la discussione sui "grandi intellettuali" italiani passati nel dopoguerra dalla militanza fascista a un'identità di sinistra, spesso francamente comunista. L'ultimo caso è quello dell'astrofisica Margherita Hack, che su Pagine Ebraiche di agosto confessa di non avere avuto il coraggio di salutare negli anni delle leggi razziste l'illustre scienziata ebrea che la iniziò agli studi e sul Corriere della Sera ammette il suo passato fascista e la sua passiva obbedienza rispetto ai provvedimenti razzisti del regime, giustificandosi con la volontà di partecipare a un importante campionato: potenza dello sport!
Il salto della quaglia da destra a sinistra (qualche volta anche viceversa), saltando il centro noioso e borghese, ha coinvolto molti giornalisti, scrittori, artisti, docenti universitari. Non ci interessa qui naturalmente analizzare le storie individuali, assolvere e condannare; per ragioni puramente cronologiche i casi più gravi e significativi del "lungo viaggio attraverso il fascismo", come lo chiamò Ruggero Zangrandi in un libro famoso, sono da tempo finiti nei luoghi della pietà dovuta ai defunti. Per chi vive oggi, sessantacinque anni dopo, è certamente valida l'attenuante dei "peccati di gioventù" o delle "ragazzate". E però si impone una riflessione più generale rispetto al salto della quaglia degli ex fascisti oggi comunisti, semplicemente perché l'attrazione irresistibile delle dittature sugli intellettuali non è affatto finita col fascismo. Ragazzi e meno ragazzi con pretese intellettuali si innamorarono volta volta di Stalin e di Mao Tse Tung (lo confesso, anch'io nei miei vent'anni ho agitato il "libretto rosso"...), di Castro e di Peron, di Ho Chi Min e del Che Guevara, di Ben Bella e di Arafat, oggi sostengono Ahamadinedjad, Chavez, Hamas. Quasi tutti personaggi che ai loro molti difetti generali assommano anche i tratti dell'antisemitismo, o almeno dell'odio per Israele e il sionismo.
Perché questo sex appeal del dittatore? Perché l'impegno intellettuale per i regimi autoritari è stato immensamente più popolare di quello per la democrazia? Ignoriamo le vicende personali, non indaghiamo nelle motivazioni singole. Lasciamo perdere anche il trasformismo nazionale, la piccola furbizia che fa parte dell'identità italiana per cui artisti e intellettuali cercano sempre il protettore di turno. Il problema è più generale. Una ragione materiale è evidente: i totalitarismi mirano a mobilitare tutta la società e usano volentieri gli intellettuali come strumenti per questo obiettivo: hanno dunque una "politica culturale" che li coinvolge emotivamente e li avvantaggia sul piano economico (il fascismo distribuiva soldi a moltissimi intellettuali e giornalisti, anche a quelli che non ne avevano bisogno come Mascagni, Pirandello, Marconi). Nei paesi comunisti gli scrittori, gli artisti e i giornalisti (non dissidenti, è chiaro) erano organizzati in circoli e sindacati che li favorivano parecchio. Per diventare un intellettuale di successo, oggi come ieri, ci vuole un po' di furbizia, un senso missionario della propria promozione, che è soddisfatto molto di più dalle politiche culturali dei partiti totalitari che dal mercato liberale. Diventare un'"operatore ideologico", una "cinghia di trasmissione", un "megafono" per le idee giuste, naturalmente, è una tentazione (o una giustificazione della propria identità) cui pochi intellettuali si sono sottratti nel Novecento.
Ma c'è di più. L'artista, lo scrittore, il giornalista, l'universitario, insomma l'intellettuale, è una figura contemporanea di chierico sradicato in una società che fa fatica a riconoscere la pura e semplice "missione del dotto". Appartenere a un partito che vuole rifondare il mondo su valori imposti e progettati, dare senso alla propria vita non coi piccoli risultati che si possono ottenere in astrofisica o nella critica cinematografica, in letteratura o nell'editoria, ma con la "liberazione dell'uomo", la "rivoluzione", l'"utopia" permette di superare una crisi di identità profonda, una sfiducia in sé e nella banale società circostante. Nel comunismo prima sovietico e poi cinese, nel fascismo esoterico (naturalmente razzista), nel terzomondismo, nell'islamismo militante vi è un tratto esotistico che ha sempre colpito gli intellettuali: via dalla banalità quotidiana della democrazia, con i suoi negoziati umilianti, con la sua faticosa ricerca del consenso! Via verso la figura carismatica di un leader che ha sempre qualcosa di machista e di titanico, "eros e priapo", come scrisse Gadda! Via verso l'utopia che essendo felicemente in nessun luogo non può essere sporca, via verso un futuro che non essendoci ancora non può essere sbagliato! Anche Israele poté piacere a qualcuno quando era l'utopia dei kibbutzim o la romantica arretratezza dei chassidim... ma da quando si è capito che era fatto di città moderne, di industrie hi-tec, di politica barocca, di scontri sanguinosi con dei vicini così esotici, così romantici e idealisti, con il vantaggio ulteriore di essere o di sembrare poveri, ha perso completamente il suo carattere utopico.
Per queste ragioni gli intellettuali che da giovani erano fascisti o poi sono diventati comunisti e rimasti estremisti anche oggi, come quelli che ho citato, e gli altri che per ragioni anagrafiche sono diventati comunisti subito e oggi sono "no global" o "pacifisti" o "ecologisti radicali", molto probabilmente non possono essere rimproverati di aver cambiato bandiera, o di essere stati ingenui allora e furbi oggi o viceversa. Sono sempre gli stessi, un impasto di furbizia e di irrealistico innamoramento per il potere carismatico dei tiranni, di pietà e di narcisismo, di interesse personale e di disinteresse mal riposto, di orgoglio ed egotismo e di bisogno di servitù verso un "capo". Quell'atteggiamento che già ottant'anni fa Julien Benda chiamava "trahisno des clercs", il tradimento dei chierici.
 
Ugo Volli
  


“Nella distruzione dobbiamo vedere l'inizio della riparazione”

RabelloIl Talmud ci dice che Moshé Rabbenu ci ha insegnato non solo la Torà ma anche alcune regole della Tefillà: "L'uomo deve prima esprimere le lodi del Santo e Benedetto e poi pregare" (Berachot 32a), secondo come ha agito Moshé stesso in questa parashà: "Sign-re Idd-o, Tu hai cominciato a mostrare al Tuo servo la Tua grandezza e la Tua mano potente in modo tale che quale D-o in cielo o in terra potrebbe mai imitare le Tue opere e la Tua potenza" e poi nel verso successivo: "Lasciami di grazia passare il Giordano sì ch'io veda la buona terra" (Deut. 3:24-25 nella traduzione del rav Elio Toaff). La Torà e la Tefillà sono i due canali verso D-o, sono il legame fra l'uomo e D-o. L'uomo riconosce che da D-o viene l'insegnamento (la Torà) e con la preghiera, che sale dall'uomo verso D-o, l'uomo riconosce che tutto proviene da D-o Benedetto (Tefillà). La Tefillà ci invita a un momento di riflessione prima che possiamo esprimere le nostre richieste, come a dire cerca di vedere te stesso nel mondo in cui ti trovi, guarda l'opera del Sign-re prima di chiederGli cosa ti manca, insomma derech erez (che in questo caso si può tradurre anche con 'buona educazione' ) kadmà latorà; ma dobbiamo sapere bene, una volta iniziata la tefillà dobbiamo liberare la nostra mente da ogni altra cosa, sia pure dal limud torà (uleovdò bechol levavchem, Deut. 11:13, che si riferisce alla Tefillà - Sifré).

Nachamù, nachamù amì
"Consolate, consolate il mio popolo" (dalla Haftarà di Shabbat nachamù, Isaia 40:1) e subito dopo "parlate al cuore di Jerushalaim" (ivi, 40:2), non vi è una vera consolazione se non riguarda Erez Israel e il suo cuore, Jerushalaim. Isaia parla di una doppia consolazione: la prima verso l'esterno, con le genti del mondo che fanno fatica a riconoscerti un posto, che fanno fatica a riconoscerti la legittimità, fanno fatica perfino a riconoscerti il diritto alla vita (sì, a me non lo si può negare, ho vissuto anch'io direttamente quel periodo). Quanto abbiamo bisogno di questa consolazione, come ricordiamo con gratitudine la dichiarazione Balfur, noi che pure abbiamo scritta in lettere d'oro questa dichiarazione per bocca dei Profeti, in tutta la Bibbia…; ma non meno importante è la seconda consolazione, quella rivolta verso l'interno, a casa nostra. Quanto ne abbiamo bisogno con tutte le beghe che vi sono fra noi, dalla definizione di chi è ebreo, di chi vogliamo che venga a vivere con noi, di come possiamo convivere con culture così differenti, anche qui Isaia ci dice: “La vera consolazione è parlate al cuore di Jerushalaim". C'è una consolazione per la golà e una consolazione per Erez Israel, c'è una consolazione per la generazione che ha visto il churban (distruzione del Santuario) e una consolazione per tutte le generazioni future: "Consolate, consolate il mio popolo - dirà il vostro D-o" (e il Jalcut Jeshaià spiega in questo modo l'uso del futuro, dirà). La lezione di Jeshaià è quella che ci darà Rabbì Akivà (TB, Makkot 24 b) quando sorride vedendo il Santuario distrutto. Rabbì Akivà ci ha insegnato che già nella distruzione dobbiamo vedere l'inizio della riparazione, l'inizio della redenzione. È senz'altro una lezione importante, ma assai difficile, assai difficile…

N.B. Sono lieto di dedicare queste divré Torà in onore del rav Elio Toaff, in occasione dei suoi 95 anni spesi per la consolazione del suo popolo, all'interno come all'esterno: grazie e chazak ubaruch, caro rav Toaff. 

Alfredo Mordechai Rabello, Università ebraica di Gerusalemme

 
 
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Una love-story tradì Eichmann 
Un documentario della studiosa tedesca Bettina Stangneth sulla poco nota storia d'amore che portò alla cattura del criminale nazista Adolf Eichmann ripropone interrogativi e ombre sul comportamento del Vaticano e dei servizi segreti occidentali che aiutarono i boia tedeschi a fuggire indisturbati dall'Europa alla fine della guerra e anche dei servizi segreti israeliani che spesso ebbero un atteggiamento blando nei loro confronti. […] 
Eric Salerno, Il Messaggero, 25 luglio 2010

 
 
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notizieflash    
 
 
Israele: lanci di razzi da Gaza, nessuna vittima                               
Tel Aviv, 25 lug -
Due razzi in direzione della città israeliana di Ashqelon sono stati lanciati da miliziani palestinesi nella giornata di ieri. La paternità dei lanci di razzi non è stata rivendicata. Israele, da parte sua, ritiene Hamas responsabile, in quanto mantiene il controllo militare sull'intera Striscia di Gaza.

 
 
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