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L'Unione informa |
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5 agosto 2010 - 25 Av 5770 |
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alef/tav |
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Riccardo
Di Segni, rabbino capo di Roma |
Il
Museo Israel di Gerusalemme ha finalmente riaperto tutte le sue sale
dopo un'interruzione di alcuni anni per grandi lavori di innovazione.
Tra le sue collezioni uno spazio rilevante è dedicato alla Judaica. Qui
sono esposti documenti di vita ebraica da Erez Israel e tutte le parti
della Diaspora e numerosi sono i cimeli di vario tipo (abiti rabbinici,
manoscritti, tessuti argenti e ori per addobbi di Sefarim, un'intera
Sinagoga ecc.) di provenienza italiana, che fanno la loro notevole
figura. Nella sala di accesso, dedicata al ciclo della vita, si rimane
sorpresi da un “documento” recentissimo e particolare: un elegante e
sobrio vestito confezionato a Roma per una bat mitzwa, che come
cerimonia a Roma è arrivata da dopo il 1870. Abitudini recenti
dell'ebraismo italiano, che combinano tradizione, innovazione e gusto
estetico sono già entrate nel grande repertorio generale della storia
ebraica. |
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L'ultima
grande trovata della destra israeliana, lanciata dall'ex-ministro Moshe
Arens e dalla deputatessa del Licud Miriam Hotobeli è la proposta di
offrire la cittadinanza israeliana a tutti gli abitanti della
Cisgiordania. Dicono che, come Israele ha potuto gestire fin qui la
minoranza araba che conta un milione e mezzo di persone (20 per cento
della popolazione totale), l'aggiunta di un altro milione e mezzo di
Palestinesi cisgiordani potrebbe essere assorbita con qualche cautela
ma senza troppe difficoltà. A parte il dettaglio non trascurabile che
la popolazione della Cisgiordania ammonta a oltre due milioni di
persone (senza Gerusalemme est, già inclusa nel calcolo precedente),
non è chiaro se l'offerta di cittadinanza israeliana sarebbe poi così
gradita. Vi è il precedente dei residenti arabi di Gerusalemme est che
di fronte a una simile offerta nel 1967, l'avevano cortesemente
declinata. Ma se anche l'offerta venisse accettata, e quindi tutti i
Palestinesi ricevessero pari diritti civili, incluso voto e
rappresentanza proporzionale alla Knesset, i cittadini arabi in totale
raggiungerebbero un peso di circa un terzo degli elettori, ossia molto
di più di qualsiasi formazione politica esistente oggi in Israele. Si
possono allora formulare due ipotesi politiche: una è che gli arabi,
per definizione, debbano stare all'opposizione, cosa che non
incentiverà certo loro identità di cittadini israeliani. L'altra
ipotesi è quella della compartecipazione dei palestinesi alla
coalizione governativa. Allora vedremo se l'attuale presidente
palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) si accontenterà dei Trasporti o
pretenderà gli Esteri; se l'odierno primo ministro palestinese Salam
Fayyad accetterà l'Industria e Commercio o si incaponirà per avere il
Tesoro; o se Saib Arikat accetterà il ministero senza portafoglio per
lo sviluppo della Cisgiordania o pretenderà l'Edilizia e i Lavori
Pubblici. Dalle buone idee mi salvi Iddio che a quelle cattive ci penso
io.
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Sergio Della Pergola, Università Ebraica di Gerusalemme |
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davar |
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Quel rav che rese la Coca-Cola una bibita kosher
Siete
spaparanzati sotto il sole, a due passi dal mare e avete un bel libro
tra le mani? Nel caso stiate leggendo questo articolo probabilmente no.
Comunque fra poco avrete sete, poggerete il libro da una parte e
focalizzerete la vostra attenzione sul borsone in cui tenete al fresco
cibi e bevande. Molti di voi estrarranno dal frigo ambulante una
bottiglia che contiene un liquido scuro con tante bollicine e dopo
averlo bevuto tutto di un fiato rivolgerete un pensiero di gratitudine
al suo inventore. Che poi sarebbe John Stith Pemberton, farmacista e
medico statunitense che sul finire del diciannovesimo secolo ebbe la
felice intuizione di lanciare sul mercato la Coca-Cola, inizialmente
pensata come farmaco contro il mal di testa e solo in un secondo
momento concepita come bevanda dissetante. Ma se oltre a consumatori
accaniti di Coca-Cola siete anche rigidi osservanti delle regole della
kasherut, c’è almeno un’altra persona che dovete (idealmente)
ringraziare. Si tratta di Rabbi Tuvia Geffen, maestro di origine
lituana che dal 1910 al 1970 fu guida spirituale della Comunità ebraica
di Atlanta e figura di spicco del rabbinato ortodosso nordamericano.
Nei primi anni Trenta sua figlia Helen, studentessa di chimica in odore
di laurea, analizza il contenuto della Coca-Cola e scopre che la
bevanda contiene una glicerina derivata da grassi animali. Helen ne
parla immediatamente con il padre: Rabbi Geffen è molto turbato dalla
scoperta anche perché alcuni rabbini locali - ignorando la presenza
della glicerina o applicando in modo errato la regola che prevede di
non considerare un ingrediente se è meno di un sessantesimo degli
ingredienti totali ed è stato aggiunto accidentalmente - hanno
rilasciato da tempo una certificazione di kasherut. Così contatta
Harold Hirsch, membro di spicco della comunità ebraica di Atlanta e
capo degli affari legali della Coca-Cola, spiegandogli che deve andare
a fondo della questione e rendere la verità di dominio pubblico: la
bevanda non è kosher. Hirsch si attiva e incontra Asa Candler,
proprietario della Coca-Cola. Quando a Candler viene riferito che gli
ebrei non possono acquistare i suoi prodotti perché proibiti dalla
kasherut, lui sbotta ed esclama: “Che cosa! Ci sono persone che non
possono bere Coca-Cola? Fate qualcosa per risolvere questo problema!”.
Viene fissato un incontro tra Rabbi Geffen e uomini di fiducia di
Candler, nel corso del quale il rav diventa depositario di un segreto
di cui sono a conoscenza solo pochi eletti: la formula che rende la
bibita una miscela unica. I vertici della Coca-Cola gli comunicano
inoltre la buona notizia, da quel momento la glicerina e un altro
derivato a base di mais saranno sostituiti da ingredienti alternativi.
Il nostro esce vincitore ottenendo un doppio successo: in un colpo solo
la bibita con le bollicine diventa kosher e kosher lePesach. Adam Smulevich
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pilpul |
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Pianta antica
(Circa l’albero al confine col Libano) L’albero oltre cui tiravo la mia bombetta a mano a quelli di Tzahal non c’è più or è un mobile banal
A Haifa è un comodino
comprato da un rabbino
Il Tizio della Sera
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rassegna stampa |
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Due
temi dominano la rassegna oggi: il bilancio degli incidenti fra Libano
e Israele sul confine dell'alta Galilea e il misterioso attentato ad
Ahmadinedjad. Il primo tema oggi, dopo la dichiarazione di Unifil
e le ammissioni, parziali ma decisive, dei libanesi, è chiarissimo:
l'esercito israeliano ha agito in piena legittimità, ha svolto
un'operazione di ripulitura dei cespugli sul confine per garantire
visibilità tenendosi sul proprio lato della frontiera e dopo aver
avvertito le forze dell'Onu, che avevano passato l'informazione ai
libanesi in modo da evitare incidenti. I libanesi hanno convocato
stampa e televisione per mostrare la loro combattività e hanno tentato
un'imboscata di cecchini, sparando non sulle forze in opera al confine,
ma più all'interno del territorio israeliano, a un posto di controllo,
dove hanno ucciso un colonnello della riserva. La risposta israeliana è
stata veloce ed efficace, ma limitata, colpendo il luogo da cui
proveniva il fuoco libanese. Così raccontano Cremonesi sul Corriere, la redazione del Giornale, quella del Foglio che alla cronaca aggiunge una interessante ma reticente intervista al generale Graziano. Perfino Repubblica titola "Israele non ha sconfinato" e Il Manifesto
"L'unifil dà ragione a Israele" (quasi identico al titolo del Sole). Ci
voleva lo spirito da ultimo combattente giapponese della seconda guerra
mondiale di Lorenzo Trombetta su Europa per
legare l'incidente ai voli di ricognizione dell'aviazione israeliana
per dare ragione al Libano, che avrebbe "perso la pazienza"; o un
tifoso anti-israliano titolista della Stampa
per intitolare un pezzo peraltro abbastanza interessante benché
certamente filoarabo di Claudio Gallo "Israele non può vincere. Per
questo si è fermato". Restano da fare due riflessioni. La prima è
che Israele ha ricevuto due palesi aggressioni in pochi giorni, una a
sud, in cui l'Egitto stesso ha riconosciuto che i razzi di Eilat erano
di Hamas; e una a nord, questa. In entrambe ha mostrato moderazione e
fatto ricorso espressamente all'Onu. Che peraltro non può o non vuole
fare altro che, nella migliore delle ipotesi e come qualche giornale ha
notato "uscendo dalla sua tradizionale equidistanza", che dare ragioni
dei fatti. Ma con questo non restituisce la vita ai morti e soprattutto
non difende i vivi minacciati. Che deve fare Israele per tutelare i
propri cittadini? La seconda è che la stampa ieri aveva attribuito per
default, come si dice nel linguaggio dei computer, la responsabilità
degli incidenti a Israele. Forse potrebbe imparare da questo incidente,
che sembra spento, come essere più cauta e meno parziale. Il
secondo tema è un attentato contro Ahmadinedjad durante una
visita in provincia. Annunciato da un sito conservatore, subito
smentito dalle fonte ufficiali iraniane, forse c'è stato davvero o
forse è stato solo un petardo (Da Rold sul Sole, Vannucchini su Repubblica, Micalessin sul Giornale, Mazza sul Corriere).
Non sapremo mai come sono andate le cose in questo "giallo" (parola
ricorrente in questi articoli). Ma è chiaro che si tratta di un segnale
della crisi del regime. Più che le cronache, vale la pena di leggere le
analisi: Olimpio sul Corriere, Biloslavo sul Giornale, Abdo e Aramesh sullo Herald Tribune (molto interessante) Leeden su Liberal (anche questo con informazioni inedite), Zarmadil su Repubblica.
Tutti concordano a elencare i molti nemici del regime e le molte
fratture al suo interno. Questo attentato, vero o annunciato che
sia, è certamente uno "scricchiolio" del potere di Ahmadinedjad e
soprattutto del suo capo Kathami. Altri argomenti: si discute
sulla proposta di costruire una moschea islamica a due passi da Ground
Zero. Il New York Times è favorevole (editoriale pubblicato sullo "Herald Tribune") e lo è anche il suo opinionista Friedman
(sempre sul giornale internazionale americano), la redazione della
Suedeutsche Zeitung decisamente meno militante. C'è poi il solito
vescovo cagttolico che tira in ballo "la lobby ebraica", oltre
naturalmente ai massoni, per le polemiche sul viaggio del papa in
Inghilterra (chissà se sanno di citare Mussolini?) (Miele sul Manifesto). C'è un articolo molto interessante di Tobias Buck sul Financial Times sulle
prospettive demografiche israeliane e il mercato del lavoro futuro, in
cui si sottolinea il grande problema posto dal fatto che gli haredim
scelgono in grande maggioranza di vivere di finanziamenti pubblici. E
c'è una notizia della redazione del Riformista
sul fatto che il ministro della difesa Barak ha avvertito del pericolo
rappresentato dal nuovo capo dei servizi segreti turchi, notoriamente
filo-iraniano.
Ugo Volli |
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notizieflash |
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Nuova
Flottiglia a Gaza entro la fine dell'anno
Stoccolma, 4 ago - Gli
organizzatori della 'flottiglia per la libertà'hanno annunciato
l'invio di un nuovo convoglio umanitario nella Striscia di Gaza prima
della fine dell'anno. "Invieremo una flotta se non verrà eliminato il
blocco israeliano", ha detto alla France presse Dror Feiler, portavoce
del ramo svedese del movimento filo-palestinese 'Ship to Gaza'.
"Andremo prima della fine dell'anno e siamo praticamente certi che la
flottiglia sarà più importante, che ci saranno più navi e più grandi -
ha aggiunto - non accettiamo controlli e ispezioni da parte di
Israele". |
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L'Unione
delle Comunità Ebraiche Italiane sviluppa mezzi di comunicazione che
incoraggiano la conoscenza e il confronto delle realtà ebraiche. Gli
articoli e i commenti pubblicati, a meno che non sia espressamente
indicato il contrario, non possono essere intesi come una presa di
posizione ufficiale, ma solo come la autonoma espressione delle persone
che li firmano e che si sono rese gratuitamente disponibili. Gli
utenti che fossero interessati a partecipare alla sperimentazione
offrendo un proprio contributo, possono rivolgersi all'indirizzo desk@ucei.it per concordare le modalità di intervento.
Il servizio Notizieflash è realizzato dall'Unione delle Comunità
Ebraiche Italiane in collaborazione con la Comunità Ebraica di Trieste,
in redazione Daniela Gross. Avete
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