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L'Unione informa
 
    20 agosto 2010 - 10 Elul 5770  
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Moked - il portale dell´ebraismo italiano
alef/tav    
  roberto colombo Roberto Colombo,
rabbino 
Dopo aver consegnato la Torah al popolo ebraico riunito accanto al Sinai Dio comandò: Shuvu le-aholechèm, tornate nelle vostre case. “Che in  pubblico dimostriate rispetto e amore per la Torah non è poi così strano. Ora voglio vedere se riuscite a farlo anche nel segreto della vostra abitazione, quando non dovete dimostrare nulla a nessuno. (Rabbì Tzadok haKohen) 
“Il numero tatuato sul braccio e i forni crematori erano i simboli di un passato al quale guardavo con rispetto e timore. Simboli che nella mia adolescenza non conoscevano la 'convinzione di sapere' così diffusa e sostenuta dall’esposizione mediatica attuale. Simboli che trascinavano con sé la paura di sapere ma al tempo stesso chiedevano di definire meglio i contorni della parola persecuzione". Questa, insieme alle risposte che abbiamo ricevuto, è forse la differenza sostanziale tra te e me spiegava Fanny, un’ebrea quasi cinquantenne, a sua nipote in una calda serata toscana. 
Sonia
Brunetti Luzzati,
pedagogista
sonia brunetti  
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  Bill Millin (1922-2010) - Il piper della libertà

millinSei giugno 1944, il “giorno più lungo”. Sulle spiagge della Normandia ha inizio lo sbarco delle truppe alleate per aprire in Europa il fronte occidentale. L'operazione che avrebbe segnato la fine delle dittature che devastavano l'Europa. Le esplosioni di granate, i fischi dei proiettili, le urla dei soldati: il rumore della guerra. In questo frastuono infernale irrompeva il suono aspro e antico di una cornamusa. Un piper di 21 anni imbracciava sicuro lo strumento, il kilt a scacchi immerso nella gelida acqua marina. Mentre i suoi commilitoni si lanciavano all’attacco dei tedeschi, Bill Millin, scomparso a 88 anni, suonava a pieni polmoni Hieland Laddie sulla spiaggia di Sword. Nonostante le bombe, i proiettili e i corpi dei compagni che cadevano, Millin dava voce alla sua cornamusa. I soldati inglesi che faticavano nell’avanzata, salutarono con gioia la musica tanto famigliare, quel suono lontano di casa. “Non dimenticherò mai la melodia della cornamusa di Bill - dirà molti anni dopo il veterano Tom Duncan – E’ difficile da descrivere l’effetto che faceva. Ci tirava su il morale e aumentava la nostra determinazione. Ne eravamo orgogliosi e ci ricordava la patria e i motivi per i quali stavamo combattendo, per le nostre vite e per quelle dei nostri cari”. Non tutti, durante quelle interminabili ore di combattimento, apprezzarono la cornamusa di Millin; qualcuno si avvicinò, intimandogli a denti stretti “stai giù maledetto pazzo”. Ma Lord Lovat in persona, comandante dei commandos britannici e discendente di una lunga dinastia di combattenti scozzesi, aveva voluto la cornamusa di Millin al suo fianco. Decisione che violava l’ordine del ministero della Guerra che vietò, dopo le terribili perdite della Prima guerra mondiale, ai suonatori di cornamuse di partecipare alle battaglie. “Quello è il ministro della Guerra inglese - disse Lord Lovat a Millin per liquidare la questione - tu e io siamo scozzesi, per noi non vale”.
Le melodie di The Road to the Isles, tradizionale canzone scozzese, accompagnarono l’attacco britannico alla cittadina di Ouistreham. La cornamusa di Bill si interruppe quando un cecchino aprì il fuoco sul suo battaglione. Tutti i soldati si appiattirono a terra. Tutti tranne Lord Lovat, appoggiato su un ginocchio con la pistola in mano. Di colpo da un albero scese un soldato tedesco, uno sparo e la cornamusa tornò a farsi sentire. “Quando ci avvicinammo a Bénouville - ricorderà in un’intervista Millin - un comandante mi chiese di suonare lungo la strada principale però correndo. Risposi che avrei sì suonato ma camminando, come sempre”. Così Millin intonò la famosa “Blue Bonnets Over the Border” (Berretti blu oltre la frontiera, canzone che Millin interpreterà anche nel famoso film sullo sbarco in Normandia, Il giorno più lungo). Su ordine di Lovat, il suonatore di cornamusa continuò a dare fiato al suo strumento anche sul celebre e strategico ponte Pegasus. “Dall’altra parte del ponte” rammentava Mill “i nostri commilitoni si sbracciavano perché eravamo sotto il facile mirino dei cecchini. Ma noi continuammo ad avanzare. Quel ponte sembrava infinito”. Migliaia di colpi ma Bill rimase indenne, la cornamusa ne uscì malconcia ma il suo suonatore non aveva quasi un graffio. Lui stesso non capì il motivo di tanta fortuna, essendo peraltro un bersaglio facile. Così Bill chiese ad alcuni prigionieri tedeschi perché nessuno gli avesse sparato e questi gli risposero che semplicemente non avevano trovato il coraggio di sparare addosso a un pazzo.
Nato a Glasgow nel 1922, Bill Millin, dopo lo sbarco in Normandia, partecipò alla campagna militare britannica in Olanda. Terminata la guerra, depose la cornamusa per lavorare in una delle tenute di Lord Lovat. La vita monotona però non gli si addiceva e così divenne membro di una compagnia teatrale, calcando le scene dei teatri di Londra, Stockton-on-Tees e Belfast. Negli anni Cinquanta e fino al suo ritiro nel 1988 lavorò in diversi ospedali scozzesi come infermiere.
Le ultime note della sua cornamusa, Millin le dedicò all’amico e capo Lord Lovat, suonando il lamento funebre al funerale dell’ex-comandante britannico nel 1995. Oggi la cornamusa di Bill è custodita nel Museo nazionale della Guerra di Edimburgo.
Il suo suono, che lacerò per primo il fronte delle dittature e annunciò la riscossa della libertà, non potè impedire ancora lunghi mesi di indicibili sofferenze al fronte e nei campi di concentramento. Ma lasciò intendere a tutti che la guerra a chi prevarica, perseguita e nega i diritti umani vale sempre la pena di essere combattuta.

Daniel Reichel


Calcio - Esulta per il gol indossando la Kippah, ammonito

SchechterRecita il sito dell'Associazione Italiana Arbitri (AIA) che “ai giocatori è consentito esprimere la propria gioia dopo la segnatura di una rete, ma tale manifestazione non deve essere eccessiva. Le manifestazioni di gioia non eccessive sono consentite, ma la pratica di celebrazioni coreografiche non deve essere incoraggiata quando causa eccessiva perdita di tempo (...).Un calciatore deve essere ammonito se (...)a giudizio dell’arbitro, fa gesti che sono provocatori o derisori (…), copre la propria testa o il proprio volto con una maschera o un altro oggetto similare (…)”.
Insomma, nel leggere le note al regolamento pare proprio che indossare una kippah (il copricapo ebraico anche detto "papalina"), evidentemente per un momento di personale religiosità, che richiama altri gesti assimilabili di diverse religioni, non sia certo da sanzionare. Peraltro, sulle esultanze da dopo rete vi è una vasta, controversa e contraddittoria casistica che lascia pensare che, anche nel calcio, c'è chi può e chi non può...
Itay Shechter, giocatore dell'Hapoel Tel Aviv sanzionato appunto per quello che un sito definisce ironicamente "yarmulke goal" ("rete della papalina"), evidentemente non può: accantonate ipotesi di pregiudizio visto che all'Hapoel è stato concesso un rigore. Viene da chiedersi cosa abbia indotto l'arbitro a questa assurda e dannosa (per le conseguenze) decisione. Forse una malintesa e perversa interpretazione dell’invece assai sano concetto di laicità?! In questo caso sarà bene che i calciatori comunque credenti stiano all’erta. Direi però che la risposta migliore la fornisce sempre il sito dell'AIA che chiosa: “Ci si aspetta che gli arbitri utilizzino il buon senso in occasione dei festeggiamenti di una rete”.

Gadi Polacco, Consigliere dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane

Guarda il video dell'accaduto sul Portale dell'ebraismo italiano moked.it



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Qui Livorno - L’uomo che regalò un mulino a Gerusalemme 

Qui LivornoRicchezza, fama, onore, un matrimonio felice, una vita longeva, un cuore generoso. Moses Montefiore ebbe tutto ciò che un uomo può desiderare. Nato a Livorno nel 1784 da una famiglia sefardita, si trasferì molto giovane a Londra. Nonostante conducesse un’esistenza internazionale, viaggiando costantemente e mantenendo contatti di varia natura ai quattro angoli del globo, rimase sempre molto legato alla città toscana e alla sua Comunità ebraica. Vi fece spesso ritorno ed elargì cospicue donazioni. Montefiore è ricordato come uno dei più grandi filantropi e benefattori. Iniziata la carriera a Londra, non impiegò molto tempo a mostrare le sue notevoli capacità. Si rivelò un uomo d’affari coraggioso e innovativo: fu uno dei primi, per esempio, a investire massicciamente nell’illuminazione a gas delle città europee, fondando l’Imperial Gas Association. All’inizio dell’Ottocento una legge inglese stabiliva a dodici il numero massimo di ebrei tra gli operatori della borsa della City londinese, uno dei massimi centri della finanza mondiale. Montefiore divenne uno di loro. Nel 1812 sposò Judith Cohen, figlia di uno degli uomini più ricchi d’Inghilterra. Divenuto cognato di Nathan Mayer Rothschild e assistito dalla fortuna oltre che dalla sua proverbiale abilità negli affari, mise in piedi un vero e proprio impero finanziario, divenendo uno degli uomini più facoltosi del secolo. Fondò e diresse grandi compagnie assicurative, intrattenne rapporti commerciali con tutto il mondo, fu a capo della Banca Provinciale d’Irlanda, delle compagnie imperiali di estrazione in Brasile, Cile, Perù e della Compagnia coloniale della seta. Ottenne riconoscimenti ovunque e fu insignito delle massime onorificenze dell’impero britannico: Sceriffo di Londra, Cavaliere della Regina e Baronetto. A quarant’anni decise di mollare tutto. Smise di lavorare e si dedicò a opere sociali e filantropiche. Moses Montefiore non aveva ricevuto un’educazione religiosa, ma dalla sua prima visita in Eretz Israel nel 1827 - ci tornò almeno altre sei volte - divenne strettamente osservante. Si fece costruire una piccola sinagoga in stile italiano nel parco della sua tenuta a Ramsgate. Volle sempre al suo fianco uno shochet, un macellaio personale che gli garantisse di poter mangiare sempre carne kasher. Si racconta che, quando partecipava ai banchetti, si portava dietro i piatti e il cibo, senza preoccuparsi affatto di suscitare lo stupore dei nobiluomini inglesi. Ricoprì per quasi quarant’anni la carica di presidente del Consiglio dei deputati degli ebrei britannici, organo di rappresentanza nazionale delle comunità ebraiche del Regno Unito, ma il suo impegno filantropico fu diretto soprattutto verso gli ebrei in condizioni di miseria ed emarginazione. Intraprese numerose missioni all’estero: con i suoi 191 centimetri d’altezza e la sfarzosa veste da diplomatico della regina, incuteva soggezione - figura carismatica e autorevole. Consapevole di ciò, chiedeva udienza alle massime autorità e intercedeva per le sorti della comunità ebraica. Si recò dal sultano di Turchia, dallo zar Nicola I, in Romania, in Marocco e al Vaticano.

Mulino
Le opere più importanti le compì in Palestina. Innamorato di questa terra, volle favorire lo sviluppo della comunità ebraica a Gerusalemme. Acquistò un terreno poco fuori della cerchia delle mura della città vecchia e vi fece costruire un mulino che, al centro del quartiere Yemin Moshè, è uno dei simboli più amati della città.


Manuel Disegni, Pagine Ebraiche, agosto 2010
 
 
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  Come siamo giudicati

anna segreLa similitudine “scolastica” che ho proposto la settimana scorsa (Kippur come un esame a settembre) mi è venuta da una discussione sorta spontaneamente durante l’ultimo incontro del bet midrash delle donne di Torino. Trattando di giustizia e misericordia divina alcune di noi, insegnanti, hanno pensato istintivamente agli allievi. (Spero non si tratti di delirio di onnipotenza da parte nostra, ma semplicemente della necessità di inquadrare il discorso in un ambito più quotidiano e familiare per dargli maggiore concretezza). In particolare, io sostenevo che per un allievo è frustrante l’eccessiva indulgenza, perché implica sfiducia, come a dire “da te non pretendo di più perché tanto so che non ci arrivi”. Invece è lusinghiero quando l’insegnante ci dice “so che puoi fare di meglio”, anche se poi il giudizio è più severo, perché sentiamo la fiducia nelle nostre potenzialità.
Lo stesso si può dire, secondo me, a proposito della concezione ebraica della giustizia divina. Altre religioni sembrano in apparenza più indulgenti verso l’uomo, ma questa facilità presuppone una grave sfiducia: l’uomo è peccatore per natura e non può farci niente. Mi sembra molto più ottimista, invece, l’idea che l’uomo, pur con tutti i suoi difetti, sia comunque in grado di fare un po’ di più di quel che fa, e quindi dovrebbe cercare di sforzarsi perché il suo sforzo non è inutile. L’insoddisfazione per il nostro comportamento presuppone fiducia nelle nostre possibilità di migliorare, che non è una cosa da poco.

Anna Segre, insegnante


Comix - Anna Frank a fumetti

comixSono molti anni che il fumetto viene considerato un utile strumento per comunicare con i giovani, spesso con un atteggiamento a priori, nel senso che “basta che sia un fumetto”, ma in realtà bisogna sempre realizzare un prodotto di qualità, con la cifra stilistica e sintattica in grado di essere compresa correttamente dal lettore.
Il museo dedicato ad Anna Frank prosegue nella produzione di fumetti al fine di aiutare i giovani a comprendere e conoscere la Shoah. La nuova produzione, dopo “A family secret” e “La stella di Esther”, è “Anne Frank, the graphic biography”, realizzato dallo sceneggiatore Sid Jacobson e il disegnatore Ernie Colòn, per 160 pagine.
Il fumetto è già uscito in Olanda l’8 luglio e presto sarà disponibile in altri paesi, compreso l’Italia, grazie all’editore Rizzoli-Lizard.
Premessa l’encomiabile operazione di divulgazione di questo diario, viva testimonianza di uno dei più brutti periodi della Storia europea, è però doveroso sottolineare che l’editore italiano non è certamente conosciuto dal pubblico dei giovani, pubblicando principalmente opere per lettori over 40, come Corto Maltese di Hugo Pratt, in secondo luogo lo stile franco-belga della linea chiara, potrebbe non essere efficace presso un pubblico abituato a stili giapponesi o statunitensi.
In pratica c’è il serio pericolo che se non saranno le istituzioni a diffonderlo presso le scuole, rischierà di rimanere un bel prodotto per pochi già sensibilizzati.
 
Andrea Grilli

 
 
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Di quale pasta sarà fatta la transizione irachena, quando gli americani avranno concluso definitivamente il «ridispiegamento» delle loro truppe e l’esercito locale dovrà sostituirsi ad esse nella totalità delle funzioni di controllo del territorio? I tempi stringono e la risposta non è così ovvia, anche perché molto del futuro del paese dipende dagli equilibri che andranno definendosi, nel corso del tempo a venire, tra le diverse fazioni in campo. Non di meno, se l’Iraq conoscerà un periodo di relativa prosperità economica allora il dividendo della crescita potrà consolidare gli sforzi di mediazione. Altrimenti, è facile immaginare che la conflittualità non solo abbia modo di persistere ma addirittura di amplificarsi. La precarietà e la delicatezza della situazione sono riassunte da Gianandrea Gaiani per il Sole 24 Ore di oggi. Ma già nella giornata di ieri molti quotidiani riferivano puntigliosamente delle operazioni in corso per il ritiro di quel che residua delle unità combattenti a stelle e strisce. Al loro posto rimarrà un nutrito contingente, circa cinquantamila uomini, destinato tuttavia a compiti di “retroguardia”, ovvero di addestramento di un esercito, quello iracheno, che peraltro da tempo lamenta l’incapacità di controllare il terreno. Lorenzo Cremonesi, su il Corriere della Sera di giovedì 19 agosto, fa una ricostruzione dei fatti non solo di cronaca ma anche di taglio storico, rimandando l’origine della decisione - per gli americani oggi tanto più necessaria e inderogabile, dal momento che la situazione in Afghanistan è estremamente complessa - agli accordi intercorsi due anni fa tra l’allora presidente George Bush e il premier iracheno Nouri al Maliki. Per tornare ai giornali di oggi ne offrono invece il resoconto, con accenti diversi, tra gli altri, Barbara Schiavulli per il Messaggero, Claudio Gatti per il Sole 24 Ore, un severo Giampiero Gramaglia su il Fatto Quotidiano, dove si parla di «bilancio fallimentare» tout court, Carlo Nicolato su Libero, per il quale ciò che sta avvenendo è una sorta di “privatizzazione” di fatto della guerra (via le truppe dell’esercito, sostituite dai contractors, gli operatori al servizio delle compagnie private), Marino Collacciani per il Tempo ma anche Giuliana Sgrena su il Manifesto come Matteo Bosco Bertolaso sulla medesima testata. I giudizi sulla conclusione dei sette anni di impegno americano sono frequentemente divergenti, ma molti si soffermano sui tanti punti interrogativi che si accompagnano al ritiro, così come fa Cristiano Tinazzi in un reportage per il Riformista. Sullo stesso giornale Luigi Spinola si chiede quanto sia da considerarsi una «Mission Accomplished» l’insieme degli eventi ai quali stiamo assistendo, ricostruendone in parte anche la storia, dal 2003 ad oggi. Non è un mistero per nessuno che le oltre 4.400 «body bags», così come vengono chiamati i contenitori dei cadaveri dei soldati americani, abbiano la loro potenza, di contro alla richiesta di rimanere rivolta agli Usa dall’esercito iracheno, così come ancora fa oggi il Capo di stato maggiore Babakir Zebari, intervistato da Tinazzi sempre per il Riformista. Peraltro il quadro delle alleanze in quella terra è ben lontano dall’essersi delineato chiaramente. Non di meno, gli indirizzi politici delle forze presenti. Sono queste, tra le altre, le considerazioni che emergono dalla lettura dell’intervista di Lorenzo Biondi a Rosemary Hollis, su Europa di mercoledì 18 agosto. La quale, nell’invitare ad una ragionale cautela sul giudizio da formulare, evitando le facili ma fuorvianti semplificazioni, ci dice anche che l’Iraq «è come il Libano degli anni Ottanta: tutte le fazioni cercano un sostegno all’estero». Sunniti e sciiti non sono due entità omogenee, non almeno nella misura in cui all’interno di ognuno dei due grandi gruppi si sommano rivalità locali. Per meglio far pesare la propria presenza non è quindi infrequente che i gruppi in campo si avvalgano di un aiuto esterno, che sia quello iraniano, saudita o dei medesimi Stati Uniti. Dopo di che pare plausibile l’affermazione per la quale «dopo l’invasione americana dell’Iraq, non è rimasta nell’area nessuna forza che sia in grado di imporre da sola il proprio volere sulle altre». Il segno di questa incertezza geopolitica marcherà i mesi a venire. Una risposta potrebbe derivare solo con l’ingresso di nuovi partner o play-rulers, come ad esempio la Cina. Questione di tempo, in tutta probabilità, se quest’ultima nazione dovesse superare gli Stati Uniti sul piano economico in tempi relativamente stretti (c’è chi dice entro il 2015, chi rinvia a cinque o dieci anni dopo). Lucio Caracciolo, intervistato da Umberto De Giovannangeli su l’Unità del medesimo giorno, parla di «impotenza americana», rilevando l’aumento di influenza di cui l’Iran ha goduto in questi ultimi anni nonché l’inconsistenza della strategia di Obama. (A patto che l’attuale presidente, che pure ha ereditato una situazione indiscutibilmente difficile, abbia una qualche idea di come muoversi sul piano strategico.) Sulla Stampa di oggi Vittorio Emanuele Parsi rileva che «ciò che accomuna sempre di più i diversi attori è che tutti sembrano in grado di impedire il successo altrui, ma nessuno appare credibilmente nelle condizioni di far trionfare il proprio». Sempre su Europa del 18 agosto Lorenzo Trombetta registra uno dei maggiori mutamenti prodotti dall’intervento americano del 2003, ossia il tramonto della mediazione baathista (esercitata con la persuasione così come con il ricorso alla coercizione, ossia tra clientele e canna dei fucili), e le analogie, almeno per alcuni aspetti, con il Libano. In queste giorni, infatti, la realtà irachena, che sta conoscendo gli effetti del mutamento di equilibri ingenerato dal ritiro del contingente combattente americano, viene spesso accostata a quella libanese. Entrambi i paesi sono polveriere, sempre sul punto di esplodere; o forse, tralasciando le facili suggestioni, sarebbe meglio dire che rischiano di implodere, poiché due sono i fattori che incidono più pesantemente: i precari equilibri confessionali ed etnici interni (che sono la proiezione del sistema di organizzazione politica per affiliazione di gruppo, l’unico effettivamente riconosciuto come efficace dalle comunità locali) e, dall’altro, il continuo coinvolgimento interno causato dall’influenza di attori stranieri. Il Libano, da questo punto di vista, ha purtroppo maturato lo stigma di una consolidata e poco invidiabile proverbialità in tal senso. Ma in realtà, per il fatto stesso che parliamo di precarie entità statuali, nate in virtù del ridisegno strategico della regione operato dalle potenze coloniali, a cavallo tra la fine dell’Impero ottomano e la conclusione della Seconda guerra mondiale, non deve sorprendere la fragilità delle loro costituzioni politiche. In tal senso può allora essere letto un altro articolo di Trombetta, sempre su Europa, questa volta però di giovedì 19 agosto nel quale, dando un quadro della situazione beirutina, l’autore riferisce dell’atteggiamento di Hezbollah nei confronti del Tribunale speciale per il Libano dove, in un tentativo di capovolgere la propria scomoda posizione di imputabile, il movimento sciita cerca di addossare le colpe ad Israele. Tralasciando qualsiasi considerazione di merito, rimane il fatto che il «Partito di Dio» da quando è nato, nell’oramai lontano 1982, sta cercando di assurgere a rappresentanza dei diseredati, praticando una linea politica che cerca in tutti i modi di saldare gruppi etnico-culturali diversi, accomunati però da una condizione di marginalità economica e sociale, che nel Libano è particolarmente pronunciata, soprattutto tra i palestinesi, esclusi per legge dall’accesso ai diritti politici e a buona parte di quelli sociali. Volendo in ciò dare ragione a quanto Michele Giorgio sul Manifesto e Annalena Di Giovanni su Terra di giovedì 19 agosto raccontano parlando dei medesimi nella scomoda posizione di chi da sempre si è trovato «ospite indesiderato». A fronte di uno scenario di penuria si contrappone, invece, la crescita dell’economia israeliana, raccontata da Benjamin Barthe su le Monde di ieri. Elemento spesso sottovalutato, soprattutto nel computo dei fattori del conflitto israelo-palestinese (dove l’economia è considerata come aspetto ancillare, mentre invece ha da sempre un ruolo primario), il «vantaggio competitivo» di cui gode Israele si conferma soprattutto nel settore della ricerca e dello sviluppo. Come lo stesso sito di informazioni Globes conferma, la crescita del prodotti interno lordo, che dovrebbe assestarsi per quest’anno intorno al 3.6 per cento (secondo le stime della Banca d’Israele), si gioca sulle esportazioni di high-tech. Ad essa si aggiunge la lievitazione del mercato immobiliare e degli investimenti in beni e mezzi di produzione. Il rischio di un surriscaldamento è tale da avere già indotto le autorità finanziarie ad intervenire, alla fine di luglio, con un aumento del tasso d’interesse, per evitare di trasformare l’incremento dei prezzi degli immobili in una vera e propria bolla speculativa (laddove una parte d’essi sono aumentati anche di un quinto in un solo anno). Rimane tuttavia il fatto, irrisolto, della forte polarizzazione sociale nelle distribuzione della ricchezza prodotta: un quinto della popolazione israeliana, infatti, ha standard di vista estremamente modesti se non decisamente poveri. Un aspetto che caratterizza un po’ tutte le grandi economie nell’età della globalizzazione.
 
Claudio Vercelli

 
 
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Europa League - Sconfitta parigina per il Maccabi Tel Aviv         
Non è sempre domenica. Anzi, non è sempre mercoledì: il Maccabi Tel Aviv, impegnato nell’andata dell’ultimo turno preliminare di Europa League in casa del PSG, non ripete l’exploit esterno che ventiquattro ore prima ha consegnato le chiavi della qualificazione Champions ai cugini dell’Hapoel (3 a 2 in casa del Salisburgo) e perde in modo netto (2 a 0) sul campo di una delle sorelle nobili del calcio francese. Dopo aver fatto fuori l’Olimpiacos, gli israeliani sognavano il bis. Luyindula in avvio e Hoarau al sessantesimo minuto li riportano sulla terra. Adesso si fa dura: per rimediare al ko parigino servirà un’impresa. Anche se Avi Nimni, general manager del Maccabi, butta il cuore oltre l’ostacolo e tiene accesa la fiammella della speranza: “Ce la possiamo fare”.
PSG 2 – 0 MACCABI TEL AVIV
Luyindula (P), Hoarau (P)
 
 
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