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L'Unione informa |
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22 agosto 2010 - 12 Elul 5770 |
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alef/tav |
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Benedetto Carucci Viterbi, rabbino |
Il
figlio ribelle di cui parla la Torah è, secondo Shimshon Refael Hirsch,
quello che continua a essere tale nonostante il totale impegno
educativo dei genitori. Buona dimostrazione del fatto che mai nessuno è
stato giuridicamente dichiarato tale, con tutte le conseguenze
normative che ciò avrebbe comportato: quale genitore può mai essere
sicuro di aver fatto tutto per l'educazione dei figli?.
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La
regola aurea di “offertissima” (pago 1, ricevo 2) è diventata legge
dello Stato. Un po’ di tempo fa qualcuno ha fatto una riforma
elettorale e in omaggio ci è stata regalata una nuova carta
costituzionale. |
David Bidussa,
storico sociale delle idee |
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Qui Livorno - Elio e i suoi fratelli: la scienza è questione di famiglia
Il
ricordo più bello sono le lunghe serate passate a discutere dopo cena
di matematica, scienze e cose d’attualità. Il padre Renzo e i fratelli
Dario e Daniele a palleggiarsi ragionamenti e quesiti e lui, il piccolo
di casa, a bersi in silenzio ogni parola. “Per la nostra famiglia era
un momento così importante che a lungo ci siamo rifiutati di tenere la
tivù in casa nel timore ci potesse privare di quel nostro stare
assieme”, ricorda Elio Cabib, 54 anni, due figli. Proprio in quelle
serate mettono radici il profondo attaccamento per l’ebraismo e quella
passione per la scienza che con decisione guideranno i tre ragazzi
Cabib (nell'immagine) nelle loro scelte professionali e di vita. Elio,
oggi professore associato di matematica alla facoltà di Ingegneria di
Udine, ne rende senz’altro merito al padre, docente di matematica in un
istituto tecnico professionale e presidente della Comunità ebraica di
Livorno dal 1958 al 1974. “Una persona estremamente legata alle
tradizioni, poco interessata alla materialità - ricorda - famoso in
tutta la città per la sua distrazione, che godeva dei voli
intellettuali, del piacere di far lavorare la testa. Fu lui a dare alla
famiglia il doppio binario dell’ebraismo e della scienza”. Elio e i
suoi fratelli, livornesi e fieramente sefarditi da generazioni,
crescono così tra casa e Comunità in un ambiente ricco di stimoli.
Studiano all’elementare ebraica, frequentano la Sinagoga, le lezioni
del rabbino, Elio entra a far parte del Benè Akiva. Il tutto con un low
profile d’altri tempi. “Da mio padre - ricorda - c’era un invito
costante a studiare, ad applicare le mitzvot, a rispettare la kashrut.
Ma senza ostentazioni. Quando da ragazzo mi sono intestardito ad andare
in giro con la kippah mi esortava, invano, a ‘non fare galut’:
un’espressione che alla lettera significherebbe ‘non fare diaspora’ ma
da noi vuol dire ‘non mettere le cose nostre in piazza’. Non per
vergogna. Ma perché la cosa poteva suscitare reazioni di fastidio”.
L’educazione
ebraica di Elio (nell'immagine a fianco durante una lezione) porta i
nomi storici di rav Bruno Polacco; della maestra Elvira Piperno; di rav
Laras. Sono gli anni dell’adolescenza e del bar mitzvah, che vedono la
Comunità livornese arricchirsi di nuova linfa con l’arrivo, dopo la
guerra dei Sei giorni, di tanti ebrei libici. “Fu una fase di notevole
rinnovamento anche per il Tempio. Erano persone molto caricate dal
punto di vista ebraico, che portavano con sé una vena mistica e
cabalistica che da noi era quasi scomparsa”. Per i tre fratelli sono
gli anni delle scelte per il futuro. E’ la vocazione scientifica
seminata dal padre a dettare la loro strada. Il maggiore, Dario, si
laurea in fisica a Pisa. Un PhD negli Stati Uniti e si trasferisce in
Israele dove dà vita ad alcune compagnie hi - tech. Un impegno che nel
‘97 gli vale il Premio europeo per l’innovazione per un’applicazione
della spettroradiometria in campo genetico. Daniele si laurea in
chimica e dopo un dottorato al Weizmann Institute approda alle
raffinerie Batei Tzedek di Haifa. Elio dopo la laurea in matematica a
Pisa (a seguirlo nella tesi è Piero Villaggio, docente di scienza delle
costruzioni e fratello del comico Paolo), vince un concorso all’ateneo
udinese e si trasferisce a nord est. Da lì Elio Cabib porta avanti il
suo impegno ebraico e quello civile. Da questo punto di vista il suo
nome è legato, insieme a quello dell’amico Marco Orioles, docente di
scienze della comunicazione, a un video che due anni fa fece scandalo:
quello in cui si vede Khatami stringere la mano ad alcune donne. L’ex
presidente iraniano, che partecipava a un festival a Udine, venne
immortalato da Cabib e Orioles. “Trovavamo fuori luogo la sua
partecipazione senza alcun contraddittorio. E così registrammo gli
incontri mandandoli su Youtube”. Fra le riprese quella stretta di mano
a una signora, che contraddice quanto Khatami aveva pochi giorni prima
dichiarato in patria. In pochi giorni il video è cliccato da centinaia
di migliaia di persone mentre la notizia dilaga sulla stampa. Un caso
mediatico da manuale azionato da un matematico che anche all’estremo
confine d’Italia tiene vivo il gusto tutto ebraico (e livornese) della
provocazione.
Daniela Gross, Pagine Ebraiche, agosto 2010
Un film rimasto senza fine
Per
quasi mezzo secolo, un film di propaganda nazista incompleto sul Ghetto
di Varsavia, semplicemente intitolato Das Ghetto e scoperto da alcuni
archivisti nella Germania dell’Est del dopoguerra, fu usato da studiosi
e storici come documento autentico seppur imperfetto della vita nel
Ghetto. Girato in 30 giorni nel Maggio del 1942 - appena due
mesi prima dell’inizio delle deportazioni al campo di stermino di
Treblinka - questo film muto, lungo un’ora, giustapponeva casuali scene
di ebrei che si godevano vari lussi con immagini di profonda sofferenza. Come
le sfarfallanti ombre nella caverna di Platone, queste immagini sono
state oggetto di una radicale rilettura dopo l’apparizione, nel 1998,
di un’altra bobina contenente 30 minuti di tagli che mostrano fino a
che punto le sequenze filmate erano state deliberatamente messe in
scena. Ripresa dopo ripresa, vediamo ebrei ben vestiti entrare
in una macelleria, ignorando i bambini che chiedono l’elemosina fuori
in strada. In un altro spezzone, a quelli che sembrano degli agiati
passanti è data l’indicazione di non prestare attenzione ai cadaveri
abbandonati sul marciapiede. La manipolazione di mezzo milione
di prigionieri da parte dei propagandisti è, adesso, chiara, anche se
la ragione del progetto - forse qualcosa di più che filmare scene che
avrebbero dovuto mostrare l’insensibilità dei ricchi ebrei verso i loro
fratelli meno fortunati - rimane difficile da chiarire. In A Film
Unfinished [un film incompleto], la regista israeliana Yael Hersonski
si cimenta in un’analisi critica di Das Ghetto che si rivela notevole
per il livello filosofico che raggiunge. Muovendosi metodicamente da
bobina a bobina e riconoscendo i “numerosi livelli di realtà”, la
regista crea un palinsesto di impressioni partendo da molteplici e
meticolosamente ricercate fonti che rappresentano sia le vittime che
gli oppressori. Se negli stralci da una video intervista, Willy
Wist, uno dei cineoperatori di “Das Ghetto”, è evasivo come ci si
aspetterebbe, altri testimoni non si sono risparmiati. Letture
da diari personali, come quelli di Adam Cherniakov, il capo del
Consiglio ebraico (il cui appartamento fu usato numerose volte come
location dai nazisti), e dai rapporti minuziosamente dettagliati
compilati dal commissario del Ghetto Heinz Auerswald, forniscono una
visione dettagliata delle restrizioni quotidiane e dei metodi dei
cineasti nazisti. Accoppiando con attenzione scene del film e
descrizioni nei diari (il montaggio del film, curato da Jöelle Alexis,
è sorprendentemente accurato), A Film Unfinished finisce per
diventare un’esplorazione dell’atto del guardare, o più precisamente
della differenza tra guardare e vedere. In nessun altro luogo del film
questo è più evidente che nella decisione della regista di invitare
cinque sopravvissuti del Ghetto di Varsavia a guardare il metraggio
originale e di filmare le loro reazioni. “E se riconosco
qualcuno?” si domanda una donna, quasi mai provando a guardare lo
schermo. Mentre le atrocità scorrono intermittenti sulle facce dei
sopravvissuti - quasi un film che si riflette in un altro film -
Hersonski silenziosamente crea spazi per le memorie. Più che i preziosi
controlli sulla realtà (“Quando mai avevamo fiori? Ce li saremmo
mangiati i fiori!”), questi ricordi ancorano il passato al presente e
le immagini all’esperienza umana, in maniera tale da cambiare la nostra
percezione del film su Varsavia. Sia quando s’incupiscono alla vista di
uomini e donne nudi costretti con le armi ad andare al bagno rituale o
quando respingono completamente i tentativi dei nazisti di sottolineare
l’agio degli ebrei (“Mia madre aveva un bel cappotto e, a volte portava
il cappello. E allora?”), i sopravvissuti sembrano parlare per quelli
che non possono più. Misterioso, intenso e intellettualmente
provocante, A Film Unifinished colloca i noti orrori dell’Olocausto
all’interno di un commento filosofico sulla maniera in cui vediamo le
immagini. Se la voce narrante della musicista israeliana Rona
Kenan riempie i vuoti del documento visivo, le testimonianze più
eloquenti sono quelle di chi è muto: gli ebrei affamati che guardano
incomprensibilmente alle macchine da presa dei nazisti, la giovane
donna che esprime tutto il suo disagio quando è costretta a posare al
fianco di un mendicante. Alla fine, il valore del lavoro di
Hersonski, più che in quello che mostra, risiede nel continuo
ricordarci di quello che non è. La nostra attenzione è
ripetutamente diretta al processo stesso della creazione filmica: la
rievocazione in scena della testimonianza di Wist, l’uso dell’immagine
di un proiettore in azione per dividere le diverse bobine, la messa in
pausa delle immagini dei cineoperatori nazisti inavvertitamente
catturati sulla pellicola, quasi come intrappolati nelle loro
fabbricazioni. Così Hersonski enfatizza la mano dietro il sipario di
celluloide. Lasciando il cinema, una domanda riecheggia: quando
non sarà rimasto nessuno a testimoniare, fino a che punto potremo
fidarci dei nostri occhi soltanto?
Jeannette Catsoulis, The New York Times (versione italiana di Rocco Giansante)
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Davar Acher - La pace e la realtà
Fra molti segnali di giubilo da parte americana e uno scetticismo più o
meno mascherato da parte di tutti gli altri, l'amministrazione Obama ha
annunciato l'inizio delle trattative di pace fra Israele e palestinesi
(solo quelli di Ramallah, non Hamas che non è gradito e non gradisce)
fra una decina di giorni con un vertice a Washington. La pace è
naturalmente una cosa buona, ma è una prospettiva lontana. Bisogna
chiedersi: al di là dell'effetto positivo sulla traballante campagna
elettorale democratica per il voto di midterm di novembre, che cosa
verrà davvero da questi incontri? La speranza naturalmente è un
diritto e magari un dovere di chiunque. Ma esiste un punto di
equilibrio fra Israele e le istituzioni palestinesi, che continuano a
educare i propri figli all'inesistenza di Israele, alla Palestina "dal
fiume al mare" e all'"eroismo" dei "martiri" terroristi suicidi? E'
ragionevole pensare che questo punto di equilibrio siano quei confini
del '49 contro cui il mondo arabo ha fatto quattro volte guerra e i
palestinesi hanno organizzato infiniti attentati e che sul piano
militare mettono tutta Israele (fra l'altro Tel Aviv, Gerusalemme,
l'aeroporto) a portata di razzi tipo quelli che partono ogni giorno da
Gaza? E' possibile distruggere gli insediamenti ebraici in Giudea e
Samaria facendo Judenrein il nuovo stato, lasciando però in Israele le
popolazioni arabe che gli sono nemiche, magari in attesa che diventino
maggioranza ed elimino così lo stato ebraico? E questa "pace", non
sarebbe piuttosto secondo la morale islamica una "tregua" da rompere al
momento opportuno per cacciare in mare in nemici, come spiegava Arafat
ai suoi sostenitori? Quanto varranno eventuali garanzie internazionali?
Si è vista l'efficacia dei caschi blu in Libano... E' chiaro che la
trattativa sarà l'occasione di fortissime pressioni su Israele in
queste direzioni. Una soluzione formale, non importa quanto
realizzabile e mantenibile, è quello che tutti i "mediatori" vogliono,
per poter dire che hanno avuto successo dove prima nessuno era
riuscito. Ma se l'America può ritirarsi anzitempo dall'Iraq e magari
domani dall'Afghanistan, lasciando ad altri il compito di raccogliere i
cocci e illudendosi di non pagare il prezzo di questa ritirata, certo
gli israeliani dopo una resa non potrebbero rifugiarsi al di là di un
oceano. Per chi non sia accecato dall'ideologia e veda la
dimensione reale del conflitto, si tratta di problemi difficilissimi,
di cui non si intravvede una soluzione equilibrata. Sullo sfondo, nel
frattempo, continuano ad addensarsi il rischio nucleare iraniano, la
crescita dell'islamismo, la rinascente condizione di capro espiatorio
assegnata a Israele e agli ebrei in tutto il mondo, la ritirata sempre
più precipitosa dell'Occidente nel teatro dello scontro di civiltà. Chi
come Netanyahu ha il compito di guidare per Israele questa fase di
trattative, si trova di fronte uno dei compiti politici più difficili
della storia ebraica, avendo anche alle spalle un paese e un mondo
ebraico profondamente diviso su temi decisivi. Come ebrei della
Diaspora non possiamo che cercare instancabilmente di ristabilire la
verità dei fatti contro la martellante campagna anti-israeliana. E
pregare per lui.
Ugo Volli |
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Israele farà accordi soltanto quando l'odio avrà un freno Ok,
che inizino dunque il 2 settembre i negoziati fra israeliani e
palestinesi che Obama e Hillary Clinton hanno annunciato: non si può
che essere contenti di questa nuova speranza di accordo che secondo la
Clinton dovrebbe essere raggiunto in un anno. Netanyahu e Abu Mazen non
possono che preparare le valigie per Washington, verso questa nuovo
photo-opportunity; il premier israeliano dovrà intanto accettare di
bloccare di nuovo le costruzioni sia negli insediamenti sia a
Gerusalemme; Abu Mazen dovrà accettare di pessimo umore un invito in
cui non crede. Anche perché sa che un milione e mezzo di palestinesi
non risponde al suo governo né al potere di Fatah. Pieni di paura o di
fanatismo, sono i sudditi di Hamas a Gaza, e Hamas ha già dichiarato
guerra ai nuovi colloqui. I palestinesi rispondono a due poteri, e
fingere che Abu Mazen possa disporre di tutti quanti, ignora il nuovo
ordine stabilito in medio oriente da una presenza iraniana che
foraggia, esercita, arma l'organizzazione terroristica che domina Gaza.
L'inviato americano per il medio oriente George Mitchell, che pure sta
trascinando Abu Mazen al tavolo (Netanyahu già da tempo aveva
accettato) ha messo le mani avanti per spiegare che le prospettive sono
incerte. I passi avanti c'erano stati, altroché, tanto è vero che Abu
Mazen insiste che ricomincino da dove erano stati lasciati, e non da
zero. Ma se questo ricominciare da dove si era lasciato fosse autentico
e non relativo alla mappa delle concessioni, allora c'è di che
riflettere. Mitchell non deve dimenticare che«ritiro» non vuole dire
«pace»: quando con gli accordi di Oslo l'esercito israeliano uscì da
Gerico, Jenin, Ramailah, Betlemme, da tutte le città palestinesi della
Cisgiordania, quando dunque gli agglomerati di popolazione, furono
lasciati,i territori liberati non divennero la base del prossimo Stato
palestinese, ma basi da cui i terroristi suicidi intrapresero i loro
viaggi di morte verso le città israeliane. Gerusalemme: la divisione a
sua volta non garantisce la pace, perché la convinzione del mondo
palestinese è che essa debba appartenere completamente al mondo arabo e
musulmano. [...] Fiamma Nirenstein, il Giornale, 22 agosto 2010
Colloqui di pace, Abu Mazen detta le condizioni L'annunciato
“miracolo” di Obama di mettere intorno allo stesso tavolo israeliani e
palestinesi il prossimo 2 settembre, 17 anni dopo gli “accordi di Oslo”
che già allora stabilivano il principio dei “due Stati per due popoli”,
corre fin da ieri dei seri rischi di vedersi concretizzato. «Se il
governo israeliano deciderà di annunciare nuovi appalti dopo il 26
settembre (data di scadenza dei 10 mesi della moratoria parziale dei
progetti edilizi nelle colonie), noi non saremo in grado di proseguire
i colloqui di pace», ha dichiarato il capo negoziatore dell'Autorità
nazionale palestinese, Saeb Erekat, rispondendo indirettamente anche a
chi ha giudicato il sì all'iniziativa di Obama un cedimento. La
decisione di accettare l'invito americano ai negoziati diretti non è
passata del resto senza contestazioni nel fronte palestinese. Accanto a
quelle, largamente scontate, di fazioni radicali come Hamas o la Jihad
Islamica, che rifiutano di riconoscere a priori il risultato di
qualunque trattativa con «il nemico sionista» e considerano
l'iniziativa dell'amministrazione americana alla stregua di «un nuovo
inganno», ve ne sono state anche da settori di Al Fatah, il partito
laico guidato da Abu Mazen. [...] Il Messaggero, 22 agosto 2010
Si accende il nucleare iraniano Nel
momento in cui le prime barre di uranio sono state inserite nel
reattore, Busher è diventata ufficialmente una centrale nucleare
funzionante. Un passo irreversibile, un obiettivo da togliere dal
mirino a meno di non sprigionare materiale radioattivo. La prima
centrale nucleare civile del Medio Oriente, escludendo la Turchia: ha
impiegato 35 anni a nascere. Un simbolo che l'Iran non ha mancato di
enfatizzare nel suo «giorno memorabile», un incubo per gli Usa,
minaccia «totalmente inaccettabile» per Israele. In mezzo la Russia,
decisa a tenere il piede in due scarpe: onorando l'impegno preso con
Teheran malgrado le sanzioni - approvate anche da russi e cinesi, e
rassicurando l'amministrazione Obama fino a convincerla: «Washington
non considera Busher un rischio per la proliferazione nucleare», ha
ripetuto ieri Darby Holladay, portavoce del dipartimento di Stato.
Anzi, verrà considerata una garanzia: dimostrazione che l'Iran non ha
bisogno di arricchire uranio, «se le sue intenzioni sono pacifiche».
Busher verrà alimentata da uranio fornito dalla Russia, e riportato in
Russia nella sua forma più pericolosa, unito al plutonio ottenuto dopo
la fissione nucleare, il tutto sotto il controllo degli ispettori
dell'Aiea, l'agenzia dell'Onu che segue l'energia atomica «Malgrado
tutte le pressioni, le sanzioni e le difficoltà imposte dalle nazioni
occidentali, stiamo testimoniando l'avvio del simbolo più grande delle
pacifiche attività nucleari dell'Iran», ha proclamato ieri alla stampa
raccolta a Busher Ali Akbar Salehi, responsabile del programma nucleare
iraniano. Al suo fianco l'ex primo ministro di Boris Eltsin, Serghej
Kirienko, capo dell'Agenzia russa per l'energia atomica, Rosatom.
Insieme avevano seguito l'inserimento della prima di 162 barre -700kg
ciascuna - che accenderanno il reattore. Ci vorrà un mese per
avvicinare le barre al cuore del reattore, poi i tecnici russi
manterranno la reazione a catena al livello minimo sostenibile.
L'impianto genererà elettricità dopo due/tre mesi, e verrà collegato
alla rete nazionale. «Qualunque paese - ha detto ieri Kirienko -
dovrebbe avere l'opportunità di accedere all'uso pacifico dell'atomo,
se rispetta i regolamenti internazionali». Su questo “se” si gioca la
scommessa di russi e americani: se Washington è arrivata a dare una
sorta di via libera a Mosca, escludendo Busher dalle sanzioni
rilanciate il giugno, altri siti nucleari iraniani valicano la
distinzione tra nucleare civile e militare, e destano preoccupazioni
fondate. [...] Antonella Scott, il Sole 24 ore, 22 agosto 2010 Cristianesimo la religione «monopolio di Stato» E'
lecito parlare di Dio con le categorie della scienza economica? Secondo
Adam Smith, il primo teorico del capitalismo moderno, sì. Nella
Ricchezza delle nazioni (1776), il filosofo scozzese applica la teoria
del mercato alla Chiesa, spingendosi a ritenere che questa si trovi in
condizione di «monopolista». Ad un costo maggiore per i credenti e con
una qualità peggiore del «prodotto». Smith considera la religione
cristiana l'unica degna di fiducia, ma ritiene di poter compiere
un'operazione che molti non esitano a definire blasfema. Il terreno è
evidentemente scivoloso, tanto che la pubblicazione de Il mercato di
Dio La matrice economica di ebraismo, cristianesimo ed islam (Fazi
Editore, euro 18,50, pp. 338) di Philippe Simonnot ha provocato accese
discussioni. L'autore chiarisce che «non si tratta affatto di
pretendere di spiegare la religione attraverso l'economia» ma «più
modestamente di mettere a disposizione della scienza religiosa gli
strumenti dell'analisi economica'», e tuttavia il suo approccio si
attira necessariamente l'accusa del massima relativismo culturale
possibile. Il volume rilegge dunque i testi sacri delle tre religioni
monoteistiche e interpreta i fatti con i principi della scienza
economica. [...] Tobia Zevi, l'Unità, 22 agosto 2010 |
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Livorno - Cordoglio per la scomparsa
del vescovo emerito Alberto Ablondi "L'Unione
delle Comunità Ebraiche Italiane si associa al dolore per la scomparsa
del vescovo emerito di Livorno, Alberto Ablondi, sincero amico e
fautore del dialogo e della comprensione fra le religioni. Lo ha
dichiarato il Presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane
Renzo Gattegna esprimendo il cordoglio della minoranza ebraica in
Italia per la scomparsa di uno dei protagonisti del mondo cattolico.
"Con grande tristezza - ha dichiarato il rabbino capo di Livorno Yair
Didi - nel pieno del Sabato ebraico, ci ha raggiunti la notizia della
scomparsa di un sincero amico quale è stato il Vescovo Emerito Alberto
Ablondi. I nostri Maestri hanno detto "chi viene veramente onorato?
Colui che onora il prossimo" ; ricordo che il Vescovo Ablondi è stata
la prima personalità esterna alla Comunità che volle onorarmi di una
sua visita all'atto del mio arrivo a Livorno. Non dimenticherò la sua
sincera fratellanza ed il caldo saluto che volle darmi. Circa un mese
fa, prima di assentarmi per andare a Gerusalemme, lo andai a trovare
presso la sua residenza privata dove, nonostante la malattia, con il
suo consueto entusiasmo mi accolse e volle farmi visitare la sua
dimora. Nel lasciarci volle consegnarmi, quale dono per la Comunità
ebraica alla quale era assai legato sin dal suo arrivo a Livorno, una
medaglia a lui assai cara e ricevuta dal suo predecessore. Non mi
meraviglia, quindi, che una persona di questo genere riscontri un cosi'
vasto affetto. Un lutto, pertanto, non solo per la comunità cattolica
ma anche per il mondo ebraico italiano, con il quale tanto si adoperò
per sviluppare un fraterno dialogo, e per la società tutta. "Nello
svolgersi del Sabato ebraico - ha aggiunto il Consigliere Ucei Gadi
Polacco - è pervenuta la notizia della scomparsa del vescovo emerito
Ablondi. E' questo un lutto anche per il mondo ebraico, non solo
livornese, perché di grande importanza è stata l'opera che il vescovo
Ablondi, anche in virtù degli importanti incarichi nazionali ricoperti,
ha svolto a favore di uno stretto e corretto rapporto con il mondo
ebraico. Non dimentichiamo, in proposito, il profondo ed intenso lavoro
svolto, ad esempio, in collaborazione con il rabbino Giuseppe Laras ed
il suo successore, il compianto Rabbino Isidoro Kahn (z.l). Ablondi è
stato, sin dalla sua venuta a Livorno come aiuto dell'allora Vescovo
(nel 1966 quando rabbino capo era mio padre), un sincero amico della
Comunità, con la quale ha intrattenuto sempre ottimi rapporti, anche a
livello diretto personale non mancando di essere presente a ogni
occasione, anche nei suoi ultimi anni".
Giovani
musicisti israeliani e palestinesi assieme
nel concerto di Daniel Baremboim in Argentina Buenos Aires, 21 ago - La
West-Easter Divan, orchestra composta da giovani musicisti israeliani e
palestinesi, ha eseguito a Buenos Aires un concerto all'aperto diretto
da Daniel Barenboim. In una giornata di splendido sole che ha
anticipato la primavera australe, Barenboim ha eseguito musiche di
Ludwig van Beethoven (l'ouverture Leonore III e la Quinta sinfonia)
guidando la formazione creata dallo stesso pianista e direttore
argentino-israeliano assieme all'intellettuale palestinese Edward Said.
"Spettacoli come questo servono a far sapere che la musica non è
elitaria e se c'è qualcuno che lo crede è perché non capisce la
cultura", ha assicurato ancora il direttore d'orchestra che, ieri, dopo
essere stato ricevuto dalla presidente Cristina Fernandez, si è esibito
nel Teatro Colon, nell'ambito di un ciclo di sei concerti cominciato
venerdì. Dal 29 al 31 agosto, sempre al Colon, Barenboim dirigerà
l'Orchestra e il Coro del Teatro alla Scala di Milano assicurando un
momento di spicco dei festeggiamenti per il Bicentenario della nascita
dell'Argentina.
Studenti palestinesi allo Yad Vashem contro negazionismi e stereotipi reciproci Tel Aviv, 22 ago - Ventidue
studenti palestinesi, fra i quali diverse ragazze con il velo islamico
sul capo, sono giunti a Gerusalemme per visitare lo Yad Vashem e
conoscere la Shoah, al di fuori dei pregiudizi della loro cultura
di appartenenza e dei risentimenti nei confronti di Israele.
L'iniziativa è frutto di un progetto quanto mai insolito di cui il
quotidiano Yediot Aharonot, nella sua edizione online, racconta la
storia. L'idea è nata della volontà di Mujahid Sarsur, un ragazzo di 21
anni. Nato e cresciuto in Cisgiordania, sotto il marchio
dell'occupazione israeliana, Mujahid ammette di non aver mai sentito il
bisogno di far sue le sofferenze storiche del popolo ebraico. Finché,
durante un periodo di studio a New York, non ha avuto l'occasione di
fare amicizia con un coetaneo israeliano, che gli ha parlato della
Shoah e del significato che essa riveste per gli ebrei. Facendogli
sorgere la convinzione che fosse necessario immedesimarsi in quella
tragedia per favorire il dialogo. Di qui la decisione di organizzare,
al suo ritorno, visite guidate allo Yad Vashem. La direzione del museo
ha apprezzato e gli ha dato una mano. Mujahid afferma d'aver compreso
che "la Shoah ha un enorme impatto sulla società israeliana", e che i
palestinesi devono approfondirlo per imparare a "vivere in pace" con i
loro vicini. "Cambiare il nostro modo di pensare la Shoah significa
anche creare ponti", spiega. Al suo fianco, Noor, di appena 15 anni,
osserva che il Sionismo continua a non piacergli, dicendosi però
persuaso che, dopo le deportazioni e le persecuzioni, molti ebrei non
abbiano "altro posto dove andare". Per Dorit Novak, direttrice
dell'istituto di studi annesso a Yad Vashem, la visita è "un'iniziativa
benedetta": oggettivamente "limitata", ma da incoraggiare, per non
cedere al "modo distorto con cui il mondo arabo espone la Shoah". E
andare oltre "gli stereotipi reciproci". |
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incoraggiano la conoscenza e il confronto delle realtà ebraiche. Gli
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indicato il contrario, non possono essere intesi come una presa di
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Il servizio Notizieflash è realizzato dall'Unione delle Comunità
Ebraiche Italiane in collaborazione con la Comunità Ebraica di Trieste,
in redazione Daniela Gross. Avete
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