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L'Unione informa
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23 agosto 2010 - 13 Elul
5770 |
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alef/tav |
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Riccardo
Di Segni,
rabbino capo
di Roma |
In
tempi remoti, quando tra gli ebrei si comminava la pena capitale,
vigeva comunque il divieto di una prolungata esposizione del corpo del
giustiziato, che doveva essere rimosso entro la sera. "L'appeso è una
offesa all'immagine divina", dice la Torah (Devarim 21:23) che abbiamo
letto questo Shabbat. Da qui sono derivate norme e attenzioni speciali,
ma anche un preciso e diffuso atteggiamento culturale ebraico, non
strettamente religioso, di rispetto nei confronti dei morti e della
loro esposizione. Il problema si ripresenta oggi anche con una nuova
forma di arte, "body worlds", che espone corpi veri plastificati e
inseriti nelle circostanze più diverse. Le esibizioni hanno fatto il
giro del mondo (Italia esclusa per ora), compresa anche Israele (Haifa)
con ovvio accompagnamento di discussioni, anche in campo rabbinico.
Dove ci si sarebbe aspettati una condanna unanime senza appello, ma
invece sono comparse anche voci facilitanti. Per chi volesse rendere
conto del problema, si guardi qualche immagine su internet (faccia
attenzione chi è impressionabile) e poi capirà perché anche i rabbini
hanno discusso. |
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"Ma
come fanno a prepararsi a mirare al mio viso e alle mie mani e a
lanciarmi delle pietre? perché? Sono Sakineh Mohammadi-Ashtiani. Dite a
tutto il mondo che ho paura di morire. Dalla prigione di Tabriz
ringrazio quelli che pensano a me!". Queste le parole fatte uscire dal
carcere da Sakineh, la donna iraniana di 43 anni condannata sotto false
accuse alla lapidazione. Facciamo che non siano le sue ultime parole,
esprimiamo, ciascuno come può, firmando l'appello ripreso oggi da
Repubblica, e in tutti gli altri modi possibili, il nostro rifiuto di
questo ennesimo episodio di barbarie. Che le aziende di tutto il mondo
annullino i contratti con Teheran, che nessun rapporto venga mantenuto
con questi assassini. Salviamo Sakineh! |
Anna
Foa,
storica |
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DafDaf - Sfogliare il futuro
Un
nuovo anno ebraico è alle soglie e un 5770 difficile, complicato, a
tratti spasmodico, sta ormai per uscire di scena. Per la redazione
quella che è alle spalle e che ha visto negli scorsi mesi la nascita
del giornale dell’ebraismo italiano è stata una stagione di lavoro
duro, ma anche un periodo ricco di soddisfazioni professionali.
L’estate è trascorsa scandita dal tentativo febbrile di offrire al
lettore con regolarità e senza pause un servizio al passo con quello
realizzato nei mesi precedenti. Ma è costata fatica anche la
realizzazione di nuovi progetti e di un grande dossier dedicato
all’anno che ormai volge al termine (il lettore lo troverà nel numero
di Pagine Ebraiche attualmente in distribuzione). Si tratta di
un’occasione per riflettere sugli avvenimenti e sul lavoro, di prendere
per un attimo le distanze dalla quotidianità prima di tornare alla vita
consueta. E di mettere meglio a fuoco le nostre aspirazioni e le
carenze da colmare. Fra i nuovi progetti realizzati, anche quello di un mensile per bambini che nasce oggi. Il suo nome è DafDaf, un'espressione che racchiude il significato e l'emozione delle pagine da sfogliare. La
redazione, che da sola non avrebbe potuto farcela, ha chiamato a
raccolta un Comitato scientifico formidabile: ne fanno parte il
direttore dei dipartimento Educazione e Cultura dell'Unione delle
Comunità Ebraiche Italiane rav Roberto Della Rocca, il presidente
dell'Assemblea rabbinica italiana rav Elia Richetti, il direttore delle
scuola ebraiche di Roma rav Benedetto Carucci Viterbi, il coordinatore
del Centro pedagogico Ucei Odelia Liberanome, l'editore Orietta
Fatucci, l'archeologo, scrittore e illustratore Giorgio Albertini, i
docenti Sonia Brunetti, Dora Fiandra, Moria Maknouz, Daniela Misan,
Alisa Luzzatto, Chiara Segre, Nedelia Tedeschi, Stefania Terracina. Al
desk una giovane giornalista, Rossella Tercatin, affiancata per
l'organizzazione e il controllo qualità da Ada Treves. Per
realizzare il numero zero del giornale è stato necessario il
coinvolgimento di una quarantina di persone. I collaboratori sono
numerosi già sul primo numero: la testata di DafDaf porta la firma di
Paolo Bacilieri, uno dei disegnatori italiani più affermati. La
copertina è dell'amatissimo vignettista di Pagine Ebraiche Enea
Riboldi. All'interno, assieme a opere già apprezzatissime di Lele
Luzzati, nuovi contributi di grandi nomi del fumetto e
dell'illustrazione, come Franco Valussi (Disney), Walter Chendi (“La
Porta di Sion”), Manuela Misani. Molte immagini sono state donate da
Nathan Neumann e Giovanni Montenero. I progetti assumono valore
quando riescono a prendere corpo. E il fatto che la nostra realtà
bimillenaria parli ora al proprio futuro e alle nuove generazioni dalle
pagine di DafDaf ci fa assaporare con qualche giorno d’anticipo il
gusto della mela nel miele.
Guido Vitale


Bejahad 5770 - Un festival ebraico dalle ceneri dell’ex Jugoslavia
Da
oltre dieci anni è la più importante occasione d’incontro degli ebrei
dell’ex Jugoslavia. Porta il nome di Bejahad, che in ebraico significa
insieme, ed è un festival culturale ricco di spunti e di proposte
giocato in una costante tensione tra le ferite del passato e il futuro.
Tra la memoria delle atroci persecuzioni razziali che cancellarono un
ebraismo vivace, il ricordo del recente conflitto che portò alla
dissoluzione dell’area balcanica e un presente che vede rifiorire le
Comunità ebraiche di Zagabria, Fiume, Lubiana e Belgrado. Quest’anno il
festival Bejahad per la prima volta si apre all’ebraismo italiano con
un’intera giornata di cultura e arte, organizzata in collaborazione con
il Dipartimento Educazione e Cultura (Dec) dell’UCEI e la Comunità
ebraica di Trieste. Si tratta di un appuntamento di grande significato,
frutto dell’intenso lavoro di relazione e di scambi portato avanti
ormai da anni dalla Comunità ebraica di Trieste e dal suo presidente
Andrea Mariani. Un’attività silenziosa, fatta di incontri in occasione
delle feste e di appuntamenti istituzionali, di visite vicendevoli dei
bimbi e degli insegnanti delle scuole, di amicizie e rapporti
professionali. La decisione di dedicare al mondo ebraico d’Italia
un’intera giornata del festival Bejahad che in quest’edizione si svolge
nella deliziosa cittadina di Abbazia (Opatjia), per anni luogo di
villeggiatura dei nobili austroungarici, segna una tappa importante in
questo percorso. E’ un’opportunità che lascia ben sperare nell’incontro
futuro tra due mondi, quello italiano e quello dell’area balcanica, e
che al tempo stesso racconta una svolta importante nella realtà degli
ebrei di Croazia. “Più di dieci anni fa quando ci confrontavamo con il
conflitto in corso non sapevamo bene che fare – spiega il
vicepresidente della Comunità ebraica di Zagabria Vladimir Salamon, tra
gli organizzatori e i fondatori di Bejahad - Dopo la disintegrazione
della Jugoslavia e della Federazione delle Comunità ebraiche jugoslave
e la nascita di nuovi paesi, gli ebrei si trovavano in una situazione
nuova resa ancor più difficile dal fatto che moltissimi ebrei stavano
lasciando il paese per emigrare in altre parti del mondo”. Malgrado
queste circostanze tutt’altro che favorevoli gli ebrei di Zagabria e di
Belgrado s’incontrano più volte in Ungheria e nella Repubblica ceca per
discutere della situazione. “Proprio in queste riunioni – dice il
dottor Salamon – cercammo di definire le strategie per portare avanti
anche nel futuro una collaborazione così da evitare che la nostra
comunità finisse nell’oblio dopo una storia pluricentenaria”. Nasce da
qui l’idea di riunirsi, nel 1998, sul lago di Bled. Per la prima volta
dal tempo della guerra balcanica gli ebrei di Belgrado e di Zagabria
s’incontrano con quelli della Slovenia e di Sarajevo. E’ un momento di
profonda emozione in cui si fanno i conti con la realtà storica che
vede quel mondo ebraico, fino a poco prima racchiuso nella cornice
unica della Jugoslavia, frammentato in paesi diversi. L’interrogativo
che sta a cuore a tutti i partecipanti è uno solo. Come trovare un
sentiero comune e non rischiare la disgregazione? La risposta porta il
nome di Bejahad, il festival con cui si decide di dare vita a una nuova
scena culturale ebraica attraverso un appuntamento annuale estivo della
durata di sette giorni. Obiettivo, rafforzare l’identità culturale
degli ebrei dell’ex Jugoslavia. L’iniziativa, che nella sua prima
edizione si tiene nell’isola di Brac, ottiene subito un buon riscontro.
Da allora la manifestazione cresce raffinando le proposte e lo spessore
culturale. “Il segreto del nostro successo - spiega Vladimir Salamon –
credo stia innanzi tutto nell’essere riusciti a trovare un modo di
vivere comune che risponde alle esigenze di tutti noi. Siamo poi
riusciti a unire tre generazioni all’interno del medesimo evento dando
vita, nell’ambito di Bejahad, a un programma fatto dai giovani e per i
giovani che da due anni si svolge in parallelo al resto della
manifestazione. E’ un aspetto molto importante, perché nei prossimi
anni saranno loro a farsi carico del futuro di Bejahad”. Un’ulteriore
qualità di cui gli organizzatori vanno molto fieri è l’ampiezza delle
attività di Bejahad. Il festival non è infatti riservato agli
intenditori, ma chiama in causa un vasto pubblico con proposte molto
diversificate. Il valore di questo progetto, figlio della piccola
comunità ebraica croata, non è passato inosservato. Tanto da meritare,
di recente, una menzione da parte dell’Unesco. Ma, come nella migliore
tradizione di Bejahad, gli organizzatori non si fermano. E rilanciano
la scommessa in direzione di un’ulteriore apertura, questa volta verso
l’ebraismo italiano.
Daniela
Gross, Pagine Ebraiche, luglio 2010
Bejahad 5770 - Identità, cultura e musica fra Oriente e Occidente
Quest’anno il festival Bejahad prende il via martedì 24 agosto e fino a
martedì 31 propone una fitta scaletta di appuntamenti culturali e
sociali.
Ad
aprire gli incontri è, mercoledì
25, lo scrittore Predrag Matvejevic´. L’autore di
Breviario mediterraneo dialogherà con lo scrittore Miljenko Jergovic´,
scrittore e giornalista bosniaco, una delle voci più interessanti della
narrativa dell’ex Jugoslavia.
Nella
stessa giornata il designer Dan Reisinger, nato in Voivodina,
racconterà la sua Israele. A seguire un concerto di David Gazarov
(piano) e una proiezione dal Sarajevo film festival. Giovedì 26 è la
volta della giornata dedicata all’ebraismo italiano. In programma
interventi del direttore del dipartimento Educazione e cultura UCEI rav
Roberto Della Rocca e del direttore di Pagine Ebraiche Guido Vitale.
Sanja Roic´ e Sinan Gudzevic´ terranno una lettura dedicata a Primo
Levi e Alberto Moravia. La mostra fotografica “Trieste e Venezia:
kehillot tra passato e futuro” proporrà quindi uno spaccato di due
Comunità ebraiche vicine, sia dal punto di vista storico sia da quello
delle interrelazioni, all’ebraismo croato. In esposizione immagini del
fotografo Michele Levis e scatti d’epoca dagli archivi comunitari. In
serata concerto Hayam shar – il mare canta di Ashira ensemble con
Evelina Meghnagi.
Dopo lo
Shabbat le attività culturali riprendono domenica 29 con Dan
Reisinger e Ivan Ninic che in Israele cura un trimestrale di cultura e
politica dedicata al mondo sefardita. In serata concerto dell’Idan
Reichel project, progetto musicale di world music che mescola
tradizioni musicali diverse in un mix di grande effetto. Lunedì 30 si tiene
il programma dei giovani mentre le attività culturali sono dedicate a
Zlatko Bourek, uno dei più noti e apprezzati esponenti della scuola
d’animazione di Zagabria, pittore, illustratore e scenografo che la
sera dirige Soluzione finale di George Tabori in una messa in scena del
Teatro di marionette di Zagabria.
Pagine
Ebraiche, luglio 2010
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«Nomadi». Il diritto ad avere diritti
«Noi
profughi» è il titolo di un breve saggio pubblicato da Hannah Arendt
nel 1943. La descrizione dei profughi ebrei, che erano riusciti a
varcare le frontiere dell’Europa di Hitler, prefigura le pagine che in
Origini del totalitarismo vengono dedicate alla vicenda degli apolidi,
ai senza-stato, alle non-persone. Arendt affronta la complessa
questione della «cittadinanza». L’umanità si è organizzata in
stati-nazione. Ma che ne è di chi si trova tra un confine nazionale e
l’altro? Di chi è senza patria, senza stato, o senza nazione? Come gli
zingari: «nomadi» perché trasversali? Diventa «irregolare» o almeno
«indesiderato» - si potrebbe rispondere con termini ormai usuali. Nel
sistema degli stati-nazione, chi non ha stato, chi non ha una
appartenenza nazionale, perde automaticamente i diritti umani, finisce,
nel mondo globalizzato, per trovarsi fuori dall’umanità. Perché ha
diritto ad essere umano solo chi è cittadino. «Ci siamo accorti -
avverte Arendt - che esiste un diritto ad avere diritti». Ma questo
«diritto ad avere diritti» - questione politica e filosofica che resta
aperta - non può essere garantito e non viene infatti garantito. Oggi
più che mai. Il diritto si arresta di fronte allo straniero che è un
non-persona. Il cosiddetto «rimpatrio» degli zingari in Francia,
promulgato da Sarkozy, e minacciato anche in Italia, fa vergogna
all’Europa. Mentre i turisti vanno e vengono, tra Bali, New York e le
Seychelles, liberi di circolare, i rom e i sinti vengono sottoposti a
una espulsione poliziesca coatta spacciata come scelta volontaria. Per
«fare ritorno» in Romania che, come si sa, non è la loro patria.
Nessuno li vuole. Ma non si tratta solo di denunciare il trattamento
subito da persone che a tutti gli effetti vengono considerate
«indesiderate». Si tratta di un regresso pericoloso a una concezione
premoderna della cittadinanza basata su diritti diseguali.
Donatella
Di Cesare, filosofa
Di
nuovo a Elul… “Come
è possibile che noi si trovi tempo per ogni tipo di studio tranne
che per questo specifico studio che è il timor di D-o”? quando
“unicamente il timore del Signore è sapienza autentica”, si
domanda Rabbì Moshé Chaim Luzzatto (Padova 1707- Akko 1746) nella
prefazione del suo Mesillàt Jesharim (Il sentiero dei giusti). Già
Moshé Rabbenu, nelle parashot di queste settimane, ci aveva detto:
“Ora, Israele, che cosa ti chiede il Signore tuo D-o se non che tu
tema il Signore tuo D-o, che cammini per tutte le Sue vie…”
(Deut. 10:12) e Ramchal (nella traduzione di M. Giuliani) ci spiega:
“Il timore di D-o significa reverenza per la potenza divina, una
reverenza simile a quella che si ha dinanzi a un re grande e
terribile al punto da arrossire per la sua maestà e per ogni suo
gesto ma soprattutto quando Gli si parla attraverso la preghiera o lo
studio della Torà”. Facciamo bene attenzione Luzzatto ci insegna
che preghiera e studio della Torà sono entrambe modi di parlare
direttamente con il Signore Benedetto. “Il camminare nelle sue
vie” include tutte le questioni relative al carattere e alla sua
correzione. Come spiegano i nostri maestri: “Sii magnanimo come lui
è magnanimo…” (Shabbat 133b). Nulla è più importante per
l’uomo che adeguare il suo carattere e le sue azioni a criteri di
rettitudine e di moralità. Così sintetizzano i nostri maestri:
“Qual’è la retta via? Quella che sia onorevole per chi la
pratica e considerata onorevole da parte degli altri” (Avot 2:1) e
cioè quella che conduce verso un bene autentico i cui effetti sono
una pratica più intensa della Torà e il miglioramento delle
relazioni con gli altri”. Lo studio e la preghiera si illuminano
e si completano a vicenda. Lo studio conduce all’azione, la
preghiera ci fa conoscere l’intenzione. Se ci limitiamo all’azione
senza ricercare l’intenzione precisa, rischiamo di stagnare o,
peggio, di deviare. Attraverso le preghiere che indirizziamo a D-o
perché ci aiuti a conoscere la Sua Volontà, veniamo a completare il
nostro studio, che a sua volta vivrà attraverso la tefillà. I
Zaddikim ci hanno insegnato che la formula ideale è: Tefillà -
limmud - tefillà. (Da un pensiero di Rabbì Nachman di Braslav,
riportato da I. Besancon, nel suo La porte du Ciel, Paris, 5753, p.
29). La strada non è semplice, ma vale la pena di cercare di
percorrerla con umiltà e perseveranza.
Alfredo
Mordechai Rabello, giurista, Università Ebraica di Gerusalemme
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Abu Mazen furioso con gli Usa «Anche la Turchia ai negoziati» Ramallah
(Cisgiordania) - Una furia, dicono i suoi. Un commediante, dicono gli
altri. L'annuncio dei negoziati a Washington tra palestinesi e
israeliani, i primi dopo 20 mesi, avrebbe già scontentato uno dei due
negoziatori: Abu Mazen. «Venerdì è impazzito di rabbia», scrive Ashar
al-Awsat, quotidiano spesso ben informato: appena la Clinton ha
annunciato l'incontro del 2 settembre, «senza precondizioni», il
presidente palestinese avrebbe tirato un pugno sul tavolo. «Non ha
citato la dichiarazione del Quartetto!», ovvero quella stilata con Usa,
Ue, Onu e Russia e che le precondizioni le contemplava, eccome, a
cominciare dalla fine dell'occupazione del 1967. Abu Mazen ha fatto
chiamare subito George Mitchell, l'inviato Usa in Medioriente. In
un'ora ha ricevuto tre telefonate dalla Casa Bianca, alti funzionari
che cercavano di placarlo. Quindi ha convocato Saeb Erekat, che guiderà
la delegazione, per una formale e dispettosa richiesta a Obama:
invitare al tavolo anche l'ospite che più irrita gli israeliani, la
Turchia. Si comincia male. [...] Francesco Battistini, il Corriere della Sera, 23 agosto 2010
Odierno punta il dito sull'Iran “Addestra i miliziani in Iraq” Con
il ritiro delle truppe combattenti ormai ultimato, il comandante
americano in Iraq Raymond Odierno mette in guardia Baghdad dai «rischi
portati dall'Iran». L'occasione viene da una raffica di interviste
concesse ai maggiori network in occasione dei talk show domenicali,
durante le quali Odierno spiega che «l'Iran sta favorendo l'instabilità
nel confinante Iraq finanziando e addestrando gruppi estremisti sciiti
che a volte compiono attacchi». Le parole del generale si sovrappongono
alle notizie in arrivo da Bassora, principale centro del Sud sciita
iracheno, dove in un agguato è caduto il primo soldato americano del
dopoguerra. «L'intenzione di Teheran è di rendere l'Iraq debole,
vulnerabile, precario e per riuscirci aiutano, addestrano e finanziano
gruppi violenti che mettono a segno attentati, occasionalmente anche
contro americani» sottolinea Odierno, senza fare esplicito riferimento
a quanto avvenuto vicino a Bassora. D'accordo con il generale è Zalmay
Khalilzad, ex ambasciatore americano a Baghdad e Kabul, che aggiunge:
«L'Iran vuole essere la potenza egemone nel Medio Oriente e dunque non
ha interesse all'affermarsi in Iraq di una solida e prospera
democrazia, per questo motivo cercherà di minarne le fondamenta in
qualsiasi maniera». Le parole di Khalilzad evocano la perdurante
assenza di un governo a Baghdad a causa delle divisioni fra i leader
sciiti Al Maliki e Allawi. «Teheran ha un governo in mente e vuole
favorirne la formazione» commenta Odierno, lasciando intendere che nei
continui disaccordi fra i due campi potrebbe esserci lo zampino del
presidente Ahmadinejad. […] Maurizio Molinari, La Stampa, 23 agosto 2010
Teheran mostra il suo drone d'attacco All'indomani
dell'accensione del reattore della prima centrale nucleare iraniana a
Bushehr, Teheran segna un nuovo record nella corsa allo sviluppo di
armamenti. Ieri, in occasione della Giornata nazionale dell'industria
della difesa, il presidente Mahmoud Ahmadinejad ha illustrato l'ultima
creatura dell'apparato bellico del regime: il drone Karrar, il primo
totalmente prodotto e costruito sul territorio iraniano. Questo
velivolo senza pilota (Uav in gergo) rappresenta un salto di qualità.
Oltre a unire le ormai classiche capacità di ricognizione e spionaggio
ad alta quota, il Karrar assolve il compito di bombardiere, essendo
dotato di 4 missili teleguidati e di due bombe da 115 kg (sostituibili
con un ordigno ad alta precisione da 230 chili). Ha un raggio d'azione
di mille chilometri e, sospinto da un motore turbo-jet, raggiunge i 900
chilometri orari. Può contemporaneamente «spiare» e colpire molteplici
obiettivi. «Oltre a essere un ambasciatore di morte per i nostri
nemici, il Karrar è portatore di un messaggio di grandezza per
l'umanità», ha detto un sorridente Ahmadinejad, che ha pizzicato Stati
Uniti e Israele, definendoli «una banda di criminali che minacciano la
sicurezza». «Dicono che tutte le opzioni sono sul tavolo. Bene, anche
noi diciamo che tutte le opzioni sono sul tavolo», ha tuonato il leader
conservatore che considera il Karrar uno strumento di deterrenza, ma ha
lasciato intendere, nel suo linguaggio colorito, che consentirà
all'Iran di «ricorrere ad attacchi preventivi nel caso di minacce
imminenti». […] Alberto Simoni, La Stampa, 23 agosto 2010
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notizieflash
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La
Siria non approva la ripresa dei negoziati diretti
Damasco, 22 ago - “Inutili”,
così la Siria definisce i negoziati diretti fra israeliani e
palestinesi che cominceranno a settembre. "Se l'amministrazione
americana non ha intenzione di esercitare pressioni su Israele e se il
Quartetto non ha le giuste capacità, i negoziati non hanno alcun
senso", afferma il quotidiani siriano, voce del governo, Techrine. "Il
presidente dell'Anp comincerà dei negoziati inutili che non
recupereranno né la città santa di Gerusalemme né i diritti del popolo
palestinese", scrive invece il quotidiano filogovernativo al-Watan, che
critica anche "gli arabi che si apprestano ad assecondare dei negoziati
senza uscita".
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L'Unione
delle Comunità Ebraiche Italiane sviluppa mezzi di comunicazione che
incoraggiano la conoscenza e il confronto delle realtà ebraiche.
Gli
articoli e i commenti pubblicati, a meno che non sia espressamente
indicato il contrario, non possono essere intesi come una presa di
posizione ufficiale, ma solo come la autonoma espressione delle persone
che li firmano e che si sono rese gratuitamente disponibili.
Gli
utenti che fossero interessati a partecipare alla sperimentazione
offrendo un proprio contributo, possono rivolgersi all'indirizzo desk@ucei.it per
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Il servizio Notizieflash è realizzato dall'Unione delle Comunità
Ebraiche Italiane in collaborazione con la Comunità Ebraica di Trieste,
in redazione Daniela Gross.
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