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L'Unione informa
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27 agosto 2010 - 17 Elul 5770 |
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alef/tav |
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Roberto
Colombo,
rabbino |
Un
rabbino di Berlino si lamentò con rav Shimshon Refael Hirsch perché la
sua Comunità lo considerava di poco conto non essendo riuscito a
laurearsi in medicina. Hirsch gli rispose: "Il giorno in cui ai rabbini
fu chiesto, come segno di modernità, di essere anche dottori,
l'ebraismo ha cominciato ad ammalarsi". Rav Di Segni ha commentato
ironicamente: il problema qui non è che la Comunità ha chiesto ai
rabbini di essere dottori, ma al dottore di fare il rabbino. |
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"La
violenza verbale, malgrado i suoi rischi molto gravi, lascia all’essere
umano l’ integrità fisica, l’ intelligenza, la dignità, la libertà, una
scelta: silenzio, risposta. La violenza fisica ha invece qualcosa di
irrimediabile, perché toglie il suo statuto di dignità e di libertà
all’essere umano". (Emmanuel Levinas)
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Sonia
Brunetti Luzzati,
pedagogista |
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Qui Firenze - Unicoop tra gli sponsor della Giornata Europea della Cultura Ebraica
Nello
scorso maggio dagli scaffali dei punti vendita Conad e Coop sparivano
alcuni prodotti (provenienti dai Territori occupati) di Agrexco, nota
azienda esportatrice, in parte di proprietà statale, con quartier
generale a Tel Aviv. Boicottaggio? Il sospetto di molti era che alla
base della decisione ci fosse l’intenzione - d’altronde iniziative
analoghe sono all’ordine del giorno - di penalizzare l’economia
israeliana. In quei giorni di grande tensione (poi rientrata) tra gli
ebrei italiani e i vertici delle due catene di distribuzione, una
delegazione guidata da Guidobaldo Passigli (nell'immagine), presidente
della Comunità ebraica di Firenze, incontrava Franco Cioni, direttore
delle politiche sociali di Unicoop Firenze che attualmente sta
lavorando ad alcuni progetti sul conflitto mediorientale, per cercare
di sanare la frattura. Nel corso dell’incontro, oltre al chiarimento
desiderato (“ho spiegato al presidente Passigli che i giornali hanno
ingigantito i fatti e da parte sua c’è stata molta comprensione”, dice
Cioni), arriva la proposta di lanciare un messaggio forte alla società,
coinvolgendo Unicoop tra gli sponsor della Giornata Europea della
Cultura Ebraica fiorentina. Guanto di sfida raccolto: a partire da
lunedì i manifesti della GECE 2010, che si svolgerà domenica 5
settembre con tema Arte ed ebraismo, saranno esposti in oltre cinquanta
punti vendita delle province di Firenze e Siena (prevista anche una
vasta diffusione a livello regionale), mentre sul prossimo numero della
rivista settimanale edita dalla Coop che raggiunge circa un milione di
soci sparsi per la Toscana, ci sarà una mezza pagina di pubblicità
dedicata alla manifestazione. Probabile, anche se ancora da confermare,
l'intervista a uno dei protagonisti della Giornata per Informacoop,
trasmissione che fa parte del palinsesto di alcuni canali televisivi
cittadini. “Era necessario ripartire col piede giusto dopo le
incomprensioni di maggio - spiega Cioni -. Trovo che la
sponsorizzazione di un evento così ricco di significato sia il modo
migliore per dimostrare il profondo rispetto e l’amicizia che ci legano
alla Comunità ebraica di Firenze”. Amicizia che va avanti da anni:
Unicoop Firenze era uno degli sponsor della Giornata Europea della
Cultura Ebraica già nel 2008. “Le diversità sono un valore e non un
qualcosa da assopire, per questo partecipiamo con entusiasmo a
iniziative di questo genere”, conclude Cioni.
Adam Smulevich
Bejahad 5770 - Tyberg, la Terza sinfonia torna alla luce
Riemerge
dal passato, dopo quasi ottant’anni, la terza sinfonia di Marcel
Tyberg, salvata fortunosamente dall’oblio prima che la tragedia della
Shoah si abbattesse inesorabile sul compositore di Abbazia, morto ad
Auschwitz nel 1944. Questo straordinario lavoro è disponibile da
oggi in un cd dal titolo Symphony No. 3 - Trio per piano, prodotto
dalla Naxos. Un pubblicazione musicale realizzata grazie al contributo
della Foundation for Jewish Philanthropies e all’impegno di JoAnn
Falletta, direttore della orchestra sinfonica di Buffalo, che nei mesi
scorsi ha messo in musica il componimento perduto durante una serie di
performance dal vivo. Completata alla fine degli anni ’30, la
terza sinfonia di Tyberg propone un poetico viaggio in Re minore, che
ha inizio con un gradevole pizzicato sulle corde più basse, seguito dal
richiamo annunciatorio della tuba tenore. La musica segue un percorso
che ha la struttura della sonata, caratterizzato da una varietà di temi
e sviluppi. Il fraseggio risulta essere decisamente più rapsodico che
strutturato, una complessa fantasia che coniuga sfumature tipiche dello
stile di Bruckner ad astrazioni Mahleriane. La ricercatezza di Tyberg è
inoltre rappresentata dai diversi spunti di stile che troviamo nel
procedere dell’esecuzione: Appassionato, Misterioso, Con passione,
Tranquillo. Una coda breve e suggestiva si dissolve in chiusura
con un nebuloso pizzicato in toni bassi. E tuttavia il secondo
movimento, lo Scherzo: Allegro non troppo in Re minore, offre uno
sprazzo tardo-romantico in tre quarti. Con cambiamenti ironici di
tempo, un fluire armonico beffardo e una filigrana giocosa che
attraversa l'orchestra, tutto finisce troppo presto con un rapido
accenno al motivo principale da parte dei fiati e degli archi più
bassi. Parlando del periodo romantico, Tyberg propone, nel terzo
movimento, l’Adagio, le atmosfere del sogno con un’affascinante
cantilena d’archi, dolcemente replicata dai fiati. Il fraseggio
suggestivo si fonde attraverso variazioni successive di chiave e
timbro, con assoli intimi del violino e dei fiati, avvolti dal calore
degli ottoni e dal lussureggiare degli archi. La scena pastorale si
chiude in Si bemolle maggiore, con un lontano eco di corni. Nel
Rondò finale c’è tutta la furia tipica della produzione ottocentesca, a
cui Tyberg rende magistralmente omaggio, lasciando poi che la musica
prenda il volo sgattaiolando via leggera. Il tributo si apre con una
fiammata giocosa del corno solista, a cui rispondono i tromboni con
incursioni di archi. Le sequenze di variazioni del rondò offrono un
assaggio congiunto di tutte le sezioni, con un ulteriore contrappunto
colorito. Strada facendo, il brano è attraversato da un umorismo
accattivante e intrigante e da stuzzicanti ombreggiature armoniche. Ma
in un batter d'occhio, gli archi si precipitano nuovamente verso la
chiusura, cadenzati dall'insieme dell’orchestra. Un’opera che
esprime a pieno il talento e la maestria di un compositore fino ad oggi
sconosciuto, una musica, quella di Marcel Tyberg, analitica e
speculativa allo stesso tempo, colma di uno spirito romantico che si
ispira alle atmosfere di Beethoven e Mendelssohn.
Michael Calimani
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Qui Abbazia - L’uomo che inventò il Valium
Oltre
dieci milioni di persone nel mondo, ogni giorno, combattono paure,
stress, insonnia, dolore fisico, ansia e fobie con il diazepam. Tanto
che il Valium (questo il suo nome commerciale) è stato inserito
dall’Organizzazione mondiale della sanità nella lista dei farmaci
essenziali per un sistema sanitario di base. L’inventore di questa
preziosa risorsa per l’umanità è Leo Sternbach, ebreo del Quarnero, uno
dei più importanti chimici del Novecento. Giovane di grande talento,
nato nel 1908 nella splendida cittadina costiera di Abbazia, manifestò
precocemente una spiccata predilezione per la disciplina chimica.
Continuò i suoi studi lungo questo filone e, nonostante il clima
politico dell’Europa non fosse dei più favorevoli per un giovane
studente ebreo, ottenne il dottorato all’Università di Cracovia.
Sternbach amava la chimica e credeva anche che potesse essere di grande
aiuto agli uomini. Per questo non volle rilevare la farmacia del padre.
Ma scelse di dedicarsi alla ricerca, sua vera passione che portò avanti
fino a 95 anni, quando ancora si recava ogni giorno in laboratorio.
Anche se questa scelta professionale non lo rese mai molto ricco, ne fu
profondamente appagato: “Ho sempre fatto ciò che ho voluto”, dichiarò
infatti più volte a proposito del suo lavoro. Forse anche per questo
ebbe molte soddisfazioni dalla sua carriera, culminata nel
riconoscimento più alto, poco prima della morte: l’inserimento nella
National Inventors Hall of Fame, la più importante istituzione
americana che premia chi contribuisce all’avanzamento tecnologico
dell’umanità. Terminati gli studi, Leo Sternbach trovò lavoro a
Basilea, alla Hoffman - La Roche, la maggiore casa farmaceutica
svizzera. Il suo rapporto con l’azienda durò tutta la vita, proseguendo
dall’altra parte dell’oceano. Fu infatti La Roche ad aiutare Sternbach
a fuggire, nel 1941, verso gli Stati Uniti per scappare dalla furia
nazista. Stabilitosi in New Jersey, lo scienziato, riprese a lavorare
negli stabilimenti americani della stessa azienda e vi conseguì i suoi
maggiori risultati. Depositò infatti 241 brevetti, sintetizzò sostanze
ancora fondamentali contro l’insonnia e l’epilessia, fu uno dei chimici
più prolifici di sempre. Ma la scoperta che lo rese famoso avvenne nel
1958: utilizzando scarti di vecchi esperimenti arrivò a sintetizzare,
seppur in una forma ancora rozza e perfezionabile, il capostipite delle
benzodiazepine, un composto chimico che è alla base di tutti gli
ansiolitici diffusi nel mondo oggi. Il brevetto numero 3.371.085, con
cui Sternbach registrò la sua invenzione, sancì l’inizio di una nuova
era della psicofarmacologia. Prima di allora la cura di fenomeni di
ansia acuta era spesso peggiore della malattia. Se il paziente cercava
una soluzione farmacologica doveva rivolgersi a sostanze tossiche come
i barbiturici. La situazione cambiò del tutto nel 1960, quando la Roche
mise in circolazione il Librium, il primo farmaco commercializzato
della classe delle benzodiazepine, un’alternativa efficace, sicura e
dall’azione rapida che rivoluzionò il trattamento medico dell’ansia e
dei disturbi compulsivi. Nel 1963 Sternbach mise a punto il Valium, che
presto divenne il farmaco più venduto in America e dal ‘69 all’82 fu in
assoluto il farmaco più prescritto in tutto il mondo. La Roche stessa e
altre compagnie ne commercializzarono molte varianti, tra cui il
Lexotan, lo Xanax e l’Atavan. In oltre quarant’anni di diffusione
mondiale le benzodiazepine hanno dimostrato di essere efficaci e
sicure. Tuttavia non sono mancate pagine oscure nella storia di questo
farmaco. Presentato come una panacea appena uscito e diffusosi su scala
larghissima, ha cominciato a essere considerato “l’aiutino della
mamma”, come cantavano i Rolling Stones negli anni ‘60, sempre più
irrinunciabile nelle famiglie della borghesia piccola e infelice,
delusa dal sogno americano, fino a essere usato come vera e propria
droga da sballo dai giovani negli anni Ottanta e Novanta. Assunto in
modo opportuno, invece, rimane il migliore farmaco del suo genere mai
inventato. Nella migliore tradizione dei chimici, Leo Sternbach
sperimentò in prima persona le sue sostanze. Il Librium lo faceva
sentire stanco – disse – mentre il Valium lo deprimeva. “Per chi non ne
ha bisogno – sosteneva lo scienziato – è meglio un bicchiere di
whisky”. Non sapeva che Liz Taylor, nel dubbio, li prendeva
insieme.
Manuel
Disegni, Pagine Ebraiche, luglio 2010 |
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pilpul |
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Hanno vinto loro?
Con
qualche giorno di ritardo leggo su l’Unione informa della polemica
sull’opportunità di costruire una moschea non lontano da Ground Zero.
Noto che alcuni commenti danno per scontata la contiguità, se non
l’identità, tra gli assassini dell'11 settembre e l’Islam in generale.
In questo modo riconosciamo a un gruppo di terroristi il diritto di
rappresentare tutti i musulmani del mondo. E’ certamente quello che
volevano ottenere. Che questo diritto di rappresentanza sia legittimo,
però, mi sembra discutibile (chi li ha eletti?). Che sia opportuno
riconoscerglielo mi pare ancora più discutibile: perché concedere a
tavolino una vittoria che, per fortuna, non hanno ottenuto sul campo?.
Anna
Segre, insegnante
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Si
farà la pace? Gli sforzi profusi dall’amministrazione Obama per la
ripresa dei colloqui tra israeliani e palestinesi produrranno
finalmente un accordo ragionevole, tale soprattutto perché sinceramente
condiviso e quindi rispettato? Negli ultimi dieci giorni le fanfare
hanno ripreso a suonare e i tamburi a rullare. Ma è innegabile che lo
scetticismo sia molto diffuso. Non lo possono esibire gli americani, in
quanto patrocinatori, dopo venti mesi di silenzio tra le due
delegazioni, di un nuovo round di conversazioni. (Chiamiamole così, in
assenza d’altro.) Né è consentito ai due contendenti manifestare un
eccesso di titubanze, pur esprimendo a chiare lettere, ognuna per la
sua parte, le premesse alle quali sono disposte a riprendere una
qualche forma di confronto che non sia quello delle vie di fatto: se
per Gerusalemme è imprescindibile, nell’avviare una discussione,
l’inesistenza di «precondizioni vincolanti» (che nel linguaggio del
dicastero Netanyahu indica la possibilità di potere procedere, dopo il
26 settembre, data in cui terminerà la moratoria nella costruzione di
nuove abitazioni negli insediamenti ebraici in Cisgiordania,
all’edificazione di nuovi vani) per Ramallah vale il principio
esattamente opposto, ovvero l’inaccettabilità di qualsiasi atto che
dovesse mutare lo status quo territoriale. La qual cosa, che in sé è
tale da potere implicare una paralisi reciproca al tavolo delle
trattative, sarà il vero terreno di confronto e, presumibilmente, di
scontro, dal momento in cui, il 2 settembre, inizieranno le sessioni di
lavoro tra i diretti interessati. Peraltro, estranea a qualsiasi
trattativa è Hamas che, nell’intervista che Umberto De Giovannangeli
pubblica oggi su l’Unità,
scaglia, per bocca di Ismail Haniyeh, un vero e proprio anatema. Su un
conflitto oramai canuto - peraltro - c’è anche chi si esercita
artisticamente. All’oramai prossima edizione del festival di Venezia
concorrerà anche un film, «Miral», firmato da Julian Schnabel. Di che
cosa si tratti ce lo dicono Wlodek Goldkorn su l’Espresso e Pietrangelo Buttafuoco su Panorama
(al lettore professionale della stampa non può sfuggire che la
testimonial della pellicola è Rula Jebreal, dal cui romanzo è tratta la
sceneggiatura: la promozione è senz’altro garantita dinanzi ad una
figura commercialmente così seducente). Ma al di là dei vincoli di
principio, il vero enigma è a cosa voglia aspirare l’amministrazione
americana. Poiché se in linea di principio nulla è insuperabile, come
passate vicende si sono incaricate di dimostrarci, deve tuttavia
sussistere una meta e un arbitro negoziale in grado di farla
raggiungere ai contendenti. Mentre in questo caso, al di là del pur
legittimo interesse americano ad incassare una cambiale – la sedazione
di un vecchio confronto tra due comunità nazionali – da spendere in
termini di autoaccreditamento nell’altrimenti difficile nonché ostile
proscenio internazionale, ben poco d’altro parrebbe potersi vedere di
concreto. Lo stato dell’arte per Washington è, al momento, a dir poco
problematico: ritiro da un Iraq dove gli equilibri politici sono così
precari da potersi frantumare in un sol colpo, come sottolinea Alberto
Negri sul Sole 24 Ore
di giovedì 26 agosto; le ripetute difficoltà militari (e non solo) in
un Afghanistan controllato solo per piccola parte, sulla scorta della
precedente, fallimentare esperienza sovietica; la possibile crisi del
Pakistan, potenza nucleare stretta tra la morsa delle alluvioni, la
pressione islamista e la colpevole negligenza della sua leadership
politica; il rinnovato attivismo russo in Iran, che ha di fatto posto
sotto il suo patrocinio il programma di sviluppo nucleare civile del
paese (la cui nascita data a più di trentacinque anni fa, per volontà
degli stessi americani); lo spostamento di baricentro della Turchia
verso l’Oriente e altro ancora, non da ultimo il non nuovo focolaio di
instabilità che deriva dalla Somalia, ossia dal montare della violenza
fondamentalista e dal suo costituire un oramai concreto pericolo per
tutto il Corno d’Africa. Israeliani e palestinesi (che non sono due
entità omogenee ed equivalenti, anche se per convenzione vengono
accomunate: nel primo caso parliamo di una comunità politica e
amministrativa che ha tutti i crismi di un moderno Stato nazionale, a
partire dall’esercizio esclusivo della propria giurisdizione su una
determinata porzione di terra; nel secondo caso ci riferiamo ad una
comunità sociale che aspira a dare seguito ad un percorso di
costruzione di una propria entità statuale) scontano, per parte loro,
difficoltà e ritrosie nei rispettivi campi riguardo a ciò che resta di
qualsivoglia ipotesi di un rinnovato «processo di pace». Così, tra i
tanti articoli usciti in questi giorni, si legga quello pubblicato sul Foglio
del 25 agosto dove è raccontato «perché Netanyahu teme il suo governo
alla prova dei negoziati». Il primo punto critico è, come già si
ricordava, il 26 settembre, laddove l’esecutivo israeliano rischia di
dividersi al suo interno, come ci ragguaglia Joshua Mitnick sul Wall Street Journal
del 26 agosto. Va allora anche in questa direzione, forse, la
designazione “preventiva” di un nuovo Capo di stato maggiore delle
forze armate israeliane nella persona di Yoav Galant, all’interno di
una riconsiderazione generale dei compiti e degli strumenti di cui
Tsahal dovrà dotarsi per i tempi a venire, come sottolinea Pierre
Chiartano su Liberal di mercoledì. Nell’edizione di Le Monde
del giorno precedente, martedì 24 agosto, Benjamin Barthe ha invece
raccolto le perplessità e le disillusioni serpeggianti tra alcuni
palestinesi della Cisgiordania, per i quali la trattativa costituisce
una «mascarade» (ossia una farsa). Significativo il passaggio
conclusivo dell’articolo, dove uno degli intervistati recita una sorta
di epitaffio quando afferma che «per resistere occorre un leader e una
ideologia. A Gaza abbiamo Hamas e la sua ideologia étrange [strana
poiché straniera, importata dall’esterno]. In Cisgiordania non abbiamo
nulla. Le persone hanno perso il desiderio di battersi per il loro
diritti». Ma c’è una questione che sta a monte, ed è qualcosa di più di
un fraintendimento lessicale. Si parla, infatti, di «pace» come
dell’obiettivo al quale aspirare. Nulla da obiettare in linea di
principio. Tuttavia, se si entra nel merito della natura del confronto
ci si rende conto dell’intrico e della stratificazione che stanno alla
sua origine. Il conflitto israelo-palestinese è letto come reiterazione
bellica, ovverosia come una guerra, sia pure atipica, che da decenni
perdura e che, per essere risolta, richiederebbe un accordo
prevalentemente “militare” tra due contendenti. In realtà la trama
delle cose non è così evidente e immediata poiché anche quella parola
fondamentale, la «sicurezza», che è il nocciolo delle richieste degli
uni come degli altri, ha significati e contenuti molteplici. Tale fatto
complica ancora di più qualsiasi ipotesi di negoziazione, presente o
futura che sia. Se ha senz’altro fondamento il ricorso alla categoria
del «conflitto», inteso come un contenzioso di lunga durata, a volte
anche armato, tra due opposti gruppi, dai profili identitari più o meno
ben definiti, assai meno congruente è oggi il parlare di guerra se con
questa parola si intende qualcosa che demanda a due fronti chiaramente
contrapposti, dotati di eserciti nazionali e di giurisdizioni omologhe,
con un avvio ma anche una prevedibile conclusione, che avvantaggi
esclusivamente l’uno a scapito totale degli interessi dell’altro.
L’asimmetria di ruoli e funzioni è il tratto dominante in questo
scenario a bassa intensità (un numero non elevato di morti, distribuito
in un ampio lasso di tempo, all’interno di un confronto basato più sul
logoramento di lungo periodo che non sugli esiti degli scontri
immediati, in campo aperto) e la difficile ricomponibilità di un
rompicapo territoriale, ma anche identitario, sta tutta nella
interconnessione tra le parti in causa e nelle loro inevitabili
specularità. Israeliani e palestinesi da sempre condividono, sia
pure con aspettative ed esiti diversi, comuni vicende nonché una
identica porzione di terra, estremamente limitata, ora sezionata ma in
ipotesi ancora aperta alla definizione delle linee di separazione. Si
tratta, in questo caso, di una radice comune fortissima, che va al di
là delle mutevoli volontà dei singoli protagonisti. Nell’apparente
ripetizione, a tratti maniacale, degli stessi gesti, dei medesimi atti
di ostilità si cela l’impossibilità di sfuggire da quella stretta
vicinanza, ossia da una contiguità, che è spesso indice di commistione
e ibridazione, anche se si finge di pensare l’esatto opposto.
Claudio
Vercelli
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notizieflash
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Champions League - Niente big nel girone dell’Hapoel Tel Aviv Girone
di Champions League ostico (ma non terribile) per l’Hapoel Tel Aviv,
alla prima frequentazione tra le grandi d’Europa. L’urna di Montecarlo,
che propone accoppiamenti golosi come Milan-Real Madrid e Roma-Bayern,
inserisce il club israeliano nel gruppo B insieme a Lione, Benfica e
Schalke. I rossi di Tel Aviv, partendo in quarta fascia, rischiavano di
incontrare l’elite del calcio continentale. Cioè tanti soldi al
botteghino ma anche tanti dolori sul campo. Eventualità sfumata:
Manchester, Inter, Barcellona & C. prendono altre strade. Il
sorteggio, pur prevedendo incontri con compagini tecnicamente
superiori, dà un responso più morbido del previsto e lascia intravedere
all’orizzonte la possibilità di togliersi alcune soddisfazioni. La
speranza di fare meglio del Maccabi Haifa, che nella scorsa edizione ha
chiuso il proprio girone con zero punti e zero goal fatti, non è
utopia. Difficile chiedere di più: gli ottavi di finale, considerata la
caratura delle scuole calcistiche da affrontare, al momento sembrano
fuori dalla portata. Intanto da ieri sera l’Hapoel è l’ultima
squadra israeliana ancora in lizza nelle competizioni europee: il
Maccabi Tel Aviv, impegnato nel terzo turno preliminare di Europa
League, è stato eliminato dai francesi del PSG. Inutile (anche se
significativa) la vittoria interna per 4 a 3 nel match di ritorno. Per
passare il turno, dopo il ko per 2 a 0 dell'andata, ci volevano tre
goal di scarto.
Europei basket - Israele a un passo dalla qualificazione Missione
quasi compiuta: la nazionale israeliana di basket vede la
qualificazione ai prossimi Europei in Lituania sempre più vicina.
Giovedì sera sono arrivati altri due punti, forse quelli decisivi,
contro la Finlandia, sconfitta con un perentorio 85 a 71 sul parquet
della Nokia Arena di Tel Aviv. Due punti che ad essere la vendetta,
ampiamente attesa, per il brutto ko di Helsinki nel match di andata,
significano anche secondo posto matematico nel girone (a scapito
dell’Italia che resta in corsa per gli spareggi) e possibilità, fino a
pochi giorni fa insperate, di primato (ricordiamo che agli Europei si
qualificano le prime e le due migliori seconde dei vari
raggruppamenti). L’ultima sfida prevista dal calendario è uno spareggio
al vertice: Montenegro contro Israele, entrambe appaiate in testa alla
classifica con dieci punti. Chi vince è sicuro di volare a Vilnius, chi
perde ha buone possibilità di prendere lo stesso aereo. ISRAELE 85 - 71 FINLANDIA CLASSIFICA GIRONE A Montenegro e Israele 10, Italia 8, Lettonia 4, Finlandia 2 a.s.
Negoziati - Netanyahu per colloqui discreti con Abu Mazen Tel Aviv, 27 ago - “In
Medio Oriente le trattative sulle questioni cardinali, per essere
serie, devono avvenire in forma discreta e continuata fra i dirigenti
stessi", così il premier israeliano Benjamin Netanyahu ritiene che
dovrebbero svolgersi i negoziati con i palestinesi, la cui ripresa è
prevista per il 2 settembre. Il ritmo ideale dovrebbe essere di due
incontri al mese. Non è ancora noto se l'idea sia accettabile per il
leader dell'Anp. A rendere pubblica la notizia è stata la radio
militare israeliana. In anni passati anche Ehud Olmert aveva optato per
una formula simile.
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L'Unione
delle Comunità Ebraiche Italiane sviluppa mezzi di comunicazione che
incoraggiano la conoscenza e il confronto delle realtà ebraiche.
Gli
articoli e i commenti pubblicati, a meno che non sia espressamente
indicato il contrario, non possono essere intesi come una presa di
posizione ufficiale, ma solo come la autonoma espressione delle persone
che li firmano e che si sono rese gratuitamente disponibili.
Gli
utenti che fossero interessati a partecipare alla sperimentazione
offrendo un proprio contributo, possono rivolgersi all'indirizzo desk@ucei.it per
concordare le modalità di intervento.
Il servizio Notizieflash è realizzato dall'Unione delle Comunità
Ebraiche Italiane in collaborazione con la Comunità Ebraica di Trieste,
in redazione Daniela Gross.
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