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L'Unione informa
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7 settembre 2010 - 28 Elul 5770 |
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alef/tav |
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Roberto
Della Rocca,
rabbino |
Nel
corso dei secoli sono stati molti i Maestri, della Halakhà e della
Kabalà, che si sono occupati dei vari significati del suono dello
Shofàr. E pensare che nella Torah il precetto di suonare lo
Shofàr è indicato in un solo mezzo versetto, non sembra poi così
rilevante. E' una delle 613 mitzwòt, è la mitzwà di Rosh haShanà. Ma
già il Talmud dedica pagine e pagine sulle modalità di questo suono per
non parlare dei Maestri della Kabalà che sviluppano delle
intenzionalità infinite che devono connettersi con Malakhìm, Angeli,
Hekhalòt, Aperture, di cose estremamente articolate, che prendono
spunto da mezzo versetto della Torah. Quindi una Tradizione orale
particolarmente ricca. Dopo aver ascoltato i vari suoni dello Shofàr è
consuetudine recitare nelle nostre sinagoghe un passo di un Midràsh che
dice: “Beato il popolo che conosce la Teruà …”, cioè che sa
suonare lo shofar, “… I popoli della terra forse non sanno suonare?
Mancano di corni?...” Rabbi Nachman di Breslav commentando questo
Midrash si domanda cosa vuol dire la parola “Iodee” ,
“conoscono”. Significa che sanno produrre, che conoscono i tre suoni
dello Shofàr, poiché lo Shofàr deve produrre tre tipi di suoni: Teqià,
Shevarìm, Teruà. Teqia è un suono unico semplice, uguale. Shevarìm è lo
stesso suono sotto il profilo della durata, scisso in tre, tre suoni di
durata uguale a quello della Teqià. Teruà invece è di nuovo la stessa
durata divisa in nove, una ulteriore divisione in tre dello Shevarim.
Questo è il risultato del suono dello shofar sotto il profilo
dell'udito, cioè quello che noi sentiamo. Ma il Nachman di Breslav
aggiunge che il suono della Teruà “..Mattir pe illemim umattir pè
aqarot…”, “..scioglie la bocca dei muti e scioglie la bocca delle
sterili…”, cioè scioglie l'utero, la matrice della sterilità. La Teruà
è ciò che scioglie la bocca dei muti, un po’ uno psicanalista ideale,
che riesce a sciogliere la bocca del muto, ma scioglie anche la
sterilità. La bocca del basso e quella dell'alto, le due matrici che
generano qualcosa. Sempre il Rabbi Nachman di Breslav insegna che lo
Shofàr è stretto all'imbocco ed è largo all'uscita. Infatti alcuni
prima di suonare recitano il verso “Min Hametzar...” ,” “..dalla
ristrettezza ti ho invocato o Signore…. Rispondimi dall'espansione".
Tra la richiesta e la risposta c'è soltanto il percorso della lunghezza
dello Shofàr e la capacità di ascolto. Tutto sta nel modo di chiedere:
se sappiamo chiedere da un imbuto molto stretto riusciremo ad ascoltare
ampiamente, la scommessa è saper chiedere dall'imbuto stretto. Un
famoso passaggio della Tefillà di Rosh haShanà si richiama allo Shofàr
con queste parole: “Beshofàr Gadol Itakà… vekol demamà ishamà..”, “… e
verrà suonato in un grande shofar…. e verrà ascoltata una fine voce di
silenzio....”. Un grande paradosso, un ossimoro direi. Un grande Shofàr
e una voce di silenzio. Per chi vive ai giorni nostri, sentirsi
chiamare a una sottile voce di silenzio è molto significativo. Un ebreo
che si sente invitato oggi a tacere un po’, è estremamente importante,
soprattutto perché mi sembra che il tumulto e il clamore siano
diventati tratti caratteristici anche nelle nostre Comunità. E noi
invece siamo chiamati a Rosh haShanà a una voce fine di silenzio! Shanà
Tovà
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Da
quindici anni gli "Shomrim" sono i volontari del corpo di sicurezza
privato autogestito dai chassidim di Brooklyn. Girano senza armi,
allontanando ladri, molestatori e malintenzionati da scuole, matrimoni
e sinagoghe. I loro giubbotti blu con le scritte gialle danno sicurezza
e la polizia di New York si fida di loro. L'altra sera hanno sorpreso
un molestatore di bambini, lo hanno inseguito in auto e affrontato di
persona. Lui era armato, loro no. Quattro "Shomrim" sono finiti in
ospedale, due restano in prognosi riservata e passeranno Rosh ha-Shanà
in condizioni difficili. Da Crown Hights a Borough Park si prega per
loro.
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Maurizio Molinari, giornalista |
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Qui Roma - Un anno da affrontare con coraggio
L'anno
che viene è colmo di sfide e impegni importanti per l'ebraismo
italiano. Sfide che solo con la nostra volontà autentica potremo
determinarne con un esito positivo. La prima sfida è quella della
responsabilità con cui saremo chiamati a confrontarci nel prossimo
Congresso dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Un Congresso
nel quale dovremmo stabilire nuove regole che tengano unito l'ebraismo
italiano. Le riforme dello Statuto saranno la cartina di tornasole di
questa volontà. Credo che al di là dei tecnicismi e degli equilibri,
dobbiamo confrontarci oggi più che mai sul nostro legame con Israele e
avere coraggio di recuperare in termini di partecipazione elettiva e
rappresentativa quei nostri fratelli che dall'Italia hanno fatto
l'Alià. Solo insieme a loro potremo costruire un futuro per i nostri
figli. Prima della Shoah erano in pochi a credere che si potesse
realizzare il sogno sionista della nascita dello Stato d'Israele. E
quei pionieri nella stragrande maggioranza scamparono allo sterminio
nazifascista. Oggi noi ebrei italiani (e non solo dall'Italia) siamo
troppo coinvolti in discussioni certamente importanti, per esempio
riguardo ai nostri modelli di ebraismo, il problema delle conversioni
dei minori, un maggior rigore nella kasherut, e via dicendo. Ma altri,
e con ogni mezzo, stanno pianificando l'islamizzazione dell'Europa ed
la conseguente espulsione degli ebrei. Un'operazione che non passa solo
per la "spada del Saladino" ma anche con la semplice conquista delle
banche, delle società energetiche, delle industrie strategiche. Fare
finta di niente in nome del principio di accoglienza è un suicidio che
dobbiamo evitare e combattere. Dobbiamo farlo insieme a quei musulmani
che credono nei valori di libertà e democrazia e che hanno giurato
sulla Costituzione italiana. Legarci agli italiani in Israele, può
significare la progettazione e un investimento sul nostro futuro. Una
assicurazione per i nostri figli, oltre che il compimento della mitzvà
dell'Alià. Ma spero anche che il prossimo sia un anno di maggior
cooperazione e sostegno con le Comunità italiane meno numerose. Un
dovere al quale non possiamo sottrarci, anche se gestire e amministrare
un grande Comunità, a cominciare dalla scuole ebraiche, ci comporta
sforzi e sacrifici diversi e spesso difficilmente immaginabili. Che
questo sia l'anno della liberazione di Gilad Shalit. E preghiamo per
lui. Soprattutto speriamo sia l'anno della vera pace fra Israele con i
suoi vicini. Così come negli ultimi anni abbiamo avuto fiducia di
fronte all'ipotesi di pace a Gaza durante il doloroso ritiro di Sharon
o abbiamo pianto e sostenuto i valorosi soldati di Zahal durante le
ultime guerre in Libano e a Gaza, oggi sostenere il governo del Primo
ministro Netanyahu significa solo sostenere la democrazia israeliana.
Non abbiamo il diritto, dalla nostra comoda Golà, di esprimere giudizi
sulle scelte, anche le più difficili e le più dolorose, anche le più
dure e le più concessive, che il popolo israeliano riterrà di
affrontare pur di arrivare alla pace e pur di garantire la protezione
d'Israele da chi vuole cancellarla con la minaccia atomica. Riccardo Pacifici, presidente della Comunità ebraica di Roma
Qui Roma - Un anno per le tradizioni
L’Archivio
della Comunità di Casale Monferrato custodisce il Lunario ebraico del
5671 redatto dalla mia antenata Rosina Leblis Donati: feste e ricette
si alternano mirabilmente in otto facciate manoscritte con grafia
elegante, pagine fitte fitte, cucite con spago da cucina e accompagnate
da una copertina in carta povera, fortemente costellata da
macchie del tempo, segni casuali e tracce di lavoro quotidiano. Ecco
come si tramanda l’ebraismo: anno dopo anno le nostre donne di casa
offrono alle nuove generazioni l’insostituibile patrimonio a loro
affidato, accompagnandolo con auspici e manicaretti dal sapore antico.
Shanà Tovà. Claudia De Benedetti, vicepresidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane
Qui Firenze - Un anno per un nuovo patto sociale
Mando
vivi auguri a tutti gli ebrei italiani per il nuovo anno ebraico 5771.
Le sfide da affrontare non sono poche né facili. Dobbiamo trovare le
forze di coesione per mantenere e tramandare le peculiarità della
nostra storia religiosa e culturale di un ebraismo colto e aperto, che
sa includere e non escludere, che riesce ad accogliere e fare suo il
bene di ogni tradizione del mondo ebraico, sefardita o ashkenazita,
facendola diventare sua, italianizzandola. Un ebraismo riflessivo, ma
sempre legatissimo con grande amore alla tradizione rabbinica, alla
Terra d'Israele, a Kadosh Baruch Hu. Valori condivisi e scontati nel
vicino passato, che oggi vengono messi in discussione, ci dividono e ci
portano meno rispetto uno verso l'altro, con spaccature interne fra i
rabbanim ed il kahal, fra comunità e maestri, fra tendenze diverse
dentro lo stesso kahal che fanno dimenticare l'arte della tolleranza,
della convivenza, del rispetto dell'opinione altrui, della saggezza di
saper vivere insieme uniti nella diversità. Alcuni diranno: è la
conclusione logica e politica della modernità, del diritto di esprimere
fino in fondo la propria particolarità per quel minimo che sia. E pure
in un passato non lontano ci siamo contraddistinti per la nostra
tolleranza, per la saggezza del nostro kahal e dei nostri maestri, che
sapevano fare della kaehilà una casa dove ognuno trovava la sua
collocazione. Proprio in questi tempi, dove cresce anche all'interno
della società ebraica (ed israeliana) l'intolleranza ed il non rispetto
per l'opinione altrui, religiosa o politica che sia, manca il nostro
contributo ad un ebraismo maturo, coeso, moderato, che rispetta tutti
condividendo delle mete comuni di tutta la collettività ebraica. Mi
auguro che riusciremo in questo anno a ritrovare e ridefinire un patto
sociale fra e dentro le nostre comunità ed i nostri iscritti, su valori
etici ebraici, mete e metodologie condivise che riusciranno a dare
nuova anima alle nostre comunità. Come figlio cresciuto all'insegna
della tradizione ebraico-italiana e nipote di rabbini che guidavano le
comunità in passato, il mio cuore piange nel vedere smarrite le qualità
secolari del nostro glorioso passato. Rivolgendosi ad Hashem, questo
Rosh ha-Shanà, pregherò con voi Kadosh Baruch Hu di rimandare a noi, ai
capi delle nostre comunità, ai nostri maestri, e farci riscoprire di
nuovo la saggezza del passato: dell'amore per Hashem e la sua Torà, e
per ogni persona che lotta e cerca a modo suo la strada verso Hashem,
ricordando che ogni anima ebraica è collegata e cerca il suo modo di
collegarsi ad Hashem, fonte della vita e dell'etica ebraica.
All'insegna del Pirke Avot che i nostri maestri seguivano, a nome di
Hillel: "Sii dei discepoli di Ahròn: Amante della pace, che insegua la
pace; ama le persone e gli avvicina alla Torà" (Avot,I,12) perché, come
spiegava Ben Azai: "Non c'è persona che non ha la sua ora e non c’è
cosa che non abbia il suo posto" (Avot,VI,3). Shanà Tovà umetukah a
tutti voi. che siano realizzati tutti i vostri desideri buoni e
positivi. Joseph Levi, rabbino capo di Firenze
Qui Modena - Un anno per la speranza
Il
5770 è stato un anno molto fecondo per la piccola Comunità ebraica di
Modena e Reggio Emilia. Abbiamo un nuovo rabbino, il rav Beniamino
Goldstein, e abbiamo avuto la gioia della nascita di una bambina e
siamo in attesa di un'altra nascita per il nuovo anno. Questi
avvenimenti hanno dato speranza per il futuro, speranza che estendiamo
a tutte le piccole Comunità ebraiche italiane con i migliori auguri per
il nuovo anno. Sandra Eckert, presidente della Comunità ebraica di Modena
Qui Modena - Un anno per trasformare i sogni in realtà
Un
anno fa, io e la mia famiglia siamo arrivati a Modena. Un ebreo
modenese residente a Milano mi aveva detto che questa comunità stava
cercando un rabbino, e incuriosito dal fatto che una Comunità di simili
dimensioni avesse preso una tale decisione, mi recai in visita in
un freddo giorno di gennaio. L'incontro con il Consiglio della Comunità
mi sorprese. Non erano dei sognatori, anzi erano molto concreti e mi
hanno spiegato che pur avendo la Comunità un numero piccolo di iscritti
erano giunti alla conclusione, anche a livello di assemblea, che
volevano continuare a vivere e a prosperare come Comunità ebraica. Mi
hanno raccontato che avevano tefilà con il minian ogni sabato e
festività e che non si sarebbero arresi davanti a nessuna difficoltà
pur di continuare. Gli ho fatto notare che di solito alle Comunità
importa più un museo su un passato glorioso, che non un investimento
sul futuro. A loro tutto questo non interessava: volevano un rabbino e
l'avrebbero avuto. Avendo una famiglia numerosa, con dei ragazzi in età
scolare che frequentavano la scuola ebraica di Milano, avevamo molti
dubbi sulla possibilità di avere una vita ebraica "normale" in una
Comunità così piccola. Alla fine abbiamo deciso che una simile
determinazione doveva trovare una risposta e ci siamo trasferiti a
Modena. Dopo un anno posso dire con convinzione che ho fatto una scelta
giusta. Questa Comunità mi ha dimostrato che una seria volontà,
concreta e non sognatrice, porta a dei risultati. In Comunità abbiamo
minian ogni sabato e festività, abbiamo avuto un bellissimo matrimonio
e altre attività comunitarie. Im tirzu, ze lo ieie chalom, non è
soltanto una leggenda, volendo si può trasformare questa frase in
realtà. Un augurio di shanà tovà a tutti. Beniamino Goldstein, rabbino capo di Modena e Reggio Emilia
Qui Pisa - Un anno per il bene comune
Ecco
arrivare il 5771. Speriamo possa essere un anno veramente nuovo, fatto
di impegno e di risultati. C'è molto da lavorare: vogliamo farlo con la
consapevolezza che ognuno può e deve portare il proprio contributo
costruttivo per il bene comune. L'augurio è di fare tesoro della nostra
tradizione e dei nostri valori, facendoli vivere e ritrovandoli nel
quotidiano. Shanà Tovà. Guido Cava, presidente della Comunità ebraica di Pisa
Qui Genova - Un anno per unire
Desidero
esprimere l’augurio, a tutte le comunità ebraiche e ai nostri fratelli
in Israele, che in questo nuovo anno, Behezrat Hashem, con l’aiuto del
Signore, riusciremo insieme a riscoprire nelle parole della Torah
tutto ciò che ci unisce come Am Israel, popolo d’Israel, anziché ciò
che ci divide. Takhel Shanah Uvirkhoteha. Che inizi un anno di
benedizioni! Giuseppe Momigliano, rabbino capo di Genova
Qui Ferrara - Un anno per le minoranze
Nel
nuovo anno ci sarà il Congresso dell’UCEI: il mio augurio è che si
trovi una intesa che tenga conto dei diritti delle minoranze, come deve
essere in democrazia. Nell’Unione le minoranze sono le “piccole” e le
“medie” Comunità che svolgono un ruolo fondamentale per mantenere i
beni e le tradizioni locali, e hanno un forte collegamento con la città
di appartenenza. Michele Sacerdoti, presidente della Comunità ebraica di Ferrara
Un bilancio della Giornata con Claudio Procaccia
Claudio
Procaccia 45 anni , romano è da qualche mese il direttore del
Dipartimento Cultura della Comunità Ebraica di Roma e dal 2001 è
consulente all’archivio storico della Comunità (ASCER). Professore a
contratto per la cattedra di Storia economica, alla Facoltà di Economia
dell’Università di Cassino, dal 2002, presiede l’associazione “Le
Cinque Scole”, che svolge attività di divulgazione della storia della
Comunità ebraica romana, nel novembre 2008 è stato nominato delegato
alla Memoria nella Giunta Alemanno e lo è restato sino a poco tempo fa,
quando i nuovi incarichi comunitari gli hanno impedito di continuare
l’attività di Consigliere. In questi mesi si è dedicato insieme a
Miriam Haiun all’organizzazione degli eventi della Giornata della
Cultura. (...)
Leggi il seguito sul Portale dell'ebraismo italiano moked.it
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Un volto di cui non possiamo fare a meno
Continua
nel mondo la mobilitazione per Sakineh, la donna iraniana reclusa nel
carcere di Tabriz che rischia di essere lapidata entro la fine della
settimana. Molte personalità si stanno spendendo per tenere
alti i riflettori sul regime di Teheran, e i figli della donna
moltiplicano gli appelli agli occidentali perché continuino nei loro
sforzi. Di questa vicenda - oltre alla barbarie - colpiscono a mio
parere due aspetti: il ruolo fondamentale dell’opinione pubblica e
l’importanza di un volto da agganciare alla protesta. Persino una
dittatura feroce e paranoica come quella dei mullah, infatti, non può
ignorare ciò che accade al di là dei suoi confini; nessun paese può
considerarsi - a eccezione forse della Corea del Nord e della Birmania
– esterno alla dimensione globalizzata del pianeta. L’Iran, che
quotidianamente lancia proclami bellicosi contro gli Stati Uniti,
l’Occidente e Israele, coltiva contemporaneamente relazioni
internazionali di cui ha una disperata necessità: Turchia, Venezuela,
Brasile e Siria sono gli interlocutori più importanti, e Ahmadinejad sa
bene che la lapidazione di Sakineh può rivelarsi in questo senso più
dannosa di qualunque progetto atomico. Perché? Probabilmente
perché ognuno di noi, come ricordava Primo Levi, ha bisogno di
collegare un’emozione, un’istanza umanitaria, una protesta per un
diritto violato, persino un sentimento di odio, a un volto, a una
storia personale, a un episodio. Il volto della Madonna di Delacroix,
la storia di Rosa Parker, lo sguardo di una ragazzina afghana,
l’omicidio di Neda, il processo a Adof Eichmann, consentono
all’opinione pubblica e ai singoli individui di avvertire un’empatia
per i moti francesi del 1830, per la lotta degli afroamericani nel
Dopoguerra, per le vittime della guerra, per la repressione terribile
dell’onda verde, per l’atrocità assoluta del nazismo. Senza una faccia
e senza uno slogan l’essere umano non è in grado di indignarsi ed
emozionarsi con la stessa intensità neanche di fronte alla più
clamorosa delle violenze. È importante rendersene conto, e
moltiplicare l’impegno per la vita di Sakineh. Perché lei ha bisogno di
noi, ma anche perché noi non possiamo fare a meno del suo volto, se
vogliamo comportarci da esseri umani.
Tobia
Zevi, Associazione Hans Jonas
Guardiamoci attorno…
"Voi
siete oggi tutti quanti presenti davanti al Sign-re vostro D-o: i
vostri capi tribù, i vostri anziani, i vostri ufficiali e tutti gli
uomini di Israele, i vostri figli, le vostre donne e il gher che vive
in mezzo al tuo accampamento, da quello che ti spacca la legna a quello
che ti attinge l'acqua per accettare il patto del Sign-re tuo D-o…". (Devarim,
29:9-10). Ci sarà sempre chi è disposto a stare in prima fila ma il
vero problema è cosa succede in fondo: che ne è del figlio e del nipote
del capo tribù, degli anziani, del nostro figlio e del nostro nipote?
Se sono qui con noi per accettare il patto del Sign-re possiamo essere
più tranquilli e possiamo chiedere loro di aiutarci per far sì che
veramente tutti gli uomini di Israel siano presenti, anche quelli che
ieri erano con noi e che ci hanno lasciato senza che noi, ahimè,
neppure ce ne siamo accorti: come abbiamo potuto, come possiamo dire
che siamo tutti qui quando sappiamo che c'è chi manca e purtroppo non
l'abbiamo ricordato neppure nella nostra preghiera, non abbiamo neanche
pregato D-o per lui? La legge del mondo, secondo Geremia 2:2, non
è: “ecco il bene, ecco il male, non sbagliare perché sarai condannato”;
ma: “non sbagliare; e se ti capita di farlo, ritorna; Io ti attendo e
ti riconoscerò se il tuo ritorno avviene con il fervore del tempo del
fidanzamento”, cioè a dire della fede di una alleanza eterna (da un
pensiero di Y.L. Askénazi, Manitou).
Alfredo Mordechai Rabello, Università Ebraica di Gerusalemme
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rassegna stampa |
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Accordo militare tra Russia e Israele [...]
Russia e Israele hanno firmato un accordo di cooperazione militare di
lungo termine, punto di partenza per ulteriori scambi di armi e
tecnologie. Il ministro della Difesa Anatolij Serdjukov non ha rivelato
i dettagli dell'accordo, ma ha sottolineato quanto sia importante
l'esperienza delle forze armate israeliane nella modernizzazione
avviata dall'esercito russo. [...] Da parte sua, Putin ha sottolineato
il contributo russo alla partnership: «Stiamo prendendo in
considerazione la possibilità di attrezzare gli aerei israeliani con
tecnologia spaziale e laser russa», ha detto, accennando anche alla
possibilità di costruire in Israele una stazione russa a sostegno del
sistema di navigazione satellitare Glonass. [...] Antonella Scott, il Sole 24 Ore, 7 settembre 2010
Un botto svela l'arsenale che Hezbollah prepara contro Israele Beirut.
Uno scantinato nel sud del Libano salta in aria ed è subito circondato
dai miliziani in borghese di Hezbollah. E' accaduto venerdì nel
villaggio di Shehabiyeh, 15 chilometri da Tiro. A Beirut, fonti del
governo rivelano che è esploso un deposito di munizioni e granate
anticarro. Da Gerusalemme denunciano che 15mila razzi sono stati
nascosti lungo la frontiera per colpire Haifa e le altre città della
costa israeliana. Secondo Hezbollah si è trattato di un generatore che
ha preso fuoco, ma l'esplosione di venerdì ha fatto fuggire gli
abitanti di una palazzina di tre piani. All'inizio, alcuni civili con
walkie talkie e barbette islamiche hanno creato un cordone di
sicurezza. Erano i miliziani in borghese onnipresenti nel Libano
meridionale. I giornalisti sono stati allontanati e i loro filmati
sequestrati. Poi è arrivato sul posto il generale Giuseppenicola Tota,
comandante del settore ovest della missione Unifil e del contingente di
1600 caschi blu italiani. “Tota ha visto lo scantinato con le pareti
annerite, ma prima di giungere a conclusioni bisognerà aspettare il
rapporto di una squadra specializzata di caschi blu che sta
investigando con i militari dell'esercito libanese”, spiega al Foglio
il tenente colonnello Francesco Tirino, portavoce del contingente
italiano. Il Foglio, 7 settembre 2010
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notizieflash
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Un diario agenda per i giovani dal Keren haYesod
Un
diario agenda che i ragazzi delle scuole ebraiche di Milano Roma e
Torino troveranno sui banchi il primo giorno di scuola. E' la nuova
iniziativa della Keren haYesod che accompagnerà ogni giorno i ragazzi
in questo nuovo anno, ricordando loro quando si celebra una festa
ebraica, una ricorrenza storica dello Stato d'israele, spiegandone in
pillole il significato ed elencando i principali protagonisti che hanno
reso possibile la sua stessa creazione,crescita ed affermazione nelle
discipline scientifiche, sportive,mediche, didattiche e
umanistiche. L'agenda donata dalla Keren haYedod agli studenti
rappresenta una ulteriore dimostrazione del legame indissolubile che
esiste tra il Keren haYesod ed Israele ed il suo rinnovato impegno ad
avvicinare ancor più giorno dopo giorno le nuove generazioni di ebrei
alla storia di Israele, alle tradizioni ed alla cultura ebraica.
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L'Unione
delle Comunità Ebraiche Italiane sviluppa mezzi di comunicazione che
incoraggiano la conoscenza e il confronto delle realtà ebraiche. Gli
articoli e i commenti pubblicati, a meno che non sia espressamente
indicato il contrario, non possono essere intesi come una presa di
posizione ufficiale, ma solo come la autonoma espressione delle persone
che li firmano e che si sono rese gratuitamente disponibili. Gli utenti
che fossero interessati a partecipare alla sperimentazione offrendo un
proprio contributo, possono rivolgersi all'indirizzo desk@ucei.it
per concordare le modalità di intervento. Avete ricevuto questo
messaggio perché avete trasmesso a Ucei l'autorizzazione a comunicare
con voi. Se non desiderate ricevere ulteriori comunicazioni o se volete
comunicare un nuovo indirizzo e-mail, scrivete a: desk@ucei.it
indicando nell'oggetto del messaggio “cancella” o “modifica”. l'Unione
informa - notiziario quotidiano dell'ebraismo italiano Reg. Tribunale
di Roma 199/2009 - direttore responsabile: Guido Vitale |
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