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5 ottobre 2010 - 27 Tishrì 5771
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Roberto Della Rocca

Roberto
Della Rocca,
rabbino


La ricorrente quanto mai abusata ostentazione di amicizia nei confronti dello Stato di Israele, soprattutto da parte di alcuni esponenti di una certa area politica, richiama alla mente quell’immagine talmudica di colui che cerca, in modo surrettizio, di purificarsi nel Miqwè, bagno rituale, tenendo tra le mani un verme impuro. E’ un po’ la stessa logica di chi dopo averci sferrato colpi bassi e proditori tenta di giustificarsi rinfacciandoci di aver salvato tanti ebrei durante la Shoà. Se prendessimo sul serio le tante e millantate storie di salvezza di questi sedicenti mitomani alla bisogna il popolo ebraico avrebbe dovuto contare nel 1945 sei milioni di persone in più anziché in meno! Sono molto pochi però, fra questi “mitici salvatori”,  che per dovere di verità menzionano dei denari versati dai  disperati  fuggiaschi ebrei costretti molte volte a togliersi dalle tasche gli ultimi spiccioli rimasti per poter dare un pezzo di pane e pochi centimetri di pavimento dove far trascorrere una nottata ai loro piccoli. E questa sì che non è una barzelletta...! Storia vera dalla quale non fanno eccezione neppure i caritatevoli conventi ed enti ecclesiastici, che pure hanno aperto le loro porte. Con un singolare paradosso negli anni ’70 e in quelli immediatamente successivi siamo stati testimoni di una  logica asimmetrica ma figlia di una stessa e identica filosofia.  Quanti compagni di liceo abbiamo ascoltato nella varie assemblee accanirsi velenosamente contro lo Stato di Israele e magari a soli pochi giorni di distanza erano quegli stessi compagni che portavano corone di fiori alle Fosse Ardeatine e sulle lapidi dei nostri morti nella Shoà! Talvolta anche indossando le kippòt sulla testa! Quali dei due meno peggio? Non saprei dire. Entrambi forme di alibi e rifugi di coscienze che mal sopportano gli ebrei vivi, testimoni attivi di una cultura di minoranza che vive e che lotta affinché ci siano sempre culture di minoranza. Quanto suona  attuale, in un’epoca che vede la nostra Comunità sempre più corteggiata e pressata dalle varie forze politiche contrapposte,  quella espressione del Profeta Geremia riportata nel verso 6 del capitolo 5 del Libro di Ekhà, le Lamentazioni: “ …l’ Assiria (Babilonia)  avrebbe dovuto darci una mano e l'Egitto (l'altra potenza politica dell'epoca ) avrebbe dovuto sfamarci...!” Il Profeta, cosciente del grave disorientamento in cui versa il popolo ebraico abbandonato e deluso da coloro che sarebbero dovuti essere i suoi “amici”,  non fa che ribadire  quella tanto amara quanto realistica constatazione della Torah (Numeri, 23; 9): “… il popolo ebraico se ne sta da solo…”… costretto a prendere coscienza che vi sono situazioni in cui deve cavarsela da solo e basarsi essenzialmente sulle proprie forze.
 
Sergio
Della Pergola,
Università Ebraica di Gerusalemme

sergio della pergola

Senatore Ciarrapico, testina fascista: Il plurale di Kippàh (femminile singolare) fa Kippòt. Presidente Berlusconi: La scuola dirimpettaia non era Israeliana, era Israelitica. In inglese si dice: "Worst possible scenario". In ciociaro: "Peggio de così se more".
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davar
Fecondazione e Nobel, la differenza ebraica
edwards“Edwards ha rivoluzionato la vita di migliaia di persone, dando loro la possibilità di avere figli” spiega rav Gianfranco Di Segni, biologo molecolare del CNR e docente al Collegio Rabbinico di Roma. A poche ore dall’assegnazione del Nobel per la medicina al padre della fecondazione assistita Robert Edwards, diverse sono state le reazioni per la decisione del Karolinska Institutet di Stoccolma. Il Vaticano, ad esempio, ha duramente criticato la scelta di premiare lo scienziato inglese che nel 1978 riuscì ad eseguire la fertilizzazione in vitro o in provetta. Da allora almeno quattro milioni di bambini sono nati attraverso la fecondazione assistita, “una tecnica – come si legge nella motivazione dell’assegnazione del Nobel a Edwards- che ha avuto fortissime ricadute nella società”. Ma qual è il punto di vista ebraico su questo delicato tema di bioetica? Ne discutiamo con rav Gianfranco Di Segni, uomo di scienza e di religione.
Se si pensa che il problema della sterilità colpisce oltre 10% delle coppie nel mondo, si comprende l’utilità della scoperta di Edwards. Ma qual è la posizione dell’ebraismo in merito alla questione della fecondazione in vitro?
Dal punto di vista religioso, il problema della soluzione dell’infertilità è visto in modo diverso tra mondo ebraico e mondo cattolico. Anzi, direi che nel campo della bioetica questo è proprio il punto su cui c’è la maggiore differenza. Nell’ebraismo la fecondazione assistita è permessa principalmente per tre motivi: innanzitutto, c’è a monte un approccio positivo nei confronti delle scienze bio-mediche. L’ebraismo ha sempre visto l’uomo come partecipe all’opera della creazione. In questo caso dunque non vi è una intromissione da parte dell’uomo nel corso della natura ma una “collaborazione” con il Creatore.
Inoltre, è noto il precetto biblico “crescete e moltiplicatevi”. Avere figli è una mizvà e chi non riesce ad averne non può mettere in pratica questo precetto. Per questo la fecondazione in vitro ha avuto molto successo nel mondo ebraico, in particolare fra i religiosi che si rivolgono molto spesso alle cliniche israeliane, poli di eccellenza in questo campo. Con l’aiuto della scienza, l’uomo riesce ad adempiere il proprio dovere di fare figli.
Infine, nell’ebraismo l’embrione, prima di quaranta giorni dal concepimento, è considerato mera acqua. Per cui, durante la fecondazione in vitro, l’embrione non ha ancora acquisito lo status di persona: non si sta manipolando un essere umano. Inoltre, il fatto che l’embrione non sia ancora stato inserito nel grembo materno è un ulteriore motivo per considerare lecita la tecnica. Bisogna però ricordare che gli embrioni non possono essere prodotti appositamente per la ricerca scientifica, e la liceità della tecnica dipende anche dalla sua finalità.
Quali sono i problemi dal punto di vista della Halachà in merito alla fecondazione assistita?
Le difficoltà sorgono soprattutto per quanto riguarda la fecondazione eterologa, ossia nel caso in cui il seme o l’ovulo provengano da una terza persona estranea alla coppia. La questione, è necessario sottolinearlo, non è l’adulterio: il figlio nato dal seme che non appartiene al marito non è considerato mamzhèr, adulterino, perché non vi è stato alcun contatto sessuale. Il problema della fecondazione eterologa è la possibilità in futuro che eventuali figli dello stesso donatore o donatrice si incontrino e, non sapendolo, abbiano un rapporto incestuoso. Altro problema nasce dall’introduzione nella coppia di un elemento estraneo, il che potrebbe causare un danno morale e psicologico all’equilibrio della famiglia. Si prende inoltre in considerazione il diritto del bambino ad avere padre e madre chiaramente identificabili, che con la fecondazione eterologa verrebbe a mancare. Per questo l’Halacha sconsiglia fortemente l’adozione della tecnica della fecondazione eterologa.

Daniel Reichel

Qui Roma - Il Collegio Rabbinico Italiano
apre l'anno accademico con una lezione del rav Colombo
collegioSi è aperto con una lezione del rav Roberto Colombo l’anno accademico del Collegio Rabbinico Italiano. L’aula magna era affollata dagli studenti come non si vedeva da tanto tempo, con posti in piedi per i ritardatari. Fra le oltre 60 persone (di entrambi i sessi) che hanno partecipato all’apertura dell’anno accademico, va segnalata in particolare la presenza di 12 nuovi studenti in età di liceo e 4 nuovi studenti universitari. Rav Colombo, dicendosi onorato del compito affidatogli, ha dedicato la sua lezione al tema dello studio della Torah attraverso l’approfondimento di una pagina del Talmud tratta dalla Massekhet Kiddushin.
Partito dal contesto della pagina talmudica, in cui le azioni del giusto (tzaddik) e quelle del malvagio (rashà) sono soppesate in modo che ciascuna azione ulteriore assuma un rilievo determinante per il destino di chi le compie ed in particolare per l’iscrizione nel libro della vita, il rav Colombo è poi passato ad affrontare la Mishnà: “Chiunque ha la Torah scritta e ha la Mishnà e inoltre si comporta in modo corretto, è difficile che arrivi a peccare; chi non ha la Torah, non ha la Mishnà e non si comporta in modo corretto sarebbe meglio che abitasse nel deserto”. Dal contesto della Ghemarà che approfondisce il significato di questa Mishnà è emersa la domanda centrale: “È più importante l’azione (intesa quale compimento delle mitzvot) oppure è più importante lo studio della Torah?”. La Ghemarà propone varie risposte e riferisce di una discussione accesa fra Rabbi Tarfon, che attribuisce la priorità al compimento delle mitzvot, e Rabbì Akivà che sostiene che sia più importante studiare, ma poi afferma che tutti dissero “lo studio è più importante perché porta a fare”. Ma allora, chi si sta occupando dello studio della Torah deve interromperlo per compiere una mitzvà? Anche qualora qualcun altro possa sostituirlo? Il caso è diverso se si sta insegnando Torah o semplicemente studiando? Il Rav Colombo ha spiegato agli studenti le interpretazioni dei commentatori classici e successivamente ha risposto alle domande, ma alcune delle questioni, come accade spesso nelle discussioni talmudiche, sono rimaste aperte.
Dopo la lezione del rav Colombo, il rav Gianfranco Di Segni, coordinatore del Collegio Rabbinico, ha illustrato agli studenti delle varie fasce d’età (dalle scuole medie e liceo fino agli studenti di età universitaria e adulti) l’organizzazione dei corsi di quest’anno.

Daniele Ascarelli

Per informazioni sui corsi, contattare la segreteria del Collegio: cri@cei.it.


Qui Roma - Giovani medici studieranno all'estero
grazie all'impegno dell'Ospedale israelitico
ospedaleUna borsa di studio,  per studenti e laureati in medicina e chirurgia iscritti a scuole di specializzazione ed in regola con gli esami, destinata a un periodo di  un «observership»  in un ospedale a scelta fra  il Beith Israel o il Mount Sinai di New York, il Hadassa di Gerusalemme o il Ramban di Haifa è quella che bandisce l'Ospedale Israelitico di Roma.
“La cosa nasce dal fatto che c'è un paziente molto soddisfatto delle cure ricevute all'Ospedale Israelitico ed in particolar modo di uno dei nostri medici, che ha fatto una donazione” spiega Bruno Piperno presidente del Consiglio di amministrazione dell'Ospedale “allora abbiamo iniziato a pensare quale potesse essere  un'iniziativa che gli avrebbe fatto piacere ed egli ha suggerito quella della borsa di studio”.
E' la prima volta che l'Ospedale Israelitico bandisce una borsa di studio di questo tipo ed il desiderio dell'istituzione è che ci sia un'ampia partecipazione di candidati “perché uno solo vincerà ma  desideriamo creare un circuito di giovani medici che possano essere aiutati nell'avvicinarsi alla carriera da medici con maggiore esperienza. - chiarisce ancora Piperno - Abbiamo scelto quattro  istituzioni due in Israele e due negli Stati Uniti, molto più grandi di noi, che sono quelle con cui desideriamo iniziare a creare uno scambio utile. Io mi auguro anche di instaurare una proficua collaborazione con l'AME per individuare giovani talenti”.
L'Ospedale Israelitico convenzionato con il Sistema Sanitario Nazionale, nel 1970 è composto da una struttura in via Fulda che ospita un consistente numero di posti letto e due poliambulatori distaccati situati all’Isola Tiberina e nel quartiere Marconi  fornendo all’utenza un assistenza di altissima qualità sia dal punto di vista medico che di quello dell'ospitalità.  Nelle tre sedi vengono effettuate oltre un milione di visite ambulatoriali e circa dodicimila fra ricoveri annui e interventi Day hospital.
Il bando per l'assegnazione della borsa di studio scadrà il 30 novembre. Della commissione fanno parte oltre al medico grazie al quale è stata fatta la donazione, il dottor Pacifico Spagnoletto, il dottor Cesare Efrati che ha avuto molte esperienze all'estero e che favorirà il collegamento con gli ospedali israeliani e newyorkesi e il dottor Fabio Gay che è un autorevole esponente del consiglio di amministrazione dell'Ospedale.

l.e.

Ciarrapico, lettera di scuse agli ebrei
Riccardo Pacifici: "Spiegazioni senza valore. Il premier eviti i fascisti"
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pilpul
Valori irrinunciabili, sconti impraticabili
Tobia Zevi
Con la rubrica della scorsa settimana («Noi e la destra», 28 settembre) sono stato sfortunato profeta. Oltre a guadagnarmi una replica melliflua su queste colonne ho «anticipato» il putiferio scatenato dalle esternazioni di Ciarrapico e dalla barzelletta di Berlusconi. Com’è ovvio, condivido le parole di condanna dei due gesti. Il fuori-onda di Berlusconi è probabilmente meno grave (anche se mi sarei risparmiato volentieri video e racconto degli ebrei che ridono reso da giornali compiacenti), ma esiste un problema in seno alla destra italiana – così come ce n’è un altro nelle file della sinistra, più che altro quella extraparlamentare – di sottovalutazione del fascismo, della Shoah, del razzismo, del pericolo che la nostra società corre sul piano della difesa dei più deboli.
Sul «Corriere» di oggi Riccardo Pacifici affronta questo tema con una chiarezza mirabile, spiegando l’imbarazzo che provano gli ebrei italiani che hanno votato Berlusconi «amico di Israele», sentendosi oggi traditi da esponenti del suo schieramento e dalle sue alleanze pericolose. Scrive, il presidente della Comunità romana, che gli ebrei non faranno sconti sull’antisemitismo e che non «svenderanno» la memoria della Shoah per le ragioni d’Israele. Giustissimo. Personalmente mi sento di aggiungere che non dovremmo accettare compromessi neanche sui valori che hanno storicamente contraddistinto l’impegno civile degli ebrei: tutela delle minoranze etniche e religiose; difesa della laicità dello stato; promozione dell’integrazione sociale e culturale.
Senza bisogno di drammatizzare, poiché, come afferma costantemente il presidente Renzo Gattegna, siamo fortunati a essere ebrei nell’Italia di oggi, occorre non abbassare la guardia: tenere ben presenti e fermi i nostri principi irrinunciabili è l’unica scelta giusta e lungimirante, evitando calcoli di comodo nei rapporti con tutti – ma proprio tutti! – i leader politici.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas


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notizieflash   rassegna stampa
 
Qui Jaffa - Johan Cruyff inaugura
un centro sportivo per il dialogo

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centro sportivo
Un tempo con il suo talento puro faceva impazzire gli avversari tanto da essere soprannominato il Pelè bianco, adesso invece si occupa di insegnare l’arte del pallone ai ragazzi, a cui spiega anche come dribblare il muro delle incomprensioni. Yohan Cruyff, profeta del calcio totale olandese, venerdì sarà a Jaffa, pittoresca cittadina ormai inglobata nell’area urbana di Tel Aviv, dove inaugurerà sotto l’egida della Fondazione a lui intitolata un nuovo centro sportivo. L’obiettivo è quello di creare un polo di incontro e divertimento in cui giovani arabi ed ebrei possano lasciare da parte le tensioni in nome dello sport e della coesistenza. »
 

Tutti i giornali (per esempio Il GiornaleIl Sole, L'Unità ) riportano le scuse di Ciarrapico agli  ebrei. Scuse formulate in maniera tale però da non essere assolutamente accettabili, come spiega chiaramente una bella lettera di Riccardo Pacifici al Corriere  Da leggere il commento di Meotti sul Foglio  alla vicenda. Interessante sul Riformista  l'accostamento a Ciarrapico di Roger Waters, ex membro dei Pink Floyd, filopalestinese accanito fino all'antisemitismo.  In tema di neofasciti, nazisti e dintorni, i giornali rivelano che gli arresti domiciliari di Priebke da un anno ormai in sostanza non ci sono più e che il responsabile della strage delle Fosse Ardeatine è libero di girare per le sue "esigenze indispensabili". »

Ugo Volli

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