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18 ottobre 2010 - 10 Cheshvan 5771
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alef/tav
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Riccardo Di Segni
Riccardo
Di Segni,
rabbino capo
di Roma


Tra le due, cosa è più micidiale, come insulto alla memoria e pericolo per il presente, negare la Shoah o affermare che "i perseguitati sono divenuti persecutori" e "gli israeliani si comportano come i nazisti"?
Anna
Foa,
storica
   

Anna Foa
Condivido appieno quello che ha scritto David Bidussa nell'Alef/Tav di ieri: non ci servono leggi per mandare in galera i bugiardi, con il rischio reale di trasformarli in martiri della libertà di pensiero. Ci serve serietà di studio, capacità di trasmettere, di suscitare l'interesse di quanti ci ascoltano. Ci serve creare un clima in cui le bugie si confutino da sole, in cui la memoria della Shoah sia fondata sulla conoscenza e non sulla retorica. Ci serve dare alla memoria un ruolo di apertura al mondo, e non di chiusura su noi stessi. Ci serve capacità di trovare nuovi modi di pensarci, in un momento che è per noi ebrei, come anche per il resto del mondo, un momento travagliato di passaggio. L'unica cosa che non ci serve è riempire le galere di mentitori e far pensare al mondo che per farci credere abbiamo bisogno della scorta della polizia.    

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davar
Qui Roma - Settimio Calò, nella sua storia la nostra storia
pubblicoUna lapide in memoria di Settimio Calò, che il 16 ottobre 1943 uscì di casa per comperare le sigarette e quando vi fece ritorno la trovò vuota: sua moglie ed ai suoi nove figli erano stati rastrellati e poi portati ad Auschwitz insieme ad oltre mille ebrei “in nome della politica razzista e del nazifascismo nessuno dei suoi famigliari fecero ritorno”. “La storia di Settimio Calò - ha rilevato il Presidente della Comunità Ebraica di Roma Pacifici - è la storia drammatica di un uomo rimasto solo, una storia come tante altre che testimonia l'unicità della Shoah.”. Settimio Calò non fu un eroe nel senso classico del termine, ma la sua storia rappresenta il simbolo di tutte le famiglie distrutte dall'odio antisemita, come ha sottolineato il sindaco Gianni Alemanno partecipando questa mattina alle celebrazioni in memoria del 16 ottobre 1943, fra cui appunto l'apposizione di questa targa davanti alla casa di Settimio Calò, nel cuore del vecchio ghetto. “Credo che scoprendo questa lapide compiano due gesti – ha detto Alemanno alla presenza del rabbino capo Riccardo Di Segni della presidente della Regione Renata Polverini, di Cecilia d'Elia vicepresidente della Provincia dello stesso Pacifici e del giornalista Gian Antonio Stella che nelle pagine del Corriere della Sera aveva raccontato la storia di Calò e lanciato la proposta che Roma gli intitolasse una via - in primo luogo vogliamo ricordare il fatto che la Shoah non ha colpito solo chi è morto nei campi di sterminio ma anche tutti quelli che sono rimasti e che hanno trascorso tutto il resto della propria vita con il dolore del vuoto delle persone che non c'erano più, ma serve anche a dire che il dolore è un potente strumento per conservare la Memoria”. Alemanno ha poi spiegato il motivo per cui ha dato appoggio alla proposta di Pacifici di introdurre il reato di negazionismo "chi oggi professa il negazionismo non può essere in buona fede, ma anzi manifesta una forma di antisemitismo" ha detto il Primo cittadino di Roma "introdurre il reato serve ad evitare che le istituzioni debbano di volta in volta prendere provvedimenti estemporanei, quando magari un professore in un'aula scolastica nega l'olocausto". Sulla stessa linea la Polverini “Sosteniamo tutti con forza la proposta di Pacifici - ha detto - chiederemo al Parlamento di mettere in calendario questa legge".

Qui Firenze - Etica ebraica e medicina, laboratorio aperto
MortaraRuotava intorno al tema della donazione di cellule staminali da cordone ombelicale il convegno organizzato dall’Associazione Medica Ebraica (Ame) svoltosi ieri nelle sale della Comunità ebraica di Firenze. Davanti a un pubblico numeroso composto da cultori della materia (presente in sala il presidente dell’Ordine dei medici di Firenze Antonio Panti che ha evidenziato i rapidi progressi della scienza contemporanea) ma anche da molti curiosi, si sono alternati al microfono rabbini e laici, dando un importante e articolato contributo al dibattito attualmente in corso sul tema. L’incontro, aperto dai saluti del presidente della Comunità ebraica Guidobaldo Passigli e dal presidente dell’Ame Giorgio Mortara (nell'immagine), era organizzato in memoria del professor Enrico Gennazzani, a cui il rabbino capo di Firenze Joseph Levi ha dedicato un appassionato ricordo integrando reminiscenze personali con la lettura di un estratto dei suoi scritti. Nel suo messaggio di saluto il presidente Mortara ha ringraziato la Comunità ebraica di Firenze per l’ospitalità e il comitato organizzatore (composto dal segretario della Comunità Emanuele Viterbo, dai consiglieri Gadiel Liscia e Mauro Di Castro, e dal ginecologo Carlo Santarlasci), oltre alla Cryo Save e all’Ospedale Israelitico di Roma che hanno contribuito economicamente alla realizzazione del convegno.

relatoriNel corso della mattinata, moderati dal biologo e rabbino Riccardo Di Segni, sono intervenuti il medico e rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni che ha spiegato il punto di vista ebraico sulle cellule staminali, il professor Marcello Buiatti che ne ha passato in rassegna vantaggi, risultati finora raggiunti e modalità di utilizzo, il ginecologo Pietro Curiel che si è soffermato sulla donazione del sangue e del cordone ombelicale, e il direttore scientifico della Cryo Save Stefano Grossi che ha parlato di conservazione familiare-solidale. Tanti gli spunti di riflessione emersi a seguito degli interventi, che hanno stimolato le domande del pubblico fiorentino e costituito argomento di discussione a tavola. Un convegno con tema le cellule staminali si è rivelata una scelta vincente. “La scelta dell’argomento – spiega il dottor Mortara – è dipesa da molteplici fattori. Le recenti scoperte sull’utilizzo delle cellule staminali nella cura di numerose malattie, la possibilità di utilizzare non solo le cellule del sangue del cordone ombelicale ma anche quelle mesenchimali della gelatina di Warthon, i progressi della conservazione e l’espansione delle cellule raccolte dal cordone ombelicale, i problemi etici inerenti all’uso delle cellule, il problema della conservazione in banche eterologhe o autologhe e la necessità di spingere i genitori ad accettare di conservare il cordone ombelicale perché anche nel mondo ebraico la percentuale di tale pratica è ancora bassa”.
Alla ripresa dei lavori dopo la pausa pranzo la giornata fiorentina dell’Ame ha vissuto due momenti di grande rilievo, prima con la presentazione del volume Aspetti di bioetica medica alla luce della tradizione ebraica, volume edito dalla AME e scritto dal maskil e medico Cesare Efrati, e in seguito con la riunione assembleare e che ha portato al rinnovo del Consiglio Direttivo dell’associazione. La realizzazione del volume, ricorda il dottor Mortara, è stato l’impegno più importante preso dalla Ame negli ultimi tempi. Rivolto a tutto il personale medico e infermieristico che opera nelle strutture italiane, il libro è nato con l’esigenza di elaborare un testo che spiegasse in modo chiaro e conciso le necessità in tema di alimentazione e preghiera dei pazienti di religione ebraica al fine di evitare situazioni spiacevoli che spesso creano disagio sia al personale che al paziente stesso. Finanziato dall’UCEI con i contributi dell’Otto per Mille, avrà una ampia diffusione nelle strutture ospedaliere, assistenziali e carcerarie sparse su tutto il territorio nazionale. Nell’analizzare i contenuti e le finalità del testo, il dottor Efrati ha ringraziato tra gli altri il Rav Riccardo Di Segni per la revisione del testo (“è stato così preciso e attento che mi ha corretto pure le virgole”) e il Rav Gianfranco Di Segni che da anni lo pungola a terminare gli studi al Collegio Rabbinico nonostante i numerosi impegni della professione medica da tempo avviata con successo.
Terminata la presentazione del libro, si è svolta la riunione assembleare della Ame con la relazione del presidente Mortara e con l’intervento dei responsabili delle sezioni locali. Mortara ha ricordato le varie iniziative organizzate dall’Associazione negli ultimi mesi, tra cui il convegno sull’informazione sanitaria svoltosi a Ferrara lo scorso novembre, il dibattito sul futuro del mondo dopo Haiti con l’esempio vincente del modello sanitario israeliano che a marzo ha riunito a Milano esponenti della sanità lombarda, israeliana e rappresentanti delle più importanti istituzioni americane e il convegno sui medici ebrei dal medioevo a oggi organizzato sul finire di primavera a Bologna con un pubblico numeroso e attento. Nella sua relazione Mortara ha fatto riferimento alla necessità di creare network con gruppi culturali e associazioni sanitarie oltre all’indispensabilità di sviluppare quelli già esistenti con l’UCEI e con le varie comunità ebraiche italiane. Il presidente dell’Ame ha inoltre ribadito l’importanza di contribuire con messaggi e proposte al sito ufficiale dell’associazione - convogliato sul Portale dell’ebraismo italiano per ottenere maggior visibilità - che nelle intenzioni del Consiglio dovrebbe diventare un luogo di incontro e discussione per tutti i medici ebrei italiani. “Invitiamo i colleghi a visitarlo e ad esprimere consigli e suggerimenti – ha detto Mortara – oltre a proporre link con siti di interesse medico”.  Tra le sfide da vincere nel futuro del’associazione, ricorda in conclusione Mortara, una migliore capacità di attrarre finanziamenti e l’obiettivo di preparare un gruppo di moalim che siano medici di professione, mentre nonostante il calo dei fondi riscontrato nell’ultimo periodo proseguono i progetti per i giovani con le borse di studio recentemente elargite per il raduno europeo degli studenti ebrei di medicina a Londra.
Al termine della relazione di Mortara e dei responsabili dei vari gruppi locali si sono svolte le elezioni per il rinnovo del Consiglio direttivo dell’Ame. Riconfermato alla presidenza Mortara, che ha ottenuto il numero più alto di consensi. Eletti anche Maria Silvera, Germano Salvatorelli, Rosanna Supino, Guido Coen, Daniela Roccas e Sara Di Consiglio.

Adam Smulevich

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pilpul
Legge e negazionismo, "Un atto dovuto"
Vittorio PavoncelloQuando, giorni fa, ho letto la lettera di Riccardo Pacifici, a Repubblica, con la richiesta al nostro Parlamento di approvare, entro il 27 gennaio, Giornata della Memoria, una legge che introduca, nel nostro Paese, il reato di negazionismo, sono rimasto sorpreso.
Un'idea semplice, forse banale nella sua semplicità, vietare ai revisionisti  storici la possibilità di diffondere le loro aberranti ipotesi sulla Shoah.
Il sasso era stato lanciato, ora la politica doveva raccoglierlo e dare una risposta.
A me non sembrava una forzatura, bensì una legittima difesa nei confronti di questi signori, che, utilizzando ogni forma a loro possibile, soprattutto nelle aule universitarie, potessero cancellare o riscrivere le atrocità che il popolo ebreo aveva subito così duramente. Questi signori trovano terreno fertile  negli ambienti dell'ultra destra, che da sempre sostengono che la Shoah non è mai esistita, pronti ad affermare che non c'è stata nessuna deportazione, che non c'è stato nessuno sterminio degli ebrei, una montatura creata ad arte, per trarre vantaggi, primo fra tutti la creazione dello Stato di Israele.
Comincio ad essere vecchio se penso a Piazza Dante con i nostri deportati, con Raimondo Di Neris e altri, per evitare che David Irving arringasse i giovani di destra contro le menzogne dell'Olocausto al Parco dei Principi. Più recentemente, a Teramo, nostri correligionari rischiare botte, arresti e processi per impedire di esporre le sue tesi a Faurisson.
Giusto allora, se questi signori hanno platee così prestigiose per esporre le loro idee, vietarglielo per legge.
Un'idea semplice, dicevo, complimenti a chi l'avesse ideata, ma, mi chiedevo, ci sarà consenso attorno a questa proposta?
Ho divorato le edizioni online dei vari giornali ed agenzie di stampa, magicamente, tutte le forze politiche, le più alte cariche dello Stato, di tutti gli schieramenti, escluse rarissime eccezioni, concordavano nel calendarizzare la proposta, in modo che potesse avere l'approvazione dal Parlamento italiano, entro il 27 gennaio.
Avrei voluto felicitarmi con Riccardo, esprimergli tutta la mia gratitudine per aver reso nazionale e, forse, reale, un sogno: quello di vietare, per legge, a questi signori di raccontare bugie sulla Shoah con tesi improbabili, nascosti dalle loro cattedre universitarie, liberi di vomitare tutto il fango possibile addosso al nostro Popolo, animati dal più bieco e violento antisemitismo.
Non avevo fatto i conti col popolo più difficile del mondo: il Popolo di Israele. Le uniche voci contrarie sono state le nostre....e quella di Casini.
Attentato alla democrazia e alla libertà di pensiero e di parola, scrivono e dicono.
Astrusa l'idea di Luzzatto sul Sole 24 ore. Con tutto il rispetto dovuto non posso essere d'accordo, stavolta, con la professoressa Foa.
La disamina di Bidussa non l'ho proprio capita, di quali futuri martiri parla?
L'idea di Riccardo è stata  accettata da tutti gli schieramenti politici nazionali, le critiche, per la verità molto limitate, mi sembrano strumentali e riflettono, più che un'idea personale, una logica di parte che, per casi così importanti, dovrebbe essere accantonata e abbandonata.
Io che ho avuto un nonno morto ad Auschwitz, perchè impossibilitato a pagarsi un salvacondotto verso la Svizzera o verso gli Stati Uniti, mi sentirò più tranquillo se un domani,  una legge dello Stato, non permetterà a questi signori di avere una tribuna dalla quale negare le atrocità naziste, questo a tutti i nostri morti glielo dobbiamo, per mai dimenticare.

Vittorio Pavoncello, Presidente Federazione Italiana Maccabi     

Legge e negazionismo, l'esempio tedesco 
Gadi PolaccoNarrava un illustre avvocato che nel corso di un esame universitario venne chiesto all'esaminando come mai in Italia non vi fosse una legge che riguardasse i canguri. Sorpreso lo studente rispose ricordando come da noi non vivano questi simpatici mammiferi, ma l'esaminatore integrò la sua risposta aggiungendo che proprio in conseguenza di ciò non c'era bisogno di una simile normativa. Una chiara legge sul negazionismo e l'uso di termini e simboli che si richiamino al nazismo esiste da lungo in Germania in quanto, riprendendo l'esempio dei canguri, in quel paese nacque, crebbe e drammaticamente operò espandendosi il nazismo. Non mi pare che la Germania di oggi, paese leader in Europa, sia una nazione che neghi il diritto d'opinione o che contribuisca a creare eroi o martiri: peraltro queste categorie di personaggi, molto opinabili in quanto legate fortemente ad opinioni di parte e quindi relative, nascono indipendentemente dalla presenza o meno di leggi (basti pensare al successo che riscuotono talvolta, ricevendo lettere in carcere e vedendosi manifestare ammirazione dalle pagine dei social network, individui rei di gravissimi reati come l'omicidio). L'importanza di una legge, in Italia, sulla falsariga di quella tedesca risiede pertanto, a mio parere, nel cercare di arginare attività che siano propedeutiche, se non già esse stesse lo pratichino, all'odio razziale e alla discriminazione, con conseguente danno (anche in termini morali) verso la vittima. Secondo il diritto costituzionale tedesco, inoltre, la negazione della Shoah è un “falso” che non gode conseguentemente della protezione della libertà accademica, tanto per richiamare il caso Moffa dal quale è scaturito il dibattito al quale assistiamo in questi giorni. E' altresì indubbiamente vero che le posizioni al riguardo di simili leggi siano assai variegate in Europa ma, tornando ai canguri, in Germania come in Italia (con tanto di sceneggiata parlamentare e rispetto pedante dell'iter burocratico che una dittatura poteva tranquillamente risparmiarsi) certe teorie sono state tradotte terribilmente in pratica peraltro senza imposizioni esterne. Ma occorre anche ricordare che una decisione quadro dell'Unione Europea del 2007 invita a punire «la pubblica approvazione, negazione o il grave svilimento di genocidi, crimini contro l’umanità e crimini di guerra, quando il crimine è indirizzato contro un gruppo di persone a causa della loro razza, colore della pelle, religione, discendenza o provenienza nazionale o etnica»: riserve a parte sul termine "razza" il concetto appare chiaro. Quale che sia la strada che si vorrà forse scegliere, però, pesa sul dibattito italiano l'aver rimosso per svariati decenni quello che accadde in Italia in quegli anni bui e mi domando se ancora oggi, come avveniva ai miei tempi, l'insegnamento della storia nelle nostre scuole termini misteriosamente con la Prima guerra mondiale. Se poi ci aggiungiamo l'italica propensione al "tengo famiglia" che, per fare un piccolo esempio, mette tutti d'accordo trasversalmente, politicamente parlando, circa le attività che si svolgono in quella sorta di capitale del nostalgismo che è Predappio in nome della vendita di souvenir e di lavoro per trattorie ed hotel (con tutto il rispetto per il lavoro di ciascuno), ecco che un simile dibattito potrebbe avere da noi vita dura, con buona pace delle questioni di principio. 

Gadi Polacco, Consigliere dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane    

Condividere la cultura, un programma che fa la differenza
Donatella Di CesareI beni, i possessi e le proprietà, se divisi, si riducono. La divisione della ricchezza rende inevitabilmente più poveri. Ma ci sono beni che non diminuiscono per il fatto di essere divisi, beni che, se condivisi, aumentano, si sviluppano. Sono i beni della cultura che non possono essere misurati attraverso i metri del profitto e quantificati attraverso i numeri del mercato. Perché il plusvalore della cultura è il sublime del senza prezzo che fa saltare la logica dell’economia. Chi con-divide i beni della cultura partecipa al grande dialogo della tradizione fornendo un proprio contributo e insieme formandosi.
Come si distingue il colto dall’incolto? Chi si abbandona alla propria particolarità, chi non sa prescindere da sé, chi non sa distanziarsi dalla propria immediatezza, è incolto. Perché non sa elevarsi al punto di vista della comunità da cui osservare se stesso in modo nuovo e diverso. Cultura è quel distacco da sé che consente di guardare le cose dal punto di vista dell’altro e che rende possibile la partecipazione alla comunità.
I programmi di politica culturale per le comunità ebraiche di oggi e di domani dovrebbero allora difendere e promuovere in ogni modo i corsi di studi ebraici. Non denunciarli o puntare addirittura alla cancellazione. Ovunque in Europa, a Parigi e a Berlino, i corsi di studi ebraici sono in difficoltà - non solo numeriche. Alla «Alliance Israélite» di Parigi non ci sono più di due o tre iscritti per corso. Proprio per questo lo Jüdischer Zentralrat, il «Consiglio ebraico» delle comunità tedesche, che dal dopoguerra ha lavorato in condizioni di estreme difficoltà, ricostruendo sulle ceneri dei roghi dei libri, ha investito somme ingenti ed energie inimmaginabili per sostenere la cultura ebraica.
Bisognerebbe allora giudicare e valutare bene il programma complessivo delle parti politiche proprio attraverso il modo in cui viene trattato il tema della cultura che è poi il fondamento della comunità. Quelle parti politiche che non sono propositive, ma anzi distruttive, non mirano evidentemente al bene condiviso e inalienabile della comunità e alla sua sopravvivenza.

Donatella di Cesare, filosofa

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Sinodo dei vescovi sul Medio Oriente:
“No all'antisemitismo e all'antiebraismo”

Città del Vaticano, 18 ottobre
 
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“Le nostre Chiese rifiutano l’antisemitismo e l’antiebraismo”, questo il messaggio contenuto nella ‘Relatio post disceptationem’ del Sinodo dei vescovi sul Medio Oriente, letta stamane, alla presenza di Benedetto XVI, dal relatore generale del Sinodo, l’arcivescovo egiziano Antonios Naguib, patriarca di Alessandria dei Copti. 
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