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5 novembre 2010 - 28 Cheshvan 5771
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l'Unione informa
ucei 
moked è il portale dell'ebraismo italiano
 
alef/tav
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Roberto Colombo
Roberto
Colombo,
rabbino 

Itzchàk benedice Yaakòv: "Il Signore ti conceda rugiada dal cielo e  terre grasse". Poi benedice ‘Esav: "Una grassa terra sarà la tua sede e  avrai rugiada dal cielo". Yaakòv e Esav, due prototipi di ebrei, al  primo interessa prima il cielo e poi la terra, il secondo guarda la  terra e poi, se gli avanza del tempo, il cielo. Il primo si tramuta in  Israel, il secondo in Edom e ‘Amalek. (Kelì Yakàr)
Sonia
Brunetti
Luzzati,
   pedagogista


Sonia Brunetti
Controversa la vicenda di Paul Rusesabagina, il ruandese che salvò più di 1200 persone durante il genocido del 1994 e sulla cui vita è stato girato il film “Hotel Rwanda”. E' infatti attualmente accusato di attività sovversive e terrorismo antigovernativo per aver intrattenuto contatti e finanziato i ribelli Hutu. Un falso eroe o una montatura, come afferma egli stesso? In un paese in cui non ci sono né vinti e né vincitori, e vittime carnefici sono costretti alla coabitazione il Tribunale penale internazionale diventa l’unica possibilità di riflessione sul genocidio. E forse si fugheranno anche i dubbi sull’operato dei giusti.
davar
Qui Firenze - Di nuovo assieme per far argine all'Arno
Alluvione FirenzeL'ululato delle sirene è tornato, questa volta fortunatamente solo per una esercitazione, a lacerare il cielo di Firenze. A distanza di quarantaquattro anni da quel tragico 4 novembre del 1966 che mise a repentaglio e danneggiò irrimediabilmente alcuni capolavori dell’umanità e in cui persero la vita 34 persone, la città si è fermata una nuova volta. Angoscia e solidarietà sono tornate nelle strade e nelle piazze come allora. Erano le 10.07 di ieri mattina quando è partito l’allarme che dato il via all'esercitazione disposta dalla Prefettura di Firenze in collaborazione con la Protezione civile e con il ministero dei Beni Culturali per verificare il funzionamento del sistema di salvaguardia dei beni culturali in caso di alluvione. Tra le tante strutture coinvolte anche la sinagoga di via Farini. Nell'immagine la squadra predisposta dalla Comunità ebraica di Firenze e coordinata dal Consigliere con delega alla sicurezza Mauro Di Castro. In pochi minuti i volontari che vestivano la pettorina arancione e gialla sono riusciti a mettere in salvo Sefarim, Rimmonim, Parochet, Shofar e tessuti preziosi. Soddisfatto della prova e della tempistica il Consigliere Di Castro: “Siamo stati bravi, abbiamo fatto più in fretta del previsto”. Faceva parte della squadra fra gli altri anche il segretario generale della Comunità ebraica di Firenze Emanuele Viterbo.
Il 4 novembre del 1966 l’Arno esondava e sommergeva l’intera piana di Firenze mettendo in ginocchio una regione intera. Gli inestimabili tesori della culla del Rinascimento furono per giorni ostaggio della devastazione portata dalle correnti di quel rivo tanto amato che solo la straordinaria catena di solidarietà messa in piedi dagli angeli del fango e da migliaia di volontari giunti da ogni dove avrebbe scongiurato. Anche le strutture della Comunità ebraica di Firenze furono messe a dura prova in quelle ore drammatiche. L’Arno raggiunse la cancellata del Tempio, invase il suo giardino e gli edifici adiacenti, inondò la palestra e alcune aule della scuola elementare. Gli ebrei fiorentini guidati dal presidente Corrado Benadì e dal rabbino Fernando Belgrado reagirono portando immediatamente in salvo il Sefer e tutti i loro beni più sacri. A dare conforto alla Comunità ebraica giunse tra gli altri anche il rabbino capo di Roma Elio Toaff.

Unione a Congresso - Idee e confronto
dibattitoIl Congresso dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane è alle porte e questa domenica, 7 novembre, gli iscritti alle Comunità ebraiche italiane sono chiamati a eleggere i loro delegati che parteciperanno ai lavori.
In ognuna delle tre circoscrizioni elettorali idee e programmi a confronto sono espresse da due liste in competizione. Con alcune domande rivolte ai capolista delle formazioni in gara la redazione tenta di fornire al lettore ulteriori elementi di conoscenza e di giudizio.
Per la Terza circoscrizione (Roma e Napoli), parlano Riccardo Pacifici e Guido Coen.


Riccardo Pacifici: “Basta divisioni, rimbocchiamoci le maniche”

Riccardo Pacifici“Mi sembra che al momento le nostre divisioni siano non tanto tra grandi e piccole comunità quanto siano la conseguenza di personalismi ed egocentrismi. Lasciamoli da parte e rimbocchiamoci le maniche perché da fare non manca”. È questo l’auspicio del presidente della Comunità ebraica di Roma Riccardo Pacifici, capolista della lista Per Israele, in vista del prossimo Congresso ordinario che deciderà il nuovo assetto dell’ebraismo italiano. Pacifici inoltre aggiunge: “Per la presidenza dell'Unione proporremo la riconferma di Gattegna”. 
Mai come adesso con la crisi demografica dell’ebraismo italiano è attuale il tema delle piccole Comunità. Come si inserisce nel dibattito la vostra lista?
Una delle nostre priorità programmatiche è proprio quella di prestare attenzione alle istanze delle piccole Comunità che non devono rimanere isolate ma essere supportate dalle Comunità più grandi. Allo stato attuale resta comunque da risolvere un grosso problema di comunicazione tra grandi e piccole Comunità visto che le Comunità numericamente minori continuano a parlarsi e riunirsi tra di loro senza poi formularci alcuna proposta. Bisogna che la finiscano con queste riunioni “carbonare”. Sono un meccanismo ridicolo, una chiusura mentale deprimente che non fa onore a chi le propone. Ci dicano per cortesia in che modo possiamo aiutarli e cercheremo di farlo in ogni modo. Se ad esempio emergerà la volontà di trasferire alcuni dipartimenti dell’Unione in altre città non ci opporremo ma voteremo a favore. Ma a una condizione: che si tratti di una volontà razionale e non di mera propaganda.
Qual è il vostro approccio alla riforma dello Statuto?
La riforma dello Statuto presenta delle grandi opportunità, prima tra tutte la possibilità di realizzare un sistema elettorale in cui i consiglieri dell’Unione siano eletti direttamente dagli iscritti e non dai delegati del Congresso. I consiglieri attuali sono conviviali di pietra che non passano sotto il giudizio degli elettori, è anacronistico che una ottantina di delegati li eleggano dall’alto senza permettere all’ebraismo italiano di esprimersi sul loro operato. Allo stesso tempo esiste anche un grande insidia ed è il fatto che la rappresentatività di Roma venga messa in discussione. Il rischio concreto è che la nostra Comunità, che racchiude il 60 % degli ebrei italiani, possa ritrovarsi con una rappresentanza nel futuro parlamentino UCEI di circa il 25-30 % dei consiglieri. Si tratta di una eventualità assurda, già adesso abbiamo una rappresentanza minore di quella che ci spetterebbe. Siamo disponibili a sederci al tavolo e a parlare di qualsiasi cosa ma non siamo disposti a recedere su questo punto. Al fine di garantire la rappresentatività nell'esecutivo dell'Unione delle Comunità ovvero nella Giunta, da tempo abbiamo proposto di mettere a Statuto l'obbligo di eleggere tra i componenti della Giunta una presenza di Consiglieri provenienti dalle piccole e medie comunità. Esattamente come avviene nelle Regioni con il meccanismo dell'elezione delle “quote rosa”.
E sulla Rabbanut invece come vi ponete?
Un altro grande rischio che corriamo dalla riforma dello Statuto è quello di ritrovarci dei rabbini a tempo ostaggi dei presidenti e delle comunità di riferimento. Per questo siamo contrari alla proposta di fare dei rabbini a tempo. Altro argomento è che siamo favorevoli alla costituzione di un Beth Din unico nazionale che possa uniformare gli standard di giudizio sui tanti temi delicati che affrontiamo quotidianamente. Per esempio la conversione dei minori, l'ammissione degli adulti nelle nostre comunità, le procedure dei divorzi o degli standard uniformati sul rigore della kasherut. Sempre in tema di rabbini ritengo che l'organizzazione del Collegio Rabbinico comporti modalità superate che potevano funzionare nel periodo della postemancipazione, quando gli aspiranti rabbini ricevevano un’educazione differente dal resto della comunità. Adesso invece è positivo vedere Maestri che allo stesso tempo sono medici o ingegneri. A cominciare da Roma una soluzione potrebbe essere quella di intensificare le ore dedicate alla formazione più strettamente ebraica in una delle sezioni delle nostre scuole. E questo progetto potrebbe poi essere esteso agli altri istituti di istruzione esistenti in Italia in modo da creare una coerenza nel curriculum formativo. Questo ci permetterebbe di prevenire e sopperire all’attuale mancanza di rabbini italiani, anche se il dibattito in corso sull’italianità del nostro rabbinato mi sembra figlia di una mentalità provinciale. Grandi rabbini stranieri non sono mai mancati in Italia.
Altri punti salienti del vostro programma?
Uno dei punti fondamentali riguarda l’educazione. Le Comunità ebraiche che hanno una scuola ebraica assieme e coordinate dall'Ucei devono e possono condurre insieme una battaglia affinché il governo eroghi ai nostri istituti un contributo statale per tutto il percorso scolastico obbligatorio. Ristabiliamo una convenzione specifica e cerchiamo ulteriori finanziamenti: il rischio di possibili chiusure di scuole rappresenta la morte dell’ebraismo. Il momento è critico e quindi pensiamo agli ebrei vivi e non solo a quelli morti. Sempre per i giovani crediamo che sia opportuno investire in maggiori possibilità di aggregazione attraverso lo sport. Proporremo inoltre una razionalizzazione della raccolta dell’Otto per Mille e un diverso modo di portare avanti la campagna di sensibilizzazione che non può essere delegata esclusivamente alle recenti strategie di comunicazione dell’UCEI. Altre esigenze molto sentite sono quelle di creare un marchio di kasherut nazionale, un miglior welfare che supporti i molti ebrei in difficoltà economica e una fattiva messa in rete di tutte le comunità che si avvalga delle moderne tecnologie per organizzare più frequenti opportunità di confronto. Avviare una battaglia in parlamento affinché venga erogato l'assegno di benemerenza per i perseguitati delle leggi razziste in Libia, ex colonia italiana. Una istanza che ci viene richiesta da molte famiglie di origine libica della nostra comunità. Per quanto riguarda la politica esterna dobbiamo smettere di giocare di rimessa. Spieghiamo alla società italiana chi siamo e dove vogliamo andare, invece di reagire ogni volta ai torti che subiamo senza essere propositivi. E su Israele continuiamo nella sua difesa totale, perché difendere Israele significa difendere noi stessi.
In conclusione cosa vi aspettate dal Congresso?
Mi auguro che non ci siano grosse sorprese, dal canto nostro proporremo la riconferma del presidente Gattegna alla guida dell’Unione. A partire dal Congresso dobbiamo tornare a uno spirito di unità e lavorare costruttivamente al futuro dell’ebraismo italiano, trovando la forza e l’umiltà di parlarci. Mi sembra infatti che al momento le nostre divisioni siano non tanto tra grandi e piccole comunità o tra chi è dalla parte di Israele e chi è contro o sui nostri diversi gradi di rispetto delle mitzvoth. Ma piuttosto siano la conseguenza di personalismi, invidie ed egocentrismi. Lasciamoli da parte, perché abbiamo così tanti nemici all'esterno che non ci serve di inventarcene altri all'interno.
 
Adam Smulevich
 

Guido Coen: “Un Congresso corale e pluralista”

Guido Coen"Per quanto mi riguarda non è l'elezione del Consiglio la cosa più importante, ma l'istituzione di numerose Commissioni che possano partorire molte mozioni vicine alle esigenze di tutti gli ebrei dettando così un'agenda efficace per il nuovo Consiglio". Sogna una Unione corale e pluralista Guido Coen, tra i proponenti della lista Per i Giovani insieme, che inoltre afferma: "Siamo stufi di essere l'Arno in cui politici cresciuti in ambienti compiacenti con la cultura antisemita vengono a sciacquare i loro panni".
Cosa si aspetta dal Congresso?
Il mio auspicio è che sia un congresso corale e allo stesso tempo pluralista: sotto l'ombrello dell'ebraismo ortodosso, in cui tutti ci riconosciamo, ogni voce dovrà essere ascoltata. Per quanto mi riguarda, non è l'elezione del Consiglio la cosa più importante, ma l'istituzione di numerose Commissioni che possano partorire molte mozioni vicine alle esigenze di tutti gli ebrei, dettando così un'agenda efficace per il nuovo Consiglio.
Quali sono gli obiettivi che si dovrebbe prefiggere per primi questo Congresso nell'inaugurare una nuova stagione dell'ebraismo italiano?
In primis stimolare l'aggregazione, lavorare sul coinvolgimento. Mi riferisco sia alle piccole comunità, troppo spesso confinate in una posizione periferica non solo dal punto di vista geografico, sia ai cosiddetti ebrei lontani.
In quali direzione spingono le vostre mozioni?
A livello locale vogliamo lavorare per ricomporre la spaccatura creatasi all'interno della comunità capitolina, per reazione alla quale tanti iscritti si sono allontanati. A livello nazionale siamo intenzionati ad invertire l'atteggiamento romanocentrico che ha caratterizzato l'Unione, nella convinzione che dalle realtà più piccole provenga un apporto culturale fondamentale. Penso ad esempio alle scuole rabbiniche di piccole comunità che tanto lustro hanno dato all'ebraismo italiano. È proprio per questo che non amo parlare di “piccole comunità”, espressione cui preferisco “comunità con meno iscritti”, perché non c'è disparità sul piano della dignità e del diritto a vedere rappresentati i propri interessi.
Di cosa ha bisogno l'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane?
Occorre rinforzare il welfare. Ravvisiamo la necessità di incrementare i servizi offerti agli ebrei italiani, e soprattutto di unificarne la gestione. Fintanto che le comunità coltivano ciascuna il proprio orto, è impossibile attuare una razionalizzazione dei costi. L'Unione deve essere veramente tale. Assistenza per gli anziani, servizi per i giovani, assistenza e tutoring per chi intraprende il percorso della conversione, borse di studio per Rabbanim, Moalim, Shoketim, kasherut e servizi rituali: questa è tutta materia da trattarsi in maniera unitaria  a livello nazionale.
I vertici dell'Italia ebraica sono spesso chiamati a interloquire con le istituzioni politiche e più in generale con la società civile.
Un punto centrale del nostro programma elettorale è la lotta all'antisemitismo. Dubito che la nostra lista sia l'unica a voler combattere l'odio antiebraico, ma la nostra battaglia sarà di segno opposto a quella che è stata condotta nel corso degli ultimi anni. Noi siamo stufi di essere l'Arno in cui politici cresciuti in ambienti compiacenti con la cultura antisemita vengono a sciacquare i loro panni: i filoisraeliani antisemiti, questa nuova categoria apparsa nel panorama politico italiano, a noi non interessano. Non li consideriamo nostri amici.
Esiste una questione rabbini? In che termini intendete affrontarla?
Secondo noi deve essere ripensato il rapporto tra le comunità e i rabbini. Crediamo che il rabbino di una comunità non debba esserlo vita natural durante. Vogliamo che tra la guida religiosa e il Consiglio di una comunità ci sia un rapporto di mutuo sostegno, perché crediamo che questo sia il modo migliore di dare forza al rabbino. Durante il suo mandato, al rabbino deve essere garantita la piena autorevolezza, e ciò e possibile solo con l'appoggio delle istituzioni comunitarie. Il rabbino deve essere responsabile di un territorio, all'interno del quale non ci possono essere ingerenze né autonomie. Ad esempio a Roma abbiamo diversi riferimenti per la kasherut, invece che uno solo. Questo non ha senso.
Dite di voler favorire le comunità periferiche. Quali sono le vostre proposte in tal senso?
Occorre assolutamente un rinnovamento della distribuzione del gettito dell'Otto per Mille, che finora è stata gestita in maniera personalistica e centralizzata. Le comunità con meno iscritti hanno bisogno di fondi maggiori: far funzionare un mikvè per mille persone costa quanto farlo funzionare per dieci. Non un euro di meno.
Il Congresso dovrà discutere le modifiche dello Statuto che regola gli ebrei italiani.
Innanzitutto noi spingeremo per una democratizzazione reale della politica comunitaria. Proporremo l'adozione di un sistema elettivo proporzionale perché il fatto che chi ottiene finanche il venti per cento dei consensi non abbia concretamente voce in capitolo, immobilizza la democrazia ed è anche causa di tanta disaffezione. Vorremmo anche ottenere la possibilità del voto disgiunto per l'elezione del presidente. Come ebbe a dire Aldo Terracina z.l., già presidente della Comunità ebraica di Roma, chiunque si offra di lavorare per la Comunità acquisisce il diritto di farlo in virtù di un impegno generoso e disinteressato.
 
Manuel Disegni


moked è il portale dell'ebraismo italiano
pilpul
Tutti d’accordo, ci siamo anche noi
Anna SegreTra due giorni si vota per eleggere i delegati da mandare a Roma al congresso dell’UCEI che potrebbe mutare gli assetti dell’intero ebraismo italiano. Eppure (come si deduce anche dal resoconto di Manuel Disegni apparso su l’Unione informa di ieri), l’assemblea della comunità di Torino si è appassionata molto di più per la discussione sul bilancio; quando si è giunti a parlare dell’Unione, complice anche l’ora tarda, la sala del centro sociale si è sensibilmente svuotata. Del resto per le elezioni di domenica non c’è stata una campagna elettorale particolarmente accesa. Sono sintomi di una scarsa attenzione degli ebrei torinesi per le vicende dell’ebraismo nazionale? Non è detto. Anzi, forse la discussione sull’UCEI è stata meno viva di quella sul bilancio perché su alcuni punti tutti sono d’accordo. In effetti le due liste che si presentano nella prima circoscrizione non sono realmente contrapposte e più o meno chiedono le stesse cose: più peso alle comunità medie e piccole, più servizi e maggiore decentramento, più aiuto nel reperimento e nella formazione dei rabbini, miglioramento nella diffusione di prodotti kasher. Si legge dietro a questi programmi la paura che le comunità medie e piccole finiscano schiacciate dalla preponderanza numerica di Roma e Milano. Queste esigenze e questa paura sono così forti da superare le distinzioni tra laici e religiosi, destra e sinistra, favorevoli e contrari ai consigli comunitari locali. Il Congresso non potrà fare a meno di tenerne conto.

Anna Segre, insegnante

Il matrimonio dei padri e la lezione per i figli
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I giornalisti, il Tizio e gli apostrofi
Gli smartphone consentono al giornalista una tempestività in passato impensabile. Come rivedere un testo e inviarlo in pubblicazione mentre si sta attraversando la strada fuori dalle strisce pedonali nella speranza di prendere un treno al volo. Eppure la tecnologia comporta anche prezzi da pagare, come errori di ortografia e di grammatica di cui ogni redazione seria dovrebbe fare volentieri a meno. Il notiziario di ieri ne contiene almeno due, piccoli ma sgradevoli (nella cronaca di Manuel Disegni dell’assemblea torinese e nel pilpul del Tizio della Sera) e di questo vorrei scusarmi con i lettori. Ma soprattutto devo scusarmene con gli autori, perché agli occhi di chi legge potrebbe sembrare che queste sbadataggini siano da attribuire alla loro responsabilità. In realtà è vero il contrario e me ne assumo l’intera responsabilità. Potrei tentare di giustificarmi dicendo che avevo altro per la testa. E mi resta la consolazione di non aver perso il treno, ma sarebbe sciocco accontentarsene.
(gv)

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