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12 novembre 2010 - 5 Kislev 5771
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Roberto Colombo
Roberto
Colombo,
rabbino 

Alla fine della Parashà, Lavan chiede a Yaakov di pregare assieme il Dio dei loro nonni Avraham e Nachor. Sembra dire al Patriarca: “La cultura e le manifestazioni ebraiche, anche quelle ludiche, devono sempre prevedere l’apertura agli altri. Nel nome della modernità dovete sempre avere tra voi una presenza non ebraica”. Yaakov rifiuta la bella proposta: “Io prego il Dio di mio padre Itzchak, un genitore che mi ha insegnato la paura”. La paura di non avere più un giorno dei discendenti ebrei. (rav Elon)
Sonia
Brunetti
Luzzati,
   pedagogista


Sonia Brunetti
Giovanna Rosadini sceglie la poesia per narrarci in forma quasi diaristica l’esperienza drammatica di un coma, vissuto in prima persona, a seguito di un banale intervento medico. Dai sintomi avvertiti mesi prima dell’incidente  nei quali il corpo diventa: “terreno di molte battaglie, percorsa da eserciti invisibili, ogni giorno rinasco alla potenza devastatrice di una guerra di cui non riesco a ricordare le cause.”; al  passaggio nell’Unità di risveglio, i reparti ospedalieri che accolgono tali pazienti; al ritorno alla nuova “normalità”. Un viaggio costellato da presenze e affetti non solo famigliari,  ma anche di gruppi di donne che l’hanno tenuta per mano leggendo i Tehillìm (Salmi) e che l’Autrice così descrive: “.. Sono il riflesso della vostra partecipazione, esisto per trasmigrazione: questa, oggi, è la mia condizione.” Grazie Giovanna. (Giovanna Rosadini – Unità di risveglio -  Einaudi 2010).
davar
Qui Torino - Uno Shabbat tutto speciale
metzgerIncontri straordinari, che forse non sarebbero immaginabili in nessun altro luogo al mondo, attendono fra poche ore, all'inizio di questo Shabbat, la Comunità ebraica di Torino.
Il rabbino capo aschenazita di Israele rav Yona Metzger (nell'immagine assieme al presidente della Comunità Tullio Levi, al Consigliere Marco Luzzati, al rav Birnbaum e al rav De Wolf) è in città per festeggiare l'insediamento del nuovo rabbino capo torinese rav Eliahu Birnbaum (nell'immagine rav Yona Metzger) . E il grande scrittore israeliano Amos Oz, uno dei protagonisti della rinascita della letteratura ebraica, che ha conquistato con i suoi romanzi milioni di lettori in tutto il mondo, lo incontrerà, proprio a Torino, in un sabato straordinario eppure fedele alla tradizione italiana.

metzger Due esponenti di primo piano del mondo ebraico internazionale, quantomai diversi, ma sempre profondamente autentici e rappresentativi dei valori e della vita ebraica, faccia a faccia in Italia, in una delle città più significative per la cultura, la storia e l'identità della più antica realtà della Diaspora.
Città di incontri e di confronti, talvolta anche aspri, fra visioni diverse. Città complessa e ricchissima di un patrimonio inestimabile di idee e di culture, Torino torna a mostrare le potenzialità, le responsabilità e la lezione dell'ebraismo italiano: essere fra tradizione e innovazione, fra cultura e creatività, fra spiritualità e impegno, il crocevia, il luogo di incontro e il punto di riferimento dei valori di fedeltà alle proprie radici e ai propri ideali e di libera ricerca.

gv

Qui Torino, qui Casale - Una giornata con Amos Oz
amos ozAl termine di una intensa settimana trascorsa in Piemonte, durante la quale ha incontrato migliaia di studenti, lo scrittore israeliano Amos Oz è intervenuto al teatro Regio di piazza Castello. In occasione del conferimento del premio alla carriera Salone Internazionale del Libro 2010, assegnatogli nello scorso maggio dal pubblico, il romanziere romano Alessandro Piperno, insieme al direttore del Salone Ernesto Ferrero, ha introdotto il grande scrittore a un pubblico in cui si sente un'intensa presenza giovanile. Questa sera, sempre a Torino, lo scrittore incontra il rabbino capo ashkenazita d'Israele rav Yona Metzger, che si trova nel capoluogo piemontese per celebrare l'insediamento del nuovo rabbino capo rav Eliahu Birnbaum, e festeggerà l'entrata dello Shabbat con la Comunità ebraica di Torino.
Ieri Oz è stato accolto, in occasione della quinta edizione del Festival di cultura ebraica OyOyOy, a Casale Monferrato, dove gli è stato conferito il prestigioso premio del Festival che in passato fu assegnato già a Emanuele Luzzati, David Grossman e Abraham Yehoshua.
"Da cinque anni - ha detto per l'occasione Antonio Monaco, presidente di Monferrato Cult - qui in Monferrato, a partire dalla città di Casale, ci dedichiamo ad approfondire il dialogo con la cultura ebraica. Come è sempre accaduto nella storia, questo dialogo è il frutto di un incontro e di uno scambio, e non sempre questi rapporti sono innocui o indolori. Anche se profondamente inseriti nel territorio locale - ha aggiunto - oggi abbiamo la fortuna di poterci muovere in una prospettiva internazionale. E così riusciamo a evitare il rischio di cadere nella rievocazione folkloristica o di parlare di temi che non ci riguardano personalmente. In questo modo abbiamo la fortuna di incontrare persone come Amos Oz. Persone che ci danno una percezione concreta e forte che la cultura è vita, sangue, lacrime e gioia. Persone che permettono di comprendere che il dialogo, la mediazione e perfino il compromesso possono essere l’espressione del coraggio e della forza, e non quella della convenienza o della debolezza".

Amos Oz e il vizio dell'Europa
amos ozRide Amos Oz. È abituato a guardare i salotti dal mondo e non il mondo dai salotti. Da Israele guarda l'amata Europa delle sue origini remote, dei suoi sogni infantili, la “landa incantata di campanili e piazze lastricate di antiche pietre, tranvai e ponti e chiese turrite, villaggi sperduti, sorgenti benefiche, boschi, nevi e pascoli” di cui parla in Una storia di amore e di tenebra. “L'Europa, questo grande salotto, è come un'arcigna istitutrice vittoriana che punta il dito – dice – vuoi contro gli uni, vuoi contro gli altri. È il suo inguaribile vizio”. Ride perché è capace di guardare con umorismo – dote che lo contraddistingue come scrittore e come uomo – all'ingenuità di quest'istitutrice.
Purtuttavia gli piace stare qui. Nei suoi romanzi definisce il suo rapporto col vecchio continente “un amore non corrisposto”. In particolare, negli anni della maturità, ha avuto modo di conoscere il belpaese, nel quale ha anche scelto di trascorrere alcune vacanze. Da poco ripartito da Napoli, lo incontriamo in Piemonte, intento a visitarne alcuni tra i luoghi più significativi. La fondazione torinese che gli ha assegnato il premio Salone del Libro 2010 ha organizzato una lunga serie di incontri con gli studenti di tutta la regione.
Si trova bene, signor Oz, in Italia?
Eccome, certo che mi trovo bene. Mi sento a casa. Gli italiani sono gente di cuore, dal temperamento caldo. Sono passionali, ma anche argomentativi. Sono edonisti e materialisti. E poi sono dei terribili guidatori, davvero spericolati. Come potrebbe un israeliano non sentirsi a casa?
Davvero Lei nota tante somiglianze tra il suo paese e il nostro?
Come no! Israele sembra un film di Fellini. È una schiamazzante collezione di argomentazioni, in cui vige un disordine mentale consolidato. In Israele ci sono circa sette milioni e mezzo di cittadini, sette milioni e mezzo di primi ministri, e almeno altrettanti profeti. Sempre, tutti, calorosamente in disaccordo. Lei non potrebbe fare la coda per l'autobus senza venir coinvolto in un seminario di strada, in cui tutti parlano e parlano, pensando di saperne più degli altri, e nessuno che ascolti. Nel frattempo si cerca di saltare la fila. È davvero uno spettacolo divertente. C'è una vena di anarchia, in tutto ciò, e a me piace. È qualcosa che fa parte del retaggio culturale dell'ebraismo.
Leggendo i suoi libri, non si direbbe che Lei è uno che non ascolta gli altri.
Vero, ma mi ritengo un'eccezione. In fondo si tratta della mia professione, è così che mi guadagno la pagnotta.
Ravvisa altri parallelismi fra i nostri due paesi?
Credo che condividiamo il problema di una classe dirigente fondamentalmente rozza, miope, sovente inadeguata a gestire le sfide del paese. Ma, quel che è peggio, corrotta. C'è da stupirsi che le nostre due economie prosperino, è un miracolo.
Guardi che da noi non si naviga nell'oro, anzi.
No, ma siete ancora un paese ricco.
Uno dei settori più colpiti dalla crisi economica, in Italia, è quello della cultura e dell'istruzione. La nostra università pubblica è in ginocchio. Cosa ne pensa?
Proprio a questo mi riferisco quando parlo di rozzezza e miopia della classe dirigente. Non conosco nel dettaglio la situazione italiana, ma posso dire che anche in Israele il governo ha ridotto sensibilmente il budget destinato alla scuola, alla scienza e alla ricerca. Il risultato è che molti dei nostri giovani talenti scelgono di emigrare all'estero. Si cerca di far passare l'idea che la conoscenza è un tema di sinistra, mentre invece è il maggiore dei beni comuni. La ricchezza di un paese risiede innanzitutto, per non dire esclusivamente, nelle menti dei suoi cittadini.
Come ci sta confermando, Lei è notoriamente molto critico nei confronti delle scelte politiche di Israele. Si definirebbe un sionista?
Senza alcun indugio.
Ci spiega meglio?
Sionismo è un termine ombrello, significa molte cose diverse. Ci sono sionisti di ogni tipo: sciovinisti, religiosi, marxisti, nazionalisti... il sionismo in cui mi riconosco io è molto semplice, lo posso riassumere dalla A alla Z in una sola frase: credo che gli ebrei, come ogni altro popolo, abbiano diritto all'autodeterminazione.
Ebreo secolare, così si definisce Amos Oz. Cosa rimane dell'ebraismo se gli sottraiamo la religione?
La religione, a parer mio, è solo un aspetto dell'ebraismo, non l'ebraismo tout court. Esso è piuttosto una civiltà, un complesso e intrecciato patrimonio di cultura, lingua, letteratura, gastronomia e filosofia. Non c'è alcuna contraddizione nell'essere un ebreo non religioso.
Dopo aver passato gran parte della sua vita in un kibbutz, cosa le sembra che sia rimasto, oggi, in Israele, dello spirito originario dei kibbutzim?
Indubbiamente c'è stato un grande cambiamento. I padri e le madri fondatori erano degli idealisti, diciamo pure che erano molto ideologizzati. Fecero dei grandi sacrifici, lavorarono duramente e diedero vita ad un movimento fantastico, ma molto dogmatico, restio alla mentalità del compromesso, a me tanto cara. La seconda e la terza generazione sono divenute più flessibili e tolleranti, perciò hanno reso l'ambiente dei kibbutzim più vivibile e ospitale, più umano.
Molti dissero che i kibbutzim furono l'unico esperimento riuscito di socialismo. È ancora vero?
Guardi: un giorno Henry Kissinger chiese a Mao Tse Tung cosa ne pensasse della rivoluzione francese. Il Grande Timoniere, com'era chiamato il presidente della Cina, gli rispose che era passato troppo poco tempo per giudicare.
Anch'io non mi sento di dare un giudizio definitivo. Mi associo al filosofo Martin Buber che ci andò cauto: non si può dire che i kibbutzim siano un esperimento fallito. Se ci incontreremo fra qualche generazione saprò darle una risposta più precisa.
Mi perdoni la curiosità: perché ha scelto Oz, che significa coraggio, come nome d'arte?
Non è un nome d'arte, è quello scritto sul mio passaporto. Quando avevo quattordici anni mi sono ribellato a mio padre, ho cercato di non essere tutto ciò che era lui. Viveva in una città e io mi sono trasferito in un kibbutz, era un intellettuale e io mi sono messo a guidare trattori, era di destra e io sono diventato socialista. Era anche un uomo piuttosto basso: io ho cercato di diventare alto, ma con scarsi risultati. Cambiare cognome fu parte di quella mia ribellione giovanile.
Proprio lei, il fautore del compromesso? Allora non sempre funziona quella strategia...
Sempre, eccezion fatta per due casi. Il primo è l'aggressione: Hitler, Stalin, Mussolini o chiunque aggredisce con la forza va fermato con la forza. Il secondo sono le idee. Idee diverse non devono per forza giungere ad un compromesso, è sufficiente che imparino a coesistere.

Manuel Disegni


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Una lingua comune
Anna SegreDieci o vent’anni fa non avrei mai immaginato che una serata di discussione e confronto tra donne nella mia comunità, aperta a tutte e volutamente non elitaria o specialistica, potesse svolgersi prevalentemente in ebraico; eppure è proprio questo che è accaduto la settimana scorsa al bet midrash delle donne di Torino. Non è sorprendente, s’intende, che sia stata tenuta in ebraico (con traduzione in italiano) la lezione della nostra nuova rabbanit, la signora Renana Birnbaum; alla lezione sono poi seguite domande, con repliche e controrepliche, e più la discussione si infervorava più ci si dimenticava di tradurre. Ho fatto mentalmente il conto delle persone presenti e mi sono resa conto che più di metà era in grado di capire l’ebraico: una percentuale piuttosto inconsueta per una comunità della diaspora, dovuta alla presenza di un certo numero di israeliane. E questo è un altro fatto curioso, perché fino a pochi anni fa gli israeliani in comunità si vedevano pochissimo, soprattutto se non osservanti. Questa volta, invece, non solo le israeliane erano presenti, ma anche molto partecipi: la padronanza della lingua aveva modificato le abituali dinamiche del gruppo.
Una volta avevo la convinzione che gli israeliani “laici” fossero molto più lontani dall’ebraismo di noi ebrei della diaspora, costretti dalla nostra condizione di minoranza a riflettere continuamente sulla nostra identità. Ma per rovesciare questa impressione basta invitare qualche israeliano a un seder: noi magari ci siamo suddivisi le parti con molto anticipo, ci siamo allenati a leggere, abbiamo analizzato il testo e studiato commenti, poi quelli arrivano, aprono l’Haggadà, magari con l’aria di chi è capitato lì per caso e non sa cosa ci sia scritto, e ovviamente leggono molto meglio di noi, per di più in modo tale da far capire il senso. In effetti conoscere la lingua significa essere all’interno della cultura, percepire le sfumature di significato di ogni parola, coglierne lo spessore storico. A un convegno qualche anno fa ho sentito una scrittrice israeliana affermare orgogliosamente “Il re David potrebbe leggere i miei libri”, e aveva perfettamente ragione. Forse le matriarche non si sentirebbero troppo a disagio nel nostro bet midrash.

Anna Segre, insegnante

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