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9 gennaio 2011 - 4 Shevat  5771
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Benedetto Carucci Viterbi
Benedetto
Carucci
Viterbi,
rabbino 

Gli ebrei non ebbero tempo di far lievitare l'impasto per la fretta di uscire dall'Egitto: per questo ne fecero pane azzimo. Peccato, però, che sapessero dell'uscita già da due settimane: Dio, all'inizio di Nissan - prescrivendo le procedure del sacrificio pasquale e del seder da tenere in Egitto - aveva preannunciato che la liberazione sarebbe avvenuta il 15 dello stesso mese. Per quanto si possa essere preparati, i grandi eventi arrivano sempre improvvisi.

David
Bidussa,
storico sociale delle idee


David Bidussa
Il gruppo Lega Nord del Consiglio provinciale di Modena ha proposto di apporre una lapide che ricordi tutte le vittime della guerra e in cui ebrei deportati, partigiani, resistenti, militi di Salò e collaborazionisti filo-nazisti ritrovino un luogo di riunione che ne ricordi il sacrificio e così ne perpetui la memoria. Non so come sia nata questa proposta: se volesse essere solo provocatoria, oppure era un modo un po’ goliardico per fare un po’ di rumore, oppure il segno di un progetto definito. Ma forse rientra tra le finalità dichiarate nel programma di impegno politico del gruppo consigliare come si legge nel profilo di ciascuno dei firmatari. Ossia: un modo per “valorizzare le tradizioni, la cultura e la storia locale”; oppure un modo per “sostenere il turismo”; oppure un progetto in sintonia con “i bisogni della famiglia e la sanità”; oppure “per il miglioramento della viabilità, la sicurezza, il controllo dei clandestini e la lotta alla microcriminalità”. Ma forse mi sbaglio e qualcuno voleva, come si legge sempre nello stesso profilo “rilanciare il settore dell'agricoltura, promuovere politiche che rispettino l'ambiente, incentivare lo studio e la produzione di energie alternative e soprattutto rinnovabili”.
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davar
Allarme e duro monito dell'America ebraica
dopo l'attacco alla parlamentare Gabrielle Giffords
giffordsAmerica ebraica con il fiato sospeso dopo il gravissimo attacco armato diretto contro la parlamentare statunitense dell'Arizona Gabrielle Giffords. L’atto di un folle di estrema destra o il tragico risultato di una tensione sociale fuori controllo? Su questo riflette l'opinione pubblica dopo il terribile attentato di sabato, il cui bersaglio era la deputata democratica dell'Arizona Gabrielle Giffords e che finora ha causato sei vittime fra cui una bambina. “Una tragedia per l’intera nazione” ha sottolineato il presidente americano Barack Obama, dopo aver saputo la notizia.
Prima donna ebrea ad essere eletta al Congresso in Arizona, Giffords ora lotta per la vita dopo che un colpo di pistola l’ha raggiunta alla testa mentre era impegnata in un comizio davanti ad un centro commerciale di Tucson. A sparare è stato il ventiduenne Jared Loughner che, dopo aver colpito la deputata, ha sfogato la sua rabbia sulla folla, uccidendo sei persone e ferendone tredici.
Il movente dell’attentato è ancora ignoto ma l’obbiettivo era sicuramente Giffords, già vittima in passato di minacce e violenze a causa delle sue opinioni politiche. Nota per le sue posizioni progressiste ad esempio in tema di aborto, la quarantenne democratica è una forte sostenitrice della riforma sanitaria portata avanti da Obama. Proprio il Presidente americano ha voluto ricordare pubblicamente la sua amicizia e il profondo rispetto per il lavoro portato avanti da Giffords. “Non sono sorpreso che Gabby stesse facendo ciò che fa sempre: ascoltare le speranze e i problemi dei suoi concittadini – ha ricordato Obama - Questa è l’essenza di cosa significhi democrazia”.
Nella lotta per la vita che si svolge in queste ore in ospedale, Gabrielle non è sola. La sua comunità, che l'ha sempre vista impegnata in prima fila, si è immediatamente stretta attorno a lei.
Nella sinagoga riformata Chaverim, nella quale la Gifford è impegnata, i frequentatori abituali si dimostrano sconvolti per l'accaduto e lo definiscono inspiegabile e atroce. “Siamo vicini alle famiglie delle vittime – ha affermato Stephanie Aaron, leader spirituale della comunità – e preghiamo per Gabrielle, una persona sensibile, incredibilmente brillante, che sa parlare al cuore di tutte le generazioni”.
Non è solo il gesto di Loughner, sulla cui pagina di myspace compariva tra i libri preferiti il Mein Kampf, che preoccupa molti esponenti dell’ebraismo americano e in particolare l’area democratica. E’ il clima di odio e violenza che spaventa, proveniente in particolare dall’ala più estremista della destra americana. Il rabbino Michael Lerner, direttore della autorevole rivista ebraica progressista Tikkun, si domanda perché i democratici non si siano ancora mobilitati per analizzare questo fenomeno. “Non è il momento – si chiede in una durissima dichiarazione - per noi di chiedere che il nostro governo si preoccupi di investigare i discorsi dei razzisti e degli odiatori, motori della violenza crescente? Perché, mentre la Camera dei rappresentanti era nelle mani democratiche, nessuno si preoccupato di formare una Commissione che lavorasse per permettere la reazione di una legislazione che potesse proteggere i cittadini, i nostri rappresentanti liberali e progressisti da atti di violenza come quelli di Tucson? ”.
Un “j’accuse” forte e diretto che chiama a raccolta l'America dei valori e dei diritti e ammonisce la società americana dal sottovalutare anche il fenomeno dell’antisemitismo, germe che nella destra populista e sciovinista ha facile presa.
Critiche da Israele, in particolare sul quotidiano Yediot Ahronot, anche per la guida politica del Tea Party Sarah Palin. La ultraconservatrice ha infatti pubblicato una lista di persone considerate nemiche delle sue idee politiche e “responsabili del disastro della riforma sanitaria”, con il proposito di sconfiggerle nella battaglia elettorale. Fra i nomi compare anche la Giffords, che proprio alle ultime elezioni ha battuto il candidato del Tea Party e che oggi combatte contro la morte in ospedale.

Daniel Reichel


Qui Gerusalemme - Rabbini e leader a confronto
Le fiamme, il destino, la responsabilità e la ricostruzione
yemin ordLa settimana scorsa si è svolto in Israele l'annuale congresso di rabbini e leader di comunità ebraiche provenienti da 37 paesi di tutto il mondo. Anche dall'Italia hanno partecipato alcuni rabbini (non molti, in verità, rispetto agli anni scorsi). Dopo una prima sessione tenutasi alla Knesset, il gruppo di circa cento persone si è trasferito al Nord, al Kibbutz Lavi, e da qui sono state organizzate due gite di studio, dibattito e riflessione. La prima ha portato i partecipanti al confine con il Libano e alla Yeshiva di Maalot, la cittadina teatro di un sanguinoso attacco terroristico  negli anni Settanta contro la scuola elementare che costò la vita a 22 bambini. Nella seconda siamo andati al Har Carmel, dove un mese fa è scoppiato un devastante incendio che ha causato la morte di 44 persone. 

yemin ordAbbiamo visitato la scuola di Yemin Ord, quasi completamente distrutta dall'incendio, e il Moshav Nir Etzion, che invece è stato solo sfiorato.
Rav Ronen Lubitch, il rabbino del moshav, parla a braccio ma in modo sicuro, scegliendo con molta cura le parole con cui affronta un argomento delicato: il compito del rav in un momento di tragedia, con ovvio riferimento all'incendio che ha sfiorato l'insediamento, costretto all'evacuazione i suoi abitanti, ma che "miracolosamente" non lo ha devastato.
Rav Lubitch sostiene che compito del rav è  quello di condividere con la propria comunità i sentimenti e anche le azioni pratiche che si rendono necessarie in simili drammatiche circostanze, cercando di lenire il trauma sia a livello individuale che collettivo. E' importante, sottolinea, che sia la solidarietà a prevalere piuttosto che le tensioni su chi abbia il compito di fare cosa, chi abbia diritto a evacuare e chi no e così via. Particolare premura va dedicata ai bambini, nei quali il solo pensiero di dover lasciare una casa che forse non si ritroverà al ritorno costituisce un trauma.
Discorso simile vale per i più anziani, soprattutto se già colpiti in passato da drammatiche evacuazioni (occorre ricordare che Nir Etzion venne fondata dai pochi superstiti della strage giordana di Kfar Etzion, nel 1948).
La parte più significativa del discorso, si sviluppa attorno al significato religioso dell'incendio. Rav Lubitch premette che accanto alla tragedia vi sono stati elementi di conforto: il fatto che Nir Etzion non sia bruciata, lo spirito cooperativo e solidale dei suoi abitanti e la grande dimostrazione di solidarietà ricevuta dal popolo di Israele. Come ha riferito il Rav, "la sera stessa dell'evacuazione avrei potuto trovare ospitalità a mille famiglie, se ve ne fosse stato bisogno, tanta era l'offerta", un fatto importante in tempi di post-sionismo. Il Rav ha poi cambiato tono di voce e ha raccontato di aver ricevuto moltissime richieste da giornalisti di ogni settore, in particolare da quello charedì e in misura minore da quello religioso-sionista, di "racconti di miracoli" (in questo, Israele si accomuna strettamente all'Italia).
Ebbene, rav Lubitch ritiene disdicevole un simile approccio: l'incendio è stato una tragedia, in cui hanno perso la vita decine di persone, e  passare la lente di ingrandimento sopra eventuali miracoli va nella direzione contraria al corretto atteggiamento religioso che si dovrebbe avere. Di qui si passa ad una considerazione attigua: numerose, purtroppo, sono state le affermazioni di rabbini anche illustri che hanno additato con "certezza" la colpa che ha scatenato una tale sventura, per esempio il mancato rispetto dello shabbath (e per converso, per merito del rispetto dello shabbat Nir Etzion si sarebbe "miracolosamente" salvata). Anche rispetto a ciò rav Lubitch dissente. Attribuire un significato agli eventi è fondamentale, il rav lascia che il pubblico completi da solo la citazione dei Maestri che vede come empietà l'attribuire al caso l'accadimento dei fatti. E' ben noto infatti che i Maestri invitano, in caso di tragedia singola o collettiva, a indagare le proprie colpe ("yefashfesh be-ma'asav"). Ma appunto: le proprie colpe e non quelle altrui! Inoltre, indagare, scavarsi dentro, non può portare a maturare la certezza di quale sia stata la causa, piuttosto deve dare un orientamento, finalizzato alla teshuvà, al cambiare il proprio comportamento.
Questo è esattamente quanto è prescritto anche a proposito dei digiuni, come codifica il Rambam (Maimonide).

Rav Michael Ascoli, Haifa
 
Aharon Cohen z.l.
Si apprende che è mancato in Israele il Professor Aharon Cohen, un amico di lunga data dell'ebraismo italiano, primo shaliach (inviato) del movimento giovanile ebraico Benè Akiva in Italia. Uomo di grande cultura religiosa e "laica", ha avuto importanti ruoli nel mondo ebraico israeliano ed internazionale: importante è stato il suo lavoro di educatore nel sistema scolastico israeliano e fondamentale il suo apporto all'emigrazione verso Israele degli ebrei "Falasha" dall'Etiopia.
Strettissimi sono stati i suoi contatti con le Comunità ebraiche italiane, Livorno compresa. Alla signora Matilda e a tutti i parenti e amici le più sincere e partecipate condoglianze.
Min haShammaim tenuhamu.

Gadi Polacco, Livorno


Aharon era arrivato in Italia alla fine degli anni 50, come il primo shaliach del Benè Akiva, dopo essersi incontrato nel Kibbuz datì di Sde Elihau con due chaluzim ideologhi italkim, Giorgio Piperno e Paolo Bassi, di benedetta memoria che gli avevano spiegato cosa fosse l'ebraismo italiano e quali le sue peculiarità. La sua venuta portò nei nostri ambienti borghesi, una ventata fresca dalla gioventù israeliana, una mano stesa da parte di fratelli sconosciuti (iad achim lachem sheluchà…) di cui volevamo venire a far parte. Il compito di Aharon era tutt'altro che semplice: bisognava riuscire a superare i dubbi che avevano molti dirigenti di comunità: timore del settarismo, di troppa religiosità, di troppo sionismo. Erano i tempi dei grandi dibattiti su chi era sionista e la posizione di Ben Gurion: sionista è chi si prepara a fare l'alià in Erez Israel, sarebbe poi divenuta la posizione accettata dai movimenti giovanili. Con enorme pazienza Aharon si incontrò con i dirigenti delle Comunità e facilitò senz'altro l'autorevole appoggio proveniente da Roma e dal suo rabbino capo, Elio Toaff ma anche la mia "rossa" Bologna dette infine il suo consenso. Erano i primi frutti della maggior facilità di comunicazione: Erez Israel incominciava a sembrarci più vicina; improvvisamente ci si trovò a dover assumere delle responsabilità che avevamo pensato fossero di altri: la peulà era nostra e bene o male doveva essere fatta; incominciammo a diffondere il pensiero del rav Kook, a vedere la possibilità della nostra alià non più come un bel sogno, ma come una cosa realizzabile praticamente ed Aharon seppe conquistare la nostra fiducia e lo vedemmo
come un chaver amico e guida; la sua attività fu didattica ed organizzativa svolta con grande entusiasmo, quell'entusiasmo che non ha mai abbandonato Aharon; il matrimonio con Matilde Sarano non fece che rafforzare un vincolo con l'Italia che è stato significativo e duraturo. Con che occhi brillanti di gioia ci parlava della sua attività di RE in Italia: gli dicevo che la cosa contrastava la Costituzione repubblicana… ma lui mi rispondeva: "anche il rav Toaff conosce la Costituzione ed è lui che mia ha chiamato RE, cioè Rabbino Estivo", raccontandomi poi della sua nuova esperienza in questo campo.
Nell'Italia degli allievi di rav Margulies, Carlo Alberto Viterbo e rav Dario Disegni trovò anche personalità che seppero apprezzare la sua intensa attività a favore del rinforzamento ebraico e della alià degli ebrei di Etiopia (i cosiddetti "Falascià").
Dove c'era Aharon c'erano i giovani ed ai giovani ha dedicato le sue doti di docente e dirigente nelle scuole di Kfar Batia, Efrata e soprattutto nel liceo per ragazze Amalia, a Jerushalaim: fu una attività riconosciuta da tutti, la sua scuola Amalia era fra le più ricercate ed anche qui Aharon non dimenticò i suoi legami con gli Italkim e molte figlie godettero di una conoscenza "famigliare" con Aharon, il Direttore della scuola.
Nel 2008 ci siamo incontrati con Aharon per festeggiare assieme a Jerushalaim i cinquant'anni del Bené Akiva italiano; la numerosa presenza di ex-Benè Akiva italiani, con vari famigliari, era il miglior modo per sottolineare il successo dell'attività educativa di Aharon e per esprimergli la nostra gratitudine, ed è con questo spirito che ci siamo commiatati da lui al suo funerale, a Jerushalaim, il 2 Shevat 5771, con un pubblico formato in gran parte da educatori ed italkim.
Alla cara famiglia la nostra partecipazione al loro dolore. Sia il suo ricordo in benedizione.

Alfredo Mordechai Rabello, Gerusalemme
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pilpul
Davar Acher - L'Islam e la pace
Ugo VolliOltre alla giusta e naturale solidarietà, le aggressioni continue cui sono sottoposti i cristiani nel mondo islamico ci richiedono una riflessione più approfondita dei luoghi comuni "ecumenici" che la stampa, buona parte della politica e lo stesso mondo ci propongono di continuo.
Non è vero che di per sé le religioni, tutte le religioni, sono ispirate alla pace, non è vero che esse, occupandosi del divino sono meno esposte al conflitto di altre sfere della vita umana, non è vero che gli scontri fra popolazioni di religioni diverse si debbano spiegare in termini non religiosi, o con un fraintendimento della religione. Quest'idea deriva da una definizione della sfera religiosa come pura fede, che è caratteristica del cristianesimo (o piuttosto di un suo filone importante). Noi ebrei sappiamo benissimo che la religione si può invece definire in termini di pratica, di azione, di precetti, o come dicono i cristiani in contrapposizione alla fede di "opere". Sappiamo dunque che le religioni si portano dietro dei sistemi di valori, delle antropologie, delle "forme di vita". Non solo dei sistemi alimentari, familiari, giuridici, non solo certe concezioni sul ruolo degli altri popoli, delle donne, dei poveri; ma anche certe concezioni del rapporto fra l'ambito del religioso e quello della vita sociale, cioè in sostanza dello spazio politico. La religione fornisce una fondazione per la società civile e i suoi usi (potremmo chiamarla "teologia sociale"), e una per la sfera pubblica e il sistema di potere (si usa parlare a questo proposito di "teologia politica"), le quali ammettono certe forme di vita, certe organizzazioni concrete dell'esistenza, che senza dubbio possono evolversi e cambiare, ma entro certi limiti.
La persecuzione o almeno il dominio cui l'Islam, in nome della religione anche se con un certo grado di dissimulazione ("taqyia", una virtù teorizzata nelle fonti coraniche) sottopone le altre religioni ha a che fare con questa sfera. Si tratta di un discorso troppo complesso sul piano storico e teologico per essere svolto qui se non sommariamente, ma val la pena di accennarvi per punti.
Innanzitutto l'Islam non conosce nella sua versione sunnita e con la teorizzazione di Khomeini ha significativamente ridimensionato nella sua versione sciita quella divisione fra sfera religiosa e sfera politica che invece è presente nell'ebraismo nella duplicità fra Moshé e Aharon e poi con l'istituzione della monarchia, fra regno e sacerdozio, che è stata ripresa poi dal Cristianesimo. In secondo luogo, non vi è presente quel meccanismo di adattamento al tempo delle regole antropologiche che nell'ebraismo è assicurata dai processi interpretativi della Torah orale e nel Cristianesimo dalle decisioni di papi e concili: l'Islam ha chiuso dieci secoli fa la "porta dell'interpretazione". Dunque le forme di vita connesse all'Islam sono straordinariamente rigide e conservatrici: il "fondamentalismo" è implicito nella sua stessa autocomprensione e questo spiega il suo dominio incontrastato, cioè l'assenza di una teologia "moderata". Non vi è spazio di legittimità autonoma per la sfera politica, non vi sono strumenti per ammorbidire una "teologia sociale" che già quattordici secoli fa, al momento della sua fondazione, era particolarmente repressiva e intollerante, per esempio nei confronti delle donne.
In terzo luogo, l'esperienza fondante e l'autocomprensione centrale dell'Ebraismo è la liberazione di un popolo dalla schiavitù; quella del Cristianesimo è la morte subita da un innocente; quella dell'Islam è la guerra vittoriosa di un clan guidato dal profeta contro i suoi nemici, con la strage loro e di chi li aveva aiutato (non a caso tribù ebraiche). L'Ebraismo si propone come forma di vita dell'esilio che aspira a una terra promessa, il Cristianesimo come religione di martiri che solo dopo secoli diventano religione di stato; l'Islam è una serie ininterrotta di guerre di conquista condotte in nome della religione e di sanguinose precocissime divisioni interne, in cui i poteri si disputano la loro legittimità religiosa.
E' sulla base di queste tendenze che oggi nessun ebreo descrive la politica israeliana come azione religiosa, o nessun cristiano l'imperialismo britannico e poi l'egemonia americana come missioni religiose (anche se vi sono metafore e motivazioni teologico-politico in entrambi i casi). La politica e in particolare la guerra sono condotte per noi dallo stato, non dalla sfera religiosa; e per motivazioni economiche, di sicurezza, di libertà che l'Occidente percepisce come legittime solo se sono laiche. Ma l'idea di una laicità autonoma della politica è di per sé occidentale, deriva cioè da una forma di vita che si è sviluppata ed è stata legittimata da civiltà (quella greca, quella ebraica, quella cristiana che ne deriva) in cui la sfera del religioso lo consentiva. Per questa ragione proprio il fatto di concepire come politico e non religioso il conflitto in Medio Oriente è visto dal mondo islamico come religioso.
La tolleranza degli ebrei e dei cristiani (nei secoli sempre incerta, oppressiva e interrotta da persecuzioni) è stata interrotta nel momento in cui il mondo islamico si è trovato di fronte una forma di vita non religiosa (nella sua propria autocomprensione), ma evidentemente legata per i musulmani alle religioni "precedenti" che non si rassegnano a essere abrogate e accompagnate nella loro dissoluzione dall'Islam. Il trauma da questo punto di vista non è stata la guerra del Golfo e l'"occupazione" e nemmeno la fondazione dello Stato di Israele; è stata la dissoluzione del califfato ottomano, cent'anni fa con la conseguenza immediata del genocidio armeno e della pulizia etnica dei turchi. La lotta dell'Islam contro l'Occidente ha assunto in questo secolo molte forme, anche apparentemente laico-socialiste-nazionaliste (anche per l'esempio dei "paesi socialisti"); ma in realtà ha costantemente individuato il nemico in termini religiosi in ebrei, cristiani, cattivi musulmani ad essi sottomessi. Se non si capiscono queste radici profonde del conflitto in atto si rischia di illudersi che si possa risolvere con qualche gesto di buona volontà, eliminando qualche problema più acuto e simbolico (per esempio lo stato di Israele...), alleando le religioni "per la pace". Il problema è che non è così. Al riproporsi della guerra santa e delle spinte espansionistiche dell'Islam si può rispondere solo con una controspinta adeguata, cioè affermando i nostri valori, la nostra forma di vita e difendendosi – come fa tutti i giorni ma fra incomprensioni crescenti Israele.

Ugo Volli
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MO: Razzo da Gaza sul Sud di Israele   Leggi la rassegna


Un razzo lanciato dalla Striscia di Gaza è finito sul sud di Israele, nel deserto occidentale del Neghev, senza causare feriti. Lo ha riferito un portavoce dell'esercito israeliano. Da sabato sono stati sparati da Gaza verso il territorio israeliano sette proiettili, tra razzi e colpi di mortaio. Uno di questi ha ferito tre lavoratori thailandesi e un colono ebraico in un kibbutz 


 
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