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 20 gennaio 2011 - 14 Shevat 5771
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Riccardo Di Segni
Riccardo
Di Segni,
rabbino capo
di Roma

Oggi è Tu-Bishvat, capodanno degli alberi. Strana storia, quella di questo giorno, citato per la prima volta nella Mishnà come data di riferimento per il pagamento di tasse agricole (è il giorno di inizio dell'anno fiscale per il prodotto agricolo). Piano piano diventa un piccolo giorno di festa. Da tempi remoti, essendo questo una specie di capodanno, non si recitano le preghiere austere del tachannun. E' solo nel XVI secolo che compaiono notizie di qualche uso nel mondo ashkenazita: si mangia frutta varia, si fa vacanza a scuola. A un certo punto si diffonde - tra i sefardim - un formulario per la celebrazione di un seder, un ordine preciso di letture e consumo di frutta diverse, con ampi riferimenti mistici. Ma la prima fonte letteraria per questo uso è un testo "chiacchierato", il Chemdat Yamim, "la delizia dei giorni", grande guida mistica alla celebrazione dei momenti festivi del calendario; questo testo, pubblicato per la prima volta nel 1732, non sembra immune all'influsso dell'eresia pseudomessianica del Sabbatianesimo, per cui ci si troverebbe in una linea di confine dell'ortodossia. Si arriva poi all'ultimo secolo, con l'inevitabile riscoperta sionista della festa e l'istituzione di nuovi usi come quello di piantare alberi, riprendendo il modello americano dell'arbor day, e sempre più di moda per il significato ecologico. Insomma una piccola festa dall'identità difficile, sfiorata da incontri eterodossi, ma non per questo meno suggestiva per i suoi richiami al nostro rapporto con la natura e con la terra d'Israele.  
Sergio
Della Pergola,
Università Ebraica
di Gerusalemme

Della Pergola
Come il grande partito egemone della Democrazia Cristiana in Italia negli anni '90, e in un certo senso come una "maionese impazzita" in cui gli ingredienti invece di fondersi si separano rendendo il prodotto immangiabile, il partito laburista israeliano con una repentina convulsione si è spezzato in tre o quattro schegge. E così è giunta al capolinea la più che centenaria e onorata storia del socialismo ebraico. Il gruppo centrista dei cinque di Ehud Barak rimane saldamente nel governo Netanyahu, e anzi migliora i propri incarichi istituzionali. Il gruppo della sinistra sociale dei quattro di Amir Perez rimane a malincuore nel partito dopo aver seriamente considerato la scissione, anticipato sui tempi dal ministro della difesa. Il gruppo dei tre ministri Ben Eliezer, Herzog, e Braverman, che da tempo annunciavano l'uscita dal governo, paga il prezzo più salato perché un conto è parlare di dimissioni, un altro è darle per davvero. E resta l'assertiva presenza mediatica di Shelly Yechimòvich che può sembrare una voce isolata ma forse rappresenta la sola persona politica in grado di fungere da collante e forza motrice di una nuova forza socialdemocratica. Nell'uscire dal partito Barak ha citato gli esempi di David Ben Gurion e di Moshé Dayan ma ha dimenticato che il primo si ritirò a Sdé Bokèr nel Neghev, dando un esempio di idealismo pionieristico ben diverso dalla sua lussuosa abitazione nel grattacielo di Tel Aviv con l'assistente domestica filippina senza permesso; e il secondo passò, sì, al campo politico rivale come ministro degli esteri del governo Begin, ma entro poco tempo riuscì a portare il presidente egiziano Anwar el-Sadat alla storica visita a Gerusalemme e alla Knesset e al trattato di pace. Con Barak alla difesa ma senza il contrappeso degli otto deputati laburisti ora all'opposizione, l'asse politico del governo Netanyahu si sposta decisamente a destra. La coalizione di governo, numericamente ridotta, appare più compatta ma aumenta grandemente la sua dipendenza dagli umori di Shas e di Liberman che peraltro propongono programmi sociali contrapposti e incompatibili. La debole mediazione di Bibi e la logica del potere mantengono in piedi una compagine che non riesce a risolvere gli incredibili (e unici al mondo) scioperi della diplomazia al ministero degli esteri e dei procuratori di stato nei tribunali. A rigor di logica le elezioni anticipate sembrerebbero inevitabili, a meno che non spunti entro breve tempo uno strabiliante successo di politica estera.

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davar
Qui Torino - La Memoria e il gioco delle sorti
locandinaTra le principali iniziative promosse dalla Comunità Ebraica di Torino nell'ambito delle celebrazioni del Giorno delle Memoria 2011, quella più originale e innovativa è la messa in scena de Il gioco delle sorti, opera da camera per soprano, attori e cinque musicisti. Delle tante forme artistiche in cui è stata raccontata la Shoah, forse quello dell'opera è il terreno più inesplorato.
Il gioco delle sorti nasce nel 2002 dalla collaborazione di due ebrei torinesi: la scrittrice Sandra Reberschak e il compositore Gilberto Bosco.
É il giorno di Purim: una donna racconta a una bambina la storia di Estèr, da cui questa festa trae origine. Con un intreccio dei tempi e una sovrapposizione delle vicende, sulla scena fa il suo ingresso Estèr in persona, l'eroina che salvò, con un atto di volontà e coraggio, il popolo ebraico che viveva alla corte del re Assuero.
“La minaccia di Amman, il consigliere del re che voleva uccidere tutti gli ebrei, appare come una costante storica”, spiega Gilberto Bosco. L'intreccio dei piani temporali, nell'opera, simboleggia proprio questo concetto dei corsi e ricorsi della storia, l'inquietante ciclicità dell'umana vicenda. “Quella di Estèr è una storia che parla di oppressione e di liberazione”, spiega il compositore. “È per questo che è una storia sempre contemporanea”. In questo senso, “la festa di Purim, per gli ebrei, è un continuo richiamo alla memoria”. Per questo la Comunità ebraica la offrirà al pubblico i occasione del 27 gennaio.
“Sandra Reberschak ed io non abbiamo voluto fare un'opera realistica”, spiega Bosco. I riferimenti alla storia sono chiaramente presenti, ma rimangono sul piano allusivo, per esempio nelle suggestioni di una musica ora incalzante, ora vaporosa. “Il parallelismo tra le persecuzioni dell'antica Susa e quella dell'Europa del ventesimo secolo è criptico”, rivela Bosco.
La forma scelta è il melologo, un'alternanza di recitazione e canto, sempre accompagnata dal commento musicale di flauto, arpa, violoncello, pianoforte e percussioni.
“Comporre Il gioco delle sorti – racconta il musicista – è stato lo sforzo di entrare in comunicazione con una voce lontana, con qualcosa di nascosto e quasi perso. Perso non tanto nella distanza del tempo e della storia, quanto tra le pieghe della nostra coscienza”. L'ascolto di questa voce è ciò a cui è chiamato anche il pubblico. “Il mio impegno è stato quello di provare a tradurre questa voce lontana in musica”. Ne è venuto fuori un sound etereo, in cui dominano l'arpa e le percussioni.
Se da un lato la storia di Purìm è il paradigma religioso della persecuzione, dall'altro è la figura di Estèr che ha affascinato gli autori al punto da indurli a realizzare una loro rilettura. “Estèr – spiega Gilberto Bosco – rappresenta il potere dell'uomo di deviare la storia: il suo atto di volontà e coraggio, simile a quello di molti giusti del secolo appena trascorso, fu ciò che permise di invertire le sorti: è questo il senso ultimo della festa di Purim. Essa ci ricorda che c'è in noi il potere di intervenire per contrastare il male, altrimenti saremmo tutti degli inerti piccoli funzionari fascisti, complici e incapaci di determinare alcunché”. “Inoltre – continua Bosco – in Estèr mi piace scorgere quell'elemento femminile che è il vero motore rivoluzionario della storia”. É questa la ragione per cui Estèr, impersonata dal soprano, è l'unico personaggio dell'opera che canta: espediente scenico che distingue l'eroina da tutti gli altri e la colloca un piano al di sopra.
L'opera verrà rappresentata la sera del 27 gennaio alla Casa del Teatro Ragazzi e Giovani, mentre mattina seguente vi sarà una replica indirizzata specificamente alle scuole medie inferiori della città.

Manuel Disegni

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pilpul
Il lavoro culturale
Il Tizio della SeraLa notizia della traduzione in italiano del Talmud ha prodotto una grande eccitazione nella curia romana. Si tratta di individuare con la massima urgenza chi sarà adesso a tradurlo in latino.

Il Tizio della Sera



Pio XII - "Silenzio" e silenzio
Sergio MinerbiCaro Massimo Giuliani, ho letto con grande interesse il suo articolo su Avvenire del 14 gennaio “Italia e Shoah, le sfumature del grigio” e sarei disposto a sottoscriverlo se non ci fossero le virgolette alle parole il silenzio di Pio XII. Purtroppo il silenzio di Pio XII ci fu e fu assordante, come alcuni hanno scritto. Si possono trovare mille scuse per tale silenzio: il desiderio di rimanere super partes e neutrale nel conflitto mondiale; i supremi interessi della Chiesa come li intendeva il Papa di allora; la priorità assegnata ad altri fattori come evitare la distruzione di Roma piuttosto che alla salvezza degli ebrei. Ma il silenzio ci fu. E fa male ai cattolici di oggi, poiché contrasta le pretese della Chiesa di essere anzitutto un ente morale, mentre essa fallì proprio per la carenza di moralità. Perciò si inventò che il Papa non conoscesse la realtà, ma è stato dimostrato che ciò non era vero. E` stato detto che Pio XII voleva lasciare la questione nelle mani dei vescovi, ma anche questa affermazione si è rivelata sbagliata, da quando sono state pubblicate le lettere del Vescovo di Berlino, von Preysing, al suo amico Papa. Più di una volta nel 1943 von Preysing supplicò di fare qualcosa per gli ebrei ed è evidente che pensasse a una dichiarazione pubblica, ma il silenzio continuò. Il vescovo di Berlino non fu ascoltato dal vescovo di Roma, anzi von Preysing fu punito poiché la sua nomina a cardinale fu rinviata a dopo la fine della guerra. Pio XII sarà stato un buon politico, ma santo certo non era.

Sergio Minerbi


Israele, il Sudafrica e i paragoni sbagliati
Leggo il commento alla vostra rassegna stampa che seguo sempre con attenzione e rimango a bocca aperta vedendo come Emanuel Segre Amar abbia ripreso il mio articolo apparso su Avvenire sul tema del paragone tra Israele e il Sudafrica. Vengo presentato come un sostenitore incondizionato di questo accostamento. Peccato che l'articolo - e basta leggerselo per rendersene conto - ha l'obiettivo esattamente opposto di dibattere questo paragone, rilanciato di recente da Chomsky. Non a caso come prima reazione riporta le affermazioni non certo ambigue di Paolo Sorbi che definisce questo accostamento "aberrante", cosa rilanciata anche in un sommario per chi - pur curando una rassegna stampa - non ha voglia di prendersi la briga di leggere l'intero articolo. E anche le altre due voci che intervengono nell'articolo - Janiki Cingoli e Rutie Atzmon - iniziano la loro analisi premettendo che ci sono profonde diversità tra la situazione di Israele e quella del Sudafrica. Francamente resto sconcertato da questo stravolgimento e vi chiedo la possibilità di poter chiarire la mia posizione che - come penso risulti in maniera evidente - è ben diversa rispetto a quella di Chomsky.
Giorgio Bernardelli

Prendiamo tutti atto con sollievo del fatto che lei nutra opinioni ponderate. Fermo restando che i commentatori ospiti esprimono in tutta libertà loro opinioni personali senza per questo rappresentare la redazione, il commento in questione mi sembra si limitasse più che altro a segnalare un articolo che saltava all'occhio, anche nella sua contestualizzazione e nello spazio dedicato, come l'artificiosa enfatizzazione di posizioni e informazioni alquanto marginali. (g.v.) 

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Qui Genova 
Tu Bishvat in compagnia

Grande partecipazione al seder di Tu Bishvat svoltosi ieri sera al circolo sociale della Comunità Ebraica di Genova. Oltre 60 infatti i partecipanti – bambini, giovani, famiglie e anziani – che hanno affollato la sala per festeggiare la ricorrenza del Capodanno degli alberi, tra le feste più gioiose del calendario ebraico...
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Qui Milano
Mosaico si rinnova

Dal logo ai contenuti, dalla struttura dell’albero di navigazione all’interattività fino alla prima web radio ebraica italiana (che si chiamerà JewBoxRadio). Mosaico, il sito della Comunità Ebraica di Milano, si rinnova integralmente...
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