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1 febbraio
2011 - 27 Shevat 5771 |
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Roberto
Della Rocca,
rabbino
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L’anno
in corso è un anno embolismico, avente tredici mesi. Venerdì e
Sabato entreremo nel mese di Adar primo a cui si aggiungerà un Adar
secondo nel quale festeggeremo Purim. L'anno lunare è di 354 giorni,
pertanto, per evitare che Pesach anticipi di undici giorni sul
calendario solare rispetto all'anno precedente si aggiunge un mese
compensativo, per l'esattezza sette volte ogni diciannove anni. Per i
kabalisti l'intercalazione è vista come un accordo cosmico tra il ciclo
del sole, astro maschile e quello della luna, astro femminile. Non per
niente si parla del "sod aibbur", segreto del connubio, ecco perché
l'anno embolismico diviene simbolo di un Tikkùn, di riparazione e
armonia cosmica. Chi è preposto a tutto questo? L'uomo. Erano infatti i
membri del Sinedrio che, con tutte le responsabilità che ciò
comportava, decidevano di volta in volta l'intercalazione con una
relativa libertà e discrezionalità. Un ritardo della maturazione del
nuovo orzo, guasti stradali provocati da un ecceessivo maltempo
invernale che avrebbero impedito l'afflusso di pellegrini a
Gerusalemmme per Pesach venivano presi come motivi validi per
l'intercalazione. Dopo il Sinedrio fu introdotta una regola fissa che
stabilisce quali anni sono da considerarsi embolismici. Shanà
meuberet, letteralmente annata incinta, paragonabile a una donna
che porta in sé qualcosa in più del suo corpo abituale e che tuttavia e
pur sempre parte di essa. Si tratta di un mese tale e quale agli altri,
proprio come il feto, che pur costituendo un di più, non è
estraneo geneticamente all'organismo della madre. In questo senso
l'anno di tredici mesi è considerato un simbolo di prosperità e
rigenerazione.
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Alfredo
Mordechai
Rabello,
giurista
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"Mosè venne e riferì al popolo…tutti gli statuti" (Es. 24:3); Rashì
spiega (trad. Rav Sierra z.l.): "cioè i sette precetti noachidi". Prima
ancora che fossero dati i dieci comandamenti viene ripetuto
l'insegnamento valido per l'umanità intera. Non vi è sacerdozio senza
il laicato (Benamozegh).
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DafDaf febbraio - Uno sguardo al mondo
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In
queste settimane è arrivato agli alunni delle scuole ebraiche italiane
“La mia Torah”, un nuovo libro realizzato grazie al supporto del
Dipartimento educazione e cultura dell’Unione delle Comunità Ebraiche
Italiane che permetterà ai giovani lettori di approfondire la
conoscenza di Bereshit. Il numero di DafDaf in distribuzione in questi
giorni insieme a Pagine Ebraiche di febbraio lo presenta alle pagine
14-15 e ne approfitta per occuparsi di un tema che da sempre affascina
bambini e adulti, la storia della Terra e dell’uomo. Proprio di “come è
nato il mondo” si occupa l’inchiesta alle pagine 2-3 che riprende anche
la notizia della scoperta di denti umani antichi di 400 mila anni nei
pressi di Tel Aviv, riportata da tutti i giornali nelle scorse
settimane.
Guardando a questo argomento, il giornale ebraico
dei bambini non poteva non affrontare la questione legata alle
differenze tra quello che spiegano gli scienziati riguardo al Big Bang
e quanto si legge nella Torah, proprio nel libro di Bereshit, a
proposito della Creazione. A questo interrogativo forniscono delle
risposte, alle pagine 3 e 6, rav Gianfranco Di Segni, ricercatore del
Consiglio nazionale delle ricerche, e Haim Baharier, studioso del
pensiero biblico e proprio all’apparente contrapposizione tra Torah e
scienza è dedicata la rubrica del Ping Pong di pagina 5.
A
Bereshit, in particolare alla parashah di Noah, si ricollegano anche le
pagine 14 e 15 “Tutti i diluvi dei popoli del mondo”. Quella del
Diluvio universale è una storia presente non solo nella Torah, ma anche
nella tradizione di molti popoli: così DafDaf racconta ai bambini
alcuni miti provenienti da Grecia, Cina e Australia. In febbraio
DafDaf inizia anche a proporre ai lettori una nuova attività
interattiva. A partire da questo numero, ogni mese verrà pubblicata una
testata colorata e reinterpretata dalla fantasia di un bambino. Una
proposta che è stata accolta con entusiasmo dalla scuola ebraica di
Trieste: così la pagina delle scuole questo mese è dedicata proprio a
quello che i suoi alunni si sono divertiti a fare con il giornale in
classe. E sulla scia della scoperta dei lettori di DafDaf a pagina 16
vengono pubblicate la scheda di un nuovo amico, Beniamino da Venezia,
la foto-notizia della merenda con Dan da Milano, e la vincitrice del
concorso del mese, Lucia da Mazara.
Febbraio
2011 coincide con un mese molto particolare del calendario ebraico, il
mese di Adar, che sette volte ogni 19 anni si sdoppia in Adar alef e
Adar bet. Proprio a questa peculiarità è dedicata la pagina del
calendario illustrata da Viola Sgarbi (e ripresa in copertina), dove
viene spiegato qualche dettaglio del funzionamento del calendario
lunare rispetto a quello solare tra stelle, pianeti e navicelle
spaziali. Alle
pagine 4 e 5 torna la Ricetta senza parole di Daniela Melazzi, cui è
dedicata anche la rubrica della Matita dell’illustratore: in questo
numero i personaggi di Daniela insegnano a preparare delle meravigliose
challot, i pani intrecciati per lo Shabbat. Proseguono infine gli
appuntamenti con la pagina poster e con le lettere dell’alfabeto
ebraico: la prima è dedicata alla mitzvah del Bikur Cholim,
l’importanza dell’andare a trovare gli ammalati, con un contributo del
rav Roberto Colombo e un disegno firmato da Manuela Misani, mentre
nella pagina Scriviamo insieme, realizzata da Viola Sgarbi, è il turno
della lettera dalet, con un gioco da colorare per i lettori più giovani.
Rossella Tercatin
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Qui Firenze - Memoria, la saga dei
fratelli Valobra
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I
genitori li educano a pane e libertà. E loro abbracciano ardentemente
l’idea che per sconfiggere la piaga del nazifascismo l’unica via
percorribile sia l’azione diretta. Il coraggio dei fratelli Valobra,
quattro ragazzi e due ragazze “di razza ebraica” protagonisti nelle
fila della Resistenza partigiana, rappresenta una risposta al cliché
ancora ampiamente diffuso che vede l’ebreo eterna vittima del marcio
della Storia. Col loro eroismo i Valobra danno infatti lustro a un
cognome che si ripete più volte nella lista compilata dall’Istituto
della Resistenza in Toscana in cui si ricordano i liberatori di Firenze
dal giogo della dittatura, un incubo che cessa nell'agosto del 1944. A
loro e ad altri centinaia di coraggiosi fiorentini (tra cui un altro
grande ebreo italiano, Paolo Bassani, che fu tra gli ideatori di Radio
Cora, emittente clandestina del Partito d’Azione che trasmetteva a due
passi dalla sinagoga di via Farini, e Corrado Bandinelli, padre del
consigliere della Comunità ebraica Renzo Bandinelli) è andato a fine
novembre il Giglio della Liberazione, prestigioso riconoscimento voluto
dal Comune di Firenze per onorare chi rischiò la propria vita pur di
vedere piazza della Signoria finalmente sgombra da svastiche e fasci
littori. Quella dei fratelli Valobra, da cui adesso discendono figli,
nipoti e pronipoti che si dipanano fino al meridione dello Stivale, è
una vicenda densa di emozioni, bella da rispolverare in questi giorni
di Memoria. Il loro ricordo è affidato in particolare a Patrizia,
figlia di Enzo (nell'immagine il terzo da sinistra in alto) e anima
della sezione locale dell’ADEI, che mostra fiera il certificato col
timbro del Comune recentemente recapitatole nella cassetta della posta.
“È un riconoscimento che mi riempie d’orgoglio. Quando è arrivato a
casa ho provato un brivido lungo la schiena”, dice commossa pensando
alla figura del padre, scomparso prematuramente quando lei e sua
sorella Daniela erano ancora bambine. “Molto di quello che sappiamo sul
conto di papà – prosegue Patrizia – lo dobbiamo a nostra madre Piera
Cassuto. È stata lei a mantenere vivo il suo ricordo negli anni. Da
quello che mi è sempre stato raccontato da familiari e amici, si tratta
di un riconoscimento ampiamente meritato”. Dopo l’armistizio italiano
in data 8 settembre 1943, Cesare, Enzo, Sauro e Dante Valobra entrano
in contatto con Tristano Codignola, uno dei massimi esponenti del
Partito d’Azione a Firenze. Da questi sono indirizzati in Mugello,
prima a Luco di Mugello poi a Ronta e infine a Gattaia dove vengo
raggiunti dal distaccamento Checcucci, gruppo di cui facevano parte
partigiani di Sesto Fiorentino operativi nell’area del Monte Morello.
Loro compagni di lotta in quei mesi sono tra gli altri Alfredo e Franco
Papini, perseguitati per motivi razziali come i Valobra. I rigori
dell’inverno, le grandi privazioni cui sono sottoposti i partigiani,
costringono Dante, il più giovane dei fratelli, a rientrare a casa. Ad
attenderlo ci sono gli uomini della Banda Carità, famigerato reparto di
polizia della neonata Repubblica Sociale Italiana capitanato
dall’infame Mario Carità, che lo sottopongono insieme al padre a
durissime torture a Villa Triste. Entra però in gioco il cardinale Elia
Dalla Costa, in seguito onorato come uno dei Giusti di Firenze, di cui
si suppone un intervento decisivo per la liberazione dei due
prigionieri. Nel frattempo Enzo e Sauro partecipano al vittorioso
attacco al presidio fascista di Vicchio, mentre Cesare è impegnato
altrove a recuperare armi. Un successivo rastrellamento nell'Alto
Casentino costringe allo sbandamento la formazione. I fratelli Papini,
presenza fissa al fianco dei Valobra, vengono catturati e uccisi dal
nemico. I Valobra si salvano ma sono costretti a riparare
temporaneamente a Firenze dove si ricongiungono a Dante. Insieme
partono per il Pratomagno dove entrano a far parte della Brigata
Lanciotto. Nel comune montano di Cetica partecipano alla difesa del
paese, coinvolti in uno scontro sanguinoso col nemico che lascerà sul
campo morte e devastazione. Nel cuore della battaglia il dramma: Dante
viene colpito da una raffica di armi pesanti e ucciso sul posto assieme
ad altri nove compagni di formazione. I suoi fratelli sono scossi fino
alla disperazione (Enzo scriverà pagine dense di commozione custodite
adesso dalla figlia Patrizia e dall’Istituto Storico della Resistenza)
ma non abbandonano la lotta. Insieme alle sorelle Lea e Rossana,
giovanissime staffette partigiane, assolvono il loro compito fino al
giorno della Liberazione. Per restituire Firenze al suo passato di
civiltà, per onorare i valori familiari di libertà e tolleranza, uno
dei cardini di casa Valobra. “La lezione di mio padre e degli zii –
conclude Patrizia – è che bisogna sempre combattere per i propri
diritti. Mai arrendersi e guardare sempre al presente come un tempo in
cui impegnarsi per un futuro migliore”.
a.s.
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L'Egitto e noi
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Due
settimane fa non ci avremmo creduto. Neppure dopo i moti tunisini e
algerini avremmo pensato che Hosni Mubarak, da trent’anni alla guida
dell’Egitto, potesse rivelarsi così fragile. Non sappiamo cosa accadrà
nelle prossime ore. Apparentemente Stati Uniti, Europa, persino
l’esercito, hanno scaricato il Faraone, preparandosi a favorire una
transizione ordinata alla democrazia. Solo Israele ha esplicitamente
difeso Mubarak, ricordando il rischio di una deriva islamista e
«iraniana». Le preoccupazioni israeliane sono, a mio parere, del tutto
fondate, poiché era proprio Mubarak a garantire la stabilità del
Medioriente. Come già dicevamo un paio di settimane fa, di
fronte a questi avvenimenti l’Occidente si scopre in grande difficoltà.
Non si sa bene cosa augurarsi. Se da una parte, certamente, è difficile
non provare una vicinanza istintiva alla protesta popolare, in larga
misura non ideologizzata, che reclama Diritti, libertà e
partecipazione, dall’altra non può sfuggire quanto simili circostanze
abbiano originato in passato regimi ancora più autoritari e
oscurantisti. La paura che le prime elezioni libere d’Egitto vengano
vinte dai Fratelli musulmani spaventa certamente gli israeliani, ma
anche tutti noi. Come hanno acutamente sottolineato alcuni
osservatori, se non vogliamo sostenere che l’Islam sia incompatibile
con la democrazia occorre ricordare – accanto alla rivoluzione
khomeinista – la transizione democratica dell’Indonesia, il più grande
paese musulmano del mondo. Insomma, come uomini liberi non
possiamo evitare di augurarci che le masse di egiziani ottengano
soddifazione alle loro legittime rivendicazioni. E tuttavia mi pare
significativo che Emma Bonino, grande conoscitrice dell’Egitto oltre
che infaticabile paladina dei Diritti umani, si sia espressa in questi
termini: l’Occidente non deve proteggere regimi autoritari ma
appoggiare aspirazioni giuste; le elezioni sono però l’ultimo passaggio
di una transizione democratica: di disastri provocati esportando la
democrazia con missili e urne elettorali ne abbiamo già visti
abbastanza.
Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas
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Etgar
Keret e Annette Wieviorka: i ribelli della Memoria
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27
gennaio, Giorno della Memoria. Una Memoria con la M maiuscola,
condivisa e spesso istituzionalizzata, una Memoria che finisce
puntualmente sui corsivi dei giornali tanto quanto nelle trasmissioni
televisive del mattino. “Ricordare per non dimenticare”, questo lo
slogan più diffuso in questa data. Eppure c’è chi non si accontenta,
c’è persino chi protesta contro una Memoria data per scontata, che
rischia di offuscare il diritto individuale alla singole memorie. Una
Memoria sbandierata per ripulire le coscienze collettive e che, in
alcuni casi, ha persino prodotto una classe (per favore, non parliamo
di castismo) di “professionisti della Memoria.”
Tra i ribelli
della Memoria, spiccano i nomi di due personaggi diversissimi tra loro,
ma uniti dal rifiuto della museificazione della Shoah, e della dolorosa
esperienza ebraica più in generale: sono la storica francese Annette
Wieviorka, classe 1948, docente del Centre National de la
Recherche Scientifique,la più autorevole istituzione accademica
d’Oltralpe, e lo scrittore di Tel Aviv Etgar Keret, classe 1967, che
negli anni Novanta ha dato il via a una new wave della letteratura
israeliana.
Annette Wieviorka ha ripetuta mente denunciato la
“riduzione della Memoria a una ideologia”, se non addirittura a
un’industria, come in questa intervista a Pagine Ebraiche, il mensile
dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane:
"Sono appena
rientrata da una riunione della giuria del concorso annuale per la
tutela dei valori espressi dalla Resistenza e contro la deportazione in
Francia. Si tratta di una grande iniziativa che coinvolge molte scuole
francesi e tutte le organizzazioni di ex deportati. La giuria è
composta da 40 persone e fra di loro ho contato tre anziani, che
rappresentavano il mondo di chi era in grado di portare una
testimonianza e una conoscenza diretta sul tema. Tutti gli altri
componenti erano rappresentanti di enti pubblici e di fondazioni
private, direttori di musei, docenti di vario genere. Tutte persone
degnissime, ma che traggono la loro esclusiva legittimazione dal fatto
di aver ottenuto un impiego in questo settore. Sono funzionari della
Memoria, appositamente retribuiti. E la Memoria rischia di ridursi a
un’ideologia, se non addirittura a un’industria".
Inoltre non
nasconde che, talvolta, una Memoria troppo esibita può nascondere il
tentativo di esorcizzare un confronto con la coscienza storica o
politica:
"Possiamo osservare che sulla Memoria si dimostrano non
a caso particolarmente sensibili governi e istituzioni ansiose di far
dimenticare qualche imbarazzo del passato (per esempio una politica di
estrema tolleranza nei confronti di Arafat e del terrorismo
palestinese, o radici che affondano nel terreno avvelenato dell’estrema
destra antisemita). E possiamo osservare che in occasioni di importanti
contatti istituzionali le istanze che provengono dal mondo ebraico e le
disponibilità che provengono dal mondo politico tendono a incrociarsi
sul terreno della Memoria".
Con tutto un altro tono, e altre
motivazioni, lo scrittore israeliano Etgar Keret estende l’attacco a
una memoria troppo istituzionalizzata (e spersonalizzata) non solo alla
Shoah, ma anche alla storia recente e alle guerre dello Stato di
Israele. Keret, che in questo è stato il precursore di una serie di
(ormai non più tanto) giovani scrittori iper-individualisti e
intimisti, rivendica prima di tutto il diritto a una memoria personale,
legata al vissuto reale più che alla lettura che le istituzioni offrono
di questo vissuto.
Nel 1997 Etgar Keret pubblica il racconto Rabin
è morto, che provoca un’ondata di critiche nel paese. Non racconta la
storia del primo ministro assassinato, bensì di un gatto randagio
trovato da due ragazzini annoiati, finito travolto da un sidecar:
“Volevamo chiamarlo Shalom, ma Shalom è un nome da yemeniti, e quindi
l’abbiamo chiamato Rabin”. La storia in realtà è molto tenera e
commuovente, anche se raccontata con un linguaggio distaccato. Eppure è
subito scandalo: come si permette il giovane Keret di chiamare un gatto
Rabin, mentre scrittori molto più rinomati di lui, come Amos Oz e David
Grossman, si prodigano in elegie molto più ortodosse? Sembra un insulto
alla Memoria, uno dei valori più intoccabili di Israele.
“La gente
si è arrabbiata molto”, racconta lo scrittore in un’intervista al
mensile The Believer. “Se uno chiama Rabin un ospedale geriatrico dove
la gente se la fa addosso tutto il tempo va bene, ma chiamare Rabin un
gatto è problematico. In Israele la gente è molto, molto sensibile ai
tabù”. E ancora: “Parlare della Memoria, di Rabin, dell’Olocausto o
delle vittime di guerra, è una sorta di monopolio nazionale. Eppure i
miei genitori sono sopravvissuti dell’Olocausto, ho votato per Rabin,
ho creduto in lui, e il mio migliore amico è morto durante il servizio
militare”.
Conclusione? “La Memoria è anche mia, ma se tento di appropriarmene a
modo mio la gente si arrabbia”.
Anna
Momigliano
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Merkel in Israele: "Un Iran nucleare minaccia per il mondo intero"
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Visita ufficiale in Israele per la cancelliera tedesca Angela Merkel.
La visita si inserisce nel contesto delle annuali consultazioni tra i
governi dei due paesi che in queste occasioni si riuniscono in seduta
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Israele accusa l' Occidente di aver "scaricato" il presidente egiziano
Hosni Mubarak, la signora Merkel ha negato che questo sia il caso...»
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