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8 febbraio 2011 - 4 Adar 5771
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Roberto Della Rocca
Roberto
Della Rocca,
rabbino

Come per una strana coincidenza il furto di oggetti sacri nel Bet Ha-Keneset Maggiore di Milano è avvenuto alla vigilia dello Shabbàt nel quale si apre quella serie di letture bibliche relative agli arredi e ai paramenti sacri del Tabernacolo, il Tempio mobile nel deserto. La Torah ci dice espressamente che questi arredi sono stati prescritti per accrescere onore e splendore. Se è vero che nella tradizione ebraica il modo di vestire è indice di dignità è altrettanto vero che talvolta si indossano particolari indumenti per nascondere progetti criminosi. Nella lingua ebraica, non a caso, la parola "beghed", abito, è connessa alla radice che indica il tradimento. Non sempre quindi “l'abito fa il monaco”. E per abito non si intende soltanto l’indumento con il quale copriamo il corpo ma anche quel “costume” di cui spesso ammantiamo o “copriamo” un'interiorità in assoluta distonia con ciò che si tende a far vedere. I ladri travestiti da chasidim ci hanno talmente ingannato da essersi lasciati alle spalle, ai piedi dell'armadio che contiene i Rotoli della Torah, i propri calzini sporchi. Per quanto possa far male, dobbiamo dircelo chiaramente: rischiamo di scoprire che spesso anche noi siamo vittime di pericolosi luoghi comuni. Un cappotto lungo e un cappello di feltro nero non sono abbastanza per conquistare immeritatamente la fiducia altrui. Guardiamo meglio i calzini, piuttosto che lasciarci incantare dai cappelli, perché giudicare frettolosamente dalle apparenze equivale ad assumersi rischi che non possiamo permetterci. 
Alberto
Cavaglion,
storico



Alberto Cavaglion, storico
Non interessa nemmeno a me la satiriasi del nostro Presidente del Consiglio. Se ha commesso reati i giudici giudicheranno. Mi disturba invece veder scomodato per la manifestazione delle donne fissata per il 13 febbraio prossimo venturo Avoth 1, 14 (“Se non sono per me, che sarà per me? Se sono [soltanto] per me, che cosa sono io? E se non ora, quando?). Se non ora, quando? Anni fa dotte disquisizioni accompagnarono la frase del pontefice sui “fratelli maggiori”. Oggi vedo che nessuno protesta per quello che a me sembra un sacrilegio: non occorre una laurea rabbinica per capire quanto poco possa servire l’esegesi di quel passo ad affrettare la caduta di un premier. Mi disturba infine veder sfruttato così bassamente il titolo di un romanzo di Levi, dove si raccontano ben altre storie d’amore e dove il senso di quel titolo rinvia a interpretazioni testuali che il più accanito anti-berlusconiano faticherebbe a riconoscere come utili alla sua causa.

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davar
Rav Sizomu: "La mia campagna elettorale in Uganda"
Rav SizomuIl primo rabbino a sedere tra i banchi di un parlamento africano potrebbe farlo, dalla primavera prossima, in Uganda.
Paese che in qualche modo la storia ha legato al popolo ebraico. Mentre il sesto Congresso sionista, nel 1903, discuteva la proposta dell'allora Ministro inglese delle Colonie Joseph Chamberlain di assegnare agli ebrei un territorio dell'Africa orientale tra l'Uganda e il Kenya, in quelle terre una tribù Bantu, per lo più ignara degli accadimenti di Basilea, scopriva l'ebraismo. Il suo leader militare Samei Kakungulu, venuto a contatto con gli inglesi verso la fine del XIX secolo e convertito al cristianesimo, cominciò a studiare le fonti bibliche e decise che la sua via sarebbe stata l'ebraismo. Convertì e circoncise se stesso, i suoi figli e tutta la tribù. Cominciò così la vicenda 'para-ebraica', direbbe qualcuno, di un gruppo di agricoltori africani, che nel corso del Novecento, attraverso contatti con altre realtà correligionarie, perfezionò la propria condotta di vita ebraica costruendo sinagoghe, attenendosi alle regole della kasherut e dello Shabbat. Dalla fine del secolo scorso sono cominciati a arrivare i primi riconoscimenti ufficiali da parte di autorità religiose reformed e conservative, e il loro percorso procede, in alcuni casi anche verso l'ortodossia.
Questa comunità prese il nome Abayudaya. Il suo leader attuale si chiama Gershom Sizomu. Dal 2008 Rabbi Gershom Sizomu.
Quarantanne, impegnato nel sociale e talentuoso chitarrista, Sizomu ha infatti da poco ultimato il corso di laurea specialistica alla American Jewish University di Los Angeles. Un percorso di alti studi rabbinici di cinque anni che l'ha portato a conseguire il titolo di rabbino, il primo dell'Africa subsahariana ordinato in una scuola rabbinica americana dalle autorità Conservative.
Ritornato in Uganda con la moglie Tziporah e i tre figli ha aperto una Yeshivah nella città di Mbale. Ha ripreso le redini della Comunità Abayudaya e l'ha trainata all'interno del circuito assistenziale ebraico internazionale Be'chol Lashon, che ha consentito un rafforzamento strutturale e spirituale di quella Comunità.
Rav SizomuRav Sizomu, in un momento di rinascita della sua Comunità, cosa l'ha spinta a candidarsi alle elezioni politiche, che si terranno il prossimo 18 febbraio prossimo venturo, nelle fila del Partito per il cambiamento democratico?
Credo che sia di vitale in portanza per l'Uganda, e quindi anche per la mia comunità, che ci abita, che dopo molti anni di malgoverno tornino a essere veramente rappresentati in Parlamento gli interessi del popolo. In virtù della lunga esperienza di lavoro nel sociale (Gershom Sizomu ha collaborato alla costruzione di un centro sanitario nella sua città, Mbale, e divide il suo impegno tra la sinagoga Moshè, fulcro della comunità ebraica, e il nuovo ospedale, ndr) e della preparazione conseguita studiando in America, credo di avere la responsabilità di mettere le mie competenze al servizio di tutti.
Quali sono i primi progetti che intende portare avanti, una volta eletto?
La priorità assoluta, di cui ho fatto li nucleo del mio programma elettorale, è portare dei servizi sociali sul territorio della mia circoscrizione. Beni primari quali l'assistenza sanitaria e l'istruzione devono raggiungere al più presto un alto livello qualitativo e devono essere resi accessibili a tutti i cittadini.
Lei potrebbe essere il primo parlamentare rabbino al di fuori dello Stato d'Israele. Uno dei suoi cavalli di battaglia è quello della tolleranza religiosa.
Guardi, quando sono nato io, negli anni Settanta, l'Uganda era governata – o per meglio dire dominata – da un despota sanguinario: Idi Amin Dada. Gli ebrei d'Uganda furono uno dei gruppi etnico-religiosi più perseguitati da questa terribile dittatura (da cui è stato tratto il film L'ultimo Re di Scozia, ndr), e la comunità Abayudaya fu letteralmente decimata. Resistette uno zoccolo duro di trecento ebrei. Oggi i membri di Abayudaya sono più che triplicati: a questa ripresa io ho dedicato una gran parte della mia vita. Quando cominciavo a studiare da rabbino, mi occupavo anche dell'organizzazione della comunità e dirigevo le attività giovanili. Politicamente mi sono formato, diciamo, nella resistenza alle persecuzioni. Da tale dolorosa esperienza ho capito l'importanza della tolleranza religiosa e ne ho fatto un mio principio guida.
Da questo punto di vista, qual'è oggi la situazione dell'Uganda?
Rispetto al precedente regime, la vita delle minoranze e indubbiamente migliorata. Tuttavia la battaglia per l'emancipazione delle minoranze religiose non è affatto terminata. In quest'ottica credo che sia fondamentale lavorare sui buoni rapporti tra le varie comunità e sul dialogo interreligioso. In questi anni ho avuto occasione di cooperare con musulmani e cattolici, intrattenendo sempre ottimi rapporti. Il coordinatore della mia campagna elettorale, per esempio, è un leader della comunità islamica: già questo per me è un grande risultato.
Se diventerà deputato, riuscirà ancora a occuparsi della Comunità ebraica?
Di sicuro non a tempo pieno come oggi. Ma è proprio per formare giovani rabbini che possano affiancarmi e un giorno sostituirmi che ho istituito una Yeshivah
Quali sono le maggiori difficoltà quotidiane che incontra il leader di una Comunità ebraica nell'Africa nera?
Innanzitutto la mancanza del materiale rituale: non abbiamo certo negozi dove acquistare tefilin, talitot, mezuzot, le quattro specie per fare il lulav a sukkot. Anche rimediare un libro di preghiera può essere un'impresa.
Quali invece le soddisfazioni che riserva questa sfida?
Vedere che, nonostante le avversità, la nostra comunità continua a cercare di vivere concretamente il proprio ebraismo. Ogni volta che è necessario – racconta Sizomu non senza una punta di fierezza - riusciamo a raggiungere il minyan (la quota minima di persone necessaria per la celebrazione del rito).
É vero che ottenere il pieno riconoscimento da parte del mondo ortodosso è tra gli obiettivi della Comunità di Abayudaya?
A noi interessa l'ebraismo, non i giochi politici che vi stanno dietro.

Manuel Disegni

Qui Roma - Lettera a un amico antisionista
Caffè letterario“Chi si professa antisionista è semplicemente antisemita”, questa la tesi di fondo della Lettera a un amico antisionista di Pierluigi Battista, che ha voluto gettare luce su questa forma di antisemitismo, sempre più presente nella società contemporanea. Il libro è stato presentato al Caffè letterario di Roma, su iniziativa della Comunità ebraica capitolina.
Hanno preso parte all'evento il presidente della Comunità, Riccardo Pacifici, e il presidente della Rcs libri, Paolo Mieli, presentati dalla giornalista Ester Mieli, che hanno sottolineato l'estrema attualità dei temi trattati dal libro. Presenti anche il presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Renzo Gattegna, e la presidente della Consulta della Comunità romana, Elvira Di Cave.
L'autore combatte su due fronti: quello dell’identificazione dell’antisemitismo con l’antisionismo e quello “dell'ossessione maniacale” per la demonizzazione dello Stato israeliano. E così secondo un modello figlio della Guerra Fredda l’ebreo incarna il cattivo, il paradigma dell’esecutore e il palestinese il simbolo della vittima, la sintesi di tutti i dannati della terra. È evidente che l’ossessione deriva dalla pulsione antisemita e Battista la smaschera evidenziando nel sistema di giudizio una falla logica centrale: il doppio standard: «... niente Somalia, niente Eritrea, niente Sri Lanka, niente Kashmir, niente Ossezia del Sud ... il tuo spaventoso doppio standard (che) ti fa tacere sui milioni di displaced persons di cui il mondo è pieno ma di cui Israele non è colpevole... Forse scendete in piazza per gli uiguri? ...Vi incatenate per il Darfur, fate marce per la liberazione del Tibet e del Kirghizistan?».
Il dibattito che si è sviluppato ieri sera, in pieno spirito ebraico, aperto al confronto e alle libere opinioni, ha permesso di prendere la parola anche a coloro che fra il pubblico si definivano “Sì contrari agli estremisti che bruciano le bandiere israeliane ma attenti alla sofferenza del popolo palestinese”, di cui è stata contestata l'assenza nel libro di Battista.
Tali tesi argomentate con i soliti luoghi comuni del palestinese povero disarmato di fronte al potente esercito israeliano che fa da padrone in Medio Oriente, hanno dimostrato quanto la società odierna necessiti di conoscere e riflettere sulla realtà dei fatti e di libri come questo.
Paolo Mieli si è opposto alle osservazioni “filopalestinesi”, scaturite da una domanda dal pubblico, invitando a riflettere sul fatto che della questione palestinese non si sia mai parlato prima del '67 e che quando se ne parla lo si fa al solo scopo di demonizzare Israele e non pensando realmente alla condizione dei palestinesi. A tale proposito ha affermato: “E' possibile che io riesca a trovare, con onestà intellettuale, errori commessi dallo Stato israeliano e coloro che difendono i diritti dei palestinesi non trovino nemmeno una cosa giusta nella politica di Israele?”. “Possibile che le critiche verso lo Stato israeliano siano sempre al 100 per cento? - ha insistito Mieli - in tutto questo c'è qualcosa che non torna, questa non è onesta intellettuale”.
Alle parole del presidente della Rcs ha fatto eco Pierluigi Battista affermando: “Come è possibile fare la pace con i palestinesi quando lo Statuto dell'Autorità palestinese agli esordi si è basato sull'idea che Israele non ha diritto di esistere?”.
Il presidente della Comunità Riccardo Pacifici in maniera ancora più diretta ha risposto all'invito di andare a visitare i Territori palestinesi proposto dal “difensore della causa palestinese”, e accettando senza indugi ha affermato: “Accetto senz'altro di venire con lei, e se riuscirà a farmi entrare sono pronto a ringraziarla pubblicamente. Se solo fosse possibile per me, presidente di una Comunità ebraica entrare in quei Territori, se permettessero a me italiano, con un passaporto timbrato più volte in Israele di accedere a Gaza city, ne sarei ben felice e propongo dopo questo viaggio, se veramente le sta a cuore la condizione palestinese, di pensare alla situazione delle donne in quei luoghi e poi andiamo assieme a visitare le carceri. Visitiamo le carceri israeliane dove sono detenuti i terroristi palestinesi e se lei ci riesce mi porti a visitare il soldato israeliano rapito Gilad Shalit”.
Vari gli episodi paradossali di trattamento non imparziale degli ebrei e di Israele citati nel libro e ripresi durante il dibattito.
Fra gli altri il motivo ispiratore del libro: “L'idea di scrivere questo testo ce l'avevo da tempo - ha spiegato Battista nel suo intervento - ma ho iniziato a svilupparla all'indomani dei fatti della Freedom Flottilla, quando il giorno dopo l'accaduto, con viva sorpresa, navigando fra i siti dei cosiddetti pacifisti, non ho visto altro che manifesti negazionisti, incitamento all'odio e allo sterminio del popolo ebraico, ho visto solo citazioni di testi di Faurisson di Irving e inviti a cancellare il Dario di Anna Frank, possibile che nessuno ne abbia parlato?”. “E - ha aggiunto - cosa ben più grave, il giorno dopo l'assalto alla nave turca c'è stato il tentativo di assalto nel Ghetto di Roma, è assurdo”.
“L'unico Stato cui non è riconosciuta la legittimità a esistere è lo Stato israeliano, gli errori di Israele sono crimini contro l'umanità e nella ricerca della salvezza del popolo palestinese la soluzione è che Israele scompaia dalla carta geografica”, anche questo tema viene trattato da Pierluigi Battista, che non si capacità del come in casi analoghi ciò ovviamente non sia avvenuto. “Chi in Cecenia lotta per l'indipendenza non chiede l'annientamento dello Stato russo. L'Algeria nel chiedere l'indipendenza dalla Francia non ha mai chiesto di radere al suolo Parigi e tutti i parigini, gli irlandesi non sono contro il diritto all'esistenza della Gran Bretagna - questo sbilanciamento è questa assenza di obiettività è il principio ispiratore del libro e lo stimolo a riflettere sull'assenza di imparzialità nei temi che riguardano Israele.

Valerio Mieli

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pilpul
Chiusure e aperture
Tobia ZeviGli ebrei nel mondo si sentono in pericolo. La storia e l’attualità giustificano queste preoccupazioni. La sopravvivenza di Israele, fondamentale per ognuno di noi, non è scontata. A queste paure legittime come si reagisce? E come lo si fa efficacemente? A mio parere gli atteggiamenti possibili sono due, chiusura e apertura.
I fatti. Francia, gennaio 2011. Un grande intellettuale di 93 anni, Stéphane Fréderic Hessel - ex partigiano, deportato a Buchenwald, estensore della Carta dei Diritti dell’uomo, professore - scrive un pamphlet fortemente anti-israeliano, «Indignez-vous», in cui propugna il boicottaggio delle merci prodotte in Israele, una campagna tristemente comune in vari paesi europei. Il libro è un enorme successo editoriale e l’autore promuove un incontro pubblico all’Ecole Normale di Parigi, la sua università. Il CRIF, l’Unione delle comunità ebraiche francesi, protesta con l’ateneo e l’appuntamento viene cancellato. Ovviamente l’incontro si sposta in piazza - compreso l’energico novantatreenne! - con prevedibile aumento di partecipanti e inni alla libertà di espressione.
Pochi giorni dopo, sempre Francia. In occasione del cinquantenario della morte, Louis-Ferdinand Céline è inserito dal Governo nell’elenco delle commemorazioni per il 2011. Scrittore di valore universale, Céline fu anche antisemita dichiarato e odioso, in particolare nel suo «Bagattelle per un massacro», scritto oscenamente mentre gli ebrei venivano deportati nei campi di sterminio. Questa volta a protestare è l’«Associazione dei figli dei deportati ebrei»: l’autore viene rimosso dal volume già stampato e - invece di spiegare in un convegno perché un grandissimo scrittore assunse posizioni così vergognose - le iniziative sono annullate.
Ritengo che il boicottaggio di Israele sia profondamente sbagliato e ingiusto. E, ovviamente, considero del tutto immorali le tesi antisemite di Céline. Ma la domanda è: le prese di posizione delle istituzioni ebraiche, in questo caso quelle francesi, hanno fatto del bene agli ebrei? Secondo me no. Anzi. Io penso che abbiano alienato simpatie e consensi. Atteggiamenti muscolari e di chiusura sono rassicuranti ma, alla lunga, certamente dannosi.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas


Davar Acher - Come nasce la democrazia
Ugo VolliI recenti eventi mediorientali mettono in rilievo ancora una volta il difficile rapporto fra mondo islamico e in particolare arabo con la democrazia. Ci sono dei paesi islamici con una vita politica più o meno democratica, come l'Indonesia e il Pakistan, teatro peraltro di colpi di stato, stragi di massa, strutture di potere oligarchiche dominanti. Ma è un fatto che la grande maggioranza dei paesi islamici sono governati in maniera apertamente dittatoriale; che le libertà basilari non vi sono in alcun modo garantite e la vita dei loro cittadini che non corrispondono perfettamente al modello sociale dominante è costantemente in pericolo. Anche quando accade una rivolta, la probabilità che essa finisca in un'oppressione maggiore è grande, com'è accaduto in Iran con Khomeini, a Gaza con Hamas e rischia di avvenire anche in Egitto. E' questo rifiuto islamico della democrazia, non una qualche persecuzione occidentale che rende problematici i cambiamenti politici in quei paesi e fa sì che essi appaiano, a chi ha qualche esperienza politica, sempre anche rischiosi e sospetti.
Non sono competente a spiegare questa eccezione islamica, che è tale anche rispetto agli altri paesi del cosiddetto "terzo mondo"; certo che la causa va cercata nella storia dell'Islam, nella personalizzazione del potere e nelle lotte feroci fra dinastie che lo caratterizzarono fin dalle origini, nella "chiusura dell'interpretazione", cioè di un dibattito legittimo sui testi, che avvenne quasi mille anni fa, nella mancanza di articolazione sociale fra religione e politica, che ha impedito la nascita di opposizioni legittime al potere.
E' abbastanza facile invece indicare la differenza ebraica rispetto a questo modello sociale, che ha prodotto una naturale inclinazione alla democrazia. Se partiamo dal racconto della formazione del popolo ebraico nella Torah, è dai tempi di Moshè che si descrive una divisione del potere, fra la guida politica del legislatore, lo spazio liturgico riservato ad Aharon e le rivendicazione del popolo che spesso si contrappone alle sue guide ed è rimproverato per questo ma accontentato. Una dialettica triplice è registrata per tutta la durata del regno fra re sacerdozio e profeti; più tardi nella diaspora la dialettica conserva sempre almeno due poli: abbiamo molti documenti medievali, fra cui alcuni responsa di Rashi e della sua scuola, che ci mostrano come il rabbinato dettasse le regole e stabilisse i limiti della legittimità, ma le comunità si amministrassero in forma assembleare. In certi momenti al rabbino e alla comunità si rapportano dialetticamente anche le famiglie più abbienti, che possono prendersi il compito di rappresentare i loro confratelli di fronte al potere. Se esaminiamo infine il processo di costruzione delle regole, vediamo che la logica della maggioranza viene teorizzata e praticata dall'epoca della Mishnà, se non della Grande Assemblea. Un episodio celebre come quello del forno di Akhnai mostra fra le altre cose la vittoria di questa "democrazia del pensiero", ma tutta la struttura del Talmud, con la conservazione delle "dissenting opinions" ne è una vastissima prova; cui corrisponde naturalmente il fatto che nell'ebraismo vi sono stati maestri così autorevoli da essere ubbiditi largamente; ma mai gerarchie clericali come nel Cristianesimo o nell'Islam sciita.
Per questa ragione culturalmente e storicamente profonda Israele è stato democrazia da subito, dalle sue origini prestatuali; e nonostante la gran propaganda che si fa per cercare di negarlo resta una vocazione fondamentale del mondo ebraico verso la democrazia. Sappiamo dalla rivelazione del Sinai che la verità ha molteplici facce, dal Talmud che la discussione aperta è il modo migliore per cercarle, dall'esperienza storica che l'accordo di tutti è necessario per sopravvivere come minoranza in mezzo all'ostilità dei nostri vicini.

Ugo Volli


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Fondatore Giovani Musulmani estromesso
Regard (UGEI) amareggiato per l'accaduto
Roma, 7 febbraio 2011 

 
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Khalid Chaouki socio fondatore dell'associazione Giovani Musulmani d'Italia è stato estromesso dal Comitato dei garanti dei Giovani musulmani. Daniele Massimo Regard, presidente dell'Unione Giovani Ebrei Italiano a tal proposito si dice amareggiato di tale espulsione e ha spiegato: “E' un gesto che ci ha ferito prima di tutto come giovani. Il grande lavoro di Khalid per garantire il dialogo inter-religioso ha permesso l'avvicinamento tra due mondi, quello ebraico e quello musulmano, troppo spesso contrapposti". "Purtroppo questo atto - ha proseguito Regard - si teme simboleggi un rifiuto delle politiche intraprese negli ultimi anni, a fronte di una radicalizzazione dell'associazione e un conseguente allontanamento dei due movimenti".


 
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