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9 febbraio 2011 - 5 Adar 5771
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Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma
Riccardo
Di Segni,
rabbino capo
di Roma

Ha fatto molto bene Alberto Cavaglion a segnalare la stranezza dell'uso della frase di Hillel ("Se non ora, quando?") che è stata "scomodata" come slogan per la manifestazione di domenica prossima contro il capo di governo. Ma non condivido la sua denuncia di "sacrilegio" o di basso sfruttamento del titolo di un libro di Primo Levi. Perché già in questo libro di Levi il paradosso è grande; l'autore, che era molto critico della politica militare del governo israeliano e dubbioso sulla saggezza talmudica (ne ho le prove), scriveva un libro che è un inno alla vendetta ebraica, con un titolo preso dalla Mishnà; e la sinistra anche radicalmente israeliana faceva e fa di quest'opera un cult. Posso citare un altro esempio dell'uso strano della frase. Dopo la morte di Emilio Sereni (Mimmo, il fratello di Enzo), l'Unità pubblicò un suo scritto autobiografico in cui raccontava come decise di diventare un militante comunista; guarda caso il titolo era "Se non ora, quando?" Sereni citava la frase per dire che per prendere la sua decisione aveva usato le sollecitazioni che gli venivano da precedenti esperienze culturali. Che queste esperienze fossero state il sionismo e l'osservanza religiosa però non lo diceva. Insomma: una continua mediazione da tempi remoti fino ad oggi ha trasportato nella cultura generale parole, concetti e istituzioni ebraiche (si pensi al Sabato, ai nomi di persona, all'arcobaleno e al ramoscello d'ulivo ecc.), molto spesso stravolgendone il senso originario (ammesso che esita un solo senso originario). Quello che dobbiamo fare non è tanto denunciare il sacrilegio, ma piuttosto non dimenticarci dell'origine ebraica di certe cose, rivendicarne - spiritualmente - il copyright e spiegare la differenza. Se non ora, quando? .

Gadi
 Luzzatto
Voghera,
storico


Gadi Luzzatto Voghera
Accade che in una città “colta” del Nord venga organizzata un’interessante giornata dedicata all’infanzia nella tragedia delle deportazioni. E accade che a fine mattinata sia previsto uno spettacolo di teatro-canzone in cui un gruppo di straordinari musicisti e attori racconti, attraverso la musica, la storia dell’Italia fascista. E accade che la platea del bel teatro sia affollata da studenti liceali attenti ad ascoltare le conferenze e le testimonianze di ebrei e di armeni perseguitati. Tutto tranquillo e, direi, quasi scontato. Senonché nel raccontare il fascismo la meravigliosa cantante comincia a intonare prima “Giovinezza primavera di bellezza” e poi, a seguire, “Faccetta nera bell’abissina”: e così accade che le ragazze (più che i ragazzi) comincino a battere le mani ritmicamente accompagnando con entusiasmo la riproposizione delle marce fasciste. Attenzione: non è un caso di neofascismo, né una polemica con il Giorno della Memoria. E’ solo un episodio-spia, fastidiosissimo ma importante, di quanto lavoro rimanga ancora da fare. Le ragazze non ascoltavano, e nonostante la lettura esplicita di una storia tragica come quella del fascismo non hanno minimamente tenuto conto delle parole e del loro significato, né del contesto. Chi se ne importa della presenza di testimoni dagli occhi tristi, chi se ne importa della rievocazione storica delle deportazioni: c’è la musica, e come se fossimo ad “Amici” della De Filippi si partecipa, perché siamo giovani! E’ di poche settimane fa la polemica sull’opportunità di far suonare Bella Ciao al prossimo Festival di San Remo, che aveva suggerito a qualche anima bella la “opportunità politica” di far suonare allora anche Giovinezza, seguendo una incredibile e distorta idea di par condicio musicale. Ma la musica, come dimostra lo sgradevole episodio descritto, non è solo parole. La musica ha una forza evocativa nello stesso tempo ancestrale e modernissima. E i teen-ager di oggi seguono ciecamente le note senza farsi domande, senza chiedere né informarsi sui drammi, sulle lacrime, sui dolori che quelle note apparentemente allegre e spensierate hanno provocato e accompagnato. E’ per questo che mi sento di proporre, dopo l’uso intensivo delle immagini che negli ultimi anni l’ha fatta da padrona nelle riflessioni sulla Memoria della Shoah, che si intensifichi il lavoro sulla musica, sulla sua capacità di trasmettere emozioni, e anche sulla sua pericolosità nel momento in cui venga maneggiata per distorcere la memoria stessa. Comincio con un suggerimento: andiamo a risentire “Koilen” di Misha Ziganoff, una melodia klezmer del 1919 che propone con 30 anni di anticipo il tema di Bella Ciao e che venne fra l’altro utilizzata nella insuperata colonna sonora di “Yiddisher glikn”, uno splendido film ebraico-russo del 1925. La trovate qui, buon ascolto.  

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davar
Qui Milano - Verso casa gli argenti del tempio
Angelo Piattelli: “Ecco come ho risolto il caso”
Angelo PiattelliTorneranno a casa nei primi giorni della prossima settimana i preziosi argenti dell'Aron della Sinagoga centrale milanese che erano stati trafugati. Al termine dello shabbat infatti, gli inviati della seconda Comunità ebraica d'Italia voleranno a Tel Aviv, dove gli oggetti sono stati ritrovati, per riconoscere e prendere in consegna i rimonim e le corone d'argento (alcune antiche di tre secoli). Farà parte della missione anche il rav David Sciunnach, che dopo essersi accorto per primo del furto, aveva messo in moto le proprie conoscenze fra i collezionisti di arte ebraica in Israele per facilitare le indagini che si sono concluse in poche ore con l'arresto dei quattro componenti di una banda specializzata nel furto di oggetti di arte ebraica, primo fra tutti l'amico Angelo Piattelli (nell'immagine in alto) italiano d'origine, esperto e perito di manoscritti, stampe antiche ed oggetti di judaica che cura le collezioni di diversi collezionisti svizzeri, inglesi ed americani e che vive in Israele da circa 20 anni. Fra le sue esperienze lavorative, quella al Centro Bibliografico dell'UCEI, prima di trasferirsi in Israele dove ha lavorato all'Institute for Jewish Bibliography (Università Ebraica di Gerusalemme) e quella di esperto di case d'aste (Sotheby's Israele e Europa e Judaica, Gerusalemme).
Dottor Piattelli come le è arrivata la notizia del furto degli oggetti di judaica del Tempio di Milano?
Venerdì mattina mi ha telefonato rav David Sciunnach, con il quale sono in contatto da molti anni, e mi ha detto che quattro coppie di rimmonim, due corone e la chiave d'oro dell'Aron ha-kodesh erano stati trafugati, probabilmente qualche giorno prima. Il segretario della Comunità di Milano, l'ingegner Michi Shammà, insieme allo stesso David Sciunnach mi avevano invitato nel giugno 2009 a stilare un elenco ed una valutazione degli oggetti della comunità che quindi conoscevo bene. 
Che cosa ha fatto quando ha saputo del furto?
Ho immediatamente scritto email , (agli americani vista l'ora sms) e ho fatto qualche telefonata per avvertire tutti i collezionisti, con i quali sono in contatto.
William (Bill) GrossCome si è giunti al recupero della refurtiva?
Uno di questi collezionisti, William (Bill) Gross (nell'immagine a fianco), mi ha telefonato dopo circa un'ora, chiedendomi notizie precise e fotografie degli oggetti rubati. allora gli ho fatto notare che un keter (corona) ed un paio di rimmonim, precedentemente appartenuti alla collezione Pincherle, erano pubblicati nel volume Arte e tradizione ebraica, a cura della Adei-Wizo  (Milano 1963). Bill ha immediatamente tirato fuori la sua copia del libro e ha riscontrato che si trattava degli oggetti di Milano.
Degli antiquari gli avevano offerto praticamente la totalità dei pezzi, tranne la chiave.
Bill ha poi chiamato la polizia (tramite un suo amico, un investigatore privato), che ha sequestrato la refurtiva. Il giorno successivo (a motze shabbat) la polizia ha accompagnato gli antiquari che avevano appuntamento con i presunti ladri (per pagare gli oggetti) e così sono riusciti ad arrestare i quattro implicati. la chiave dell'Aron è stata trovata in casa di uno degli arrestati.

Lucilla Efrati

Qui Roma - Nasce il primo libro di Torah per bambini
copertina“Il popolo ebraico di fronte alla Torah è come un blocco unico, e questo porta a un sentire comune. Uno dei valori aggiunti di questo progetto è stato quello di mettere insieme, come in un puzzle, molti pezzi dell'ebraismo italiano” Così il rav Roberto Della Rocca nel presentare il volume in uscita in questi giorni, La mia Torah, le parashot di Bereshit per i ragazzi” realizzato dal dipartimento Educazione e Cultura dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, da lui diretto.
Un progetto ambizioso realizzato dall'UCEI con il contributo dei fondi dell'otto per mille. Il libro è indirizzato ai ragazzi che frequentano le classi della scuola elementare e i talmud Torah delle Comunità ebraiche italiane, ma anche a quei ragazzi risiedono in una Comunità in cui non c'è una scuola ebraica, come ha rilevato il Consigliere UCEI Raffaele Turiel, che ha sottolineato infatti l'importanza della realizzazione di questo volume che può essere uno strumento didattico condiviso di tutte le Scuole ebraiche d'Italia che soprattutto per il suo formato è in linea con le esigenze dei giovani studenti. Anna Coen e Mirna Dell'Ariccia, di rinomata esperienza nell'ambito della didattica della Torah, per lunghi anni insegnanti nella 
Scuola ebraica di Roma, sono le autrici di questo volume realizzato con la supervisione del rav Roberto Della Rocca e con il coordinamento editoriale e di revisione dei testi di Sonia Brunetti Luzzati mentre il progetto grafico è stato affidato a Luca Zanini. L'intero progetto è stato coordinato da Odelia Liberanome del Centro Pedagogico DEC che ha anche curato i rapporti con la World Zionist Organization - Center for Religious Affairs in the Diaspora, che ha contribuito alla prima stampa di questo volume ed il cui direttore rav Yechiel Wasserman, era presente alla presentazione del volume che si è svolta ieri sera a Roma nell'aula magna della Scuola Ebraica durante la quale il rav Riccardo Di Segni ha espresso la propria soddisfazione per il traguardo raggiunto grazie all'impegno dello staff del DEC e l'assessore alle scuole della Comunità Ebraica di Roma, Ruth Dureghello, ha sottolineato come esso rappresenti il frutto di un lavoro di raccordo fra il Centro Pedagogico e le Scuole Ebraiche, che risponde anche ad una esigenza molto sentita nelle scuole ebraiche proprio dal punto di vista di reperimento del materiale didattico, che può essere utilizzato dai ragazzi e dalle famiglie come strumento di studio ma anche perché consente ai ragazzi ed ai genitori di interagire in maniera utile e divertente.

Presentazione libroIl volume propone ai ragazzi la lettura del testo biblico, con un riadattamento estremamente fedele al Testo originale, con il metodo dell'ipertesto, sono state inserite note, chiarimenti, glosse, mentre al termine di ogni Parashà sono riportati approfondimenti tratti dai commenti dei Maestri, dalle interpretazioni dei Saggi e dalla letteratura midrashica. Una serie di attività e giochi, proposti ai giovani lettori, servono ad arricchire la materia trattata, invitando alla rilettura alla rielaborazione e all'interpretazione personale, come hanno evidenziato il rav Benedetto Carucci e le due autrici.
Questa sera il libro sarà presentato nei locali della scuola ebraica di Milano alla presenza dell'assessore alle scuole di Milano Paola Sereni, l'assessore UCEI Raffaele Turiel, il rav Roberto Della Rocca, le autrici e il rav Alfonso Arbib.

l.e.

Qui Arezzo - Storie e dinastie della Comunità ebraica
copertinaFascinazione profonda per l'ebraismo, volontà di far luce su vicende poco conosciute e controverse, grande passione civile. Sono questi gli ingredienti dell’ultimo lavoro di Marco Caneschi, 41enne giornalista aretino amante dei viaggi e della fotografia, che in Storie e dinastie degli ebrei aretini (Edizioni Il Laboratorio) ricostruisce con dovizia di particolari la breve ma intensa storia degli ebrei di Arezzo, comunità a forte mobilità sociale che si sviluppò intorno al 1830 per sparpagliarsi nel giro di un trentennio, con l'approssimarsi dell'Unità d'Italia, in nuclei ebraici più robusti numericamente. Partendo da alcuni preziosi documenti archivistici, Caneschi ricostruisce nomi e situazioni di un piccolo spaccato di Italia ebraica che fu, la comunità raggiunse il picco di 200 unità sul finire del trentennio citato, offrendo un quadro ampio su integrazione, mestieri esercitati e dati anagrafici dei membri della comunità. Quello di Caneschi è un lavoro di studio certosino, ricco di numeri, trend demografici e curiosità (come la storia del cimitero del Campaccio, ricostruita per il periodico Notizie di Storia nel settembre 2006 e riportata nelle pagine del volume) che appassiona il lettore facendo luce su momenti passati e fatti di stretta attualità. L’ultimo capitolo del libro è dedicato a una grande battaglia civile di cui Caneschi si è fatto solerte promotore insieme ad alcuni uomini di cultura ed esponenti della Comunità ebraica di Firenze: la recente rimozione della targa nel centro di Arezzo dedicata al Viva Maria, movimento sanfedista e antiebraico che si macchiò di terribili misfatti culminati nel 1800 con il massacro di 13 ebrei senesi. Movimento che ebbe il suo centro propulsore proprio nella città di Petrarca e a cui una flebile memoria e coscienza storica riconosce meriti prerisorgimentali piuttosto che atti infami figli del fanatismo religioso. Con questo libro Caneschi ricostruisce quindi frammenti preziosi di storia ebraica e squarcia il velo su vicende aretine controverse e talvolta volutamente condannate all'oblio. Il suo impegno trae linfa da una passione smisurata per la cultura ebraica e Israele nata ai tempi dell’università e sviluppatasi negli anni in un continuo climax ascendente tanto che al momento l'autore non esclude di tornare nuovamente sull’argomento aggiungendo un nuovo capitolo di ricerca con un volume dedicato al contributo dato dagli ebrei aretini al Risorgimento. In attesa di ulteriori aggiornamenti bibliografici, Caneschi esprime comunque un auspicio che riassume tutto il senso della sua battaglia per la Memoria: "Il mio augurio - racconta ai lettori della nostra newsletter - è che il libro sia letto non solo dagli storici e dagli appassionati di storia locale ma da tutti quelli che condividono un profondo senso di rimorso per quello che l’Occidente ha fatto al popolo ebraico".

Adam Smulevich

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pilpul
Il ruolo degli Usa
Francesco LucreziLa situazione in Egitto, ovviamente, genera in tutti grande apprensione. Essendo ormai certo che Mubarak, in tempi più o meno brevi, dovrà lasciare il potere, senza trasmetterlo né al figlio né ad altre persone a lui troppo direttamente e palesemente legate, la principale domanda che si pone chiunque abbia a cuore la stabilità del Medio Oriente e del Mediterraneo, è se, e in che misura, chi verrà dopo di lui imprimerà alla politica egiziana una svolta in senso radicale, islamista e antisionista, fino a stracciare il trattato di pace con Israele o, addirittura, a fare nuovamente rullare, dopo decenni di “pace fredda”, i tamburi di guerra. Si cerca quindi di analizzare gli umori delle masse dei manifestanti, di registrare in che misura vengano scanditi slogan anti-israeliani e anti-occidentali, di capire che spazio vadano conquistando i Fratelli Musulmani e gli altri movimenti fondamentalisti, di immaginare quali forze possano, oggi o domani, prevalere. Naturalmente, ogni previsione appare azzardata, e non solo perché gli elementi di valutazione appaiono confusi e contraddittori, ma anche perché la situazione, qualunque sia oggi, può facilmente e rapidamente cambiare, in modo imprevedibile.
Quel che è certo, è che il quadro induce al pessimismo. Ci si chiede se l’Egitto potrà continuare, più o meno, lungo la tradizionale strada di moderazione, o se invece prenderà una deriva “siriana” o, addirittura, “iraniana”. Ma nessuno, neanche il più ottimista degli osservatori, immagina che, rimosso l’attuale governo, prevalga un indirizzo di pace, democrazia, pluralismo, riforme. Certo, secondo i parametri occidentali, il Presidente Mubarak, che regge il Paese da quasi trent’anni, merita senz’altro l’appellativo (così abusato dalla stampa nostrana) di “dittatore”, e appare oggettivamente difficile giustificarne il potere eterno e decisamente autoreferenziale (al di là delle periodiche elezioni-farsa). Ma c’è forse un capo di stato arabo, che sia uno, del quale si possa dire diversamente? È semplicemente ridicolo applicare i parametri degli stati di diritto per giudicare Paesi che non hanno pressoché nessuna tradizione di cultura liberale, minima libertà di stampa e di opinione, altissimi tassi di analfabetismo. È evidente come, in tali contesti, le libere voci di pensiero critico (che non mancano in Egitto, grazie a minoranze coraggiose di intellettuali, giornalisti, studenti) facciano grande fatica a circolare, a essere ascoltate, a condizionare, in qualche modo, il potere costituito, mentre infinitamente più forte è la forza di suggestione esercitata dagli slogan, da parole d’ordine più o meno violente, comunque semplici ed elementari. È questa la ragione di fondo dell’isolamento di Israele, della sua solitudine nella regione.
Quanto alle posizioni internazionali, sorprende, e rattrista, la rapidità e la disinvoltura con la quale il Presidente Obama ha scelto di abbandonare il vecchio alleato al suo destino. Speriamo che non sia una scelta di cui ci si dovrà, un domani, amaramente pentire. Ma potranno ancora, i Paesi arabi moderati, confidare nell’appoggio americano?.

Francesco Lucrezi, storico

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notizieflash   rassegna stampa
Giulio Tremonti in Israele,
focus su Governance globale

Herzlya 8 febbraio 2011

 
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Visita lampo del ministro dell'Economia Giulio Tremonti in Israele. I dossier dell'economia internazionale, i rapporti bilaterali italo-israeliani e lo scenario regionale sono fra le questioni che il ministro italiano ha trattato durante il suo viaggio. Dopo un faccia a faccia con il governatore della Banca d'Israele, l'economista israelo-americano Stanley Fisher e un incontro con il ministro Yuval Steinitz, suo omologo israeliano, Tremonti,
invitato alla conferenza internazionale di Herzliya (sorta di Davos del Medio Oriete), ha tenuto un intervento dal titolo 'Le molteplici sfide della governance economica globale: commercio e aspetti monetari'. 
 

Dopo 15 giorni di rivolta dei giovani (e non solo giovani) egiziani, mentre ben pochi fanno notare la quasi assoluta assenza delle donne dalle piazze, continuano gli articoli e le interviste nei quotidiani di tutto il mondo. Ritengo doveroso, oggi, dedicare ampio spazio a Tariq Ramadan che firma uno dei suoi classici articoli per l’Herald Tribune; classico per la sua capacità di nascondere e falsificare certe realtà che, al contrario, sono più evidenti quando la platea non è data da un quotidiano occidentale. Chi l’avrebbe detto, scrive oggi, che al Cairo questo sarebbe successo? Nulla sarà come prima.»


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