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14 febbraio 2010 - 10 Adar 5771
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Riccardo Di Segni
Riccardo
Di Segni,
rabbino capo
di Roma

Nella discussione sulla partecipazione ebraica al Risorgimento italiano sono stato tra coloro (non molti, in realtà) che hanno messo in evidenza come il processo di integrazione degli ebrei sia spesso proceduto in parallelo con la perdita della loro identità ebraica. Questa analisi non piace a David Bidussa, che privilegia altre interpretazioni (che non sono tanto recenti, già le propose Gramsci a suo tempo con un pensiero famoso). Fin qui, normale confronto di idee. Ma Bidussa ieri ha proseguito con un ulteriore argomento, che provo a esporre così (sperando di aver capito bene): oggi c'è una "ossessione identitaria" , "paradigma culturale del nostro tempo", per cui insistere tanto sull'identità è proprio il contrario di quello che si vorrebbe, è assimilazione a un modello esterno. Un bel sofisma, complimenti; ma che può essere smontato facilmente. Tenendo presente che la denuncia di perdita di identità (e di cultura e di pratica religiosa) non è una recente originalità ossessiva. Un secolo fa, ad esempio, queste analisi le faceva un certo Dante Lattes (per ironia, il bisnonno della moglie di Bidussa). Che poi il tema dell'identità (quale?) sia il paradigma culturale del nostro tempo, ossessivo e prevalente da queste parti, è tutto da dimostrare. Il fatto è che questo non è un dibattito puramente storico, spesso i discorsi sulla perdita di identità danno fastidio, e allora bisogna colpevolizzarli, negare la gravità del fenomeno o sminuirne le conseguenze. Oggi si parla tanto (senza concludere molto) degli ebrei invisibili, ma spesso gli ebrei non sono invisibili, semplicemente non ci stanno più.

Anna
Foa,
storica

   
Anna Foa
In diciassettemila hanno partecipato a una catena umana per protestare contro un raduno di neonazisti. Nella catena, c'era anche il ministro delle Finanze. Ah, dimenticavo! Non è successo in Italia, ma in Germania, a Dresda. Il raduno neonazista era per commemorare il bombardamento angloamericano di Dresda, il ministro che ha partecipato alla catena umana è Wolfgang Schauble. 

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davar
Qui Milano - Rav Schaumann, un modello per la scuola
SchaumannLa Comunità ebraica di Milano ha ricordato un suo grande maestro, il rabbino David Schaumann. Nato cent’anni fa nel villaggio di Kuty, in Italia dagli inizi degli anni Trenta, rav Schaumann è diventato ben presto un punto di riferimento della Comunità ebraica milanese, come giovane insegnante negli anni bui della persecuzione razzista, e come preside della scuola durante gli anni della ricostruzione e fino alla metà degli anni Settanta, quando scomparve a soli 65 anni. La scuola ebraica cui rav Schaumann ha dedicato anima e corpo è rimasta sempre la sua prima missione di vita.
Nella giornata di studio a lui dedicata nella sinagoga di via Guastalla, lo hanno ricordato il presidente e il rabbino capo della Comunità, Roberto Jarach e rav Alfonso Arbib, il figlio Dani Schaumann, Arturo Calosso e Marco Ottolenghi, rav Moshe Lazar e rav Elia Richetti.
Proprio rav Richetti, che di David Schaumann fu alunno, e che frequentò anche fuori da scuola grazie all’amicizia che legava rav Schaumann a suo nonno, il rabbino Ermanno Friedenthal, a capo della Comunità di Milano negli anni della ricostruzione, ricorda alcuni episodi che svelano molto della personalità del maestro. “A casa mia, rav Schaumann era soprannominato ‘Rabbi ben haMidrash perché di qualunque argomento si discutesse, lui era sempre pronto a tirare fuori un midrash” racconta rav Richetti. È legato a rav Schaumann anche il suo ricordo di un momento storico molto speciale, quello in cui i soldati israeliani liberarono il Kotel nel 1967. “In classe seguivamo alla radio gli sviluppi della situazione, quando il preside cominciò a parlare all’interfono. In quel momento entrò in classe la bidella, la signora Irma, per convocarmi in presidenza. Stupito, la seguii, e quando arrivai, rav Schaumann annunciò all’interfono che avrei recitato la Tefillah per lo Stato d’Israele. Mentre la leggevo, suonò la campanella della ricreazione, ma a differenza del solito, nessuno fiatò. Soltanto quando terminai, si levò in tutta la scuola un boato di gioia, e per il resto della mattinata facemmo festa”.
Il rapporto che legava rav Schaumann ai suoi allievi è sempre stato speciale. Grande ispiratore dell’eccellenza della scuola, si impegnò per ottenere una sede più consona quando la palazzina di via Eupili dimostrò di non essere più sufficiente per il numero di studenti. Nel 1961 il nuovo edificio fu pronto.
Sotto la guida di rav Schaumann la scuola continuò a prosperare, fino ad ottenere, nel 1965, la medaglia d’oro assegnata dal Ministro della Pubblica Istruzione, che poi riceverà anche il preside stesso nel 1970.
Molti dei ragazzi di allora, ricordano rav Schaumann per la sua abitudine di concludere le loro visite all’ufficio del preside con l’offerta di una caramella. Un’offerta in cui rav Schaumann celava un piccolo segreto, che rav Richetti scoprì un giorno in cui, già diplomato, passò a scuola a ritirare dei documenti e il preside lo invitò a entrare nel suo ufficio. “Richetti, non sa cosa mi è capitato - gli raccontò - Lei sa che quando i bambini che si sono comportati male vengono mandati da me, offro loro una caramella, specificando che se sono buoni sarà dolce, se sono cattivi, amara. Ebbene oggi un bambino mi ha detto che la caramella era amara!”.

Rossella Tercatin

Qui Livorno - Le radici della musica ebraica
Qui Livorno - pubblicoCos’è la musica ebraica? Cosa rappresenta la musica nel mondo ebraico? Domande intriganti su cui si interrogano studiosi e amatori e a cui ha provato a dare una risposta Enrico Fink, popolare musicista autore e interprete teatrale, nel corso di un incontro svoltosi ieri a Livorno e organizzato in partnership dalla Comunità ebraica labronica e dal Dipartimento Educazione e Cultura dell’UCEI. Dal canto sinagogale degli ebrei italiani al klezmer, dalle ballate giudaico-spagnole ai suoni di Israele, dalle avanguardie del jazz newyorkese alle opere di Schoenberg, Fink ha tracciato una panoramica d’insieme e condotto il pubblico in un viaggio musicale lungo millenni. Intervallato da momenti di degustazione e scambio di opinioni, l’incontro si è svolto sulla falsariga di una iniziativa analoga organizzata a Siena in occasione della Giornata europea della cultura ebraica.
"Troppi generi musicali diversi rientrano in questa categoria - ha spiegato Fink, prospettando da subito la difficoltà nel rispondere ai quesiti oggetto dell'incontro - musica tradizionale, composizioni originali, rielaborazioni semplici, modi di suonare, stili”. “Ma dal canto sinagogale degli ebrei italiani fino al klezmer Est europeo, dalle ballate giudaico-spagnole alle danze israeliane del Novecento, dall'avanguardia jazzistica newyorkese al Mosè e Aronne di Schoenberg, c'è forse una caratteristica che permetta di determinare l'appartenenza o meno di un dato disco in questo ampio scaffale?", si è domandato ancora il musicista Enrico Fink.
Tra mille generi e mille contaminazioni, rimane difficile comprendere quel filo rosso o quella radice possibile che ci permette di parlare di musica ebraica come genere a se stante ben riconoscibile.
Fink citando il rabbino capo del Regno Unito, Jonathan Sacks, ha tentanto di fornire una prima risposta: "La musica ebraica è quella musica composta da ebrei in quanto ebrei per ebrei". Ma esiste qualcosa di intrinsecamente riconoscibile in questa musica? E ha spiegato, dopo un lungo palleggio con il pubblico che "a differenza della musica occidentale, basata sulla metrica, la musica ebraica, pur diversa da regione in regione, di tempo in tempo, non è altro che lo sviluppo differenziato dei modi in cui si legge il testo della Torah, ovvero i Teamim, che danno "gusto", come evoca la parola stessa, al testo e ne donano la cadenza, la sintassi e il senso vero e proprio. Essa è dunque una musica strettamente legata al Testo e alla sua lettura, alla parola, alla sua interpretazione e narrazione".
Questa rimane sicuramente una delle conclusioni più suggestive. Ma con Enrico Fink il pubblico ha potuto riflettere anche sull'altra faccia della medaglia, ovvero su cosa rappresenti la musica nel mondo ebraico: "L'indubbia predilezione ebraica per l'arte musicale è qualcosa di contingente, dovuto alla peculiare storia del popolo ebraico, o trova in qualche modo giustificazione nel pensiero, nelle radici profonde della cultura ebraica?" Anche in questo caso la risposta ha messo in evidenza un'altra caratteristica della tradizione ebraica: "Come hanno messo in luce molti musicologi, gli ebrei, diversamente dai popoli pagani a loro contemporanei, percepiscono la divinità anzitutto attraverso il suono, la voce. Il senso prediletto per accedere al divino sin dai primi capitoli della Torah, non è il tatto o la vista ma è proprio l'ascolto".
Ascolto, suono, voce, parola, senso, musica. Se tutte queste "cose" sono tra loro necessariamente legate, come mai, ha chiesto Fink in modo provocatorio a conclusione dell'incontro “il Niggun, composizione senza parole, è una musica così tipicamente ebraica? Lo scopriremo nella prossima puntata”...

Ilana Bahbout


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pilpul
Il burka, la plastica e il volto delle donne
Donatella Di CesareUna donna il cui volto appare coperto dal burka è una donna protetta, difesa, venerata? Oppure è murata, chiusa, mortificata, decapitata? Per quanto sia difficile rispondere, osservando da vicino la morfologia del drappeggio, non si può fare a meno di vedere un guscio, anzi un feretro. Dentro ci sarà una donna, ma sepolta viva.
Questa sensazione richiede tuttavia di essere chiarita e argomentata. Il tema dell’uguaglianza dei diritti e dell’emancipazione potrebbe non bastare più. Da più di trent’anni le donne occidentali hanno scoperto l’importanza di salvaguardare, accanto al processo di liberazione, anche la propria intangibile differenza. Emanciparsi non vuol dire uniformarsi agli schemi maschili.
Il problema del burka non si riduce né alla vertenza legale sull’identificazione di chi lo porta, né agli ostacoli di ordine pubblico che ne deriverebbero, e neppure alla esibizione di simboli religiosi. La questione ha una profondità che non deve sfuggire: riguarda il volto femminile, paesaggio deturpato della nostra contemporaneità. Oggi qualcosa ne minaccia la fragilità ontologica, ne impedisce il riconoscimento. C’è da chiedersi se il volto plastificato, esito precario della chirurgia estetica, il cui modello per eccellenza è quello esposto allo sguardo meccanico della telecamera, non sia il polo opposto del volto coperto dal burka. In entrambi i casi, sotto la maschera, il volto della donna è abolito, condannato alla irrealtà. E mentre diviene irreale il volto, cancellato nella sua abissale unicità, diviene irreale anche la donna e soprattutto la sua dignità. Non è moralismo auspicare che si impari a vedere corpo e volto femminili nella loro unità.
La copertura del volto è l’esclusione dalla reciprocità del «faccia a faccia». Alla donna che passa per strada con il burka è consentito solo un «fianco a fianco» e lei, a sua volta, consente solo un «fianco a fianco». Così finisce per essere esclusa dalla comunità che si costituisce con gli altri, quelli che le si fanno incontro, quelli che incontra negli spazi pubblici. Il burka è uno dei modi (certo tra i più violenti) per sancire l’esclusione della donna dal pubblico, per impedirne la partecipazione.
E se l’etica è anche un’ottica, a farne le spese non è solo la donna, ma tutta la comunità. Perché ciascuno legge le tracce del proprio volto nel volto degli altri. Non si può mai vedere il proprio volto in modo immediato - tanto meno nello specchio che lo riflette obliquamente. Il solo modo per vederlo è scrutarlo nel volto di chi ci sta di fronte e ci guarda. Nella reciprocità si compie l’esperienza umana fondamentale. Esclusa dal «faccia a faccia» la donna non perde solo il volto e la dignità, ma rischia di de-umanizzarsi. Chi percorre i sentieri della Torah sa che il termine «panim», cioè volti, plurale singolarissimo che rinvia all’infinito in cui un volto si apprende ed è appreso, indica il rapporto, l’incontro, è richiesta di riconoscimento. Il volto della donna è come la meghillah della sua anima, pergamena fragile che attende di essere accolta prima ancora di essere letta e decifrata.
La copertina del «Time», che esibiva la diciottenne afgana Aisha con il naso mozzato, ha suscitato forti reazioni non solo perché è un’immagine shock, ma perché in quel volto deformato si riconosce la deformazione della nostra umanità. 

Donatella Di Cesare

Quello che abbiamo da dire
AssaelLe vicende politiche che stanno attraversando il nostro Paese nelle ultime settimane possono offrire uno stimolo per una riflessione più generale riguardante il ruolo delle comunità ebraiche della Diaspora. Una prima considerazione viene offerta dal silenzio adottato da comunità di rilievo come, appunto, quella ebraica, o quella islamica nei confronti delle vicende personali che hanno visto protagonista il nostro Presidente del Consiglio. Un silenzio tanto più significativo, se lo si accosti all’esplicita richiesta di intervento rivolta da gran parte della cittadinanza alla Chiesa cattolica, chiamata a rispondere sulla coerenza fra la propria attività pastorale, con questo papato come noto impostata su un conservatorismo volto a scongiurare il piano inclinato della modernità, e le posizioni politiche assunte nei confronti delle vicende parlamentari italiane. Coerenza a cui ogni istituzione religiosa deve rimanere ancorata, pena la perdita di credibilità nei confronti dei propri membri, oltre, elemento non secondario per un approccio religioso, diffondere un’immagine cinica del potere in quanto tale. Naturalmente, non mi sfugge il delicato punto d’equilibrio su cui si installa l’azione politica di comunità che, per quanto più o meno numerose, devono ancor meno offrire un’immagine di ingerenza nelle faccende pubbliche, al fine di non alimentare ogni deriva xenofoba che ricadrebbe in primo luogo sui propri iscritti. Ed ancor meno, mi sfugge come questo delicato punto di equilibrio faccia parte costitutiva della storia delle comunità ebraiche perché all’ebreo è, fino al 1948, toccata la sorte di vivere straniero in terra straniera. Non credo, però, che, nonostante queste enormi difficoltà, il mondo ebraico possa non assumersi la responsabilità di pensare forse la più antica dimensione della propria identità, in quanto, è sempre bene ricordarlo ad ogni deriva statolatrica che si riverbera anzitutto contro Israele rimuovendo la specificità della sua stessa natura, ancor prima di Israel, l’ebreo è ‘ivri, colui che “attraversa” i confini etnici per inaugurare un progetto universalistico capace di riconoscere eguali diritti alle persone, al di là di specificità territoriali.
Personalmente, ritengo, come molti, che l’ebraismo si completi soltanto in Israele, in quanto lì la cultura ebraica raggiunge una dimensione comunitaria che la colloca a fondamento dello sviluppo identitario delle persone. Ritengo, altresì, che se ogni ebreo dovesse trasferirsi in Israele, non si potrebbe abitare tutti nei precisi confini indicati dalla Torah, col rischio di tramutare l’universalismo ebraico in un imperialismo cristiano che rimuove ogni specificità locale. Maggior snaturamento di quello che, a mio giudizio, potrebbe definirsi il “paradosso ebraico”, non potrebbe esistere. L’idea di una diaspora è, dunque, necessaria e non a caso è il primo e mai eliso, elemento identitario con cui l’ebreo ha dovuto confrontarsi. Forse, per abituarci ad un destino e ad una responsabilità che mai si sarebbe potuta rimuovere. Come definire, però, il compito etico della diaspora? Come disinteresse per la vita civile del Paese in cui si vive col solo obiettivo di preparare la strada per il “ritorno”? Oppure, come un’immersione nella vita pubblica, come se il riferimento ad Israele non facesse parte della nostra identità e noi non fossimo giudicati anche per i comportamenti che Israele assume nel corso della sua storia? Sono i due estremi del settarismo e dell’assimilazionismo in cui è sempre oscillato l’ebraismo della diaspora, ancor prima del 1948, semplicemente perché, anche non esistente, Israele andava “preparato” ed ha, quindi, sempre agito come orizzonte etico delle nostre comunità. Io credo che le comunità della galut, debbano porsi come una “siepe” a protezione dello Stato ebraico, scongiurando nei propri paesi l’affermarsi di ideali antisemiti che possano giustificare politiche aggressive nei confronti di Israele, che si riversano poi sugli ebrei che abitano il mondo in un legame che i logici definirebbero a doppio nodo. Credo, dunque, a un “compito minimo”, ma da agire con fermezza e senza sconti per nessuno, significasse anche un rischio di imprudenza perché, se non si indica un obiettivo è allora inutile che una cosa esista.
Tornando, in conclusione, ai nostri stimoli di partenza e sperando che le mie parole non vadano intese in senso biecamente propagandistico, vorrei porre l’attenzione sulla linea difensiva assunta da Silvio Berlusconi per scagionarsi dalle note accuse che gli sono state rivolte dalla magistratura milanese. Nel primo dei suoi videomessaggi, il Presidente del Consiglio italiano, credo per giustificare sue assidue frequentazioni con Lele Mora, personaggio della televisione già accusato in passato di gestire un vero e proprio traffico di prostituzione legato agli ambienti dello spettacolo, ha parlato di un’antica amicizia e di affetto nei suoi confronti. Anche se forse non tutti lo sanno, Lele Mora è un dichiarato filonazista (si badi bene, non fascista!); nel celebre docu-film Videocracy, distribuito in tutto il mondo e proiettato anche la Festival di Cannes, appare mentre mostra in modo totalmente disinibito immagini del Duce, di svastiche, croci celtiche, raduni nazisti, SS… che scorrono sullo schermo del suo telefonino.
Non ho sentito una sola voce che denunciasse la frequentazione dei palazzi del potere da parte di simili personaggi. Dove si può giungere se si accetta anche questo? Non parlo del merito delle accuse che sono state rivolte al Premier; anzi, dico esplicitamente che le istituzioni ebraiche non devono e non possono emettere alcun giudizio in rappresentanza dei loro membri. La Comunità ebraica, come ogni comunità, è varia al proprio interno, comprendendo chi si schiera con l’una o con l’altra posizione politica. Sarebbe oltretutto alquanto strano che una tradizione che ha fatto del proprio vanto la pluralità delle voci, si esprimesse in modo monolitico su argomenti che dividono la pubblica opinione.
Penso, però, a quel “compito minimo” che deve essere agito al di là di ogni comprensibile motivazione. Questa, credo, resti la responsabilità di noi ebrei sparsi per il mondo. Siamo sempre alla sua altezza?.

Davide Assael, ricercatore

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notizieflash   rassegna stampa
Sorgente di vita: dal Medio Oriente
alla retata del Velodromo d’inverno
Roma, 14 febbraio 2011
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La puntata di Sorgente di vita, in replica questa sera, apre con un servizio sull’Egitto: le dimissioni di Mubarak, l’incertezza della situazione, le preoccupazioni di Israele sul rispetto del trattato di pace, gli scenari possibili: ne parlano Stefano Silvestri, presidente dell’Istituto Affari Internazionali e Menachem Gantz, corrispondente dall’Italia del quotidiano israeliano Yedioth Aharonot...
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