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16 febbraio 2011 - 12 Adar 5771
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Adolfo Locci
Adolfo
Locci
rabbino capo
di Padova

“...poiché in sei giorni l’Eterno fece il cielo e la terra...” (Shemot 31:17). L’osservanza dello Shabbat è anche un atto di testimonianza. Lo Shabbat è la fine dell’opera della creazione e rappresenta la chiave per l’azione della natura nella sua ciclicità settimanale. Attraverso la santificazione dello Shabbat e la sua osservanza, l’uomo dimostra l’accettazione del principio che il mondo ha uno scopo, fissato dal Creatore fin dall’inizio, e non è il frutto di un evento casuale.

Vittorio Dan
 Segre,
pensionato


Vittorio Dan Segre

Rivoluzione egiziana e rivoluzione palestinese: si può mentire con qualcuno, qualche volta, su qualcosa; non con tutti, sempre, e su tutto. 

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davar
Benni Ganz : il punto ebraico e democratico…
Alfredo Mordechai RabelloIl nuovo Capo di Stato Maggiore, il generale in capo Beniamin (Benni) Ganz ha detto, tra l'altro nel suo discorso d'insediamento, pieno di valori: "Abbiamo letto nella Parashà della settimana, la Parashà Tezavè, sui vestiti di Aharon, il sommo Sacerdote, nel servizio nel Tabernacolo: "E adatterai queste due pietre sopra le spalline del dorsale come pietre di ricordo per i figli di Israele …e saranno su Aharon per il servizio" (Shemot, 28:12 e 35). Come quelle pietre sopra le spalline del dorsale del Sacerdote Aharon, così il grado di Generale in capo che mi avete conferito ora. Non un grado di autorità io prendo su di me, bensì un grave peso che indica, oltre alla grande responsabilità che mi assumo, il mio servizio per il Popolo".
Capo di Stato MaggioreParole degne del Capo di Stato Maggiore di un esercito che, per usare una famosa espressione di Izchak Rabin, viene dal popolo per tornare al popolo, di un Capo consapevole che in una democrazia l'esercito è al servizio del popolo e dei suoi organi democratici, di un Capo che si sente "figlio della catena delle generazioni del Popolo ebraico".


Alfredo Mordechai Rabello, Università Ebraica di Gerusalemme


Qui Roma - Facebook e i giovani
RelatoriIn occasione della pubblicazione dell'ultimo libro di Alessandro Schwed “Mio figlio mi aggiunto su Facebook”, al Centro di cultura ebraica di Roma, si è svolto un incontro per riflettere sul social network più famoso al mondo.
Qual è il rapporto dei giovani e degli adulti con questo strumento? Quali sono i vantaggi e quali i rischi di entrare a far parte di questa comunità virtuale? Sono state queste, fra le altre, le questioni al centro del dibattito, cui hanno partecipato, assieme a Schwed, Gavriel Levi, studioso di ebraismo e neuropsichiatra infantile, e Alex Zarfati, gestore di blog.
Fra il pubblico anche il rav Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma. Il confronto è stato introdotto e moderato dalla direttrice del Centro, Miriam Haiun.
Tra i relatori sono emerse posizioni differenti nel rapporto con Facebook e i nuovi strumenti di comunicazione.
Schwed ne ha discusso sottolineando lo spiazzamento di un padre nei confronti di una realtà così diversa dall'adolescenza attraversata a suo tempo. Quello infatti ritratto anche nel suo libro è un genitore che si scontra con una realtà che conosce poco e che è diventata ormai lingua di tutti i giorni.
Alex Zarfati ne ha parlato invece da tecnico e al tempo stesso da giovane cresciuto assieme allo svilupparsi di questi nuovi mezzi di comunicazione, che in pochi anni si sono così tanto evoluti e che continuano a farlo in maniera inarrestabile. L'invito di Alex è stato chiaro e deciso: “Fare parte o meno di Facebook non è in discussione, è necessario. Dentro c'è tutto il mondo, sono seicento milioni gli utenti iscritti ma soprattutto viviamo nell'era della condivisione i cui vantaggi sono sotto gli occhi di tutti”. Ma poi avverte: “E' tanto necessario farne parte quanto obbligatorio saper padroneggiare lo strumento, che porta con sé oltre agli enormi vantaggi anche alcuni rischi. Come ogni mezzo anche Facebook deve essere utilizzato in maniera responsabile”. “Scappare dal problema non è la cosa giusta” - ha ribadito più volte.
Fra i rischi prospettati da Alex ci si è soffermati sulla privacy e sul furto di identità.
Gavriel Levy, dal canto suo, ha colto nel nuovo strumento il frutto di un cambiamento generazionale nel modo di vivere l'adolescenza ma non vede in Facebook un pericolo. “Non è né un bene né un male”, ha detto a tal proposito. Sostanzialmente è il segno dei tempi. Levy rifiuta l'idea di dover suddividere le riflessioni su Facebook fra “apocalittici e integrati”. “Gli adolescenti supereranno anche questa”, ha affermato.
Lo scrittore Schwed nel riflettere su rischi di Facebook si è sofferma sul cambiamento nel modo di vivere i rapporti umani e sulla scarsa profondità degli argomenti trattati, visto che i nuovi strumenti sono diventati così veloci e fugaci.
Gli ha risposto Levy affermando che secondo lui gli innamoramenti non sono cambiati e in merito alla profondità ha affermato: “C'è sempre stato chi approfondisce e chi no”.
L'unanimità fra i relatori è stata espressa nel prendere atto che qualcosa è cambiato e probabilmente continuerà a modificarsi.

Valerio Mieli


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pilpul
Identità e emancipazione,"dialogare con la modernità"
Ugo VolliIl dibattito sugli effetti dell'emancipazione e dell'unità d'Italia sull'ebraismo italiano mi sembra richiedere qualche precisazione. Bisogna innanzitutto sforzarsi di uscire da questioni puramente verbali. Il problema non è certo se l'uscita dai ghetti potesse essere inquadrata a metà dell'Ottocento in termini di identità, di nazione o magari della wittgensteiniana "forma di vita", ma se noi possiamo comprendere oggi quel che è accaduto, sulla base delle migliori categorie di cui disponiamo, buone o vecchie che siano. Trovo poi francamente irrealistico pensare che questo sia un periodo in Italia e in Europa di arroccamento identitario: tutt'al contrario, l'elogio del "meticciato" e della "multiculturalità" è largamente dominante nella politica europea come sui media e fra gli intellettuali. Il problema non è però neppure se l'emancipazione (conseguenza da noi dell'Unità) sia stata o meno un fatto positivo per gli ebrei: basta pensare al caso Mortara o alle condizioni degli ebrei romani nel ghetto sotto il dominio dei papi per vedere che non solo l'unificazione del paese fu un progresso per i nostri antenati, ma costituì una straordinaria liberazione, un sollievo tale da meritare le lapidi che vi sono state dedicate in sinagoghe come quella di Casale. E naturalmente non si tratta neppure di una vicenda solo italiana, perché è immediato vederne gli equivalenti in tutti i paesi occidentali.
Il problema serio posto da Rav Di Segni è se non vi sia stato un prezzo pesante pagato per il percorso successivo a questa liberazione, ovvero è se con l'Unità vi sia stata solo un'emancipazione o anche un'assimilazione, cioè una forte depauperazione della specificità della vita ebraica, della vitalità e dell'autonomia culturale delle comunità, una de-culturazione ebraica, in termini di conoscenza e di pratica dell'ebraismo, la sua riduzione da "forma di vita" a "religione mosaica", per usare un termine del tempo. La risposta mi sembra evidente. La perdita vi è stata, ma non è connessa al fatto dell'Unità o dell'emancipazione, bensì al modo cui vi reagì il mondo ebraico, non più costretto dall'oppressione a stare assieme e a conformarsi quindi al comportamento tradizionale: una sfida alta che ha avuto una risposta insufficiente.
In altri paesi l'emancipazione produsse il movimento riformato, l'idea che l'ebraismo dovesse accettare la sfida della modernità; ma i riformati caddero certamente allora in alcuni errori di superficialità e di imitazione piatta dei costumi circostanti, oggi evidenti a tutti, incluso lo stesso movimento reform; ma almeno suscitò un dibattito, produsse un pensiero articolato di storia ebraica (dato che la Wissenschaft der Judentum nasce in quell'ambiente), di teologia e filosofia, con grandi pensatori come Geiger, Leo Beck, Hermann Cohen. Lo stesso sviluppo della corrente che oggi si usa chiamare "modern Orthodox, a partire da Samson Raphael Hirsch, fu una reazione produttiva e creativa rispetto a questo movimento, una controspinta.
In Italia, a parte qualche esponente di rilievo come Elia Benamozegh, Samuel David Luzzatto e il rabbino di Torino Salomone Olper (emarginato quest'ultimo nel '65 per aver provato a introdurre innovazioni nella shivà, come racconta proprio Gadi Luzzatto Voghera nel "Prezzo dell'uguaglianza", Franco Angeli 1988), l'ebraismo italiano preferì una soluzione "cattolica", con rabbini trattati un po' come preti lasciati a rispettare pienamente le regole della vita ebraica, viste come sempre più "strane" e neppure ben comprese dai "laici" dalla comunità, quasi fossero le regole di un bizzarro ordine clericale; mentre costoro erano liberi di ignorarle e anche di non conoscerle, dimenticando così che l'ebraismo non è semplicemente una "fede", ma una forma di vita autonoma e completa.
Sono perfettamente d'accordo con Rav Di Segni che l'emancipazione così realizzata segnò per l'ebraismo italiano una perdita di identità (se non piace la parola: di cultura, di consapevolezza, di attaccamento, di sapere). Mi sembra impossibile sostenere il contrario. Credo si possa dire di più: che paradossalmente la sopravvivenza dell'ebraismo nel nostro paese è in buona parte frutto involontario degli antisemiti, o meglio del riflesso di resistenza del nostro popolo di fronte alle oppressioni. O, se si vuole, possiamo riportare alla nostra storia le osservazioni di Fritz Heymann in quel libro importante che è "Morte o battesimo" (Giuntina 2007): vi è una certa somiglianza di condizione fra marranesimo e assimilazione novecentesca, soprattutto nella volontà degli ebrei assimilati e dei conversos di abbandonare i costumi dei padri e di primeggiare in una società per cui erano disposti a pagare il prezzo dell'assimilazione; e vi è una tragica somiglianza nel rifiuto della società ad accettarli che portò alle persecuzioni e poi a un ritorno, spesso dolorosissimo mai facile e mai di tutti. Il problema è che l'ebraismo italiano non seppe, nel molti decenni fra l'Unità e le persecuzioni, proporre abbastanza ai suoi membri la gioia e l'orgoglio di essere insieme liberi e ebrei, ebrei in senso proprio e consapevole in un contesto di libertà di scelta. L'orgoglio della condizione ebraica, la fierezza della nostra storia e del nostro pensiero e la volontà di continuarla sono state felici ma abbastanza rare eccezioni.
A me sembra che la perdita di identità sia proseguita negli ultimi decenni, perché l'ebraismo italiano organizzato ancora non ha saputo per lo più parlare ai suoi "lontani", a coloro che sono ebrei per origini ma non sono particolarmente interessati ad esserlo e preferiscono lentamente lasciar affogare la loro identità fra le mille qualifiche di ciascuno. E non ha saputo parlare neppure ai suoi "vicini", coloro che vorrebbero essere quel che sono –ebrei-, ma faticano a seguire norme e costumi difficili, che sono state a un certo punto notevolmente irrigiditi di nuovo. Vi è stata infatti, a partire da una ventina d'anni fa, una correzione abbastanza brusca del lassismo "cattolico" di un tempo, ma essa non ha saputo pensarsi, spiegarsi, presentarsi a sufficienza, non ha seguito un programma autonomo, è stata prevalentemente frutto di adeguamento a tendenze internazionali, non è stata capace di rivendicare quella capacità di dialogo di apertura e di moderazione che è stata caratteristica non solo dell'ebraismo italiano dopo l'Unità, ma ben prima dell'apporto ebraico al Rinascimento e all'Umanesimo e all'Illuminismo. Il nostro ebraismo non si è posto, fino a tempi piuttosto recenti, il problema di recuperare e conservare l'adesione degli ebrei italiani, non ha saputo comunicare abbastanza con loro, talvolta si è fatta prendere dalla vertigine faziosa dei "pochi ma buoni". Non ha cercato di comprendere e di includere le spinte sociali centrifughe inevitabili in una piccola minoranza, come il frutto dei matrimoni misti: spesso si è limitata a demonizzarli. Non ha amministrato con intelligenza il compromesso e la moderazione, si è lasciato ricattare dall'integralismo di ebraismi lontani e non migliori del nostro.
Bisogna riconoscere che è in corso negli ultimi anni uno sforzo di chiarezza e di identificazione (il precedente di qualunque identità) che in passato non si era tentato. E di questo fa parte, è importante dirlo, un rapporto con il popolo ebraico nel suo complesso e soprattutto con Israele, che è anch'esso più consapevole e comunicante che in passato. Ma tutto questo non basta, c'è bisogno di pensiero autonomo, di volontà di comunicare, di fiducia verso un ebraismo capace di dialogare con la modernità. Per questa ragione il dibattito e una presenza pubblica che non sia semplicemente politica, ma sempre più culturale e identitaria, sono più necessari che mai

Ugo Volli

La casa comune
Francesco LucreziLa particolarità e la complessità del controverso rapporto tra ebrei e Chiesa cattolica - in particolare in collegamento alla questione del significato che assunse per l’ebraismo l’unificazione del paese, 150 anni fa - è stato ricordato, in pagine di grande lucidità ed equilibrio, in due articoli di Anna Foa, pubblicati sui due ultimi numeri (gennaio e febbraio) di Pagine ebraiche,  che felicemente sintetizzano i momenti essenziali della lunga, dolorosa storia. Particolarmente significativo, in particolare, il contributo apparso sul numero di gennaio, che è poi il testo ufficiale della relazione pronunciata dalla storica, alla presenza del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e dei vertici delle rappresentanze ebraiche in Italia, in occasione dell’inaugurazione del Congresso nazionale dell’UCEI.
Dopo avere rievocato il grande contributo ebraico al Risorgimento italiano, fondato su una “intima assonanza culturale e ideale fra ebrei e unità d’Italia”, la Foa ha ricordato come, dopo il 1870, l’integrazione ebraica nella società nazionale sia stata rapida e agevole, in una sostanziale assenza di quell’antisemitismo politico che andava invece montando nelle vicine Francia, Austria, Germania. Un’assenza, “da parte del nuovo Stato uscito dal Risorgimento, fondata anche nella nuova ostilità antiebraica della Chiesa dopo la perdita dello Stato temporale, che spinge il mondo politico italiano a stringersi a difesa delle libertà delle sue minoranze e a caratterizzare decisamente in senso liberale la sua politica religiosa”. Ma questa “armoniosa integrazione fra valori ebraici e italiani”, la felice alleanza tra Stato unitario e minoranze sarebbe stata rapidamente offuscata, e poi stracciata, dagli eventi successivi: l’avventura coloniale, il nazionalismo aggressivo, il fascismo, le leggi razziali, la guerra. Tra questi eventi, un’importanza fondamentale assunsero i Patti Lateranensi (non menzionati dalla Foa), che - sia pure generalmente salutati, nei libri di storia, come una benefica riconciliazione, la sutura di un’amara ferita - rappresentarono invece il solenne e definitivo affossamento dell’idea (che, pur storicamente vittoriosa, era comunque sempre rimasta, nel “Paese reale”, élitaria e minoritaria) dello Stato liberale, che muore nel 1929, per mai più risorgere. Il liberalismo non solo non avrebbe avuto alcun bisogno di un concordato con una Chiesa, ma mai lo avrebbe tollerato. Uno Stato liberale garantisce a tutti i suoi cittadini piena libertà di culto, ma non ‘tratta’ con le Chiese “da potenza a potenza”, cedendo consistenti fette di sovranità, in cambio non si sa di cosa.
Se lo Stato liberale, nato e cresciuto contro il potere ecclesiastico - abbattuto, a Porta Pia, con la forza delle armi - aveva dunque considerato una scelta obbligata e naturale quella di proteggere le sue minoranze, non c’è da meravigliarsi se il nuovo Stato clericale, nato nel ‘29, avrebbe preso una strada diversa, fino all’ignominia del 1938. L’importante questione del dialogo ebraico-cristiano - volto a promuovere, fra mille difficoltà, la possibilità di un rapporto di mutua comprensione e reciproco riconoscimento fra le due religioni - non deve oscurare l’altro fronte di impegno, che non può non coinvolgere chiunque - cattolico, ebreo, non credente - abbia a cuore la tutela di ogni minoranza, ideologica, religiosa, nazionale, etnica, o di altro tipo: la difesa dei vecchi valori risorgimentali di laicità, di un’idea dello Stato come “casa comune” di tutti, nella quale tutte le identità, tutte le razze e tutte le religioni abbiano identico diritto di cittadinanza, e nessun simbolo, di nessuna presunta maggioranza, debba essere considerato “più uguale” degli altri.

Francesco Lucrezi, storico

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Captain Israel, un supereroe
contro la disinformazione su Israele
FumettoContro la disinformazione su Israele e le minacce di boicottaggio degli ultimi tempi un nuovo supereroe, Capitan Israel, giunge in soccorso dello Stato israeliano. Armato di scudo a forma di stella di David e e di un lampeggiante candelabro a sette braccia, il muscoloso eroe combina "la forza di Sansone con la saggezza di re Salomone". »

Slogan antisemiti contro gli ebrei di Tunisi
Slogan antisemiti davanti alla grande sinagoga di Tunisi sono stati rivolti contro gli ebrei del posto nei giorni scorsi. Il presidente della Comunità ebraica in Tunisia, Roger Bismuth, ha espresso al governo di transizione la sua preoccupazione per questi episodi. "Penso si tratti di un episodio che potrebbe ripetersi - ha affermato Bismuth - la situazione nel Paese richiede vigilanza".  Il ministero dell'Interno ha raccolto la preuccupazione e condannato le manifestazioni di estremismi davanti ai luoghi di culto e slogan contro le religioni, che incitano alla violenza.
 


Nella settimana trascorsa dalla mia ultima rassegna abbiamo assistito ad una miriade di avvenimenti destinati ad avere profonde ripercussioni nel mondo, e non solo in quello mediorientale. Difficile fare oggi una diagnosi esatta di ciò che si sta muovendo sulla scena e, soprattutto, dietro le quinte, per non parlare poi di azzardare previsioni, e quindi, quando si leggono certezze assolute – e soprattutto esageratamente quanto gratuitamente rassicuranti – come quelle espresse domenica da Farian Sabahi sul Sole 24 Ore, che qui riporto: “Se El Baradei succedesse a Mubarak sarebbe una vittoria della società civile sui militari. E non dovrebbe dispiacere a Israele, che in Egitto teme una deriva islamista. In ogni caso il nuovo governo egiziano non avrà né il tempo né l’energia per minacciare lo stato ebraico”, è inevitabile avanzare qualche dubbio sull’affidabilità di “esperti” che ci propinano simili conclusioni.
»

Emanuel Segre Amar












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