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18
febbraio
2011 - 14 Adar
5771 |
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Roberto
Colombo,
rabbino
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Il noto
esponente del movimento Cecoslovacco degli ebrei liberali Peter Beer
scrisse con sarcasmo a Israel Hallevì Landau (Praga 1758 - 1826): "Caro
rav, posso dire con orgoglio di aver trasgredito a tutte le mitzvòt
tranne a quella del suicidio". Il rav gli rispose: "Posso dunque stare
tranquillo. Lei non farà mai un'azione così sconsiderata. Intelligente
e colto com'è, sa bene che suicidandosi compirebbe una mitzvà".
L'ironica e sferzante risposta di Rav Landau non mi trova pienamente
d'accordo. Peter Beer si sposò e sei dei suoi sette figli si
battezzarono. Del settimo non si sa nulla. In pratica, Peter Beer si
suicidò.
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Sonia
Brunetti
Luzzati,
pedagogista
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In Germania la parola
multiculturalismo è sottoposta a un attacco pubblicistico e politico
intenso. Ne sono un esempio le tesi dell’ex cancelliere Sarrazin, il
divieto ad indossare il burka negli uffici pubblici sancito dallo stato
dell’Assia o le recenti dichiarazioni della consigliera Angela Merkel
che senza mezzi termini invita gli immigrati a fare di più per
inserirsi perché il “semplice coabitare” degli uni accanto agli altri
non ha funzionato. Se l'ideologia del multikulti era una specie di
fiore
all'occhiello dei progressisti ora l'alternativa è posta come un
perentorio invito alla cosiddetta "integrazione" degli immigrati che
riguarda però soprattutto, se non esclusivamente, l'islam che deve
affrontare la sfida di definire che cosa voglia dire integrazione
culturalmente e religiosamente in senso islamico. Nel dibattito taluni
suggeriscono il confronto per analogia con il modello ebraico ma a
parere di molti è un paragone che non funziona: “L'ebraismo come Kultur
nella Germania di oggi è stato interiorizzato” scrivono. Ad eccezione
però delle schizofrenie verso Israele.
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Qui Torino - Torah e
vita sotto il segno del rav Artom:
un convegno prestigioso e un nuovo sito sulla Legge ebraica
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Torath Chajim, Torah di
vita. Un titolo significativo per una rivista ma altrettanto valido per
descrivere anni di impegno, di studio, di approfondimento della Legge
ebraica. Rav Menachem Emanuele Artom z.l. (1916-1992) scelse quelle due
parole come titolo della sua pubblicazione e non poteva che chiamarsi
così, Torath Chajim, il convegno organizzato in suo onore e memoria
dalla Comunità Ebraica di Torino assieme alla Scuola Margulies Disegni
e al Gruppo di Studi Ebraici per il 20 febbraio. Questa domenica,
dunque, sarà una giornata all’insegna di una delle figure centrali
dell’ebraismo italiano e non solo, i suoi studi e i suoi insegnamenti
saranno al centro degli interventi dei tanti e autorevoli rabbanim e
studiosi presenti al centro sociale della Comunità.
La memoria di rav Artom (nella foto in alto in un'immagine del 1956 che
lo ritrae insieme al rav Elio Toaff e a Meir Padoa nel tempio italiano
di Gerusalemme) prenderà forma attraverso le parole di chi lo
conobbe personalmente, di chi ne fu allievo diretto o virtuale, di chi
ne fu figlio. Sarà, infatti, presente Naomi Artom Goldenberg assieme al
figlio Menachem, nome significativamente scelto in onore del nonno, che
racconterà attraverso immagini e ricordi la vita e il lavoro di suo
padre.
Anche il Portale
dell'ebraismo italiano www.moked.it renderà omaggio a
rav Artom e al suo Torath Chajim: il convegno infatti sarà l’occasione
per lanciare in contemporanea un nuovo sito dedicato alla Legge
ebraica. Uno spazio vivo di confronto, in cui i lettori potranno
rivolgere direttamente domande a fonti competenti, in particolare ai
rabbini dell’Assemblea rabbinica italiana. Un luogo libero di dibattito
sulle tante, infinite articolazioni della tradizione ebraica.
Tornando
all’evento di domenica, il convegno sarà diviso in due
sessioni. In mattinata oltre a Naomi Artom Goldenberg, interverranno il
presidente della comunità di Torino Tullio Levi in merito a “La figura
di M. E. Artom attraverso i 40 anni di Torath Chajim e i due anni da
Rabbino Capo della Comunità di Torino” mentre il rabbino capo di Torino
rav Eliahu Birnbaum spiegherà “Il significato di Torath Chajim per rav
M.E. Artom”. L’intera raccolta della rivista, pubblicata in ebraico e
italiano e oramai introvabile nella sua versione cartacea, sarà a
disposizione su cd grazie ad un lungo lavoro di digitalizzazione delle
migliaia di pagine uscite in questi lunghi anni.
Legato al mondo delle pubblicazioni l’intervento di rav Alberto Moshé
Somekh che tratterà il tema del “Giornalismo: Calunnia e Maldicenza”.
Sugli insegnamenti dei maestri Samuel David Luzzatto e Elia Samuel
Artom si soffermerà rav Elia Richetti mentre Guido Guastalla parlerà
dell’attività editoriale di rav Artom, che comprende diverse e
autorevoli traduzioni (ad esempio la versione italiana commentata del
Libro dei Precetti del Maimonide o Compendio del “Shulchan 'Aruch” del
Rabbino Chajim David ha-Levì), la pubblicazione di un vocabolario
ebraico-italiano e di una grammatica ebraica in lingua italiana, oltre
a un’introduzione divulgativa alla Bibbia. Infine, impossibile non
citare la sua ultima opera, il Machazor di rito italiano secondo gli
usi di tutte le Comunità.
Ad aprire la seconda sessione del convegno, moderata da Dario Disegni,
sarà rav Roberto Colombo che darà un punto di vista personale sul suo
rapporto con il grande maestro e fondatore di Torath Chajim, ricordando
i due anni da rabbino capo della Comunità di Torino di Artom, per poi
concludere il suo intervento parlando di “Responsabilità Individuale e
Responsabilità Collettiva”.
Tema sempre caldo e di grande attualità quello trattato da rav
Gianfranco Di Segni: “Problemi di bioetica: Trapianti di organi,
Eutanasia, Autopsia, Contraccezione”.
A chiudere l’intensa giornata saranno gli interventi di rav Luciano
Caro, “Non vi è pena all’infuori della colpa”, e di Franco Segre,
“Intesa e Statuto” e “Il Populismo”
Slegato dall’appuntamento di domenica, ma doveroso da ricordare, lo
speciale Kiddush di sabato mattina in onore dei partecipanti alla
marcia da Borgo San Dalmazzo a Auschwitz del progetto “Passo dopo
passo”. Un’iniziativa promossa dalla Compagnia “Il Melarancio”e
dall’Officina Residenza Multidisciplinare di Cuneo, che ha
ricevuto dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano una
medaglia quale suo premio di rappresentanza. Un nucleo di nove persone
(fra cui due attori, un musicista, un fotografo e un videomaker), è
partito lo scorso 15 febbraio e percorrerà in 76 giorni, attraversando
Italia, Austria, Repubblica Ceca e Polonia, i 1913 km che distano da
Borgo San Dalmazzo al campo di Auschwitz. Passo dopo passo, la
compagnia seguirà lo stesso viaggio che portò nel 1944 ventisei ebrei,
catturati nella provincia di Cuneo, al campo di concentramento polacco.
Solo due sopravvivranno.
Un pellegrinaggio laico di riflessione sul significato della memoria e
sulla sua necessità, diviso in circa settanta tappe e aperto a chiunque
voglia partecipare. L’idea cardine di questo progetto è quella di
“ridare significato al “Tempo dell’Uomo” attraverso un percorso in cui
la lentezza diventa valore fondante – si legge sul sito dedicato
all’iniziativa www.viaggioadauschwitz.com - perché solo lentamente
possiamo prenderci il tempo della cura di noi stessi e degli altri;
procedendo, passo dopo passo, possiamo aggregare e costruire comunità
itinerante che condivide e partecipa; solo lentamente, in punta di
piedi crediamo si debbano raggiungere i luoghi della disumanizzazione,
perché ci vuole forza, rispetto e umiltà per affrontarli e
condividerli; solo con pazienza possiamo conquistare una forza nuova
capace di creare conoscenza”.
Daniel Reichel
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M’illumino di meno. Anche di Shabbat?
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Stasera,
verso le 18, molte luci di case e istituzioni pubbliche d’Italia si
spengeranno, grazie alla benemerita iniziativa di Cirri e Solibello del
programma radiofonico Caterpillar, volta a sensibilizzare il pubblico
sulla necessità del risparmio energetico. Il giornale Il Foglio, sempre
fuori dal coro, ha polemizzato, tirando in ballo niente meno che
Prometeo, come se in gioco ci fosse uno scontro fra una concezione
oscurantista, che ci vuol far tornare al buio delle caverne, e quella
illuminista, del progresso e del benessere. Se c’è un mito che
bene illustra la differenza fra il mondo greco, pagano e politeista, e
quello ebraico è proprio il mito di Prometeo. Mentre Prometeo ruba il
fuoco agli dei per portarlo agli uomini, nella visione ebraica, come
riportata nel Talmud, è esattamente l’opposto. D-o dona ad Adamo il
fuoco, anzi, gli dona l’intelligenza per essere in grado di accendersi
il fuoco da solo. E dato che questo avvenne alla fine dello Shabbat,
noi, in ricordo di quell’avvenimento, accendiamo una candela il sabato
sera e benediciamo D-o “creatore delle luci del fuoco”. Non c’è scontro
fra la Divinità e l’Uomo, c’è piuttosto una collaborazione. Ma l’uso
del fuoco non può essere indiscriminato e non deve portare alla morte e
alla distruzione, come ha recentemente ricordato Rav Steinsaltz a Roma,
in Piazza Campo de’ Fiori, dove misero al rogo Giordano Bruno (e i
libri del Talmud). L’eccesso di consumo energetico, quando è evidente
che le risorse non sono illimitate, e il conseguente aumento
dell’inquinamento porteranno a un peggioramento della qualità di vita e
non al benessere. Ben venga quindi stasera l’invito a spengere,
almeno simbolicamente, le luci delle nostre città. Ma noi ebrei come
possiamo fare, visto che di Shabbat (che inizia il venerdì pomeriggio)
non si può accendere o spengere né il fuoco né la luce elettrica? Per
fortuna, la tecnologia ci ha messo a disposizione un semplice
dispositivo, il timer, che accende e spenge la luce nei tempi
prefissati, ormai talmente diffuso da trovarsi in tutti i negozi di
elettricità e nei supermercati. Tutte le case ebraiche, dove si osserva
lo Shabbat, ne sono provviste, permettendo così di osservare lo Shabbat
senza per questo dovere stare al buio o, in alternativa, lasciare la
luce accesa per 25 ore (con fastidio per gli occhi e spreco di energia). Il
timer ovviamente va impostato prima dell’inizio dello Shabbat. Ma si
pone la domanda: visto che accendere la luce è un’azione proibita di
Shabbat (per gli ebrei), perché si può usufruire della stessa azione se
fatta da un oggetto? In effetti, questo fu uno dei tanti argomenti in
discussione, riportati dal Talmud, fra la Scuola di Shammai e la Scuola
di Hillel. I primi sostenevano che un lavoro vietato è vietato a
prescindere da chi o cosa lo faccia; gli altri invece pensavano che il
divieto è dato agli uomini, non alle cose, perché ogni lavoro proibito
è un’azione che “richiede pensiero” (melèkhet machshèvet). E come nella
maggior parte degli argomenti in discussione fra queste due scuole,
anche in questo caso si segue Beth Hillel: grazie a loro noi oggi
possiamo usare il timer per accendere la luce e spengerla, anche più
volte al giorno. Shabbat shalom e illuminiamoci di meno.
rav Gianfranco Di Segni
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Se non ora quando,
perché no?
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Si avvicina la festa di Purim
e, come ogni anno, riprendiamo in mano il libro di Ester, un testo che
ci parla, tra le altre cose, di mogli da esibire come trofeo, da
educare perché rispettino i loro mariti, e poi di una donna
inizialmente usata come oggetto di piacere che a poco a poco prende
coscienza di sé e si fa soggetto attivo della vicenda, fino a dare il
nome allo stesso libro biblico che la racconta. Difficile davvero (e
non solo per la Meghillat Ester), affermare che la difesa della dignità
della donna non sia un valore ebraico. Dunque mi ha sorpreso che
qualcuno si sia scandalizzato per il titolo della manifestazione di
domenica scorsa. In mezzo a una folla enorme e festante, tra gente di
tutte le età, tra ombrelli e gomitoli colorati, ho provato, anzi, un
senso di orgoglio e fierezza a leggere da tutte le parti il motto di
Hillel “Se non ora, quando?”. La frase dei Pirkè Avot è
decontestualizzata? Per la verità a me sembra che anche il testo che la
precede si adatti bene alla situazione di una donna che rivendica la
propria autonomia e individualità: “Se non sono io per me, chi è per
me? E quando anche io sia per me, cosa sono io?” Del resto l’uso di
frasi, o semplici parole, indipendentemente dal proprio contesto è un
procedimento tipico del midrash, e ogni frase quando diventa testo
canonico di una tradizione viene almeno parzialmente
decontestualizzata. Ogni anno durante il seder leggiamo un midrash che
trasforma la frase della Torah “Mio padre era un arameo errante” in
“L’arameo voleva distruggere mio padre”, che non è esattamente la
stessa cosa. E’ così scandaloso se le donne che vogliono difendere la
dignità del proprio genere gridano, riprendendo Hillel, “Se non ora
quando?”
Anna
Segre, insegnante
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rassegna
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La Rai sarà presto visibile in Israele |
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Il canale satellitare Rai Italia si potrà vedere in Israele. Lo prevede
l'accordo New Co. Rai International i cui particolari saranno
presentati mercoledì prossimo a Viale Mazzini in una conferenza stampa
alla quale è annunciato il ministro degli esteri Franco Frattini
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