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22 febbraio
2011 - 18 Adar 5771 |
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Roberto
Della Rocca,
rabbino
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leadership del mondo ebraico contemporaneo, a giusta ragione,
ossessionata dal grave e progressivo calo demografico. Eppure in quelle
rarissime occasioni nelle quali è ordinato un censimento del popolo
ebraico, cosa assolutamente disapprovata quando è promossa dall'uomo e
non dall'Eterno, la Torah al verbo che definisce il contare
preferisce un'espressione che indica "l'innalzamento della
testa...". Anziché preoccuparsi di contare, la leadership deve
preoccuparsi maggiormente di tener conto delle teste dei componenti di
una comunità, elevandole e valorizzandole.
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Mordechai
Rabello, giurista
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L'uomo è come un uccello: l'uccello ha la possibilità di andare in alto
e ancora più in alto, ma a condizione che sbatta continuamente le ali;
se smette un momento egli cade in basso; così è l'uomo. (Rabbi Israel
Salanter)
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Israel
University Day -Appuntamento con il futuro
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Dopo il successo della prima
edizione, torna anche quest’anno l’Israel University Day, giornata
nazionale di informazione sulle università israeliane. Un appuntamento
rivolto agli studenti delle superiori interessati a proseguire gli
studi in Israele o semplicemente a trascorrere lì il sempre più
gettonato ‘anno di pausa’ per capire quale strada imboccare, ma anche a
universitari e professionisti che desiderano approfondire la propria
formazione in istituti universalmente riconosciuti come poli
d’eccellenza.
“L’Israel University Day è un’esperienza unica in Europa - spiega
Claudia De Benedetti, vicepresidente dell’Unione delle Comunità
Ebraiche Italiane che insieme all’Unione giovani ebrei d’Italia ha
promosso l’iniziativa - Abbiamo lavorato molto per ampliare il più
possibile le materie coperte in questa giornata, perché abbiamo capito
che un’esperienza di formazione in Israele non deve essere vista
necessariamente come un primo passo verso l’alyah, ma come un periodo
di studi in alcune tra le migliori università del mondo. Proprio per
questa ragione l’iniziativa interessa non solo i giovani delle Comunità
ebraiche, ma quelli di tutto il paese, specialmente coloro che studiano
o lavorano in ambito scientifico o tecnologico”.
Nato da un’idea di Piero Abbina, presidente dell’Associazione Amici del
Technion, l’Israel University Day 2011 moltiplica l’offerta di
informazioni grazie a tante novità inserite nell’agenda. In programma
due appuntamenti, a Roma il 27 febbraio dalle 15.30 alle 20 al
Pitigliani e a Milano il 28 febbraio dalle 17.30 alle 22 alla
biblioteca Hasbani della scuola ebraica. A intervenire saranno docenti
dei principali atenei israeliani (Bar Ilan, la Ben Gurion di Beersheva,
la Hebrew University di Gerusalemme, l’IDC di Herzlya, il Technion e
l’Università di di Haifa, la Tel Aviv University) e altri istituti che
offrono formazione post liceale (Betzalel e Hadassah), i movimenti
giovanili Benè Akiva e Hashomer Hatzair, la Masa, organizzazione che
offre e finanzia programmi e borse di studio destinate a studenti ebrei
provenienti da tutto il mondo per far trascorrere loro un periodo di
studio in Israele. Sarà inoltre proposta una summer school
nell’Università di Haifa organizzata dal professor Filippo Novario che
insegna all’Università del Piemonte orientale. Si parlerà infine di
formazione post universitaria e di dottorati, anche alla luce degli
accordi di collaborazione scientifica e tecnologica di recente
stipulati tra Italia e Israele.
I partecipanti alle due giornate di Roma e di Milano potranno assistere
alle presentazioni dei vari istituti, ma anche soddisfare le proprie
curiosità in colloqui privati e parlare con studenti ed ex studenti
delle varie università chiamati a condividere la propria esperienza di
ragazzi che, poco o tanto tempo fa, hanno fatto le valige e lasciato
l’Italia per studiare in Israele.
“Il nostro scopo è fornire a studenti e famiglie indicazioni sulle
possibilità di formazione in un paese all’avanguardia e famoso per i
suoi programmi d’eccellenza - sottolinea Raffaele Turiel, assessore
all’educazione dell’UCEI - In questo senso all’appuntamento di Roma
interverrà Roger Abravanel, che riteniamo sia un testimonial
particolarmente adatto a spiegare le ragioni per guardare al network
formativo israeliano, pensando anche al concetto di meritocrazia di cui
Abravanel è grande promotore, ricordando il suo omonimo libro di alcuni
anni fa”.
Uno degli ostacoli più complessi che gli italiani che desiderano
studiare un’università israeliana si trovano a dover superare è
costituito dallo psicometrico, il test d’accesso valido per qualsiasi
facoltà che, già difficile per gli studenti israeliani e stranieri che
possono affrontarlo nella propria lingua madre, diventa spesso
proibitivo per i ragazzi provenienti dal Belpaese, non esistendone una
traduzione in lingua italiana. Per questa ragione UCEI e Ugei si sono
attivate già dallo scorso anno perché la Nite, ente che organizza lo
psicometrico, recepisca l’istanza di proporre anche una versione del
test in italiano. “Il nostro non è un paese che conta su Comunità
ebraiche molto numerose, ma gli studenti italiani che si trovano ad
affrontare lo psicometrico sono comunque tanti - puntualizza Claudia De
Benedetti - Insieme alle organizzazioni di italiani in Israele e con la
collaborazione fondamentale dell’ambasciata israeliana in Italia ci
siamo attivati perché fare lo psicometrico in italiano, come già in
inglese, francese e molte altre lingue, diventi al più presto
possibile. E devo dire che abbiamo trovato molta disponibilità ad
ascoltarci, per cui penso che nei prossimi mesi potremo avere dei
risultati importanti da questo punto di vista”.
Rossella
Tercatin
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Qui Roma
- Tullia Zevi, modello di leadership al femminile
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Come viene affrontata la
questione della leadership femminile nel mondo ebraico? Se lo è chiesto
rav Riccardo Di Segni ricordando la figura di Tullia Zevi, z”l, a 30
giorni dalla sua scomparsa.
Il problema non è semplice perché la nostra società è molto
tradizionalista e secondo Maimonide gli incarichi devono passare di
padre in figlio seguendo quindi la linea maschile. Eppure, ricorda rav
Di Segni, anche in Israele figure femminili hanno ricoperto ruoli
importanti, come per esempio Golda Meir. Come si può eludere questa
tradizione? Se l'incarico è elettivo e non vitalizio può essere
ricoperto anche da una donna.
La questione non riguarda soltanto il passato, ma è di stretta
attualità vista anche la crescente spinta per una modernizzazione nel
mondo ortodosso israeliano e americano che porta le donne a ricoprire
ruoli fino a poco tempo fa impensabili. Tullia Zevi ne parlava poco, ma
era a conoscenza di queste problematiche e dei cambiamenti in atto.
Rav Scialom Bahbout ha incentrato la sua riflessione sulla domanda
“vale la pena ricoprire un compito importante o no?” riportando la
discussione sulla creazione dell'umanità avvenuta a due livelli, quello
alto delle sfere celesti e quello “basso” dei nostri chachamim. Nel
primo caso D-o chiede agli angeli se è bene o no la presenza dell'uomo
nel mondo. Se si guarda alle azioni negative che questi compie, come
per esempio le guerre, allora sicuramente non valeva la pena crearlo.
Ma Kadosh Baruchù ha voluto guardare soltanto il lato positivo, le
mizvot che l'essere umano compie.
La stessa questione è stata affrontata nelle discussioni tra Hillel e
Shammai che sono giunti alla conclusione, con una votazione a
maggioranza, per cui sarebbe stato meglio se l'uomo non fosse stato
creato, ma visto che ora esiste, deve affrontare le sue responsabilità.
L'importante, quindi, è valutare le opere che compie e, nel caso
specifico di Tullia Zevi, viste le sue numerose azioni positive,
conclude rav Bahbout, è stato un bene che abbia ricoperto il ruolo di
presidente dell'UCEI.
Rav Benedetto Carucci, riferendosi alla Parashà di sabato
scorso, ha spiegato alcuni significati dello splendore nel
volto di Moshè derivante dal dialogo e la condivisione con Dio. Il suo
viso si illumina quando discende per la seconda volta dal monte Sinai,
ma Moshe non ne è consapevole e quando se ne rende conto, vedendo la
reazione timorosa del popolo, si copre con un velo.
A questo passo sono state date diverse spiegazioni. La prima osserva
che lo splendore può essere accecante e quindi pericoloso per gli
occhi. La seconda interpreta la copertura come una sorta di maschera
per nascondere l'estrema umiltà, qualità che è però incompatibile con
il ruolo di leadership che richiede autorità e autorevolezza. Secondo
la terza spiegazione Moshé si svela quando c'è la luce e si copre
quando è buio. La parashà affronta quindi il ruolo della leadership e
del popolo che ad un certo punto si sente senza guida; anche se invece
c'è ed è una guida che non solo ascolta o parla, ma dialoga con la
Divinità e ne rende partecipe il popolo stesso.
Rav Roberto Della Rocca, infine, partendo dal paragone biblico del
popolo ebraico alle stelle, ha spiegato che questa promessa divina non
si riferisce alla quantità, bensì alla qualità, cioè Israele sarà
splendente come lo sono le stelle. Tuttavia la quantità è presa in
considerazione con il censimento che rischia però di essere
autocelebrativo poiché può dare un senso di forza. Ecco allora che non
vengono contate le persone, ma lo si calcola con un contributo
monetario. Quest'ultimo consiste in mezzo siclo che simboleggia la
parzialità dell'aiuto del singolo. Essa si completa soltanto con
l'impegno individuale. Conclude Rav Della Rocca che l'impegno della
Zevi, con la quale ha avuto diverse discussioni su argomenti delicati,
è sempre stato caratterizzato dall'onestà intellettuale e dal rispetto
per le idee diverse.
Elena Lattes
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Qui
Firenze - La gioia e le regole dell'enogastronomia ebraica
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“Anche nella legge divina è
presente il piacere del convivio”. È questo uno dei punti chiave
dell’itinerario enogastronomico intrapreso da Umberto Piperno,
rabbino impegnato nel campo della kasherut, davanti al
partecipe pubblico del Lyceum Club Internazionale di Firenze accorso
numeroso per assistere a una suggestiva “passeggiata”, rav Piperno la
definisce così, alla scoperta delle peculiarità dell’alimentazione
kasher, sempre più fenomeno di tendenza che travalica i confini della
religione per attrarre un crescente numero di consumatori. Organizzato
dall’associazione femminile Lyceum Club Internazionale in
collaborazione con le associazioni Adei–Wizo (Associazione donne ebree
d’Italia) e Italia–Israele di Firenze, l’incontro si è svolto in due
fasi, la prima declinata negli interventi dei relatori, la seconda
dedicata alla degustazione di alcuni vini offerti da Gennazzani e
Silvera e serviti tra gli altri da alcuni sommelier della prestigiosa
Enoteca Pinchiorri, storico locale fiorentino che ha nella sua cantina
una significativa selezione di bottiglie kosher. Dall’obbligo di bere
fino a confondere il bene e il male in occasione del Purim al bicchiere
di vino lasciato sulla tavola del Seder di Pesach per il profeta Elia,
dalla sacralità e propositività della benedizione sabbatica del kiddush
agli intrecci romantico-spirituali del Cantico dei Cantici: l’ebraismo
è strettamente legato al frutto dell’uva e rav Piperno, nonostante il
tempo limitato a disposizione, è riuscito a dare un quadro ampio di
questo straordinario legame. “Bere da un punto di vista ebraico deve
essere un atto responsabile. Bere significa essere consapevoli della
gioia ma anche dell’esistenza di alcune limitazioni. Con il vino l’uomo
può avvicinarsi alla perfezione”, dice Piperno. In apertura di incontro
era stata la professoressa Bemporad a catalizzare l’attenzione della
platea con un personalissimo percorso nei sapori ebraici della sua
famiglia culminati nel libro La storia passa dalla cucina, volume
scritto nel 2000 da sua madre Jenny Bassani Liscia in cui si fondono le
esperienze delle tradizioni gastronomiche ferrarese e
giudaico-livornese. Attraverso un percorso intenso nei ricordi, la
professoressa Bemporad ha ricomposto un affresco familiare fatto di
odori e colori in cui emerge la figura di una cuoca ebrea estrosa e
creativa consapevole che cucinare significa non solo cuocere delle
pietanze ma anche creare intorno al piatto un gradevole apparato
olfattivo e visivo.
Adam Smulevich
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Di fronte alla "questione Rom"
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L’elemento che, a mio modo
di vedere, mostra nella maniera più evidente la mancanza di una
elaborazione da parte del mondo occidentale di una cultura post-Shoà, è
la cosiddetta “questione rom”, che la tragica morte dei quattro bambini
nel campo di Roma ha riportato alla luce. A mio parere, va anzitutto
rimarcato il nobile gesto del Presidente Napolitano, che, andando
personalmente ad abbracciare i genitori delle vittime ha mostrato di
riconoscere nel loro dolore il dolore di qualunque madre e padre,
allontanando l’immagine di un’etnia assolutamente altra dalla nostra,
con cui si rivela necessariamente vano ogni tentativo di individuare un
punto di conciliazione. Noi ebrei, però, sappiamo bene che il
riconoscimento di tratti comuni non è sufficiente per la costruzione di
una convivenza simmetrica, e che, anzi, se non riflettuto, può
rivelarsi un atteggiamento dietro cui si cela il rischio
dell’assimilazionismo. Per costruire una relazione di reciprocità è,
infatti, condizione necessaria confrontarsi anche con i gli elementi di
differenza che definiscono l’identità dell’altro nella sua distanza
dalla nostra. Osservando il dibattito politico europeo degli ultimi
anni, non pare che questo passo sia stato fatto, vedendo come
elettoralmente abbia pagato la demonizzazione dello stile di vita del
mondo rom, che, tra l’altro, le generazioni post-belliche non hanno
forse mai conosciuto, se non immensamente deviato dalla condizione di
marginalità in cui è stato relegato.
Il mio maestro di Torà, Haim Baharier, mi ha insegnato che i Bne’
Israel, all’uscita da Mizraim hanno sostato quarant’anni nella “parola”
(come noto, midbar condivide la radice semantica con davar) proprio per
elaborare un nuovo linguaggio che eliminasse da sé ogni residuo di
quella logica eslcudente e schiavista che stava a fondamento delle
piramidi egizie. Il rapporto istituito fra la coscienza civica europea
e le comunità rom e sinti, le condizioni di vita in cui le
amministrazioni locali troppo spesso le costringono a vivere, sembrano
dimostrare che uno sforzo simile non è stato fatto durante il dopo
Auschwitz (va sempre ricordato che nelle camere a gas naziste sono
morti cetinaia di migliaia di cosiddetti “zingari”). Credo, inoltre,
che, viste le reazioni del Presidente Gattegna e le iniziative comuni
realizzate dalle comunità ebraiche e rom negli ultimi anni, indichi un
percorso che, si spera, potrà essere seguito ed alimentato. Anche
perché si sa, Prima di tutto vennero a prendere gli zingari. E fui
contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei…
Davide
Assael, ricercatore
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Quattrocento
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Venerdì sera mi sono recato
alla sinagoga di Salvador de Bahia. Il piccolo edificio moderno si
trova nel quartiere di Barra, nella città bassa. Fondata e gestita da
Chabad, il movimento ortodosso di origine americana, è guidata oggi da
un giovane rabbino israeliano stabilitosi in Brasile con la sua
famiglia. In una breve conversazione mi ha fatto dono di due piccole
lezioni. La prima: non fare progetti a tutti i costi, ma lasciarsi
guidare dai propri compiti. «Quanto tempo rimarrai qui a Salvador?» gli
domando. «Fino alla venuta del Messia» mi risponde; «ma ti piace la
città?» incalzo. «Mi piace il mio lavoro». Seconda lezione. «Quante
sinagoghe ci sono qui a Salvador?». «Due, una ortodossa, questa, e una
riformata». «E quanti ebrei?» ricomincio. «Quattrocento». «Quattrocento
ebrei ortodossi?». «Quattrocento ebrei», tutto serio.
Tobia
Zevi, Associazione Hans Jonas
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notizieflash |
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rassegna
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Israele
e Usa insieme per la difesa militare
Roma, 22
febbraio 2011
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Leggi la rassegna |
Israele e Stati Uniti studiano congiuntamente sistemi di difesa
antimissili. Coronato da pieno successo il test del missile antimissile
Arrow (Hetz). Il test è avvenuto ieri nella costa occidentale degli
Stati Uniti. Il missile Arrow è riuscito ad intercettare - grazie al
proprio sistema radar 'Pino Verde' - il suo obiettivo, che era stato
lanciato dall'Oceano Pacifico. Questo obiettivo è stato distrutto nel
punto prestabilito. La settimana scorsa Israele aveva condotto con
successo un altro test per verificare l'efficienza di 'Cupola di
ferro', un sistema di difesa concepito per intercettare i razzi a breve
gittata sparati da Gaza verso il vicino territorio israeliano. Secondo
il ministro israeliano della Difesa Ehud Barak "gli israeliani possono
essere dunque fieri che Israele sia divenuto il Paese guida nel mondo
nella difesa a più strati da missili e razzi".
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La notizia del giorno è la terribile repressione della rivolta in
Libia, con centinaia di morti (cronache di Roberto Fabbri sul Giornale, Capuzzi su Avvenire, Barbara Uglietti ancora
su Avvenire). Le aziende italiane
hanno iniziato a ritirare i dipendenti (Corrao sul Messaggero); gli italiani bloccati
nel paese raccontano un "inferno" (Cirillo sul Messaggero) De Michelis sul Foglio critica la scelta italiana
di "appoggiarsi su Gheddafi". Un quadro diplomatico delle assai
discordinate e inefficienti reazioni europee è messo in evidenza da
David Carretta sul Foglio; da leggere ancora sul
Foglio l'analisi degli sviluppi nella società libanese di Giulio
Meotti, sempre molto bene informato. »
continua
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è il giornale dell'ebraismo
italiano |
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Dafdaf
è il giornale ebraico per bambini |
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L'Unione
delle Comunità Ebraiche Italiane sviluppa mezzi di comunicazione che
incoraggiano la conoscenza e il confronto delle realtà ebraiche. Gli
articoli e i commenti pubblicati, a meno che non sia espressamente
indicato il contrario, non possono essere intesi come una presa di
posizione ufficiale, ma solo come la autonoma espressione delle persone
che li firmano e che si sono rese gratuitamente disponibili. Gli utenti
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