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 11 marzo 2011 -  5 Adar Shenì 5771
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Roberto Colombo
Roberto
Colombo,
rabbino 

Moshè comunica la nota spese della costruzione del Tempio. Non una parola umana, non un messaggio di cuore, solo discorsi di bilancio. "Tanto avete dato... tanto abbiamo speso". Subito dopo Moshè inizia il censimento per conoscere il numero degli ebrei. Si potrebbe imparare da ciò che in una Comunità in cui il valore fondamentale è il soldo e il rapporto umano conta sempre meno, si deve poi fare anche il conto di quanti ebrei rimangono iscritti e quanti invece si cancellano dalle istituzioni e scompaiono.
Sonia
Brunetti
Luzzati,
pedagogista


Sonia Brunetti Luzzati
La realtà del mondo femminile ortodosso in Israele è poco conosciuta in Italia. Da noi si tramandano ancora visioni pregiudiziali imprigionate tra schematismi e superficialità. Shulamit Fustenberg Levi, rabanit della Comunità ebraica di Firenze, studiosa ed allieva di Yeshayahu Leibovitz nella sua lezione a Genova ha approcciato il tema suscitando anche reazioni vivaci e contrastanti da parte del pubblico in sala. Cosa cambia e cosa può cambiare in un contesto nel quale la cristallizzazione dei ruoli appare come la l’unica espressione di autenticità e di forza? L’essere donne ortodosse comporta - sostiene la Fustenberg - il mantenimento dei ruoli tradizionali negli spazi domestici ed intimi  poiché è in tali spazi che si costruiva e si costruisce ancora oggi  la vita religiosa.“ Possiamo dire però che quello che spinge le femministe ortodosse a cambiare la situazione nel presente sono proprio i valori del modernismo quali la democrazia e la libertà. Una libertà che non invoca  l’esclusione dei riti in quanto lontani dal modernismo ma che al contrario invita a sceglierli e a praticarli. Una libertà che ha portato all’apertura alle donne del tribunale rabbinico, le quali intervengono come avvocatesse rabbiniche, consigliere ed esperte sia di aspetti giuridici sia di halachah in tema di divorzio e diritto di famiglia. “A condizione che il loro livello di competenza di halachah sia pari a quello degli uomini, secondo il principio che senza studio non ci può essere innovazione né trasmissione. 
      
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davar
Qui Livorno - La sfida della Memoria ebraica
tra lapidi della vergogna e ingiustizie toponomastiche
ruspe a LivornoDue notizie non collegate tra loro, un inatteso ritrovamento e la proposta di ripristino di una targa frettolosamente rimossa, costringono ancora una volta Livorno a fare i conti con un recente passato persecutorio che tradì la secolare storia di pacifica condivisione tra cittadinanza e Nazione ebraica. Le ruspe del Comune sono al lavoro in via Padula. Nel corso delle operazioni di demolizione una drammatica scoperta: la scavatrice rinviene frammenti di lapidi e arredi funebri. Gli operai in servizio non sono archeologi ma convengono di trovarsi davanti a una scoperta quantomeno singolare. Vengono così contattati enti e istituzioni. Gli accertamenti rivelano una verità dolorosa: gli oggetti proverrebbero dall’antico cimitero ebraico di Livorno attivo da fine Seicento a metà Ottocento. Con la promulgazione delle leggi razziste il cimitero venne infatti smantellato: lapidi e altri arredi furono in gran parte sottratti e utilizzati come materiale da costruzione. Nel caso del rinvenimento in questione si tratta di un blocco di manufatti impiegati per finalità edilizie tra 1940 e 1941, arco di tempo in cui i caseggiati adesso demoliti videro la luce. In attesa di una cernita più precisa del materiale è stato deciso di separare le pietre che mostrano segni particolari dal resto delle macerie per poi trasportarle nell’attuale cimitero ebraico dove si provvederà all’inventario e (quando possibile) alla ricomposizione. Il Comune di Livorno ha garantito piena disponibilità e massima collaborazione con la Comunità ebraica nel proseguo delle operazioni. “La possibilità di ricomporre oggi quanto fu distrutto allora è un preciso dovere che l'amministrazione comunale intende perseguire" dice l’assessore alla cultura Mario Tredici. Il Cimitero Nuovo di Livorno  fu attivo fino agli anni trenta dell’Ottocento quando venne interdetto a causa della vicinanza alla città sviluppatasi ormai fino a contare circa 70mila abitanti. Un secolo più tardi l'area del cimitero fu espropriata e devastata dal regime fascista e nel secondo dopoguerra vi fu costruito un vasto complesso scolastico che condannò a un sostanziale oblio il passato utilizzo del lotto di terra. “In quell'istituto – racconta il consigliere della Comunità ebraica di Livorno Gadi Polacco – insegnò, assai stimato come in tutti gli altri aspetti della sua vita, il professor Renzo Cabib (z.l.), storico presidente della Comunità ebraica che più volte in occasione di lavori all'immobile venne chiamato per rilevare ritrovamenti di lapidi. È curioso che, pur ben contestualizzando storicamente i fatti e quindi genuinamente inquadrando quanto accadde e le responsabilità del regime fascista, sia Wikipedia che ancora oggi i giornali usino termini piuttosto delicati per riferirsi alle sorti di quel luogo di sepoltura: Il Tirreno scrive ad esempio che venne smantellato. Se come è probabile si appurerà che i marmi provengono dal Cimitero Nuovo si avrà invece la nuova, ulteriore e cruda evidenza che il fascismo deliberatamente profanò quelle tombe per usarle nella costruzione delle case popolari in via della Padula che risalgono proprio al famigerato ventennio. ruspe a Livorno
Appare quindi difficile concordare con l'annotazione, riportata dal maggior quotidiano cittadino con genuina indulgenza, secondo la quale furono le ristrettezze di quel periodo storico a indurre a usare lapidi e arredi funebri come semplice materiale da costruzione. Nel passato di Livorno, occorre prenderne atto e le parole dell'assessore Tredici direi che vanno in quel senso, purtroppo non ci sono state solo le Costituzioni Livornine e quel vento di libertà che certamente caratterizza la città labronica”. In conclusione Polacco formula all’amministrazione comunale una proposta per rendere giustizia alle vittime dell’ignominia fascista: “Magari di questo trascorso scomodo che è comunque parte della storia cittadina se ne potrebbe dare ricordo visivo proprio in prossimità dell'attuale istituto scolastico”, chiede l’ex consigliere UCEI. Quella delle lapidi trafugate non è l’unica notizia legata alla Memoria su cui si dibatte attualmente a Livorno. Negli scorsi giorni infatti il mensile Livorno non stop ha rispolverato un vecchio cavallo di battaglia: la proposta di ripristino della strada un tempo dedicata al professor Gustavo Uzielli, insigne studioso, accademico e patriota italiano (in gioventù vestì la camicia garibaldina) a cavallo tra Ottocento e Novecento. Nel 1938 la via a lui intitolata venne trasformata per volere del regime in via Tommaso Corsi, protagonista del Risorgimento anch'egli ma a differenza del predecessore immune dalla grave colpa di essere ebreo. Nell’articolo a firma di Cesare Favilla il mensile si sofferma sulla memorabile vicenda intellettuale e filantropica di Uzielli augurandosi, in prossimità del centenario della sua morte (che cadrà in data 20 marzo), la fine di questo grave torto toponomastico perpetrato nei confronti di un uomo che ebbe tra i suoi tanti meriti quello di fondare un istituto glorioso come la Società Geografica Italiana e di dare ulteriore impulso agli studi leopardiani con una ingente donazione documentale al nascituro museo dedicato al Genio nella località natia di Vinci. In attesa di eventuali quanto auspicati sviluppi interviene nel merito della vicenda anche Andrea Iardella, tra i fondatori della locale Associazione per l’Amicizia Ebraico-Cristiana. “Possibile – si chiede in una nota pubblicata sul blog Comunitando – che il Comune di Livorno e quanti si occupano della toponomastica cittadina non sentano il dovere di riparare quell'antica ingiustizia?”

Adam Smulevich


Qui Roma - Israele, Medio Oriente e democrazia,
giornalisti e analisti a confronto
stampa esteraAlla luce delle rivolte nei paesi arabi si aprono nuovi scenari per il Medio Oriente. Israele, unica democrazia della regione, rischia di trovarsi ora più isolata di sempre, stretta nella morsa di Paesi ostili in cui potrebbero prendere il sopravvento leader estremisti islamici. E' già successo in Iran può accadere anche per gli altri. Lo Stato ebraico rischia di perdere anche le amicizie conquistate a suon di guerre, sofferenze e trattati di pace. Come può l'unica democrazia del Medio Oriente difendersi da questo rischio? Come dovrebbe porsi di fronte agli stravolgimenti che avvengono fra i suoi vicini? Questo il tema su cui hanno riflettuto i relatori del convegno “Israele nella formazione di un nuovo Medio Oriente”, organizzato dall'Associazione della stampa estera in Italia.
Ad accogliere i partecipanti all'incontro è stato il presidente dell'Associazione, Maarten Van Aalderen assieme a Sivan Kotler, corrispondente del quotidiano Haaretz da Roma, a moderare il dibattito il giornalista israeliano Yossi Bar e fra i relatori i giornalisti Carlo Panella, Lucio Caracciolo e Alessandro Politi.
Fra il pubblico l'ambasciatore d'Israele Gideon Meir, l'ambasciatore d'Israele presso la Santa Sede Mordechay Lewy e l'ambasciatore del Pakistan Mirza Qamar Beg.
“Questo non è un evento politico, non è nostra intenzione fare propaganda o trattare temi in maniera unilaterale, è un convegno dedicato ad amici e giornalisti”, chiarisce subito Yossi Bar dando il via al dibattito. “L'effetto domino delle rivolte ha ancora risparmiato molti paesi arabi Israele è preoccupato per gli scenari futuri. E la necessità di giungere a una pace con i palestinesi si fa ancora più impellente. Netanyahu ha parlato di 'due Stati per due popoli'. Il mondo aspetta questa suo piano, che presto, secondo le ultime notizie verrà presentato”.
Dopo aver brevemente tracciato lo scenario attuale il moderatore ha dato la parola ai relatori.
Il primo a intervenire è stato il giornalista de Il Foglio, Carlo Panella, che ha dedicato il suo intervento alla disinformazione e alla delegittimazione che continuamente viene fatta a livello internazionale su Israele.
Dopo di lui è stata la volta di Lucio Carraciolo, che ha evidenziato, dal canto suo, come i problemi del Medio Oriente siano curati, e non solo dai media italiani, troppo spesso con “incoscienza e ignoranza”. “Scontata - ha affermato - la propaganda da parte di Paesi in guerra, meno normale il fatto che i giornalisti degli altri Paesi, che fanno da osservatori, prendano per oro colato ciò che Al Jazeera afferma”. Ma Caracciolo invita a riflettere anche su alcuni aspetti controproducenti della politica israeliana. “Non riesco a capire come uno Stato dotato di così potenti mezzi di intelligence non abbia potuto prevedere gli sconvolgimenti che sono accaduti, si sia trovato così impreparato di fronte alla rivoluzione che ha sconvolto l'Egitto e abbia tentato di salvare Mubarak quando ormai era già morto. E il paradosso più grande, alla cui base sta evidentemente un problema di comunicazione e una paura per la modifica dello status quo, è che quella che si autodefinisce 'unica democrazia' del Medio Oriente si trova, paradossalmente a fare il tifo per i regimi totalitaristici. Israele risulta così spaventata da quei fenomeni che, si può discutere su questo, vengono considerati progressi verso la democrazia”. “E così che il vincitore della partita rischia di essere l'Iran”, ha avvertito Caracciolo. “Israele dovrebbe secondo me, per iniziare, prendere atto degli stravolgimenti e parlare con quelli che si apprestano a diventare i nuovi leader dei paesi vicini, che siano amici o meno, è necessario per Israele iniziare a confrontarsi con loro”. Alessandro Politi, dato il suo ruolo di analista politico, ha delineato gli scenari geopolitici futuri dell'area Mediorientale, ma in conclusione anche lui, come gli altri relatori, ha affermato che “Israele ha di fronte a sé un'opportunità e deve saperla cogliere”.
“Le opinioni pubbliche sono tendenzialmente più libere e lo Stato israeliano deve imparare a parlare alle platee arabe”, aveva affermato Panella nel suo intervento e anche per Politi, come era stato per Caracciolo, sembra essere questo il primo passo che Israele può fare per uscire indenne dalla crisi, dopo naturalmente aver preso atto che il mondo intorno a lui è notevolmente cambiato.
Allo stimolante dibattito è seguito per i giornalisti soci dell'Associazione della stampa estera un aperitivo a base di cucina israeliana e la proiezione di un film “Il responsabile delle risorse umane” di Eran Riklis, tratto dal romanzo di Abraham Yehoshua.

Valerio Mieli

pilpul
Una sola interpretazione?
Anna SegreMi capita spesso quando espongo le diverse possibili interpretazioni di un testo letterario di sentirmi chiedere dagli allievi: “Va bene, ma qual è quella giusta?”. Se provo a rispondere che non c’è necessariamente un’interpretazione più “giusta” delle altre, mi chiedono quale sia secondo me. E anche a questa domanda non sempre sono in grado di rispondere, perché le interpretazioni mi sembrano tutte ugualmente “giuste”, e non sento la necessità di sceglierne una a scapito delle altre. E’ una forma mentis derivata dalla cultura ebraica, dal midrash? Probabilmente sì: anche se non sfugge la differenza tra il Tanakh e i testi scritti da autori di cui si consocono vita, opere, stile e opinioni, tuttavia mi sembra tipicamente ebraica l’abitudine a considerare valide contemporaneamente diverse letture dello stesso testo. Comunque sia, è una forma mentis che non pare godere di grande fortuna negli ultimi tempi, almeno a giudicare dagli esempi di test e verifiche proposti da molti libri di testo, che a loro volta si attengono alle indicazioni fornite dall’Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione (Invalsi): mi è capitato spesso di leggere quesiti in cui si chiedeva agli allievi di scegliere l’interpretazione “giusta” tra tre o quattro che potrebbero essere tutte altrettanto valide (e magari all’alunno ne potrebbe venire in mente una quinta). Capisco le esigenze di omogeneità e trasparenza nella valutazione, ma in nome di queste non si può far passare l’idea che per ogni testo esista sempre solo un’unica interpretazione “giusta”. Si correrebbe il rischio, per valutare correttamente le conoscenze letterarie, di far perdere il gusto per la letteratura.

Anna Segre, insegnante

Vacanze romane. Il mondo visto dalla bici
Sharon Di NepiProcuratevi una bici. Bella, brutta o “sgarrupata”. Anzi, se la bici cigola ed è piena di ruggine nella catena tanto meglio. Ci metterete più tempo per arrivare alla meta, e vi guadagnerete con il sudore il tesoro della vostra città che scoprirete e si rivelerà ai vostri occhi dopo anni che frequentate quei luoghi distrattamente.
Passiamo ore davanti al computer. Fino a qualche anno fa lo facevamo per lavoro. Oggi, ogni minuto libero che ci regala la nostra giornata, lo passiamo su Facebook.
Viaggiamo fermi.
In un mare di informazioni che non ci bastano mai. Muoversi, pedalare, correre, per scoprire... è ormai in controtendenza. Ma provateci, dedicate una domenica alla bicicletta. E vi prometto che scoprirete un mondo a voi ignoto.
E’ accaduto a me. Un paio di settimane fa. Passeggiavo in bicicletta con la mia famiglia e gli amici, nelle vie del centro, vicino alla zona del Vecchio Ghetto Demolito di Roma. Ero a via Giulia, dietro Campo de’ Fiori. In ogni angolo vecchie insegne di negozi, palazzi antichi con inscrizioni senza tempo, tutto si rivelava a me come in un film, come in una carrellata di Gillo Pontecorvo.
E come in tutte le pellicole è arrivato anche un incontro che forse mi ha cambiato la vita. Stanca della corsa mi fermo per riprendere fiato. Vedo un uomo con la sua famiglia alle prese con una cartina della città evidentemente poco chiara. L’uomo si volta, aveva la kippà. Con slancio mi sono precipitata per dargli aiuto. Un po’ stupito della mia “intrusione” con un inglese madrelingua mi spiega che è di New York, è ebreo osservante e cerca da ore un posto dove poter mangiare kasher. In albergo infatti non hanno potuto toccare cibo. In aereo idem. Lui, sua moglie e soprattutto i bambini sono esausti. Così, senza neanche consultare mio marito, li invito a pranzo per potergli assicurare un pasto kasher. Poi gli spiego che a Roma c’è un ebraismo rigoglioso, ortodosso, e che è molto facile trovare ristoranti kasher, soprattutto a Portico d’Ottavia. Lui incredulo del fortunato incontro accetta subito e dopo pochi minuti ci troviamo tutti, famiglie e amici compresi, davanti a un piatto fumante di pasta allo stracotto (che avevo “salvato” dallo Shabbat). Abbiamo parlato per ore.
Gli americani, Stephen e Ophra, si sono conosciuti vent'anni fa a Roma, per caso, a Campo de’Fiori. Si sono innamorati subito. Ma, mi ha confessato Ophra, allora sono state poche le cene romantiche romane perché a quel tempo la ristorazione kasher era praticamente inesistente. “Le cose sono cambiate”, ha tuonato un nostro caro amico. Con tanta pazienza abbiamo segnato sulla cartina di Stephen tutti i punti kasher della città. La loro espressione sorpresa era anche la nostra. Mentre loro scoprivano che esiste una Roma ebraica enogastronomica, noi ci rendevamo conto quanta strada ha fatto, in questi decenni, la nostra Comunità, regalando anche agli americani la possibilità di una cena kasher a lume di candela.
Dopo una settimana da quell’incontro ci è arrivata una bella telefonata da Stephen e Ophra, per ringraziarci di avergli fatto scoprire questo tesoro di Roma e per invitarci a New York la prossima estate. Dall’altra parte dell’Oceano ho due nuovi amici che mi aspettano. Devo ringraziare la ruggine della mia bici “sgarrupata”.
Buona pedalata a tutti!

Sharon Di Nepi, ingegnere 


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Rav Di Segni sul libro del papa:
"Ha spiegato bene la elezione del popolo di Israele" 
 
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Il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, commenta le affermazioni di Benedetto XVI contenute nel suo ultimo libro, riguardo a Israele come "popolo santo" "E' una lezione-riflessione che da il senso della profondità di visione teologica del problema dell'elezione di Israele. Il pontefice l'ha spiegata molto bene. Ora però occorre capire - ha aggiunto il Rav - chi intenda il papa per Israele: se la Chiesa come 'Nuova Israele', oppure il popolo ebraico come 'Vecchio Israele'. O anche tutti e due". 
 
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