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5 aprile 2011 - 1 Nisan 5771
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l'Unione informa
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Roberto Della Rocca
Roberto
Della Rocca,
rabbino

Pettegolezzo e maldicenza sono oramai un vezzo incorreggibile del nostro vivere comunitario. Usare un linguaggio aggressivo, fare rivelazioni scandalistiche sembra rispondere sempre di più alle regole del costume sociale e politico. La maldicenza deliberata e meditata è divenuta l’arma più utilizzata con cui combattere il prossimo e le sue idee. Ad approfondire il collegamento fra lebbra e maldicenza è il Chatam Sofer (Rabbi Moses ben Samuel Sofer o Schreiber, 1762-1839), che, nel commentare la Parashà di Tazria (Vajkrà, 13: 2), collega i tre sintomi comuni della tzaraat con i tre motivi che inducono le persone a parlare contro altre persone: 1) seeth (protuberanza): chi fa maldicenza la fa per innalzarsi e gonfiarsi rispetto agli altri; 2)  sappachat (scaglia): nel fare maldicenza ci si associa (sippuach) e  ci si uniforma  a un gruppo per essere accettato dal gruppo stesso; 3) baheret (macchia lucida): si fa maldicenza per discolparsi da qualcosa. Si tenta di chiarire (levaèr = chiarire) le ragioni del proprio atteggiamento per discolparsene e quindi si proiettano sugli altri alcune proprie responsabilità. 
Dario
 Calimani,
 anglista


Dario Calimani
Quest'anno alcuni prodotti dolciari cui eravamo abituati non sono più casher per Pesach. Lo comunica un autorevole rabbino italiano "anche" - un po' sibillino - sulla base di quanto dichiarato da un suo collega. Ma per il Beth Din Tzedek di Lugano gli stessi prodotti sono casher. Se si tratta di un problema di casheruth sarebbe forse utile conoscerne i dettagli specifici. Se si tratta di un problema economico o di competenza territoriale, anche. Certo, un problema di credibilità: di un produttore o del rabbinato? L'anno scorso la farina, quest'anno i dolcetti. Io però, come molti altri in Europa, del Beth Din Tzedek di Lugano mi fido. Povero ebraismo italiano, disorientato.

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davar
Medico senza frontiere - Eitan Kerem e il Gaza project
Gaza Project locandinaLa ricerca scientifica non ha confini geografici. La lotta contro le malattie genetiche e la cura del paziente sono totalmente indipendenti dai conflitti politici. Un medico è un medico ovunque e in ogni occasione, e un paziente è un paziente e basta, non importa di che sesso, religione, nazionalità egli sia. Idee scontate quasi banali in un mondo civile. Fini nobili, valori alti che tutti dovrebbero condividere e mai mettere in discussione, ma tra il condividere delle idee e il realizzarle c'è di mezzo Hamas.
Questa è la storia di un medico israeliano, direttore della divisione di pediatria e responsabile del centro di Fibrosi cistica dell'ospedale Hadassa di Gerusalemme, che ha superato ostacoli politici e territoriali pur di continuare a curare i suoi pazienti palestinesi. Persone di questo genere nel mondo sono rare purtroppo, e quando vengono alla luce è inevitabile pensare che anche la pace fra israeliani e palestinesi un giorno possa diventare realtà.
Posto un obiettivo più alto che è la lotta per la sopravvivenza contro un nemico che sa essere tanto buono quanto cattivo come la natura verso l'essere umano forse i conflitti fra gli umani riusciranno a passare in secondo piano. Si discute anche di questo in occasione della presentazione dell'iniziativa Gaza project del dottor Eitan Kerem, che si sta svolgendo in queste ore a Milano. L'incontro, che ha suscito l'immediata adesione entusiastica di Alberto Mantovani, uno dei massimi ricercatori in Italia e pro-rettore dell'Università Statale di Milano per la ricerca, oltre che direttore scientifico dell'Humanitas, è sponsorizzato dall'Associazione Medica Ebraica (AME).
La giornata di Kerem nel capoluogo lombardo è iniziata questa mattina con una lettura magistrale all'Università Statale di Milano, proseguirà con una conferenza stampa, e si concluderà stasera nella residenza per anziani della Comunità ebraica di Milano in via Arzaga a partire dalle ore 19,45, cui tutti sono invitati a partecipare. A tutti gli incontri presenzierà, fra gli altri, il dottor Baroukh Assael, direttore dell'Unità operativa del centro di Fibrosi cistica, nonché professore di pediatria dell'ospedale civile maggiore dell'azienda ospedaliera universitaria integrata di Verona, con cui abbiamo parlato dell'iniziativa.
Professor Assael come nasce e in cosa consiste il Gaza project?
Innanzitutto Eitan Kerem è responsabile del centro di Fibrosi cistica dell'ospedale Hadassa di Gerusalemme, a differenza di suo moglie che ha fatto parte del gruppo che ha scoperto il gene responsabile della malattia, lui si è specializzato nell'assistenza clinica per questa che fra le malattie genetiche rare è la più frequente. Il Gaza project di Eitan Kerem, nasce da un'esigenza, alla chiusura delle frontiere, causate dal conflitto israelo-palestinese, la possibilità per i pazienti palestinesi di recarsi nell'ospedale di Gerusalemme per usufruire dell'assistenza clinica necessaria a rallentare il decorso della malattia si è fatta molto più difficile. Preso atto di questo Eitan ha deciso di istruire medici, infermieri e operatori del settore di Gaza e Cisgiordania al fine di metterli in condizione di seguire autonomamente i pazienti palestinesi.
Chi ha finanziato il progetto di Eitan?
Il progetto è stato possibile grazie a finanziamenti di varie ong, grazie alla fondazione Perez per la pace e a contributi privati.
Perché l'iniziativa viene pubblicizzata solo ora che medici, fisioterapisti e infermieri, a distanza di due anni, sono già stati formati?
Eitan ha dovuto lavorare in sordina per paura di un eventuale ostruzionismo di Hamas, che pur sapeva e consentiva l'uscita degli operatori per recarsi presso l'ospedale di Gerusalemme, ma non voleva pubblicizzare la collaborazione fra i due paesi.
Ci sarà un seguito all'iniziativa?
Sì, questo è solo l'inizio. La volontà di Eitan e il motivo per cui l'abbiamo ospitato anche a Milano è per raccogliere fondi per proseguire nel progetto di formazione di centri di assistenza clinica per i malati palestinesi affetti da Fibrosi cistica.
E perché ora si può pubblicizzare l'iniziativa, cosa è cambiato?
Perché ora il primo team dopo due anni è stato formato e la riuscita dell'iniziativa è stata dimostrata.
Esistono altri progetti di questo tipo?
Non so. Probabilmente sì in altri campi. Ma direi che nel campo della Fibrosi cistica è unico.


Valerio Mieli


Qui Roma - Candidati a confronto
candidati Comunità di RomaLa platea era gremita, gli spettatori interessati e partecipativi, sembrava quasi di stare nel teatro di uno studio televisivo: tutto si richiamava infatti a una nota trasmissione che tratta argomenti seri in forma popolare, ma questa volta a partecipare al dibattito-spettacolo erano i tre aspiranti presidenti della Comunità ebraica romana. In un'atmosfera simpatica (grazie al lavoro degli organizzatori e dei presentatori), a volte tesa, ma sostanzialmente civile ed educata, Riccardo Pacifici della lista Per Israele, Raffaele Sassun della lista Per la comunità Efshar e Victor Magiar della lista Hazak hanno risposto alle domande dei moderatori (Giacomo Kahn e Giorgia Fargion) e di alcuni spettatori sui temi più scottanti: le scuole e il problema dell'educazione dei ragazzi, i modi per aggregare e coinvolgere i giovani, la casherut e i costi della carne, la propria posizione sulle sinagoghe e comunità reform, i deficit nel bilancio comunitario e tanto altro ancora.
Per alternare saggiamente il dibattito fra i tre i moderatori hanno chiamato sul palco altri tre fra i candidati più giovani e hanno trasmesso alcuni servizi video realizzati dalla nuova webtv “Ebraica channel” nei quali ebrei romani e di passaggio per il ghetto hanno risposto a domande sui tre candidati e sulle modalità di voto, e i tre capilista si sono sottoposti separatamente e insieme a domande test sugli altri concorrenti e a piccoli quiz di cultura ebraica e generale.
Una serata ben riuscita durante la quale gli spettatori hanno avuto modo di conoscere meglio i tre candidati e di come le tre liste intendono affrontare le problematiche della comunità.

Elena Lattes

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pilpul
Ancora: "tutti coloni"?
Sergio Della PergolaSulla questione se noi si debba per forza essere o meno tutti "coloni", Ugo Volli estende grandemente la polemica. Nel trasporto dell'argomento, oltre a chiamarmi per tre volte Dalla Pergola forse non identificando bene l'interlocutore, se la prende con gli illusi, con gli arrendevoli, e coi solipsisti. Nella sua visione strategica non esiste spazio alcuno per un compromesso con la parte avversaria. Per lui il sionismo si vive solamente in Giudea e Samaria, dimenticando forse che l'obiettivo originario del sionismo era la costituzione di uno stato ebraico in Palestina nell'ambito del diritto pubblico - dunque anche con il consenso degli altri e non solo del nostro. Ho già dato pienamente atto alla tesi del professor Volli che l'attacco della politica e dei media contro i "coloni" è un modo non intelligente per de-legittimare l'intero stato d'Israele e quel popolo ebraico di cui Israele configura la dimensione della sovranità statale. La stessa parola "coloni" è un ambiguo vocabolo usato per de-umanizzare. La tesi è che se si uccide un "colono" non si uccide una persona, e quindi la cosa può passare. Per questo Volli ha messo la parola tra virgolette, e io, condividendo, ho copiato le sue virgolette. Ognuno naturalmente ha il diritto a un'opinione politica, e quella di Volli è ben rappresentata alla Knesset, anche se da una minoranza dei deputati. Certo, a chi proprio vuole fare politica attiva suggerirei questo: venga a vivere con noi in Israele, prenda la cittadinanza, voti alle prossime elezioni, vada a stare in un insediamento di sua libera scelta - magari a Itamar. E cominci a metabolizzare un poco di quotidiana sociologia spicciola di Israele che vale molto di più di tanta alta filosofia e strategia politica. Se così facesse, Volli apprenderebbe che fra i "coloni" un ebreo vicino al movimento Reform non sarebbe accolto con lanci di riso e fiori. Poi scoprirebbe che lo stato d'Israele - lasciando da parte i modi e i tempi della fondazione dell'insediamento Itamar - considera una parte degli insediamenti "illegali" - dunque in flagrante violazione della legge israeliana. Ma quando le forze dell'ordine vanno a distruggere quelle costruzioni abusive, vengono accolte da grida di "nazisti", ricoperte di sputi e sacchetti di spazzatura. E appena i soldati di Zahal lasciano il luogo, le costruzioni abusive vengono immediatamente ricostruite. Quando poi gli stessi soldati ammoniscono gli abitanti locali che la rete di recinzione è stata forzata o addirittura non esiste, la risposta è: a noi non serve il filo spinato, la nostra protezione viene da ben altra Fonte. Fra l'altro chi paga le costruzioni legalmente costituite e anche una parte di quelle abusive? Il contribuente israeliano, direttamente attraverso il bilancio pubblico, e indirettamente mediante finanziamenti ad associazioni e movimenti; e in parte mecenati stranieri col tacito consenso delle autorità locali e statali. L'alloggio in Giuda e Samaria viene dunque ampiamente sussidiato da denaro pubblico e privato ed è quindi molto meno costoso che a Tel Aviv o a Petah Tiqva. In proposito, abbiamo una serie di sondaggi di opinione su cosa farebbero i 300.000 abitanti ebrei della Giudea e della Samaria se un giorno venisse l'ordine governativo di sgomberare il territorio. I risultati sono interessanti. La maggioranza assoluta se ne andrebbero con dignità, salvo esigere un indennizzo per la proprietà perduta. Un'altra parte significativa opporrebbe resistenza accanita, anche fisica, ma alla fine si lascerebbe portare via, come abbiamo visto nelle epiche scene dello sgombero del Gush Katif nella zona di Gaza. E uno 0,5 per cento (ossia 1.500 delle 300.000 persone in causa) non esiterebbero a usare le armi contro l'esercito israeliano. Dica ora Ugo Volli con quale di queste tre posizioni si identifica maggiormente, e se noi si debba essere, senza spazio per eccezione o attenuante alcuna, purtuttavia "TUTTI COLONI".

Sergio Della Pergola, Università Ebraica di Gerusalemme


Il mito di Liz
Tobia ZeviGrazie a l'Unione informa ho appreso il tragitto ebraico dell’epica Liz Taylor, che onestamente ignoravo. Questo mito femminile passato indenne attraverso otto (8!) matrimoni, mai spaventata dall’opportunità di trasformarsi e mutare opinione, ha vissuto come una certezza l’appartenenza al popolo ebraico, scoperto da bambina e poi divenuto il suo all’età di 27 anni, quando, dopo nove mesi di studio, scelse di convertirsi.
La questione delle conversioni (ghiurim) è notoriamente spinosa. L’ebraismo non prevede il proselitismo, e dunque aborre l’ipotesi di spingere altri a diventare ebrei; secondo la norma, anzi, il maestro è tenuto a dissuadere il candidato a compiere un passo che può rivelarsi pericoloso per la propria incolumità. Appartenere al «popolo eletto» non costituisce un privilegio, ma un aumento di responsabilità motivato dal rispetto dei precetti.
Ora, questa peculiarità dell’ebraismo è fonte di orgoglio. L’assenza di proselitismo aiuta a evitare il fanatismo, e, nella modernità, anche altre confessioni stanno approdando al medesimo esito. Ciò non toglie che tale impostazione provochi alcune problematiche all’interno delle comunità. In virtù di un’interpretazione assai restrittiva, tesa probabilmente a scoraggiare i matrimoni con persone di altre fedi, i tribunali rabbinici rendono talvolta il percorso di conversione molto complicato anche in assenza di impedimenti particolari.
La storia di Liz Taylor indica però due cose: ogni persona fa storia a sé - e su questo tutti concordano - e la durata della conversione non è per forza un fattore dirimente. Occorre che l’autorità rabbinica verifichi una motivazione profonda e la disponibilità a condurre una vita ebraica. Senza cadere nel proselitismo, rinunciamo ad atteggiamenti pregiudiziali nei confronti del candidato: ascoltiamo soprattutto che cosa ha da dirci.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas 


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notizie flash   rassegna stampa
Maccabi Tel Aviv, Final Four in forse
il giorno delle finali è Yom Hazikaron
  Leggi la rassegna

Il Maccabi Tel Aviv, ha conquistato la Final Four di Eurolega in calendario dal 6 all'8 maggio ma non potrà parteciparvi a meno che l'Eurolega non anticipi gli orari previsti per le competizioni. In quegli stessi giorni infatti cade una ricorrenza ebraica Yom Hazikaron, il giorno del ricordo, dedicato alle vittime del terrorismo e ai caduti di guerra. La dirigenza della squadra ha già chiesto all'Eurolega di provvedere ad anticipare gli orari e ha fatto sapere che se le sue richieste non verranno accolte non potrà partecipare alla Final Four. Le celebrazioni in Israele cominceranno domenica 8 maggio alle ore 20 israeliane, il che impedirebbe al Maccabi di giocare un'eventuale finale, sia per il primo sia per il terzo posto. "E' previsto di far giocare la finale alle 21 spagnole e la partita per il terzo posto alle 18 - ha detto la direttrice della comunicazione dell'Eurolega Kirsten Haack - Bisognerebbe anticipare la finale alle 16,30 ma questo evidentemente porrebbe un certo numero di problemi tra le emittenti tv e i nostri sponsor. Bisognerà consultare le differenti parti e i tre altri club per cercare di trovare una soluzione entro la fine della settimana".
 

Il tema principale della rassegna è ancora la "mezza marcia indietro del giudice Goldstone sulle calunnie antisraeliane del suo rapporto. Ne parlano il Wall Street Journal, chiedendo al giudice di "avere la decenza di ritirarsi dalla vita pubblica", Dimitri Buffa sull'Opinione (troppo tardi per chiedere scusa") Andrea Morigi su Libero ("ma l'Onu non cambia il rapporto"), Dan Segre sul Giornale ("finalmente onesto con Israele") e altri ancora. Ma è soprattutto gustosa l'antologia curata dalla redazione del Foglio sui commenti della stampa italiana al rapporto, tutti tesi alla condanna di Israele e gonfi di retorica dello scandalo per un'operazione certamente sanguinosa come tutte le guerre, ma che oggi è confermata nei limiti della legge internazionale. Sono gli stessi giornali come Repubblica che non hanno fatto sapere ai loro lettori nulla della marcia indietro del giudice sudafricano. Un altro argomento significativo è l’esecuzione da parte di terroristi palestinesi dell’attore pacifista di madre ebrea e padre palestinese Mer-Kamis...»

Ugo Volli











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L'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane sviluppa mezzi di comunicazione che incoraggiano la conoscenza e il confronto delle realtà ebraiche. Gli articoli e i commenti pubblicati, a meno che non sia espressamente indicato il contrario, non possono essere intesi come una presa di posizione ufficiale, ma solo come la autonoma espressione delle persone che li firmano e che si sono rese gratuitamente disponibili. Gli utenti che fossero interessati a offrire un proprio contributo possono rivolgersi all'indirizzo desk@ucei.it  Avete ricevuto questo messaggio perché avete trasmesso a Ucei l'autorizzazione a comunicare con voi. Se non desiderate ricevere ulteriori comunicazioni o se volete comunicare un nuovo indirizzo e-mail, scrivete a: desk@ucei.it indicando nell'oggetto del messaggio “cancella” o “modifica”. © UCEI - Tutti i diritti riservati - I testi possono essere riprodotti solo dopo aver ottenuto l'autorizzazione scritta della Direzione. l'Unione informa - notiziario quotidiano dell'ebraismo italiano - Reg. Tribunale di Roma 199/2009 - direttore responsabile: Guido Vitale.