Pesach
è fatto da una grande storia principale e da tantissime regole da
rispettare. Ogni regola è un mondo, pieno di dettagli, ciascuno con i
suoi significati. Vale la pena soffermarsi su ognuna di queste regole e
andare un po' in profondità. In queste pagine si parla del maror.
Perché il maror? Il
maror, “erba amara”, è uno degli elementi essenziali nella celebrazione
del Seder, la cena pasquale. L'origine di questa presenza e nel comando
biblico rivolto a Moshè, da trasmettere a tutti gli ebrei egiziani: la
notte del 15 di Nisan tutti dovranno riunirsi in casa per consumare un
pasto in cui l'alimento essenziale e il pesach (pesach Mitzraim),
l'agnello scannato poco prima e con il cui sangue sono stati dipinti
gli stipiti e l'architrave delle porte. L'agnello arrostito dovrà
essere mangiato insieme a pane azzimo e merorim, letteralmente “cose
amare” (Shemot 12:8). Una volta istituito il rito di pesach per le
generazioni future (pesach dorot) questo dovrà parimenti essere
mangiato insieme ad azzime e merorim (Bamidbar 9:11). L'uso dei
merorim origina quindi da una prescrizione della Torah; ma il
sacrificio pasquale non e più possibile da quando e stato distrutto il
Tempio. Da allora il consumo di merorim nella cena pasquale rimane
obbligatorio, ma come norma rabbinica; prima di mangiarli, in un
momento preciso della cerimonia, si reciterà la benedizione 'al akhilat
maror, “di mangiare il maror”. Il motivo di questo uso traspare
dal racconto della Torah ed è confermato dall'interpretazione rabbinica
che leggiamo a chiare lettere nella haggadà: “Questo maror che
mangiamo, perché? Perché gli egiziani amareggiarono (waimarereru) la
vita dei nostri padri (Shemot.1:14), imponendo loro duri lavori...” La
spiegazione rabbinica coglie l'allusione del testo della Torah, dove il
merorim di Shemot 12:8 riprende il waimareru di Shemot 1:14.. Le erbe
amare ricordano l'amara vita in Egitto. A questa spiegazione
basilare se ne possono aggiungere altre. Ad esempio Rabbi Zadoq haKohen
trova delle allusioni più antiche, nel racconto della colpa di Adamo
(che fu formalmente una trasgressione di un divieto alimentare: “non
mangiare quell'albero...” Bereshit 2:16) e nella conseguente punizione,
anch'essa espressa in termini di alimentazione. Cacciato dall'Eden
Adamo fu condannato a mangiare non più da ogni frutto del giardino, ma
la verdura dei campi, come gli animali (Bereshit 3:19); il pane
l'avrebbe mangiato solo con il sudore della fronte (v.19); la carne
sarebbe stata permessa solo dieci generazioni dopo, in seguito al
diluvio (cap. 9). Secondo Rabbi Zadoq gli alimenti del Seder sono anche
un ricordo di questa situazione e una riparazione del danno
primordiale; c'è la carne insieme a un pane speciale che è segno di
libertà e c'è l'erba che si mangia con una benedizione che significa la
fine delle amarezze.
Che cosa è il maror? Il
problema che si pone la tradizione e quello di identificare cosa si
intenda per merorim. Le domande sono varie e le risposte precise, come
spiega una pagina di Talmud Babilonese (Pesachim 39a): - Va bene una qualsiasi cosa amara? No, deve essere vegetale, come l'azzima è vegetale. -
Tra i vegetali possono andare bene anche gli alberi? No, devono essere
piante annuali o al massimo biennali, come i cereali con cui si fanno
le azzime. - Deve essere utilizzata una sola specie (come ad
esempio avviene per i quattro vegetali di Sukkot, ognuno dei quali
corrisponde a una pianta specifica)? No, possono essere utilizzate più
specie, come del resto indica l'espressione merorim, che e al plurale;
anche qui vale il confronto con i cereali delle azzime, che sono
cinque. Ed effettivamente la Mishnà indica cinque specie di erbe amare. -
Che cosa si può utilizzare della pianta? Le foglie e le costole, ma non
le radici. La tradizione ashkenazita spiega che le radici da non usare
sono quelle lunghe e sottili, non gli eventuali tuberi. La parte
utilizzabile deve essere cruda, eventualmente secca (le costole) ma non
cotta in alcun modo. Quanto alle specie utilizzabili, qui si apre
la questione più complessa. La Mishnà fa cinque nomi, la Ghemarà li
spiega in traduzione aramaica e poi porta altre fonti che aggiungono
alla lista anche le varianti di una stessa specie o i nomi di altre
specie. Come regolarsi rispetto a queste liste? Qui le opinioni dei
decisori divergono. Per alcuni si possono usare indifferentemente
ognuna delle cinque specie della Mishnà. Per altri l'ordine della lista
e importante e indica l'ordine di preferenza; alla seconda specie, e
cosi di seguito, si fa ricorso solo se la prima, o la precedente, e
irreperibile. Ma il primo problema e quello dell'identificazione
delle specie oggi, come lo era già nei secoli passati. Solo la prima
specie e identificata senza dubbi, per le altre esistono diverse
proposte. Le spiegazioni da cui dipendiamo vengono in gran parte da
autori medievali (Alfassi, Rashi, Rabbi Natan di Roma, autori di area
ashkenazita). Questo fatto, unito alla difficoltà di reperimento di
certe specie in climi diversi da quelli dell'area del Vicino Oriente,
almeno all'inizio della primavera quando viene Pesach, ha creato delle
tradizioni differenti. Ma vediamo i nomi e le proposte principali di
spiegazioni, con i problemi che ne derivano.
Chazeret:
è identificata praticamente da tutti con la lattuga (lactuca sativa),
nelle sue varietà (a cappuccio, romana, da taglio, a stelo); si tende a
preferire la lattuga romana. Gli autori sefarditi del bacino
mediterraneo talvolta la chiamano “salat”, come l'ingrediente
principale della nostra insalata. Il problema della lattuga è che
non è poi cosi amara, forse non lo è per niente. Qualcuno per questo
pensa che la tradizione si è confusa o che anticamente la specie fosse
più amara di quanto non lo sia oggi. Ma la domanda si poneva già ai
tempi del Talmud, quando c'erano dei Maestri che volevano adempiere
letteralmente al precetto dell'erba amara, e cercavano qualcosa di
veramente amaro al posto della lattuga; a loro si rispondeva in due
modi: il termine comune per indicare la lattuga (in aramaico, oggi in
ebraico) e chasa, che ha una radice in comune con chus, essere
misericordiosi; nel senso che il Signore ha avuto misericordia di noi e
non ci ha imposto un'ulteriore sofferenza la sera del Seder dandoci da
mangiare cose cattive. L'altra spiegazione è che con la lattuga succede
quello che successe con la schiavitù in Egitto, “prima morbida e alla
fine dura”; riferito alla lattuga significa che durante la crescita la
pianta si indurisce e/o diventa amara. Il termine lattuga e
collegabile al liquido lattescente che esce quando si incide il tronco;
la presenza di questo liquido e considerata come criterio di
riferimento per considerare una specie adatta all'uso come maror. Ma
non tutte le specie poi elencate rispondono a questa caratteristica. Sulla
lattuga si può aggiungere un altro dato interessante, che non si trova
nei libri di halakhà. Nell'antichità greca e romana alla lattuga,
diffusissima, si attribuivano effetti sedativi, in particolari
antiafrodisiaci. Tuttora nella medicina popolare o domestica si pensa
alla lattuga come sedativo. Ma in tempi più antichi, proprio in Egitto,
alla lattuga venivano attribuiti effetti opposti, ed era l'erba che
veniva offerta a Min, il dio della fertilità. Dal punto di vista
farmacologico c'è chi spiega la contraddizione dicendo che a piccole
dosi l'effetto è sedativo, ma aumentando la dose prevalgono gli
alcaloidi eccitanti; e si ricordi che la quantità di maror da consumare
non e piccola (kezait, 28 g). Dal punto di vista storico l'antico
uso egiziano potrebbe dimostrare l'antichità della scelta della lattuga
come erba amara e dare un senso in più all'istituzione del pesach
Mitzraim che in tutte le sue parti e una critica alla cultura e alla
religione egiziana: mangiare agnello era per gli egiziani uno sfregio,
le azzime rappresentano un rifiuto dell'invenzione egiziana del pane
lievitato, e in aggiunta a questo la lattuga, che viene sottratta
all'uso pagano e inserita in un rito differente.
'Olshin:
secondo la Ghemarà e Indivi; Indivi, da cui indivia, è un termine di
origine orientale che e stato poi adottato nelle lingue europee per
indicare diverse verdure; l'identificazione prevalente e con la cicoria
(Cichorium Intybus); secondo Rashi e il “crispigno”, quindi e il sonco
(sonchus); secondo il romano Beniamin Anav, citato dal fratello Zidqia
autore del Shibbole haLeqet, e l'indivia scarola (Cichorium Endivia).
Tamkha:
è la specie sulla cui identificazione c'è la discussione più grande.
Una nota erudita dice che il nome sarebbe la sigla di una frase della
tefillà: tamid mesaprim kevod e-l (“raccontano sempre la gloria
divina”, che a parte la prima parola riprende l'espressione del Salmo
19:2). Sul piano botanico: secondo il Talmud Yerushalmi e il greco
gingidion, che potrebbe identificarsi con pastinaca, pimpinella ecc.;
secondo Rashi e il marrubio (Marrubium vulgare); secondo Maimonide e
l'indivia (quella che per Beniamin Anav erano gli 'Olshin); secondo
rabbi Natan di Roma, l'autore del dizionario 'Arukh, e il cardo,
secondo Alfassi, il loglio (lolium temulentum altrimenti detto
zizzania); secondo la tradizione ashkenazita il meeretich, più noto con
il nome slavo cren, o chrein, horseradish in inglese, che in italiano e
la barbaforte (armoracia latifolia, rusticana, cochlearia armoracoa).
Una pianta analoga diffusa in Giappone e il Wasabi. Nel mondo
ashkenazita e il maror più comune di cui si usa la radice; viene
grattato poco prima del consumo per ridurne l'asprezza (in effetti è
più aspro/piccante che amaro). L'uso del cren ha detrattori e
difensori: Si obietta che non e amaro, si risponde che neppure la
lattuga lo è. Si obietta che è più una spezia che una verdura e non se
ne consumano le foglie; si risponde che il tubero e già parte della
pianta. Si obietta ancora che è troppo forte e pericolosa, si risponde
che la forza lo protegge dall'invasione di insetti proibiti che invece
infestano la lattuga. Infine si dice che bisognerebbe preferire il
primo nome della lista della Mishnà, ma si risponde che l'uso e antico
e autorevole. Verosimilmente la preferenza nel mondo ashkenazita ha la
sua motivazione nelle condizioni ambientali e climatiche, nella
difficoltà di trovare lattuga o simili quando e ancora molto freddo.
Charchavina:
secondo la Ghemarà e una pianta che cresce intorno alla palma, che
Rashi traduce in Vedela, forse la Calistegia; secondo Alfasi e
Maimonide l'eringio (Eryngium); per i Gheonim il trifoglio.
Maror:
potrebbe essere un nome generico di qualsiasi erba amara da usare in
assenza delle precedenti, o una pianta specifica. Per Rashi e Amirfoil
(foglia amara?) - Porpriz, in francese moderno Pourpier, (Portulaca
oleracea). Per Rabbi Natan e Maimonide la lattuga selvatica (Lactuca
serriola). Nella tradizione yemenita il sonco (oleraceo). Una
tradizione ashkenazita lo identifica con l'assenzio, che però è un
albero.
In pratica,
secondo le tradizioni italiane e sefardite si deve usare la lattuga,
facilmente reperibile, avendo cura che sia abbondante (non basta una
assaggio) e accuratamente pulita (attenzione agli insetti!). Con la
lattuga si fa la benedizione sul maror e il korekh (maror avvolto su
azzima con charoset). Volendo si può usare un altro vegetale per la
seconda funzione, in alternativa alla lattuga; potrà andar bene sia la
cicoria che la scarola o l'indivia, fresche e ben lavate, su cui
esistono tradizioni ben consolidate. Queste stesse verdure possono
eventualmente sostituire la lattuga se non e reperibile. Gli ahkenazim
prendono il cren e se c'è l'uso di due diversi maror ricorrono per il
secondo alla lattuga romana. Il maror non va confuso con il karpas, che
deve essere un vegetale differente (sedano o prezzemolo).
rav Riccardo Shmuel Di Segni, rabbino capo di Roma Per questo articolo e stata molto utile la consultazione del libro di Zohar Amar, Merorim, 5768.
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Il pasto della libertà
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Ma nishtanà, «che cosa distingue» questa sera da tutte le altre sere? Con tale domanda, rivolta dal più giovane, comincia la Haggadà di Pesach, narrazione della schiavitù trascorsa, dell’uscita dall’Egitto, del varco verso la terra promessa. Tra tutte le innumerevoli storie la Haggadà di Pesach
è per il popolo ebraico la «storia» per eccellenza. Ascoltare il
racconto, con-memorare - dice la Mishnà (Pes 10, 5) - è come aver preso
parte all’esodo, essere stati liberati. È il valore messianico del
linguaggio che fa irrompere il futuro nel presente in cui si ricorda il
passato. Così, scrive Rosenzweig, la festa della liberazione è la
«creazione del popolo» come popolo. Il Seder,
segno della chiamata alla libertà, è il pasto per antonomasia, scandito
e ordinato attraverso il cerimoniale dall’inizio alla fine. D’altronde Seder
vuol dire «ordine». Ma «tutto l’ordine» che «rimaneva ancora
autoritario», alla fine, come già si annunciava all’inizio con la prima
domanda del figlio più giovane, «si è dissolto completamente nella
partecipazione alla comunità».
Donatella
Di Cesare, filosofa
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Qui Roma - Giovani medici e nuova formazione
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E’
Mattià Di Segni, 24 anni, iscritto al sesto anno di Medicina e
Chirurgia il vincitore del concorso dell’Ospedale israelitico di Roma
per una borsa di studio destinata a un periodo di «observership» in un
ospedale a scelta fra il Beith Israel o il Mount Sinai di New York, il
Hadassa di Gerusalemme o il Ramban di Haifa. Alla cerimonia di
premiazione che si è svolta all’Istituto Pitigliani erano presenti
insieme al presidente della Comunità Ebraica di Roma Riccardo Pacifici
e al rabbino capo Riccardo Di Segni, Bruno Piperno presidente del
Consiglio di amministrazione dell’Ospedale, il dottor Fabio Gaj
esponente del Consiglio di amministrazione dell’ospedale che ha anche
fatto parte della Commissione giudicante con il dottor Cesare Efrati e
il dottor Pacifico Spagnoletto, il medico grazie al quale è stata fatta
la donazione che ha consentito l’istituzione del concorso, il professor
Lamberto Perugia, il dottor Dario Perugia presidente dell’Ame Roma
(Associazione Medica Ebraica) il dottor Guido Coen vice presidente
dell’Ame Italia, e la dottoressa Annarita Vestri. »
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A Tripoli vertice per la pace Gheddafi accetta la tregua Cristiano Tinazzi, Il Messaggero, 11 aprile 2011
Calderoli: ritiriamoci dal Libano Antonella Rampino, La Stampa, 11 aprile 2011
Le polemiche sulla Arendt A 50 anni dal caso Eichmann Michela Marzano, la Repubblica, 11 aprile 2011
Studenti di Roma, Pesaro e Potenza visitano Auschwitz con Zingaretti Mauro Evangelisti, Messaggero, 11 aprile 2011
Cerco parole nuove per una storia antica Alessandro Piperno, Corriere della Sera, 11 aprile 2011
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