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 29 aprile 2011 - 25 Nisan 5771
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rav Arbib Alfonso
Arbib,
rabbino capo
di Milano

All'inizio della Parashà di Kedoshim Dio si rivolge a Moshè dicendogli di parlare a tutta la Comunità dei figli di Israel e di dire loro: "Siate santi perché Santo sono io Signore vostro Dio". All'ebreo viene chiesto di imitare la santità di Dio nello stesso tempo però è precisato che Moshè deve rivolgersi a tutta la Comunità dei figli di Israel. Secondo un commentatore contemporaneo questa precisazione serve a mettere in rilievo la differenza fondamentale fra Dio e l'uomo. Dio è Santo ed è Unico e solo, l'uomo invece può realizzare la propria santità soltanto sviluppando il rapporto con gli altri e vivendo all'interno di una comunità.

Sonia
 Brunetti Luzzati, pedagogista


sonia brunetti
Ancora Shoah? Ma non siamo appena usciti dal Giorno della Memoria? Anzi, quest’anno con le celebrazoni del 150° dell’Unità d’Italia siamo ancora immersi nella festa della Liberazione, nella Resistenza, nelle deportazioni di allora e nei drammi odierni degli sbarchi che, a torto o a ragione, evocano sinistre memorie. Pensieri che solo marginalmente dovrebbero riguardare la quotidianità di chi deve celebrare Yom Ha Shoah nelle nostre scuole dal momento che sarebbe importante insegnare e studiare la Storia della Shoah rimuovendo alcuni ostacoli: il “ credere di sapere” generato proprio dall’impatto mediatico che non genera però conoscenza storica; il “ ridurre gli ebrei a vittime” e l’ebraismo ad una storia di sofferenza e dolore come se non esistesse null’altro; il ” trasmettere con la ragione” qualcosa che sfugge alla ragione; il farne oggetto di studio continuativo nell'arco dell'anno, “.. per ogni cosa c’è il suo momento...” recita il Qoelet.
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davar
Scatti d’autore dai luoghi della Bibbia
davarL’Ottocento è il secolo delle grandi spedizioni archeologiche in Africa e Medio Oriente dove si avviava, da un punto di vista metodologico, la ricerca di un sistema di documentazione scientifico. Quello che prima era lasciato al disegno ora era affidato alla fotografia. La nascita e la diffusione del mezzo fotografico permetteva, infatti, di documentare nel dettaglio le architetture, le rovine e in generale i particolari artistici delle città. Tra le mete più frequentate vi era la Palestina che ha sempre suscitato grande interesse tra i viaggiatori e i primi fotografi del XIX secolo. Non a caso si tratta di uno dei luoghi più fotografati al mondo poiché racchiude oltre a paesaggi evocativi e città monumentali anche i luoghi ancestrali della fede per ebrei, cristiani e musulmani. Alla villa di Malibù del Paul Getty Museum, in California, sono allestite un centinaio di immagini che raccontano quest’area geografica nella mostra In Search of Biblical Lands: from Jerusalem to Jordan in 19th Century Photography. Dagherrotipi, stampe su carta salata e stampe all’albumina realizzati tra il 1840 e il 1900 dai maggiori fotografi dell’epoca da Felice Beato, il cipriota specialista in fotografia orientale, a Maxime Du Camp, scrittore e fotografo amico di Flaubert, considerato uno dei primi inviati speciali. davar
Vi si trovano anche immagini di Auguste Salzmann, James Graham, Louis Vignes, Frank Mason Good e Frederic Goupil-Fesquet. Anche il ritrovamento di testi legati alla Bibbia scoperti in Egitto e Siria aveva spinto esploratori, accademici, turisti a raggiungere la Palestina e realizzare le prime immagini di quegli scenari. L’avvento della fotografia che, in generale, aveva incrementato i viaggi, donava un’immediatezza e una autenticità ai luoghi che mutò sensibilmente l’approccio estetico ai luoghi antichi. I paesaggi e le architetture si mostravano nella nuova veste di fascinazione di un paesaggio esotico perdendo l’allure drammatica che avevano avuto fino ad allora con la rappresentazione grafica. La stessa popolazione di ambulanti, lebbrosi e pastori vestita con gli abiti tradizionali, rispondeva al gusto romantico dell’idea che si era creata su quelle terre. La mostra si struttura in cinque sezioni (Gerusalemme; Le prime vedute; Gente della Bibbia; Viaggi nel paese della Bibbia; Spedizioni di là del mar Morto.) e raccoglie fotografie realizzate per l’editoria scolastica, immagini per souvenir di viaggio, oppure semplici soggetti artistici che documentano i monumenti e le città.
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Data la deperibilità del materiale fotografico, troppo delicato perché si possa esporre per lungo tempo, le immagini, più di un centinaio, sono allestite in due tranche, ognuna visibile per tre mesi. Molti degli album fotografici in mostra furono realizzati nello studio del fotografo francese Felix Bonfils (1831-1885) mentre un’altra importante presenza sono le serie realizzate durante ben tre viaggi in Medio oriente dal fotografo inglese Francis Frith (1822-1898) e i dagherrotipi di Joseph-Phoilibert Girault de Prangey (1804-1892). I visitatori possono vedere la regione da vicino attraverso un tour stereoscopico (cioè un tipo di fotografia che permette di recepire la profondità di un’immagine) in due grandi schermi che replicano digitalmente l’esperienza in tridimensione. Ogni visitatore ha a disposizione una selezione di dodici cartoline che ricreano un viaggio a Gerusalemme e in Palestina. Insomma, un’occasione per guardare quelle terre con gli occhi dei viaggiatori ottocenteschi, un paesaggio legato alla fede, allo stesso tempo familiare ma ancora da scoprire.

Susanna Scafuri, Pagine Ebraiche, aprile 2011

(nelle immagini di Felix Bonfils: in alto Lebbrosi, Gerusalemme 1870; al centro La Piscina di Ezechia 1870, in basso Lebbrosi, Gerusalemme 1870)


J. P. Getty Museum

davarJean Paul Getty (1892-1976), imprenditore nel campo petrolifero, accumulò durante la sua vita una consistente collezione di reperti archeologici greco-romani e opere d’arte soprattutto legate alla pittura medievale e rinascimentale europea. Il primo nucleo venne raccolto nella villa del magnate a Malibù, in California, costruita sul modello della Villa dei papiri a Ercolano. Nel 1997 la collezione fu spostata nell’attuale sede del museo, realizzata appositamente, di Los Angeles. Nel frattempo il patrimonio si è ampliato arrivando a comprendere anche diversi fondi della fotografia europea e americana. La mostra In Serch of Biblical Lands: From Jerusalem to Jordan in 19th Century Photography è allestita dal 2 marzo al 12 settembre 2011 nela sede Getty Villa di Malibù (17985 Pacific Coast Highway, Pacific Palisades, California)

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pilpul
Cosa si può cantare?
Anna SegreQuest’anno il settimo giorno di Pesach (data del passaggio del Mar Rosso) coincideva con il 25 aprile; Rav Somekh nella sua derashà ha proposto un interessante parallelismo tra le due circostanze: in entrambe convivono da una parte la gioia per lo scampato pericolo e il ringraziamento per la miracolosa salvezza, dall’altra il monito “Non gioire quando il tuo nemico cade” (Proverbi 24, 17). Nel caso di Pesach nel settimo giorno leggiamo la Shirat Ha-Yam, la Cantica del Mare intonata da Mosè e dai figli di Isarele, però negli ultimi sei giorni non recitiamo l’Hallel completo. Anche intorno al 25 aprile sono nate discussioni, con tanto di proibizioni, su cosa fosse o non fosse opportuno cantare. A chi è abituato al nostro Hallel incompleto non sembra strano che in contesti pubblici si faccia attenzione a cosa si canta e si pongano dei limiti, però mi ha stupito apprendere che tra i testi sotto accusa ci fosse anche “Bella ciao”, canzone del tutto priva di connotazioni politiche specifiche e che contiene solo un vago cenno a un “invasore” non meglio definito. Chi si dovrebbe offendere, dunque? Al limite i tedeschi di oggi (se si identificassero con l’”invasore”), ma non mi risulta affatto che la polemica provenga da quella direzione. Quando i divieti colpiscono un testo così innocuo viene il sospetto che si voglia mettere in dubbio la stessa ragion d’essere della festa, come se non fosse appropriato prendere posizione per una delle due parti in conflitto, come se non fosse corretto rallegrarsi perché l’Italia è stata liberata e il fascismo e il nazismo sono stati sconfitti. Non mi pare che vietare “bella ciao” sia come dimezzare l’Hallel: sarebbe piuttosto come proibirlo del tutto, o magari, già che ci siamo, abolire anche il seder, per evitare di prendere apertamente posizione contro il Faraone.

Anna Segre, insegnante

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notizieflash   rassegna stampa
Strage di Marrakesh -Fra le vittime un'israeliana al sesto mese di gravidanza    Leggi la rassegna


Il ministero degli Esteri israeliano ha confermato che fra le vittime morte dell'attentato terroristico avvenuto ieri a Marrakesh c'é anche una donna israeliana. La donna - al sesto mese di gravidanza - è rimasta uccisa insieme con il marito, un ebreo di origine marocchina che lavorava in Cina. La coppia era giunta in Marocco per una breve visita di carattere familiare, in occasione della Pasqua ebraica.

 
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