Distruzione e liberazione
Questo
pensiero su Tishà BeAv esce nell’ora di Minchah, la preghiera
pomeridiana, durante la quale i nostri Maestri hanno voluto inserire
alcuni elementi di consolazione. Si indossano il Tallit e i Tefillin
che non si sono messi al mattino, si riaccendono le luci delle
Sinagoghe lasciate spente da ieri al tramonto, vengono ripristinati gli
arredi e i paramenti ordinari, non ci siede più per terra come abbiamo
fatto ieri sera e questa mattina, le melodie della Tefillah tornano a
normalizzarsi. Tutto ciò perché ci è stato tramandato che proprio in
questa ora della giornata le fiamme dell’incendio del Bet Hamiqdash
sono iniziate a diminuire. In verità, in ottemperanza all’insegnamento
del Midrash Ekhah Rabba: “…nel giorno in cui è stato distrutto il Santuario è nato il liberatore.",
la tradizione ebraica sottolinea lo stretto legame tra distruzione e
liberazione. La rovina non è mai definitiva, e il punto più basso della
caduta è anche l’inizio della risalita. La vita e la morte, la gioia e
il dolore non sono vissuti necessariamente come due momenti staccati; è
anzi piuttosto ricorrente in tutta la vita ebraica, che anche nel
momento in cui la morte e la distruzione sembrano prevalere, la
Tradizione ci indica la strada per fare riemergere la vita. È
questo atteggiamento che spiega il paradosso di Tishà BeAv, il
digiuno del 9 di Av. Se da una parte è un giorno di lutto che riassume
in sé la memoria delle esperienze più tragiche della nostra storia, le
più antiche assieme alle più recenti, dall’altra è considerato Moèd,
giorno di festa: è questo infatti il motivo per cui non si recita il
Tachannun la preghiera di supplica dei giorni feriali. Stabilendo
questa regola, i Maestri hanno voluto esprimere non solo la speranza,
ma la certezza che così come le profezie di distruzione e
dispersione si erano realizzate, così pure quelle di consolazione
e redenzione non tarderanno a manifestarsi. E’ antica consuetudine
presso le nostre Comunità conservare la candela, alla cui luce ieri
sera abbiamo letto il libro delle Lamentazioni, e accenderci i lumi di
Chanukkà. Quella piccola fiammella che ha accompagnato i nostri momenti
più sciagurati è la stessa che da luce ai nostri momenti più lieti.
Questa associazione paradossale tra Chanukkà, la festa che celebra la
riconsacrazione del Tempio, e Tishà BeAv, il giorno che ne ricorda la
distruzione può essere capita ricordando quanto afferma il nostro
Midrash, che proprio nel giorno in cui fu distrutto il Santuario,
nacque il Messia, simbolo della redenzione di Israele dalle leggi della
storia che lo vorrebbero già scomparso e della consacrazione di Israele
alla sua funzione. Ancora una volta il vero miracolo è quello di
saper trovare la luce nel buio che si avverte in mezzo alle macerie.
Aver fiducia che proprio nel momento in cui la luce sembra oscurarsi la
presenza divina si manifesta attraverso nuove e misteriose vie.
Questa certezza di redenzione dipende anche da noi: sta infatti a noi
conservare intatto questo debole lume per riaccendere la luce della
speranza messianica. "... Chi fa
lutto per Gerusalemme ha il merito di vederne la gioia, e chi non
fa lutto per Gerusalemme non ne vede la gioia...". (Taanit, 20 b)
rav Roberto Della Rocca, direttore del dipartimento Educazione e cultura UCEI
(Nell'immagine La notte di Thishà beAv in un'opera di Zvi Raphaeli)
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