Ecco il testo del discorso dedicato, nel
Tempio maggiore di Roma, all'ora di Ne'ilà di questo Kippur 5772 dal
rabbino capo della Capitale rav Riccardo Di
Segni.
Qualche giorno fa Gadi Luzzatto
Voghera ha raccontato questa storia su Moked, il giornale online
dell'UCEI: “Mi è capitato un
anno fa di fare un bel viaggio nella Polonia ebraica e ad Auschwitz
con un gruppo di amici padovani, ebrei e non ebrei. Persone colte,
che hanno dato vita a un bel dibattito intellettuale [...]. L’ultimo
giorno siamo stati raggiunti da un nutrito gruppo di ebrei romani,
la classica “piazza”, e l’indomani siamo andati insieme a visitare
Auschwitz. Bandiere israeliane, hatikva, commozione. Ma anche uno
sguardo supponente e, direi, “di superiorità” che si percepiva nei
confronti degli amici romani. Una signora di passata militanza
comunista mi avvicina e mi chiede lumi: “ma chi sono, ma come si
comportano, ma proprio non c’è terreno di confronto”, mi dice. La
guardo un po’ stupito e le rispondo: “amica mia, questo è il
popolo”, chiedendomi per cosa avesse mai combattuto in questi anni
di militanza politica da sinistra.” La scena qui descritta
è un po’ esagerata, ma reale. La “piazza” classica non esiste più,
ma così da fuori vedono il nostro “popolo ebraico romano” che
abbraccia un’ampia fascia di famiglie che vivono soprattutto di
commercio, e che si esprime in un certo modo, tanto più in momenti
di forte emotività come in una visita ad Auschwitz. Così come esiste
un altro mondo ebraico, chiamiamolo “intellettuale”, non solo fuori
Roma, che non capisce questo popolo e se ne tiene lontano con una
certa spocchia. La distanza tra i due mondi si manifesta soprattutto
nel campo politico e nel rapporto con lo Stato d'Israele. Ma non è
solo su questo, e non ne starei a parlare qui ora, in uno dei
momenti più solenni e sacri del nostro calendario, se questa
distanza non proponesse delle riflessioni importanti sul piano
religioso. Vi sono sempre state nelle nostre comunità delle
differenze sociali, basate sulla ricchezza, sulla professione, sul
livello di educazione. Anni fa erano molto più sentite, come vere e
proprie barriere sociali. Ora tutto si è fortunatamente più
smussato, ma non è finito e ce ne siamo accorti anche nelle ultime
elezioni dove le liste sono diventate quasi espressioni di classi
differenti. Il fatto è che queste differenze incidono non poco anche
sull'identità e sulla vita religiosa. Roma ebraica ha conosciuto
in questi ultimi anni una crescita esponenziale di attivismo ebraico
e insieme una crescita di religiosità. Sono cresciuti i
consumatori di carne kasher e i servizi a questo collegati; sono
aumentate le Sinagoghe periferiche e i loro frequentatori; cresce il
numero degli studenti nelle nostre scuole e delle persone
interessate allo studio della Torà nelle sue varie espressioni. Le
domande che i rabbini ricevono non riguardano più temi esclusivi
come il lutto, ma si allargano allo Shabbat, alla purezza
famigliare, ai rapporti economici. Ma esiste anche l'altra faccia
della medaglia, quella del disinteresse e dell'abbandono. Questa
sera, come tutti gli anni, le nostre Sinagoghe sono stracolme. Per
molti di coloro che sono ora qua, o si affacceranno tra un'ora per
la berakhà, questa sarà forse l'unica, o una delle pochissime
presenze annuali al Beth haKeneset. Soprattutto a chi si affaccia
solo ora vorrei dare il benvenuto, con una storia vera raccontata da
rav Shlomo Carlebach. E' la storia di un professore israeliano non
osservante e antireligioso che, soldato durante la prima guerra in
Libano fu ferito, e rimase isolato in attesa di soccorsi. Se non
fossero venuti a prenderlo entro due ore sarebbe morto dissanguato.
In momenti così ti passa davanti tutta la vita, si cercano cose a
cui appoggiarsi, riaffiorano i ricordi di esperienze, studi, melodie
care. In quelle due ore decisive l'unica cosa che riuscì a tenere
sveglio e confortare il professore fu il ricordo del Kippur passato
in Sinagoga da bambino con il nonno, l'atmosfera intensa, le
emozioni, i canti, che ritornavano a galla benché rimossi o sepolti
da altre esperienze. Una volta salvato e guarito, il professore
maturò questa conclusione: se un suo nipote non avesse avuto da
piccolo quelle fondamentali esperienze e si fosse poi trovato
sciaguratamente nelle stesse condizioni critiche, non avrebbe avuto
alcun sostegno. Per questo anche un'ora sola qua, insieme ai propri
cari o ai propri confratelli e soprattutto con chi prenderà il
nostro posto è importante, e fondante. E' il sacro che si manifesta,
parla e si trasmette. E' il sostegno essenziale che dà senso alla
nostra vita. Non sono tutti agli estremi come il professore.
Nell'identità ebraica e nel rapporto con la religione esistono tutte
le gradazioni e le varietà possibili. Qui non ci sono più i due poli
classici nettamente distinti, tanto più dopo l’arrivo, per nostra
fortuna, degli Ebrei di Libia; in realtà c’è un modello di base
condiviso da cui ci si distacca in varie direzioni. La
maggioranza condivide una visione ebraica in cui il cemento è la
storia comune, la Shoà, lo Stato d'Israele, la vigilanza
sull'antisemitismo, insieme alla partecipazione più o meno intensa a
certi riti religiosi. Sono in molti a mangiare kasher almeno a casa,
e molti di meno a rispettare il Sabato. Ma chi è chi si avvicina o
si allontana di più? A prima vista sembrerebbe che gli
“intellettuali” siano quelli più in fuga; per loro l'impegno
politico e culturale è stato prevalente, con minore attenzione alla
religione praticata; e con la crisi dei riferimenti politici e
ideologici, il vuoto non è stato riempito dalla religione. Non
sarebbero loro i frequentatori crescenti delle nuove Sinagoghe. Ma
senza dare colpe e meriti a caso, bisogna capire che sia nell’una
che nell’altra parte la maggioranza si adagia su un modello ideale
in cui la prima regola è evitare quelle che sono considerate
esagerazioni, importazioni recenti da mondi alieni. Manca un
desiderio sincero di conoscenza, di comprensione. Ognuno è libero di
decidere quanto essere osservante, ma se vuole essere onesto con sé
stesso deve prima cercare di capire che cosa rifiuta e perché lo
rifiuta. Invece prevale la reazione emotiva, un tempo sì che andava
tutto bene, noi siamo romani e italiani, un tempo sì che i nostri
rabbini tolleravano tutto, e così via. Ma non è vero, i rabbini sono
stati sempre criticati e attaccati per quelle che venivano
considerate stravaganze ed esagerazioni. Dal mondo intellettuale ci
si aspetterebbe un contributo alla crescita della comunità con la
passione per lo studio; ma troppo spesso ci si ferma
all'apprezzamento di ciò che nell'ebraismo il mondo esterno
considera chic e arguto, si pensa che l'essenza dell'ebraismo sia la
discussione e la dialettica e non quello che la dialettica dovrebbe
insegnare a fare. E tutti dovrebbero crescere guardando il vasto
mondo ebraico di cui l'ebreo romano e italiano è parte nobile, ma
non esclusiva e isolata, e riflettere sul fatto che quello che si
considera un modello ideale è solo il risultato di un compromesso un
po' penoso e patetico del tentativo di sopravvivere tra gli altri a
prezzo della nostra identità e della nostra tradizione. In questi
ultimi mesi il mondo più vicino a noi, quello dei paesi arabi
mediterranei, si è scosso e nessuno sa se ne deriveranno società e
sistemi migliori o persino peggiori di quelli che vengono abbattuti.
Certo è che molto sta cambiando, a cominciare dal ruolo tradizionale
della leadership. A scuotere i regimi sono masse di individui, non
più i capi carismatici. Una parabola chassidica racconta del re
degli animali, il leone, che un giorno era molto arrabbiato.
Andarono dalla volpe per chiederle di placare il leone, come sempre
aveva fatto in passato, raccontandogli una favola. Ma la volpe
rispose che la paura le aveva fatto dimenticare tutte le favole.
Così tutti gli animali dovettero misurarsi singolarmente e insieme
con il leone. A Kippur, spiegava il Ba’al Shem Tov, accade la stessa
cosa, nessuno può delegare, non ci sono capi carismatici,
rabbini o altri su cui basarsi. Ognuno gioca con le sue forze. Ma le
forze di ognuno sono inesauribili, anche se non ce ne rendiamo
conto. La cosa più difficile che ci viene chiesta in questo momento
di Ne'ilà è di cambiare. Cambiare stile di vita, di pensiero, di
comportamento, dispiegando l'enorme energia che abbiamo in noi.
Proviamoci, pensiamoci in questa ora straordinaria in cui le porte
del cielo si chiudono. A tutti chatimà tovà.
rav
Riccardo Shemuel Di Segni, rabbino capo di Roma
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