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21 dicembre
2011 - 25 Kislev 5772 |
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David Sciunnach,
rabbino
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“E avvenne al
termine ... e il Faraone sognava.” (Bereshìth 41, 1) Il
Grande commentatore italiano Rabbì Ovadià Sforno commenta questo verso
dicendo: Mentre sognava sogni futili sognò anche di trovarsi presso il
Nilo, e come dicono i nostri Maestri, il loro ricordo sia in
benedizione (TB Berachòth 55a) “Come non vi può essere frumento senza
paglia, così non vi può essere un sogno senza elementi
futili”.
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Davide
Assael,
ricercatore
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Mi inserisco sulla scia delle
interessanti considerazioni di Daniele Liberanome, che ringrazio anche,
da milanese, per aver colmato la mia ignoranza sull’esterno dell’abside
del Duomo. Tutti conosciamo la cosiddetta teologia della sostituzione,
con cui il cristianesimo si è impossessato della storia e dei simboli
di Israel. Non si tratta di una pura operazione di potere, ma di uno
slittamento culturale alla cui base c’è l’idea dell’incompiutezza
ebraica, cui si rimprovera di aver aperto la strada senza percorrerla
fino in fondo. Se, dunque, l’ebraismo ha inaugurato una prospettiva
universalistica che riconosce diritti trasversali, non è stato capace
di abbattere i limiti che separano la propria cultura dalle altre,
dando l’idea di un’ostinata resistenza. Inutile dire che il mondo
ebraico rivendichi con fierezza la resistenza ad una spinta che pare
assomigliare in modo sospetto alla rabbia di Esav nei confronti del
fratello, ma mi chiedo: che Europa hanno in mente gli altri? Una
semplice redutio ad unum? E chi sarebbe l’ “unum”? Una domanda cha ha
ancor più senso oggi, nei giorni di Hanukkah.
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Qui
Ferrara - La città estense accende la prima luce
e apre le porte del nuovo museo dell'ebraismo italiano
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Il
Museo dell'ebraismo italiano e della Shoah, il grande cantiere
culturale di Ferrara che farà della città estense una delle capitali
dell'Italia ebraica, ha aperto i battenti con la prima luce. Al momento
di accendere il primo lume di Chanukkah, attorno alle autorità
intervenute per il taglio del nastro tricolore si sono raccolti in
massa numerosi cittadini. Raffaella Mortara, consigliere della
Fondazione Meis e curatrice delle mostre “Versione Beth”, “È arrivato
l’ambasciatore” e “Italia di Luci” inaugurate ieri e aperte fino al
prossimo 5 febbraio, in veste di ‘padrona di casa’ ha provato più volte
a convincere i presenti a non accalcarsi davanti al cancello, ma la
curiosità e l’attesa per l’inaugurazione della palazzina erano troppo
forti per darle retta. A Ferrara, in via Piangipane 81, si sono
ritrovati in migliaia a dimostrare quanto il Meis sia considerato
prezioso e importante: né la chiusura della strada, né la temperatura
davvero rigida sono riuscite a ridurre il calore con cui i ferraresi
hanno voluto farsi sentire. La festa è iniziata all’esterno, con il
saluto di rav Luciano Caro, rabbino capo della città, che ha poi dato
il via all’accensione della Chanukkiah che sovrasta l’ingresso. A
seguire l’apertura del cancello e il taglio del grande nastro tricolore
con il presidente della Fondazione Meis Riccardo Calimani e il sindaco
Tiziano Tagliani, per poi spostarsi nel cortile che separa la palazzina
(in cui andranno a collocarsi gli uffici) e il nascente Museo. Là era
allestito un tendone in cui si sono accalcati in molti, per assistere
ai discorsi ufficiali e anche per cercare di scaldarsi un poco. Il
primo a pronunciare parole di benvenuto è stato il sindaco, seguito dal
presidente della Provincia di Ferrara Marcella Zappaterra che ha
sottolineato “il risultato raggiunto oggi, dimostrazione di come quando
gli enti riescono a lavorare in squadra i risultati siano ottimi”. “La
ristrutturazione della palazzina – ha ricordato poi Carla Di Francesco,
direttore Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici
dell’Emilia-Romagna – ha seguito criteri tradizionali per quanto
riguarda gli esterni, che sono stati rispettati nelle loro
caratteristiche tipiche della tradizione ferrarese. Per l’interno di
quello che viene per ora chiamato il Museo Piccolo sono state scelte
invece soluzioni tecnologiche e moderne come, per esempio, pareti
interamente rivestite in metallo in modo da permettere un più semplice
avvicendarsi degli allestimenti, sorretti da elementi magnetici
riposizionabili in qualsiasi punto delle sale espositive”. Il
presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Renzo Gattegna
ha espresso la sua “ammirazione, amicizia e gratitudine per Ferrara,
città che ha avuto la capacità e il coraggio di buttarsi in
un’avventura che dovrà ancora superare mille difficoltà ma in cui si è
trovata una concentrazione di persone civili, appassionate e
interessate alla ricerca grazie alle quali si può ben sperare per il
futuro. Si tratta di un’avventura senza precedenti in Italia, che
presta concreta attuazione ai principi costituzionali di libertà e
uguaglianza per tutti”. A chiudere i discorsi ufficiali è stato
Riccardo Calimani, che ha letto il saluto giunto dal presidente della
Repubblica Giorgio Napolitano, il quale – impossibilitato a partecipare
– ha comunque voluto esprimere “plauso e compiacimento” per
l’iniziativa sottolineando che “il progetto elaborato dalla Fondazione
Meis, in corso di attuazione, offrirà un importante contributo per la
conoscenza della storia dell’ebraismo italiano, come di aspetti
significativi della storia del nostro Paese. La bimillenaria presenza
ebraica in Italia ha svolto, in epoche diverse, e svolge ancora oggi,
un ruolo culturale di rilievo”. Calimani ha poi spiegato ai presenti
che il Museo “non sarà statico ma diventerà soprattutto un laboratorio
di idee anticonformista e controcorrente che dovrà avere contenuti
autentici ma legati in primis a Ferrara, all’Italia, per poi arrivare
ad avere un respiro europeo, da cittadini del mondo”. Nel tendone
intanto molti godevano del buffet allestito per l’occasione. Gli
invitati sono stati divisi in più gruppi e a turno hanno visitato gli
allestimenti aiutati dalle audio guide curate da Raffaella Mortara, che
ha ricordato come “questo sia solo un piccolo assaggio di ciò che
diventerà: un grande libro in cui tutti ritroveranno un pezzo della
propria storia”. Intanto all’esterno della struttura la fila continuava
ad ingrossarsi.
Ada Treves
Il presidente
dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Renzo Gattegna,
intervenendo a Ferrara in occasione dell'apertura del Meis, ha rivolto
il seguente indirizzo di saluto:
“Questa è l’occasione che aspettavo per esprimere alla città di Ferrara
e ai suoi rappresentanti politici e amministrativi
l’ammirazione, l’amicizia e la gratitudine delle comunità ebraiche
italiane. Voi ferraresi avete avuto la capacità e il coraggio di
lanciarvi insieme a noi in questa eccezionale ed emozionante impresa
che oggi inizia a prendere forma. Sin da quando l’idea è stata lanciata
molti amici mi hanno chiesto “Ma perché proprio a Ferrara?”. All’inizio
davo risposte generiche, ora la mia è una risposta precisa: “Perché a
Ferrara e in tutta la regione Emilia Romagna abbiamo incontrato donne e
uomini di alto livello che sanno coniugare cultura, storia e arte.
Soprattutto persone civili, appassionate alla ricerca del vero e del
giusto, pronti a lottare per sconfiggere discriminazioni e pregiudizi,
pronte a ricercare e a valorizzare la dignità e la ricchezza delle
diverse culture e delle diverse tradizioni”.
“Vi sto comunicando questi pensieri sui quali rifletto da tempo solo
oggi, per un semplice motivo. Perché oggi inauguriamo una prima parte
piccola ma concreta del Museo. Prima di oggi queste stesse parole
sarebbero potute sembrare retoriche o apologetiche e quindi
appartenenti ad uno stile che non mi appartiene. Quando si partecipa
alla costruzione di qualcosa di nuovo bisogna attenersi ai fatti
concreti e ragionare con realismo. Per questo vi invito a non
sottovalutare le difficoltà che ancora dovremo superare per giungere
alla completa realizzazione del progetto che ci siamo proposti. Il
progetto è molto ambizioso e non ha precedenti in Italia. Non sarà
facile ricostruire con precisione e raccontare in modo chiaro e
avvincente i 4mila anni della storia e del pensiero ebraico e gli oltre
2mila anni di presenza ebraica in Italia. Sono fiducioso che riusciremo
a vincere questa sfida per un duplice motivo: culturale, perché tutti i
membri del Consiglio e tutti i collaboratori hanno preso coscienza che
qui si tratta di riscoprire interi capitoli poco conosciuti di storia
italiana e di storia ebraica intrecciati e indissolubilmente legati tra
loro; politico, perché se questo Museo nasce oggi significa che solo
oggi si sono verificate tutte le condizioni perché questo avvenga: a 70
anni circa dalla Shoah e 63 anni dopo l’emanazione della Costituzione
repubblicana che ha sancito libertà e uguaglianza di diritti per tutti.
Costruire il Museo dell’Ebraismo Italiano e della Shoah acquista quindi
anche l’alto significato di dare una concreta attuazione al dettato
costituzionale”.
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Qui Roma - Cento anni di lavoro per l'Ospedale Israelitico
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Una
straordinaria storia di sussidiarietà e impegno, una grande famiglia
che taglia il nastro rosso dei 100 anni con rinnovato entusiasmo e
progettualità. Ieri sera l’Ospedale Israelitico di Roma ha festeggiato
il primo secolo di vita con una serata di gala, svoltasi all’Hotel
Hilton in zona Monte Mario, cui hanno preso parte oltre mille persone.
Leader ebraici, dipendenti, personale medico, tantissimi amici tra cui
il sindaco della Capitale Gianni Alemanno, il presidente della
Provincia Nicola Zingaretti, il presidente della Regione Lazio Renata
Polverini e il ministro della Giustizia Paola Severino. Letto in questa
occasione anche un messaggio di felicitazioni del Presidente della
Repubblica Giorgio Napolitano. Era il 1911 quando, erede del compito
fino ad allora assolto dalle confraternite ebraiche, l’ospedale sorse
su iniziativa di Pellegrino Ascarelli e Angelo Tagliacozzo. Da allora
tanta acqua è passata sotto i ponti dell’Isola Tiberina. Momenti
alterni di crisi e rilancio hanno accompagnato le sorti
dell’Israelitico che ha resistito al corso talvolta turbolento della
storia e che è oggi, con un milione di prestazione annue eseguite e con
tre strutture dislocate in più aree di Roma, tra le eccellenze
riconosciute del vasto panorama della sanità regionale. Un piccolo
miracolo che viene quindi celebrato in concomitanza con l’accensione
della prima luce di Chanukkah, la festa delle luci apertasi ieri sera.
È il rav Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma, a compiere questa
operazione. Un coro di voci intona Maotzur. Seguono i discorsi
ufficiali. “La nostra azione si basa sull’esempio dei nostri padri e ha
l’obiettivo di lasciare un mondo migliore alle generazioni future”.
Lo afferma il presidente del Consiglio d’amministrazione
Bruno Piperno che, nel suo discorso, ringrazia in particolare il
direttore Antonio Mastrapasqua (autore di un progetto di risanamento
“che dovrebbe essere studiato nelle scuole di economie”) e tutto il
personale (“è grazie a voi che posso dirmi orgoglioso della carica che
rivesto”).
Piperno
si sofferma anche sulle sfide del futuro: “Molto è stato fatto – dice –
ma possiamo ancora migliorare” Tra gli obiettivi citati, il
potenziamento delle attività di ricerca, la destinazione di crescenti
risorse all’aggiornamento professionale, il rafforzamento di forme di
collaborazione con università e istituti di ricerca, l’acquisizione di
nuovi spazi per migliorare la qualità e l’accoglienza, il potenziamento
delle infrastrutture informatiche. Sul palco, introdotti dalla
giornalista Paola Saluzzi, si alternano rappresentanti delle
istituzioni, amministratori e leader ebraici. Ciascuno tocca punti
differenti che evidenziano da più angolature l’efficacia di quello che
viene da alcuni definito “il modello Israelitico”. Riccardo Pacifici,
presidente della Comunità ebraica di Roma, ricorda come essenziale per
il buon funzionamento dell’Ospedale sia l’apporto dato quotidianamente
dai molti immigrati che vi lavorano, mentre l’assessore Stefano
Valabrega rivendica la lungimiranza delle scelte gestionali effettuate.
Il più emozionato di tutti sembra però il dottor Mastrapasqua, che
riceve la medaglia d’argento del Bene Berith dal consigliere
UCEI Sandro Di Castro.. “L’Ospedale – dice – è la mia seconda famiglia.
Porto avanti questo compito con orgoglio e col cuore. Vi sono grato per
le emozioni che mi state dando”.
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Chanukkah accende l'Italia ebraica
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Qui Milano - Tra le luci, un nuovo inizio
Nell’aria
di ghiaccio del dicembre milanese, l’appuntamento con la grande
Chanukkiah nel centro della città ha scaldato l’atmosfera tra luci,
musica e balli. Nella cornice di corso Vittorio Emanuele, tra negozi e
caffè, ad accogliere le autorità e il pubblico presenti sono stati il
presidente della Comunità ebraica di Milano Roberto Jarach, il rabbino
capo Alfonso Arbib e rav Levi Hazan dell'Organizzazione giovanile
Lubavich, promotrice della manifestazione. Il profondo legame tra
Milano e la Comunità ebraica, che arricchisce la città con la sua
storia e i suoi valori, contribuendo al cammino dell’integrazione delle
sue minoranze, è stato al centro degli interventi, insieme all’auspicio
che la luce di Chanukkah raggiunga tutti gli appartenenti alla Comunità
e alla cittadinanza e insegni a rispettare e apprezzare le differenze.
Come da tradizione è andato al vicesindaco Maria Grazia Guida, che ha
portato il saluto delle istituzioni, l’onore di accendere lo shammash,
la candela che ha il compito di prestare il suo fuoco a tutte le altre,
e a recitare le benedizioni è stato il presidente Jarach. Alla
cerimonia hanno partecipato anche il consigliere comunale Ruggero
Gabbai, il vicepresidente della Comunità Daniele Nahum, il consigliere
di zona Yoram Ortona e i rabbini Lubavich Gershon Mendel Garelik e
Avraham Hazan. I festeggiamenti per la prima sera di Chanukkah
sono proseguiti con l’inaugurazione della nuova sede, in zona Bocconi,
della sinagoga Beth Shlomo, un punto di riferimento della keillah
milanese sin dal primissimo dopoguerra, quando il tempio nacque in via
Unione con il nome di She’erit Haplità (il resto dei sopravvissuti”),
utilizzando un Aron Hakodesh, l’armadio in cui vengono custoditi i
rotoli della Torah, che i soldati della Brigata ebraica donarono alla
comunità dopo averlo portato con sé dal campo di concentramento di
Ferramonti in Calabria, e che è ancora oggi cuore del Beth Shlomo.
Così tra la dolcezza dei bomboloni e la gioia per un nuovo inizio, la
Comunità ebraica di Milano ha iniziato le celebrazioni degli otto
giorni della festa delle luci.
Rossella Tercatin
Qui Livorno - Le chanukkiot dei bimbi
Da
Torino a Napoli, da Genova a Trieste: l’Italia ebraica ha festeggiato
ieri l’ingresso di Chanukkah, la Festa della Luci. Accensioni di
candelabri si sono svolte con grande intensità negli spazi comunitari e
nelle pubbliche piazze di molte città italiane. Coinvolti
nell’allestimento delle celebrazioni grandi e piccini. Nell’aria le
note di Maotzur e il profumo di sufganiot, le dolci frittelle che da
sempre contraddistinguono questa gioiosa ricorrenza. Nella foto Hilla
Lavy, madrichà della Comunità ebraica di Livorno, in posa con le
chanukkiot realizzate dai bambini livornesi utilizzando materiali di
recupero.
Qui Alessandria – Un canto che riscalda
In
occasione dell’apertura della Festa della luci, la Comunità ebraica di
Torino ha deciso di celebrare Chanukkah insieme agli ebrei di
Alessandria (dal 1980 sezione distaccata della Keillah torinese) e a
quelli di Casale e di Vercelli, invitati per l’occasione; ma ha
contemporaneamente scelto di incontrarsi con l’intera cittadinanza
alessandrina, rappresentata dalle sue figure istituzionali e da un
nutrito gruppo di cittadini interessati e coinvolti. Era composito e
vario il gruppo di persone che ieri sera affollava il Tempio grande di
Alessandria - splendido esempio di architettura sinagogale
dell’Emancipazione ,datato 1871 oggi in fase di restauro conservativo -
per assistere all’accensione del primo lume della Chanukkiah,.
Soprattutto era un pubblico interessato e partecipe, desideroso di
venire coinvolto in una piccola ma significativa esperienza di incontro
tra diversità, forse importante per ribadire – nelle differenti
identità – un legame, una vicinanza reale. E così, i quarantacinque
ebrei giunti appositamente in pullman da Torino per questa insolita
celebrazione in trasferta hanno trovato ad accoglierli i cinque ebrei
di Alessandria, e insieme il sindaco, il vicesindaco, il prefetto, il
questore, il comandante dei Carabinieri, il comandante dei Vigili
urbani, a testimonianza di un interesse sempre più vivo da parte delle
istituzioni (e verosimilmente della società civile) nei confronti della
minoranza ebraica. In assenza del presidente della Comunità ebraica di
Torino Beppe Segre, indisposto, guidavano la delegazione torinese i
vicepresidenti Emanuel Segre Amar e David Sorani insieme al rabbino
capo Eliahu Birnbaum. Dopo un breve saluto di David Sorani che ha
sottolineato l’attualità intensa e profonda di Chanukkah come occasione
per ritrovare l’autenticità della propria identità ebraica aprendosi -
arricchiti da essa - agli altri, rav Birnbaum si è soffermato sui
molteplici significati della festa, dell’accensione dei lumi, della
luce nella sua valenza simbolica e pregnante. Paola Vitale, oggi anima
del piccolissimo gruppo di ebrei alessandrini, ha rievocato il passato
dell’Alessandria ebraica e illustrato le prospettive di restauro della
sinagoga e degli altri locali adiacenti, dove dovrebbe nascere un
importante museo. Anche le autorità hanno portato il loro caloroso
saluto. Dopo l’accensione dei lumi da parte di rav Birnbaum, Shamuel e
Baruch Lampronti insieme a Emanuele Sorani, apprezzato trio vocale
molto noto ai frequentatori del Tempio torinese, hanno intonato
tradizionali canti di Chanukkah e due canti liturgici tipici della
tradizione locale. Una cioccolata calda ha infine riscaldato i
partecipanti, in un clima atmosfericamente rigido ma molto ricco di
calore umano.
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Farsi notare |
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La notizia dell'arresto del
neonazista romano Maurizio Boccacci e dei suoi camerati del gruppo
Militia, con relativa pubblicazione di un variegato florilegio di suoi
pensieri e progetti (l’Olocausto è un’invenzione, negri ed ebrei
inquinano l’integrità della razza, Israele non deve esistere, Riccardo
Pacifici deve essere fatto esplodere, così da trasformare “un maiale in
angelo” ecc. ecc.), suscita un composito mix di sensazioni. Per quel
che riguarda, specificamente, il personaggio citato, appare difficile
trovare le parole adatte a esprimere il nostro stato d'animo,
oscillante tra commiserazione, ripugnanza, sconforto. Una certa
perplessità riguardo all'appartenenza a una medesima categoria
antropologica fa freno, forse, al sentimento dell'indignazione, che
sorge quando si vede fare qualcosa che non dovrebbe essere fatto, da
parte di qualcuno che, appunto, non dovrebbe farlo. Ma non siamo tanto
sicuri che Boccacci potrebbe agire e pensare diversamente da come egli
ha sempre agito, sempre pensato. Egli 'è' Boccaci, non 'fa' il Boccaci,
per cui non possiamo indignarci per il semplice fatto che esista.
Dovremmo prendercela con il Creatore, e non ci parrebbe rispettoso.
Diverso è il problema della difesa che la società dovrebbe approntare
contro il pericolo evidentemente rappresentato da siffatti fenomeni.
Non sappiamo, mentre scriviamo, se Boccaci sia ancora in prigione, né
ci interessa granché saperlo. Dalle patrie galere, entra ed esce, ed è
la più evidente smentita della presunta "funzione rieducativa della
pena" che vorrebbe la nostra Costituzione. È chiaro che ogni nuova
detenzione non farà altro che alimentare il suo livore, il suo
risentimento verso la società cattiva, così come il suo orgoglio di
appartenere ai pochi, eletti rappresentanti dei "valori occidentali",
conculcati dal corrotto meticciato dominante. Per fare un po' di
psicologia a buon mercato, crediamo di capire il meccanismo che può
essere scattato, in anni lontani, nei complessi - ma, forse, mica poi
tanto - meandri cerebrali di Boccacci: quel gusto istintivo di essere
"voce contro", "bastian contrario", solo contro tutti, "brutto, sporco
e cattivo" in un mondo che vorrebbe tutti allineati: buoni, beneducati
e tanto, tanto noiosi. È quell'impulso alla disobbedienza, alla
trasgressione che tutti, più o meno, abbiamo provato, almeno qualche
volta, da bambini, che ci faceva desiderare di fare qualcosa di
proibito per il solo fatto che lo era, per dare prova di carattere e di
personalità, di non omologazione al grigio mondo dei "grandi". Per
quelli che andavano male a scuola, soprattutto, era l'unico modo per
farsi notare, per dimostrare, in qualche modo, di esistere.
Il mondo dei grandi, quello in cui "siamo tutti fratelli", al
cinquantaseienne Boccaci, evidentemente, continua ad apparire uggioso.
I maestri, antiquati, pedanti e banali. Rimandarlo a scuola non serve,
anzi, è peggio. Forse, come tentativo, potremmo mandarlo a stare un po'
a Gaza, o in Siria, o in Iran. Lì, le cose che lui dice sugli ebrei,
sulla Shoah e su Israele le dicono tutti, Boccacci perderebbe ogni
originalità, diventerebbe uno dei tanti, e andrebbe certamente in
crisi. Forse proverebbe a fare il democratico? Difficile: troppa
sintassi, troppi condizionali e congiuntivi. Ma potrebbe venirgli
voglia, per esempio, di ritirarsi nel deserto, in solitudine. Varrebbe
la pena di provare. A condizione, se possibile, che ci resti.
Francesco
Lucrezi, storico
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notizieflash |
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rassegna
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Israele - Apple acquisisce Anobit
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Secondo il sito israeliano Calcalist, Apple avrebbe siglato l'accordo
di acquisizione di Anobit, società israeliana specializzata in
tecnologie per le memorie Flash in grado di migliorarne notevolmente
prestazioni e durata nel tempo, la somma pattuita per l'acquisizione
che trapela dalle voci di corridoio, sarebbe compresa tra i 400 milioni
e i 500 milioni di dollari.
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Tutti i quotidiani dedicano
oggi una certa attenzione alla lista di personaggi, più o meno in
vista, che viene messa in rete da un sito statunitense; Lerner come
Costanzo, Pacifici come Adel Smith e don Ezio Segat sono uniti dalla
“colpa” di non essere razzisti, nel senso di non essere difensori della
razza bianca, e il procuratore torinese Caselli, come osserva la
Stampa, si dichiara serenamente dispiaciuto di essere stato dimenticato
dagli estensori di questa lista.
Emanuel
Segre Amar
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è il giornale dell'ebraismo
italiano |
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Dafdaf
è il giornale ebraico per bambini |
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L'Unione
delle Comunità Ebraiche Italiane sviluppa mezzi di comunicazione che
incoraggiano la conoscenza e il confronto delle realtà ebraiche. Gli
articoli e i commenti pubblicati, a meno che non sia espressamente
indicato il contrario, non possono essere intesi come una presa di
posizione ufficiale, ma solo come la autonoma espressione delle persone
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