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25 dicembre 2011 - 29 Kislev 5772
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Benedetto Carucci Viterbi Benedetto
Carucci
Viterbi,
rabbino

Iosef è uomo che cambia spesso abito. È un modo per relazionarsi con il mondo non ebraico che lo circonda. Il rischio di dimenticare il suo passato c'è: chiama suo figlio Menashe, che deriva dalla radice che indica dimenticanza. Ma gli è chiaro che tutto proviene da Dio. E questo basta.


David
Bidussa,
storico sociale delle idee


David Bidussa
Si dicevano fra loro: ‘Noi siamo colpevoli verso il nostro fratello perché vedemmo quanto fosse angosciato l’animo suo e non lo ascoltammo quando ci supplicava; perciò ci accade questa disavventura” Così i fratelli di Giuseppe quando Giuseppe chiede che gli sia portato Beniamino come controprova che loro non sono spie (Bereshith, 42, 21) Ma prima, nella scena delle vendita di Giuseppe agli Ismaeliti (Bereshith, 37, 28) il testo non dice di nessuna azione di Giuseppe. L’ultima volta che prende la parola è quando chiede a uno sconosciuto se abbai visto i suoi fratelli (Bereshith, 37, 16). Dell’incontro successivo coi fratelli a Dothan, noi abbiamo solo le parole e gli atti dei fratelli di Giuseppe. In quella scena egli è muto e passivo. La memoria gioca sempre brutti scherzi. Non evoca che cosa esattamente sia accaduto nel passato, ma testimonia delle domande che sorgono di fronte alle difficoltà del presente. Non falsa il passato, né lo inventa, ma lo ricostruisce. Diversamente si potrebbe anche dire: la storia propone e il presente dispone.

davar
"Fermezza e risultati concreti contro chi semina odio in rete"
Il presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Renzo Gattegna ha dichiarato:

"L'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane continua a vigilare con attenzione e a contrastare la disgustosa e inaccettabile diffusione di farneticanti comunicati da parte di siti internet di chiara matrice razzista e antiebraica, l'ultimo dei quali ha rivolto oscure minacce ai collaboratori del sito della Comunità ebraica di Roma. Come è stato già da tempo constatato, è in corso una pericolosa campagna di odio e di istigazione a delinquere che è resa maggiormente insidiosa per la facilità e la velocità consentite dal mezzo utilizzato. L'UCEI prosegue nella efficace collaborazione con le autorità, la magistratura e le Forze dell'ordine coerentemente con la linea di fermezza già più volte dimostrata in tempi recenti e che con la loro professionalità ed efficacia hanno già ottenuto importanti risultati.
I recenti arresti e l'esito positivo di processi da poco conclusi, dimostrano che il sistema giuridico italiano è solido e provvisto di leggi efficaci per combattere le attività di questi figuri.
L'azione che deve essere perseguita contro chi semina l'odio non ha bisogno di proclami, ma di vigilanza, fermezza e risultati concreti da mettere a segno applicando la legge e mantenendo costante il nostro impegno".

Milano: "Precedenza a risanamento e spirito comunitario"
Il vicepresidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Anselmo Calò è intervenuto riguardo alle dimissioni dell'assessore alle Finanze della Comunità ebraica di Milano Alberto Foà con la seguente nota:

"Il bollettino elettronico della Comunità di Milano all'entrata di Shabat, venerdì scorso, ha comunicato che il vicepresidente e assessore al Bilancio della Comunità ebraica milanese, Alberto Foà, si è dimesso dal Consiglio e dalla Giunta e da ogni altro incarico comunitario.
Nel 2010, quando dopo le ultime elezioni comunitarie, emerse l'ampiezza del deficit di quella Comunità, fu grande la preoccupazione per il futuro della Comunità, una preoccupazione mitigata dalla consapevolezza che il risanamento finanziario affidato alla grande esperienza di Alberto Foà sarebbe stato possibile. Dopo diciotto mesi, possiamo constatare come quella speranza fosse fondata e come, grazie ad iniziative molto efficaci da lui condotte, la situazione sia nettamente migliorata.
Con l'approvazione del nuovo Statuto, l'ebraismo italiano ha iniziato un percorso di rinnovamento organizzativo, istituzionale, ma anche amministrativo, sta cercando di disegnare un modello capace di superare la tradizionale conduzione delle nostre istituzioni sospesa tra il fatalistico e il paternalistico. Per questo, il Congresso dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane a dicembre del 2010 oltre ad approvare il nuovo Statuto, ha istituito un'apposita commissione con il compito di analizzare e apportare correttivi al sistema amministrativo delle Comunità ebraiche
In questo anno molte misure sono state adottate ed altre sono in corso di adozione per migliorare l'amministrazione delle Istituzioni comunitarie.
Per impostare una nuova organizzazione, dobbiamo però poter contare su una adeguata preparazione tecnica e una affidabile competenza, qualità che Alberto Foà ha in misura notevole. La sua rinuncia a volersi occupare delle "cosa pubblica ebraica", comunque motivata, è un lusso che la Comunità di Milano e l'ebrasimo italiano non si possono permettere. Per questo credo sia mio dovere mettermi a disposizione del Consiglio della Comunità di Milano per aiutare il Presidente Roberto Jarach e Alberto Foà a ritrovare lo spirito comunitario con cui portare a compimento l'impegno di risanare la Comunità di Milano che diciotto mesi fa si sono assunti davanti al loro elettorato".

Anselmo Calò
vicepresidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane  

Qui Milano: Foà: "Manca un serio impegno"
L’assessore al Bilancio, ai tributi e al personale Alberto Foà ha rassegnato le sue dimissioni dalla Giunta e dal Consiglio della Comunità ebraica di Milano, a un anno e mezzo dalle elezioni che avevano portato la lista Ken, in cui Foà era candidato, al governo della Comunità. La decisione, annunciata in una lettera rivolta agli iscritti della Comunità di Milano e pubblicata dal sito della realtà ebraica milanese, arriva in un periodo di divergenze in seno alla Giunta intorno alla redazione del bilancio preventivo. Bilancio che sarebbe dovuto essere approvato dalla Giunta entro i primi di dicembre ed esposto al Consiglio entro la metà del mese, secondo il calendario fissato dalla Giunta stessa, e che invece non è stato ancora presentato.
Nella lettera l’assessore, ricordando la delicatissima situazione economica in cui versava la Comunità 18 mesi fa, emette giudizi severi sia nei confronti dei componenti dell'opposizione sia nei confronti della Giunta e dello stesso Presidente Roberto Jarach. Foà sottolinea che “i problemi veri della Comunità sono stati sistematicamente presi sottogamba o affrontati in modo superficiale o poco serio”, citando tra le altre cose la questione della designazione del nuovo preside per la scuola ebraica e della destinazione del patrimonio della Fondazione scuola. Già durante l’ultima riunione di Consiglio era emersa una situazione di tensione tra l’assessore alle finanze e il presidente. Le dimissioni di Foà arrivano dopo quelle, la scorsa estate, dei consiglieri Walker Meghnagi e Daniela Zippel.
L’intera Comunità milanese avrà presto un’occasione di confronto per ragionare su quello che sta accadendo, nell’assemblea degli iscritti convocata proprio per l’approvazione finale del bilancio preventivo alla fine del mese di gennaio.

Rossella Tercatin

pilpul
Guerra santa, tragici deliri
vercelliChe necessitino, ora più che mai, esecrazione e condanna, è fuor di discussione. Ancora di più denuncia e richiesta di vigilanza alle autorità competenti. Tutto questo occorre, dinanzi al ripetersi, oramai costante, degli attacchi via web contro l’ebraismo italiano e verso alcuni suoi esponenti, i maggiormente esposti per via della loro attività pubblica. Non di meno, però, a questo punto della situazione, tutto ciò non è più sufficiente da solo. L’ennesima manifestazione di antisemitismo on line, con la pubblicazione da parte del gruppo Holy War dei volti di nove collaboratori del sito Roma ebraica, accompagnati dalla squallida associazione grafica tra la svastica e il Maghen David, il tutto corredato di una serie di invettive deliranti, deve farci riflettere. Non abbiamo strumenti per tutelarci da sé né, giustamente, la legge lo permetterebbe. L’unica risorsa disponibile è la protezione che gli organi di uno Stato democratico sanno e vogliono offrire ai loro cittadini. Tuttavia la riflessione, che non è sterile esercizio ma comprensione di quello che sta avvenendo per meglio agire dinanzi ai pericoli incombenti, ci deve accompagnare e aiutare una volta ancora di più. Poche considerazioni, quindi, in ordine di successione. La prima di esse è che Holy War usa un linguaggio non casuale, semmai “raffinato” o comunque appropriato rispetto all’obiettivo di delegittimare i propri target. Da una parte invita i cattolici ad un maggiore «impegno» contro «l’intolleranza ebraica». I nomi e i volti dei nove “proscritti”, definiti «nazisti-ebrei» nonché «schiavi di Satana», sono indicati come parte della «cupola mafiosa ebraica italiana» che starebbe agendo per «la distruzione della Chiesa cattolica». Dall’altro, ciò denigrando, associa nazismo ad ebraismo attribuendo, con un capovolgimento logico, al secondo intenti che storicamente sono parte del primo. In sostanza: gli ebrei sono i “nuovi” nazisti. Lo starebbero a dimostrare le vicende del conflitto israelo-palestinese (non è detto esplicitamente ma per associazione di idee si può facilmente pervenire a tale esito, peraltro assai diffuso nel senso comune di molti), epitome di una più generale attività complottistica contro gli ordini della “giustizia divina sulla terra”, di cui una certa idea di Chiesa cattolica, cara ai tradizionalisti lefebvriani, ad esempio, rimarrebbe l’ultima garante. Allora, viene da pensare che le menti che hanno ideato questi testi, così come le mani che le hanno tradotte in un concreto manifesto, non siano quelle del gruppetto dei “soliti fanatici”, come oramai ci siamo fin troppo spesso abituati a credere, ma segmenti piuttosto definiti di mestatori che sanno di potersi celare dietro il radicalismo per portare avanti un’opera di delegittimazione dell’ebraismo e, con esso, di indebolimento della stessa coesione sociale collettiva. Un’altra considerazione, che nasce dal riscontro dell’ennesimo sovvertimento dei ruoli, è quella che si desume dal fatto che il gruppo di Holy War si fa alfiere della tutela dei “diritti” di una maggioranza, quella cattolica, che sarebbero minacciati dalla presenza di una minoranza, definita per l’appunto la «cupola mafiosa ebraica italiana». Anche qui, ad assurgere al ruolo di vittime, è la parte più forte. Da notare anche il richiamo alla parola mafia, che nel linguaggio di senso comune ha molti significati, tutti però univocamente negativi. Chi ha scritto quelle parole, in buona sostanza, sapeva non solo qual è il suo bersaglio ma anche come meglio raggiungerlo attingendo al lessico comune. A ciò va associata un ulteriore riscontro: la nuova frontiera dell’antisemitismo è offerta dalla detonante miscela che mescola antisionismo a negazionismo. Le due cose si alimentano vicendevolmente. Non a caso il gruppo romano di Militia ha sempre battuto il chiodo dell’«Olocausto» come «menzogna». E, in immediato riflesso, di Israele come carnefice. Se il gruppo che trova in Maurizio Boccacci il suo leader è molto interno alle dinamiche dell’estrema destra capitolina, esiste invece un’area di consenso, ben più grande, ai deliri di cui il radicalismo si fa portavoce. Quest’ambito, più subculturale che politico, è quello “rosso-bruna” che salda l’avversione al «capitalismo delle banche» con la difesa di ciò che chiama «tradizione», nel nome del rifiuto della natura “etnica” che il primo esprimerebbe di contro alla seconda. Laddove l’etnia, il nome nuovo dato all’altrimenti impronunciabile parola «razza», va da sé che è quella «ebraica». Un film già visto? Sì, e purtroppo facile da rivedere.

Claudio Vercelli

Davar acher - La Memoria e le semplificazioni
Ugo VolliMi sembra molto significativo che nel mondo ebraico italiano si ricominci a discutere di memoria non in relazione alla giornata dedicata, che suscita sempre qualche incertezza, ma a preoccupazioni politiche attuali, per cui si invoca la memoria come rimedio. Il tema della memoria è stato molto vivo in questi anni nel dibattito delle scienze umane: la memoria come fatto collettivo oltre che individuale (Halbwachs), la memoria come movimento collettivo di natura teologico-politica (Assman), la memoria come pratica e come costruzione di significanti, come tecnologia pedagogica (a questo tema è stato dedicato un congresso dell'associazione di studi semiotici un paio d'anni fa a Bologna), la contrapposizione fra memoria e storia (Nora), ecc.
Da tutto questo lavoro intellettuale, che non ho modo di riassumere qui, emerge con forza il carattere politico, "caldo", che è proprio della memoria, la sua forte valenza identitaria. Produrre (e conservare) una memoria condivisa vuol dire stabilire un'identità, fondarla su valori, proporre delle dinamiche esemplari. In questo la tradizione ebraica è stata maestra. La Torah ha una dimensione memoriale, molto più che storica; la nostre feste sono costruite in maniera tale da "insegnare", sottolineando certi aspetti dell'esperienza collettiva del popolo di Israel invece di altri. Un esempio chiarissimo è il modo in cui in questi giorni "non" ricordiamo la guerra dei Maccabei contro la dominazione greca e contro gli ebrei ellenizzanti (che fu dunque in buona parte una guerra civile, come sottolinea con forza Leibowitz), ma ci soffermiamo piuttosto sul miracolo dei lumi.
I maestri che stabilirono la festa, già probabilmente riconoscibili nella linea farisea, scelsero di non sottolineare la guerra e la monarchia asmonea che ne derivò, ma un simbolo della continuità che consideravano già evidentemente miracolosa della nostra identità culturale e religiosa. Un discorso analogo si può fare con altre ricorrenze come Pesach e Purim o Tishà beAv, rispetto a cui abbiamo meno fonti storiche, ma che sono tutte celebrate in modo da generare memoria, cioè insegnamento. Su Purim, fra l'altro, abbiamo tracce forse pedagogiche anche loro di una discussione, forse di un negoziato fra i protagonisti e i maestri della Mishnà, che decisero di inserirne la cronaca (memoriale più che storica) nelle Scritture. Per altre circostanze non vi sono feste: la conquista di Gerusalemme, l'impero di David, la fondazione del Tempio, per esempio. Ma sono scarse anche le tracce rituali di grandi catastrofi dopo la caduta del Tempio, come le persecuzioni dei crociati, la cacciata di Spagna, i pogrom cosacchi del Seicento, per cui pure erano stati proposti dei rituali. E vi è una certa difficoltà a trovare una dimensione liturgica adeguata per la memoria della Shoà e dello Stato di Israele, anche se diverse pratiche si sono diffuse .
Naturalmente la memoria non passa solo per la dimensione liturgica, anche se tende a inventare liturgie pure quand'è civile: si pensi ai riti connessi in Italia al 25 aprile, al 2 giugno, fino a qualche anno fa al 4 novembre e ai fenomeni analoghi negli altri paesi. Gli esempi che ho appena fatto, di date scelte per celebrare la memoria con appositi rituali, sono molto tipici della coltivazione della memoria, insieme ad altri dispositivi come monumenti, musei, canzoni, spettacoli; ma almeno alcune segnalano anche il fatto che la memoria, quando perde d'attualità o di funzione identitaria, tende a svanire e le feste che la ricordano finiscono col perdere senso.
Una memoria artificiale regge meno di una traccia autentica e profonda nella cultura collettiva. E qui vi è un altro punto, decisivo: una memoria identitaria è una narrazione che identifica un certo soggetto collettivo, marca dei confini; nel momento in cui questa capacità di distinzione cade, anche la memoria perde forza. Chi cerca una "memoria condivisa", per esempio nei conflitti, si condanna al fallimento: non che non sia possibile ricostruire i fatti e giudicarli in maniera equanime; ma questo è il lavoro della storia, non della memoria.
Di qui viene una conseguenza su cui dovremmo riflettere: è molto difficile insegnare la memoria, se non a quelli che si possono includere nel "noi" di cui si narra: l'ingiunzione dell'Aggadà a considerarci tutti come uscita dall'Egitto è la premessa perché noi ebrei possiamo conservarne e propagarne la memoria dopo millenni. Molto più difficile è chiedere di rammemorare la Shoà e di imparare da essa a chi non ne sarebbe stato colpito perché non appartenente alla categoria delle vittime. Si può testimoniare, conservare il ricordo, imporlo perfino. Ma è difficile che ne nasca memoria vera. Ancora più difficile e per certi versi pericoloso è la proposta di mettere un soggetto collettivo (come l'ebraismo) nella posizione di chi insegna e giudica la società in cui vive, in nome della sua memoria: Magari il giudizio è giusto e perfino doveroso; ma c'è il forte rischio che non sia gradito. Arriva sempre un faraone che non si ricorda di Giuseppe ed è infastidito a sentirselo dire.
Un ultimo punto problematico va menzionato: la memoria è sempre parziale, si nel senso che riguarda una parte, un "noi" (nazionale, politico, etnico, religioso, sociale), sia nel senso che costituisce una semplificazione della vicenda storica, ne mette in luce una parte, quella che il soggetto collettivo attiva o conserva per ragioni che di solito sono contemporanee ma attingono comunque alla sua autodefinizione. Per quanto riguarda l'esperienza ebraica, anche solo quella delle persecuzioni e dell'antisemitismo, per non essere parziali bisognerebbe richiamare tutta la terribile vastità di queste memorie, senza attribuirle a una parte sola: c'è stata la Shoà, naturalmente, e tutto l'antisemitismo nazifascista; ma c'è stato anche molto antisemitismo socialista e comunista, che spesso si è preferito dimenticare, ma ha fatto molto male ed è stato per esempio la vera causa della distruzione dell'ebraismo orientale, già prima dell'invasione nazista. C'è stato l'antigiudaismo cristiano, probabilmente paragonabile per gravità delle ferite inferte nel corso dei secoli e per volontà di distruzione alle persecuzioni naziste; e ci sono state le persecuzioni islamiche, non meno frequenti e distruttive. C'è stato infine l'antisemitismo della "buona" cultura europea di Voltaire e di Kant e di Wagner e Baudelaire e di tanti altri filosofi e artisti. Di tutti dovremmo tener memoria.
Le varie posizioni e le varie memorie non vanno confuse, ma non vanno neanche ridotte a una, come se l'idea di eliminare gli ebrei fosse una prerogativa unica dei nazisti, come se solo la destra fosse stata antisemita, come se non dovessimo essere, oltre che antifascisti, anche diffidenti di comunisti, islamisti, integralisti cristiani. Insomma, la memoria è uno strumento potente e difficilmente controllabile, soprattutto perché è collettiva e si riferisce all'identità profonda dei gruppi umani, fra cui il popolo ebraico. Meglio non averne una visione semplificata e non cercare di piegarla alla polemica politica, per non banalizzarla o farsela sfuggire.

Ugo Volli


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Premier League  - Hapoel Ironi favorita nei pronostici   Leggi la rassegna

Nella Premier League israeliana l’Hapoel Ironi, leader della classifica, gioca in trasferta contro il Maccabi Netanya, attualmente nono in graduatoria. Gli ospiti hanno ottenuto finora risultati non paragonabili con quelli degli avversari. Negli ultimi cinque incontri di campionato disputati l’Ironi ha portato a casa cinque vittorie, tre in casa e due in trasferta; situazione diversa per i padroni di casa, per i quali i tre punti mancano dallo scorso 19 novembre, con appena due punti conquistati negli ultimi quattro match.
 










 
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