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6 marzo 2012 - 12 Adar 5772
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Roberto Della Rocca
Roberto
Della Rocca,
rabbino

I Maestri del Talmùd, ricorrendo ai più originali espedienti interpretativi, si domandano "... dove si parla di Hamàn nella Torah?” (Talmùd bavlì; Chullìn 139 b). Per capire il senso della  domanda bisogna interpretare il testo come segue: in quale punto della Torah si trova un'allusione al comportamento del perfido Hamàn? I Maestri leggono nelle parole di Bereshìt, 3; 11 : “...  Il Signore ha detto ad Adamo: chi ti ha detto che sei nudo? Hai forse mangiato dall’albero dal quale ti ho proibito di mangiare...?” Le lettere ebraiche HE, MEM, NUN, che formano la parola ebraica “hamin", “forse da”, sono le stesse che formano la parola Hamàn. Il Talmùd, quindi, scorge uno stretto rapporto tra il tema della disobbedienza della prima coppia umana e la malvagità di Hamàn. In verità entrambe le storie sono riconducibili a due puntigliosi capricci. Nella prima storia ci viene detto come Adamo ed Eva avessero a loro disposizione tutto il creato ad eccezione del frutto di un solo albero e come due bambini bizzarri  si incaponiscono proprio su quel frutto. Nella storia di Hamàn si racconta che tutti si inchinano alla sua presenza ma la sua psicologia totalitaria non sarà mai abbastanza gratificata fintanto che ci sarà anche un solo individuo che altrettanto caparbiamente ha deciso di non piegare la sua spina dorsale. Il capriccio dei dittatori è quasi sempre quello di piegare gli ebrei e la nostra risposta dovrebbe essere quella di procedere a testa alta...e coperta.

Dario
 Calimani,
 anglista



Dario Calimani
Stefano Jesurum ha lanciato su Mosaico un appello per l’unità dell’ebraismo e per l’abbattimento degli steccati. E ritorna infine motivatamente l’attenzione sul problema, vero e ineccepibile, dei ghiurim. L’ebraismo italiano si sta dibattendo da tempo fra i due estremi dell’integralismo religioso e della ricerca di una identità più sfumata. Mantenersi in equilibrio non è facile. Quella dell’ebraismo italiano è crisi profonda, e a risolverla non saranno né le siepi rigoriste e fondamentaliste, che questa crisi hanno avviato, né la corsa alle sacre aspersioni d’ufficio, che risolvono la questione del riconoscimento formale ma non garantiscono assunzione consapevole di identità. Ci si potrebbe allora chiedere che cosa significhi essere ebrei, fare figli ebrei, o fare ebrei i propri figli. Perché si può riconoscere, con un po’ di coraggio, che affermando il valore della continuità biologica - della comunità, della famiglia - si rischia di assumere una posizione che rasenta il razzismo. E, per non rasentarlo, bisogna ammettere che essere ebreo è assunzione di responsabilità culturale e di una pur variabile e ‘negoziabile’ ortoprassi. Fare ebrei i figli, senza dare loro kiddush, shabbat, casheruth, studio e cultura della Torah, pur in misure argomentabili, vuol dire accettare di veder morire il loro ebraismo con la generazione successiva, facendogli l’unico dono sgradito dell’antisemitismo. Tanto vale avere il coraggio dell’eutanasia. Un’immagine troppo forte e sgradevole a cui l’animo di chi legge si ribella? Bene. Si ribella anche la coscienza di chi, a cadenza regolare, sente che si cerca di risolvere la questione individuale del ghiur attraverso un movimento di coscienze collettivo, una moderna class action. Come se l’adesione all’ebraismo non fosse problema culturale e di vita del singolo, ma pura questione di ‘omogeneità’ famigliare. Se si ha a cuore la sopravvivenza di un ebraismo più forte e coeso non se ne sacrificano le fondamenta alla soluzione della crisi personale. La proposta di qualcosa di più meditato e credibile non può che passare attraverso il previo riconoscimento della nostra crisi. Che non è crisi delle modalità di conversione. La soluzione non la si può cercare solo nella trattativa con il rabbinato, da cui ci si potrebbe attendere un po’ più d’apertura e, magari, un po’ più di impegno. Forse il primo spiraglio di soluzione lo si dovrebbe individuare nella trattativa con la propria coscienza ebraica e con la coscienza ebraica dei propri figli.

davar
Israele - Insieme grazie all'hockey
L'idea di una squadra israeliana di hockey può facilmente suscitare ilarità. Atleti coperti di tutto punto e muniti di mazza inseguire un disco a bordo di pattini che tracciano traiettorie sul ghiaccio. Sembra un'immagine molto distante da Israele. Eppure tutto ciò accade, con crescente interesse tra la gente e persino con una federazione nazionale che si è in qualche modo strutturata e organizzata. In fondo, come ha dimostrato a milioni di telespettatori il celebre film Cool Runnings, se i giamaicani sono riusciti a competere dignitosamente nel bob perché non dovrebbero farcela gli israeliani nell'hockey?
Ma c'è un di più, un qualcosa che va oltre l'agonismo. A Metulla, località settentrionale al confine col Libano, paradigma dell'eterna instabilità della regione, una partita sul ghiaccio ha un valore ancora più significativo: rappresenta infatti un'occasione di incontro, un modo per far crollare i muri della tensione e del pregiudizio. Autori dell'impresa i dirigenti della squadra giovanile locale, che agiscono sotto l'egida di un'organizzazione filantropica ebraica canadese e che sono riusciti con notevole pazienza e determinazione a dare vita a un gruppo misto di atleti ebrei e arabi. Un unicum (o quasi) nel panorama sportivo israeliano che sta attirando sempre più curiosità e clamore.
I primi sono di Metulla, i secondi vengono dal villaggio arabo di Majdal Shams. Nel mezzo appena dodici chilometri di distanza ma un divario comunicativo che andava oltre la pur modesta lontananza geografica. Giovani che non si erano mai incontrati prima hanno così imparato a condividere intere giornate fianco a fianco nelle sfide, nelle gioie e nei dolori della quotidianità di spogliatoio. In alcuni casi sono diventati amici e in questi giorni, ospiti dei loro filantropi in Canada, festeggiano un anno e mezzo di attività. Un piccolo sasso nello stagno, affermano con modestia dallo staff del Metulla Hockey Club, ma è comunque importante che qualcuno lo abbia lanciato.

a.s. - twitter @asmulevichmoked

pilpul
Occhi aperti sulle Primavere
Tobia ZeviUn paio di settimane fa ho ascoltato dal vivo Rafik Abdessalem, ministro degli Esteri tunisino e astro nascente del partito islamista Ennhada. Il capo della diplomazia post Ben Ali ha sottolineato l’importanza del passaggio dalla dittatura alla libertà, la possibilità di coniugare Islam e democrazia, il ruolo che Europa e Italia possono giocare nel contesto africano e maghrebino.
I paesi «rivoluzionati» nel corso del 2011 sono assai diversi l’uno dall’altro, ma è evidente che il caso della Tunisia è particolarmente significativo: un paese piccolo, storicamente laico, relativamente benestante, che alle prime elezioni libere sceglie il partito islamico, oppositore del passato regime. Se l’esperimento democratico dovesse fallire in Tunisia, dove appunto sembrerebbe più praticabile, dovremmo osservare gli altri scenari, in primis l’Egitto, con enorme preoccupazione. Un altro aspetto mi ha fortemente impressionato. Molti politici italiani presenti al convegno hanno parlato del conflitto israelo-palestinese. Con mio grande stupore Abdessalem non ha mai menzionato Israele e Palestina. Come se l’argomento non lo riguardasse. Ora, nel quadro del rivolgimento del mondo arabo-musulmano, è a mio parere molto difficile esprimere certezze. La sensazione è però che i governanti della «Fratellanza» intendano ignorare Israele più che attaccarlo.
Il che può prestarsi a due letture opposte: si può pensare, con ottimismo, che i nuovi leader arabi siano preoccupati dai problemi interni, dalla tenuta economica, politica e religiosa, e non dal conflitto tra israeliani e palestinesi; dall’altro – e la prospettiva è spaventosa – si ha l’impressione che la nuova generazione non ritenga di dover affrontare il «problema israeliano», per la semplice ragione che tempo, demografia e contesto geopolitico lo risolveranno autonomamente.
Insomma, occorre studiare, parlare e tenere gli occhi aperti.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas 


Storie - Memoria e lapidi a Ferramonti di Tarsia
La Memoria non è fatta solo di libri e di convegni, spesso retorici o pomposi. Ma si coltiva anche con la cura delle lapidi e con atti simbolici. Ne è un esempio il professor Mario Rende dell’Università di Perugia, autore di un apprezzato saggio, uscito tre anni fa per Mursia, sul campo di concentramento fascista di Ferramonti di Tarsia, città di origine della sua famiglia.
Sulle tracce di un appunto del 2 giugno 1944 del diario di Fra Callisto Lopinot, un monaco cappuccino presente a Ferramonti, il professor Rende è andato alla ricerca delle tombe degli ebrei di varie nazionalità (polacchi, tedeschi, austriaci, cechi, slovacchi, ungheresi, etc) che morirono a Ferramonti nel periodo 1940-1945.
Rende ricorda che, in base ad atti documentali, nel cimitero di Tarsia sono stati sepolti  16 ebrei provenienti da Ferramonti. Attualmente, però, solo quattro tombe sono ancora lì. Le altre 12 furono traslate abusivamente negli anni Cinquanta e Sessanta per fare spazio alle tombe dei cittadini del posto, nonostante che le famiglie degli ebrei scomparsi avessero regolarmente acquistato il lotto di terreno nel cimitero con la garanzia che non venissero esumati i corpi. Questa condizione non fu rispettata dalle autorità locali di allora e molto probabilmente le loro ossa furono collocate nell’ossario comunale e le loro lapidi furono distrutte. Nel cimitero di Cosenza, invece, sono stati sepolti 21 ebrei di Ferramonti morti nel locale ospedale civico e le loro tombe fortunatamente non sono state rimosse, anche se purtroppo sono in stato di completo abbandono. Unica eccezione la tomba di Gustav Brenner, che decise di stabilirsi nella città di Cosenza, dove tuttora vivono i suoi discendenti.
Negli ultimi anni in Calabria vi è stata una riscoperta del tema del tema della persecuzione degli ebrei, sull’onda degli studi sul campo di Ferramonti di Tarsia, ma in entrambi i cimiteri le lapidi degli ebrei morti nel campo sono state lasciate a se stesse, senza che nessuno se ne curi, neppure le due Fondazioni (chissà perché due) sorte proprio per “recuperare e valorizzare la memoria storica del campo”. 
Il professor Rende si è interessato della vicenda e ha provveduto a far ripulire le tombe (vedi foto), per rendere almeno visibili i nomi dei deceduti.  A Cosenza è riuscito anche a far collocare una targa che spiega perché le tombe sono lì e cosa significano i simboli incisi sulle lapidi. Alcuni degli ebrei sepolti erano stati passeggeri del famoso battello “Pentcho”, che nel 1940 aveva tentato invano di raggiungere la Palestina da Bratislava, attraversando tutta l’Europa. 
“Era un dovere morale – mi ha detto Rende -. Gli abbiamo tolto la libertà, sono morti in una terra non loro e gli annulliamo anche il nome per non pulire una volta tanto la loro lapide”.
Attraverso una ricerca negli archivi di Cosenza e di Tarsia,  Rende ha ricostruito un date base con i nomi e le date di morte dei 37 ebrei sepolti nei cimiteri delle due città calabresi e ora vuole metterlo a disposizione di chi sia interessato.  “Ci potrebbero essere discendenti o parenti che magari cercano i loro cari e non sanno che sono sepolti in Calabria”.
Ecco i loro nomi. Cimitero di Cosenza: Karl Blau, Gustav Eugen Brenner, Enrico Brochis, Israel Choinka, Fritz Fass, Eugen Fellner, Aurelia Fischer, Max Frisch, Jardena Halpern, Adolf Loewy, Natalie Markus, Wolf Monheit, Margherita Neumann, Massimo Pecar, Ferdinad Reinisch, Bela Stein, Fritzi Steiner, Julius Sternfeld, Josef Ungar, Fritz Wahl, Paula Weil. Cimitero di Tarsia (tombe ancora presenti): Rosa Friedmann, Max Manheim, Sigfried Margoniner, Rudolf Muller. Cimitero di Tarsia (registrati nell’elenco dei sepolti, ma tombe non più presenti): Josef Richard Goldstein, Stefan Greiner (o Greiwer), Erwin Guen, Hugo Meitner, Franjo Milic, Kugo Muller, Adolf Robichek, Max Rosenberg, Jetty Steiner, Andrej Umek, Ilona Weiss in Rosinger, Leo Wellesz.
Sempre nel cimitero di Cosenza, ma al di fuori dalla zona ebraica, vi sono le tombe di Nina Weksler (autrice del bel libro “Con la gente di Ferramonti”, Editoriale Progetto 2000) e di suo marito Salman Rotstein.
Il professor Rende propone anche un atto di riparazione da parte dei calabresi: “Sarebbe bello che il comune di Tarsia si facesse carico di un piccolo monumento nel cimitero, ricordando tutti i nomi degli ebrei che sono stati lì sepolti. I comuni di Cosenza e Tarsia potrebbero poi supportare economicamente un piccolo gesto di amore per queste persone: prendere un po' di terra di Israele e metterla attorno alle loro tombe; prendere qualche sasso da Israele e metterlo sopra le loro lapidi; supportare la visita annuale di un rabbino che possa fare una preghiera sulle loro tombe. Che ne pensa? Sono un idealista?”.

Mario Avagliano

notizie flash   rassegna stampa
Qui Milano - “Via i manifesti dell'odio”
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Manifesti con materiale antisemita sono da giorni appesi nell'atrio dell'Università Cattolica di Milano nello spazio riservato al gruppo studentesco della Comunità antagonista padana. L'obiettivo è quello di pubblicizzare un convegno programmato per il 17 marzo all'Admiral Hotel di Domodossola dal titolo Nazismo, sionismo e altri totalitarismi: alleanze taciute e verità scomode. A denunciare l'accaduto il vicepresidente della Comunità ebraica di Milano Daniele Nahum, che dice: “Siamo di fronte a un caso di razzismo becero e pericoloso. Come cittadini ebrei ci sentiamo offesi e chiediamo all'università e al rettore che vengano tolti”.


 

La notizia più importante oggi riguarda l'incontro fra Obama e Netanyahu, svoltosi ieri alla Casa Bianca. In casi del genere i giornali usano dare informazioni che in realtà non hanno, basandosi su dichiarazioni dei leader prima e dopo l'incontro o su briefing e conferenze stampa ufficiali. Ma in realtà come sia andata, che impegni e che cosa si siano detti i due statisti non è possibile sapere. 

Ugo Volli

























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