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8 marzo
2012 - 14 Adar
5772 |
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Elia
Richetti,
presidente dell'Assemblea rabbinica italiana
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A noi
l'idea di costruire un vitello d'oro appare una crassa
materializzazione, offensiva dell'idea di monoteismo assoluto; tuttavia
spesso anche noi cediamo alle nostre debolezze e ci inchiniamo ai
nostri falsi idoli, alle nostre false figurazioni. Moshè poté guarire
il popolo da quella colpa frantumando il vitello d'oro e dandolo da
bere al popolo; ma il nostro vitello d'oro è più pericoloso, perché
incorporeo, e troppo spesso i richiami dei Rabbini risuonano nel
deserto dei Battè Kenéseth e nell'invisibilità di pagine che spesso
solo coloro che sono già più vicini leggono. Pure noi continuiamo a
battere questo tasto, nella speranza che almeno qualcuno si senta
spinto a restaurare la sua unità col Kehàl Israel e con Ha-Qadòsh
Barùkh Hu.
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Sergio
Della Pergola,
Università Ebraica
di Gerusalemme
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All'inizio del 2012, per la
prima volta l'Asia figura al secondo posto nella mappa delle
esportazioni di Israele (21 per cento del totale), dopo l'Unione
Europea (35 per cento), e prima degli Stati Uniti (20 per cento).
Solamente tre anni fa gli USA occupavano il primo posto (32 per cento),
seguiti dalla UE (29 per cento), mentre la Cina, l'India e gli altri
paesi asiatici erano a livelli ben inferiori (16 per cento del totale).
Questo significativo cambiamento nella direzione dell'export da Israele
ha un risvolto positivo e uno negativo. L'aspetto negativo è che di
recente vi è stato un effettivo calo nell'esportazione verso gli Stati
Uniti che in passato sono stati il maggiore se non l'unico paese con
una bilancia dei pagamenti fortemente orientata a favore di Israele.
L'aspetto positivo è che i nuovi mercati asiatici assorbono notevoli
quantità di prodotti israeliani di alta qualità, nel quadro di un
aumento complessivo del volume degli scambi del commercio estero. Nella
lista degli otto maggiori esportatori in Cina, notiamo anche la Nilit,
grande produttore di fibre sintetiche e di prodotti plastici, fondata
nel 1969 a Migdal Ha'emeq dal milanese Ennio Levi, e oggi presieduta
dal figlio Miki Levi. La rivoluzione in corso nel campo
dell'esportazione potrebbe far pensare ad altre non meno significative
scelte nel futuro posizionamento strategico di Israele sul piano
globale.
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Emilio Giannelli:
ascolto la gente, non i potenti
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Dopo tanti anni ti fai la mano,
innesti il pilota automatico e affrontare un brusco cambiamento da un
momento all'altro non è uno scherzo. Quando Silvio Berlusconi è salito
al Quirinale per annunciare le dimissioni, in molti si sono chiesti
come se la sarebbe cavata chi giorno dopo giorno lo aveva
implacabilmente seguito e ritratto nella sua veste di presidente del
Consiglio. Emilio Giannelli per raccontare come si sente in questi
giorni prende la matita e in pochi tratti mette nero su bianco questa
stagione del suo lavoro. Le figure di Andreotti, Bossi, Berlusconi,
Bersani e Napolitano volano via dalla sua attenzione e al loro posto
arriva in prima pagina Mario Monti. In prima pagina. Perché non importa
chi sia l'inquilino di Palazzo Chigi, sta di fatto che la vignetta di
Giannelli segna da vent'anni i sorrisi, ogni giorno della settimana,
dei lettori del Corriere della sera. Ironico senza aggressività,
pungente senza volgarità, il primo vignettista italiano si racconta a
margine di una festa in Toscana fra vecchi amici e antichi compagni di
classe.
Si gode Siena
nei fine settimana e via Solferino nei giorni lavorativi?
Ma quale via Solferino, a Milano ci vado pochissimo, non mi muovo quasi
mai dalla mia città. Come sarebbe, e tutti questi personaggi che
appaiono sulle vignette, quando li frequenta? Li vedo con gli occhi con
cui li guarda la gente comune. È la gente comune che mi serve di
frequentare per fare le vignette, non i potenti. È da loro che ho
imparato il senso dello spirito, che colgo le battute.
Il senso
dello spirito è una caratteristica di voi toscani?
Non saprei, forse sì. Certo è che dalla gente incontrata per strada
ogni giorno se ne sentono di tutti i colori. E si colgono espressioni
uniche.
Per esempio?
Proprio in questi giorni me ne sono capitate due. Andando sotto casa a
comprarmi un pezzo di formaggio ho sentito un tale rivolgersi ad alta
voce al commerciante che metteva sulla bilancia qualche foglio di carta
senza segnare la tara in questi termini: “Piano, piano, non ce la
mettere tutta questa carta, con quello che ti costa”. Andando a fare
due passi in campagna ho visto qualche mese fa una signora rivolgersi a
un contadino chiedendo: “Scusi, si potrebbe mangiare uno di questi
frutti?”, peccato però che il frutto lo avesse già in bocca. “Mah, pare
di sì”, è stata la risposta. Sono solo frammenti, cose piccole, che
lasciano capire come le espressioni della gente siano portatrici di una
saggezza profonda.
Siamo ormai
alla vigilia di Purim, che i non ebrei definiscono per semplicità un
carnevale ebraico e il giornale sta lavorando su alcune pagine dedicate
proprio al senso dell'umorismo. Il mondo dell'umorismo ebraico, del
witz: le interessa? Ci regala qualche suggerimento, qualche pista da
seguire?
Certo che mi interessa. Naturalmente è un mondo che vedo dall'esterno,
ma mi sta molto a cuore. Mi sta a cuore e ho imparato a conoscerlo
attraverso gli occhi di alcuni amici ebrei, che in certi casi sommano
la loro identità di ebrei e di toscani. E per quello che tutti i
cittadini hanno modo di conoscere, di vedere, per esempio al cinema.
Cosa le è
piaciuto, al cinema?
Secondo me bisogna distinguere fra l'umorismo ebraico e l'umorismo di
chi tratta di questioni che in un modo o nell'altro riguardano gli
ebrei. Sono due cose diverse.
Un esempio
concreto?
Prendiamo due film in fondo dedicati allo stesso argomento, uno mi è
molto piaciuto, uno meno. Train de vie di Mihaileanu mi ha coinvolto,
Roberto Benigni con La vita è bella mi ha convinto molto meno. C'è
qualcosa che suona falso e che non ho nemmeno trovato divertente. È
solo una libera impressione, non è detto che si debba essere tutti
d'accordo. Anzi, credo che non tutti i miei amici ebrei si direbbero
d'accordo con me.
Il senso
dello spirito, la battuta, la satira. Devono far sorridere o devono
dissacrare, devono ferire?
Credo che debbano far sorridere, con garbo. Ma non è escluso che anche
un sorriso possa ferire qualcuno.
Le sue
vignette le hanno creato talvolta imbarazzi, difficoltà, hanno
suscitato censure?
Innanzitutto credo sia giusto raccontare che un vignettista di solito
lavora sulla base di un suggerimento riguardo ai temi trattati da parte
della redazione del suo giornale. Soprattutto nel mio caso, visto che
la mia vignetta appare regolarmente sulla prima pagina del Corriere, è
logico che il tema sia molto influenzato dagli argomenti che la
redazione porta in prima pagina. In secondo luogo un vignettista di
norma elabora diverse ipotesi, invia in redazione diverse vignette e
infine la direzione sceglie cosa pubblicare. E non sempre nella gamma
possibile viene scelta l'ipotesi più corrosiva. Detto questo, come
vignettista del Corriere mi sento libero di esprimermi con grande
libertà.
Lei è noto
per i rifiuti che oppose ad altri grandi giornali. Altrove come si
sentirebbe?
Bisogna valutare di caso in caso. È vero che dissi no alla Stampa e
anche a Montanelli che mi voleva insistentemente al Giornale. Non
volevo dispiacere né offendere nessuno, ma per un motivo o per l'altro
non mi sarei sentito a mio agio.
Come si sente
un vignettista colto sul fatto a scambiare battute fra tanti amici, i
vecchi compagni di classe del prestigioso liceo classico di Siena, che
sono si sono fatti strada nelle professioni?
In fondo anch'io sono un professionista. Sono un avvocato, ho lavorato
in una grande banca, il Monte dei Paschi di Siena di cui ho diretto
l'Ufficio legale e poi la Fondazione. Fare il vignettista è stata la
mia passione, ma posso considerarla la mia seconda vita.
E gestire
queste due vite parallele ha creato imbarazzi, problemi?
No, non direi. E in fondo in questo Siena mi ha dato una mano. Sono
sempre stato trattato con benevolenza e i momenti di difficoltà
veramente non si possono considerare significativi. Forse anzi è stato
un bene. In fondo quando ho ricevuto attacchi ho sempre pensato di
essere fortunato ad avere due lavori, ad avere una possibilità di
scelta.
Fare il
vignettista è un lavoro o un divertimento?
Quando si deve pubblicare una vignetta al giorno, senza mai soste,
tutti i giorni dell'anno per tanti anni, più che un lavoro lo si
potrebbe considerare una schiavitù.
Ma disegnare,
fare battute, è anche un passatempo. Lei nel suo tempo libero a cosa si
dedica?
Faccio battute, faccio vignette. Per esempio per la gente di Siena.
Quando c'è il Palio mi diverto a ritrarre tutti, è un gioco fra di noi,
ma in città, per noi, è importante.
Lei è un
senese, a che contrada appartiene?
Da vignettista cerco di essere imparziale, ma la mia contrada è quella
del Drago.
Guido Vitale, Pagine Ebraiche,
marzo 2012 -
twitter
@gvitalemoked
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Il mondo e le macchine
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Il Tizio legge di Obama:
"Questo è quello che c'è" e capisce perfettamente cosa si intenda con
questa fine allocuzione. Vale a dire che solo il realismo può orientare
le scelte di una minoranza. Per esempio, quando uno andava a trovare
George W. Bush alla Casa Bianca, in caso di disaccordo bastava spengere
e riavviare.
Il
Tizio della Sera
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La festa della donna
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Per una rara coincidenza,
quest’anno l’otto marzo cade proprio di Purim, il giorno in cui
leggiamo il rotolo di Ester, la regina che, 2.400 anni or sono, salvò
il popolo ebraico dallo sterminio. L’ebraismo non ha mai avuto bisogno
di fissare un giorno come “festa della donna”, perché lo festeggia ogni
venerdì sera quando, attorno al tavolo imbandito, canta “Eshet chail”,
una lode alla donna di valore. La donna ideale non è l’eroina, la donna
“pubblica”, ma, come recita Proverbi 31, quella che svolge un ruolo
determinante nella casa ebraica, nella strada, nel mondo del lavoro e
in quello dell’assistenza ai bisognosi. La tradizione avrebbe potuto
“fregiarsi” del ruolo svolto da donne come la regina Ester,
le profetesse Miriam e Deborah, Yael. Ha invece lasciato alla donna un
ruolo difficile e fondante per la continuità del popolo ebraico, assai
più complesso di quello che svolge l’uomo spesso rinchiuso nelle
quattro mura della Casa di studio. L’uomo moderno è avvisato: la sfida
da vincere è ben più grande.
Scialom
Bahbout, rabbino capo di Napoli
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I nuovi Haman
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Il Rebbe dei Lubavitch spiega
come i nostri Saggi ci abbiano comandato di considerare la Torah come
eternamente attuale. Un principio ancora più valido per quanto riguarda
la festa di Purim. Tanto che, come ricorda il Rebbe, la lettura della
Meghillat Ester al contrario non è valida. Per questo,
citando il
Baal Shem Tov , spiega che una lettura al contrario significa una
lettura al passato, cioè, considerando gli avvenimenti di Purim senza
un significato attuale. Un errore enorme, in quanto
bisognerebbe vivere la festa di Purim come una vittoria dei nostri
tempi del bene sul male, la festa dove tutto si trasforma, il momento
in cui una tragedia diventa un’occasione di gioia e allegria. Una
speranza eterna per il popolo ebraico anche oggi, soprattutto quando
novelli Haman della moderna Persia dichiarano di voler
distruggere lo Stato d’Israele.
Daniel
Funaro, studente
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notizieflash |
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rassegna
stampa |
La
polizia arresta uno degli attentatori dell'ambasciata israeliana a
Nuova Delhi
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Forse ha un nome una delle persone coinvolte nell'attentato contro
l'ambasciata israeliana di Nuova Delhi in cui è rimasta ferita una
diplomatica dello Stato ebraico. La polizia ha arrestato un giornalista
indiano, Syed Mohammed Kazmi. L'uomo, cinquanta anni, avrebbe affermato
di lavorare per una pubblicazione iraniana. Per gli inquirenti, che
hanno perquisito la casa dell'arrestato, Kazmi era in contatto con la
persona sospettata di aver piazzato la bomba nell'automobile della
diplomatica israeliana.
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