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3 aprile
2012 - 11 Nisan 5772 |
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Roberto
Della Rocca,
rabbino
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Abbiamo letto nella
Haftarah dello scorso Shabbat Ha Gadol che a caratterizzare
l’epoca messianica sarà la restaurazione dell’armonia familiare, “...e farò tornare il cuore dei
padri verso i figli e il cuore dei figli verso i loro padri...”
(Malachì, 3; 24). Non ci può essere pace tra i popoli se
dentro le nostre mura domestiche non c’è rispetto, e prevale,
viceversa, una confusione dei rispettivi ruoli. Il Seder di Pesakh,
attraverso quel suo antico modello interrogativo – narrativo,
costituisce ancora un grande progetto pedagogico per un rilancio di un
dialogo intergenerazionale. Sebbene nel Talmùd (Sotah 49 b)
venga descritta una eccessiva arroganza delle giovani generazioni nei
confronti dei più anziani che prevarrà nel periodo precedente alla
Redenzione, il profeta Malachì indica prima il cambiamento del cuore
dei padri verso i figli, e solo come conseguenza di ciò il ritorno del
cuore dei figli verso i loro padri. Una pedagogia severa, quella
ebraica, nei confronti di Genitori e Maestri (nella tradizione
rabbinica i discepoli dovrebbero essere considerati come figli). Quando
un figlio si ribella o un discepolo si allontana, Genitori e Maestri
sono chiamati a interrogarsi e a “trapiantare” i loro cuori in quello
dei più giovani.
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Dario
Calimani,
anglista
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È morto Antonio Tabucchi, e a
qualcuno piace farlo passare per antisemita. Nel 2005, all’Università
di Firenze, l’ambasciatore israeliano Ehud Gol veniva contestato dagli
studenti e Antonio Tabucchi prendeva le parti di questi ultimi. Viene
citata allora l’Agenzia Giornalistica il Velino che, con un contorto
salto retorico, parlava di intellettuali e opinionisti carichi di
“un'antisraelismo che nasconde antisemitismo viscerale”. Ora, Tabucchi
era sicuramente critico nei confronti della politica israeliana, ma
‘antisemita viscerale’ direi proprio di no. Non si sa a chi giovi
denunciare come antisemita chiunque critichi la politica israeliana.
Certo non giova al confronto e alla comprensione delle cose. E dovremmo
poi considerare antisemiti una buona pare dei cittadini di Israele.
Allora, quando un uomo muore e non si può più difendere è utile
recuperare anche frammenti di ricordi. Quando mia figlia mi disse che
aveva telefonato Tabucchi credetti a uno scherzo. Non ci conoscevamo.
Mi richiamò, e come per assolvere a un compito mi disse che voleva
complimentarsi per un mio articolo contro i pregiudizi antisemiti
vomitati da Sergio Romano in Lettera a un amico ebreo. Nessuno lo aveva
spinto a cercarmi e a dirmelo. Sperava che ci si potesse vedere. Ci
incontrammo a casa sua a Vecchiano e parlammo anche di Israele,
dibattendo opinioni in dissenso, nessuna certo di carattere antisemita.
Tabucchi era troppo intelligente per essere un semplificatore. Si stava
anche interessando a Uriel Acosta, una tormentata figura di marrano,
morto suicida. Ci rivedemmo a Venezia, come amici di vecchi tempi,
sulla terrazza dell’Hotel Monaco, davanti a una minibottiglia di
champagne. Era venuto per il processo a Sofri, guidato dal suo senso
civile, senza tregua. E piace ricordare che quando al terrorista
omicida Cesare Battisti furono concessi rifugio e impunità in Brasile,
Tabucchi per protesta contro quel governo rifiutò di intervenire al
festival letterario di Paraty. Era un intellettuale libero da schemi e
calato nel presente. Semplificarne o mistificarne ora le posizioni è un
gioco infelice, che non serve a capire l’uomo, prima che il letterato.
Tanto meno serve a capire noi stessi, o a tutelare l'immagine di
Israele.
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Calcio - Kiryat Shmona,
l'impresa del coraggio |
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Una narrazione così anche il
più fantasioso degli sceneggiatori avrebbe fatto fatica a immaginarla.
Aprile 2001: un piccolo club di periferia appena nato lotta per
ritagliarsi uno spazio da protagonista in quarta divisione. Gli
incontri si disputano su campi spelacchiati; sugli spalti parenti,
amici e qualche sparuto gruppo di sostenitori. Aprile 2012: quella
stessa compagine vince (anzi, stravince) il suo primo titolo nazionale
con cinque giornate di anticipo grazie a una marcia trionfale scandita
da diciannove affermazioni, dieci pareggi e tre sole sconfitte in 32
gare complessive. Da ieri sera, 20.38 ora locale, Israele ha un nuovo
re David da celebrare che non tira di fionda, ma che preferisce giocare
(oltretutto molto bene) a pallone. Si chiama Hapoel Kyriat Shmona e il
capolavoro che ha portato a compimento in quel preciso istante,
complice il pareggio casalingo a reti bianche coi secondi della classe
dell'Hapoel Tel Aviv, non ha eguali nella storia dello sport. Anche
perché rincorrere una sfera a scacchi sotto la minaccia costante dei
razzi più volte lanciati in questi anni dagli Hezbollah verso Kiryat
Shmona, estrema propaggine settentrionale dello Stato ebraico, non è
propriamente cosa da tutti. In queste ore di euforia la gratitudine di
molti tifosi va quindi a Izzy Sheratsky, noto uomo d'affari di Tel Aviv
che all'alba del terzo millennio aveva pensato bene di rispondere al
terrore libanese aggregando persone accomunate dalla medesima
precarietà esistenziale e offrendo loro, attraverso una squadra di
calcio inventata praticamente dal nulla, una possibilità di svago che
tenesse lontani i brutti pensieri del fuoco nemico.
Nel calcio dei soliti noti la vittoria dei ragazzi guidati da mister
Ran Ben Shimon, allenatore con la valigia in mano (col presidente non è
stato trovato l'accordo per il rinnovo del contratto, al suo posto
arriverà presto il collega Gil Landau), ha il sapore della
rivoluzione del coraggio, dell'entusiasmo e delle idee. Un gruppo di
atleti semisconosciuti, un impianto da appena 5300 posti a sedere, un
palmares pressoché intonso. Ma allo stesso tempo anche tanta voglia di
dimostrare che il quarto e il terzo posto ottenuti nel recente passato,
al netto di una malinconica retrocessione in ultima posizione solitaria
alcune stagioni fa, non sono episodi casuali. L'inizio di campionato è
altalenante. Esordio con vittoria sul campo dell'Hapoel Haifa (0-1),
seguito a ruota da un brusco stop casalingo (1-3) col Maccabi Netanya
che non lascia certo immaginare vicini orizzonti di gloria. Poi, dalla
terza alla 27esima giornata, ecco innestato il diesel: 25 risultati
utili consecutivi e, complice anche il contemporaneo rallentamento
delle 'big' – sul banco degli imputati soprattutto Hapoel Tel Aviv e
Maccabi Haifa, quest'anno ben al di sotto delle loro possibilità – la
forbice tra Kiryat Shmona, che passa in testa al 15esimo turno, e il
gruppetto delle inseguitrici gradualmente si allarga fino a diventare
incolmabile. E non è tutto: a fine gennaio, quando le cose prendono una
certa piega ma pronunciare la parola scudetto sembra ancora prematuro,
ecco l'aperitivo che lascia presagire l'alloro massimo: la vittoria
della Coppa Nazionale ai danni ancora dei rossi di Tel Aviv, che escono
sconfitti ai rigori dopo una lunga battaglia nei tempi regolamentari
conclusasi con una nulla di fatto.
Ieri sera al triplice fischio finale, sugli spalti dell'Ironi Stadium,
i volti di migliaia di supporter erano stravolti dall'emozione e rigati
dalle lacrime. C'era chi tirava pizzicotti al vicino di sedia per
capire se quello che stava vivendo fosse realtà o soltanto un
inebriante sogno di primavera. I giocatori stessi, pur da tempo
consapevoli della relativa vicinanza del traguardo, sembravano quasi
increduli. Smaltiti i festeggiamenti d'obbligo, nei prossimi giorni ci
sarà modo di fare mente locale su quanto avvenuto e di pregustare un
futuro europeo ad alto tasso di effervescenza. La conquista del titolo
proietta infatti l'Hapoel di Kiryat Shmona ai preliminari di Champions
League con la concreta possibilità, una volta superata la fase
eliminatoria, di ospitare sul proprio terreno la crema del calcio
europeo. D'altronde Sheratsky era stato chiaro fin dal primissimo
giorno quando, parola del general manager Yossi Edri, si era presentato
ad atleti e staff annunciando il duplice obiettivo da cogliere nel giro
di alcune stagioni: "titolo e qualificazione alla Champions". Molti tra
i presenti si erano guardati attorno chiedendosi se quell'uomo stesse a
posto col cervello. Oggi un pazzo visionario è l'uomo più felice di
Israele.
Adam Smulevich - twitter@asmulevichmoked
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Storie - Addio a Sasà, il
partigiano di via Rasella
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Addio all’ultimo gappista di
via Rasella. L’ex partigiano Rosario Bentivegna, 89 anni, nato a Roma
il 22 giugno 1922, è spirato ieri pomeriggio, nella sua abitazione
capitolina, dopo una vita ricca di battaglie e di impegno civile in
politica (nei partiti di sinistra), nella professione di medico e nel
sindacato (l’Inca-Cgil).
Il 23 marzo 1944, nel periodo oscuro dell’occupazione nazista della
capitale, fu proprio il giovane Bentivegna, detto Sasà,
allora studente di medicina dagli occhialini rotondi, travestito da
spazzino, ad accendere la miccia dell’esplosivo che fece saltare in
aria 32 soldati del Battaglione Bozen (nei giorni seguenti il bilancio
finale dei morti salì a 44, compresi due civili italiani). A ideare
l’attacco era stato il suo amico Mario Fiorentini, intellettuale dai
capelli arruffati, figlio dell’ebreo Pacifico, sfuggito miracolosamente
alla retata del 16 ottobre 1943. I tedeschi “punirono” i romani con
l'eccidio delle Fosse Ardeatine, nel quale furono barbaramente
assassinate 335 persone, tra cui anche 75 ebrei.
Per quell’azione Bentivegna subì vari processi nel dopoguerra, dai
quali usci sempre assolto, e fu oggetto di violente polemiche
giornalistiche. Il 7 agosto 2007 la Corte di Cassazione (sentenza
17172) stabilì definitivamente che via Rasella era stato un "legittimo
atto di guerra rivolto contro un esercito straniero occupante''.
Uno dei ricordi più toccanti di Bentivegna è venuto da
Riccardo Pacifici, presidente della Comunità ebraica di Roma,
in trasferta a Cracovia per un viaggio della memoria: "E' morto un
eroe. Un eroe soprattutto per noi ebrei della seconda generazione,
figli di sopravvissuti. Un uomo coraggioso che con poche armi in mano
ha impaurito l'occupante nazista". "E' triste – ha sottolineato
Pacifici - aver saputo che negli anni la sua figura, in certi ambienti,
sia stata associata a quella dei vigliacchi; che alcuni abbiano
sottolineato che dopo l'attentato di via Rasella avrebbe dovuto
costituirsi; che altri, ancora più malignamente, sostengano che il non
essersi costituito sia costato la vita a 335 italiani. La versione dei
fatti fu un'altra: non ci fu il tempo per costituirsi perché la furia
nazista colpì senza preavviso". La comunità ebraica, ha detto Pacifici,
si impegnerà "in accordo con la famiglia ad organizzare una serata per
ricordare l'opera del partigiano Bentivegna, a cui dedicheremo la
piantumazione di alberi come da tradizione ebraica".
Messaggi commossi di
commemorazione di Bentivegna sono giunti anche dal presidente
della Provincia di Roma Nicola Zingaretti (“Fa parte di un gruppo di
uomini e donne che ha permesso a noi di vivere in un paese
democratico”), dall’Anpi nazionale, della cui presidenza era membro
onorario, dall’Anpi romana (“E’ stato un grande eroe della Resistenza
italiana”) e dagli amici ex partigiani, da Mario Fiorentini a Massimo
Rendina.
L’ex partigiano, il cui nome di battaglia era “Paolo”, medaglia
d’argento della Resistenza (“assegnatagli dal presidente Luigi Einaudi
e consegnatagli dal premier Alcide De Gasperi”, come opportunamente
ricordato da Rendina), dopo essere stato da ragazzo un entusiasta
balilla, sui banchi del liceo passò nelle file antifasciste. Uno dei
motivi principali fu l’emanazione delle leggi razziali del 1938.
“All’epoca – mi ha raccontato in un colloquio rimasto in parte inedito
- frequentavo il liceo Virgilio, che si trovava al Ghetto, e avevo
diversi compagni di scuola di religione ebraica, tutti bravi ‘balilla’.
Ricordo che la mia famiglia frequentava Renato Sacerdoti,
allora presidente della Roma e grand commis della borsa romana, poiché
mio zio Giulio Burali d’Arezzo era il suo avvocato. La politica
antisemita di Mussolini mi risultò subito incomprensibile e
inaccettabile”.
Fu durante il periodo della Resistenza che conobbe e s’innamorò di
Carla Capponi, anche lei partigiana e gappista. Si sposarono dopo la
liberazione di Roma (più tardi si separarono, rimanendo però sempre in
ottimi rapporti). Dalla loro unione nacque la figlia Elena, alla quale
fu dato il nome di battaglia di Carla.
Proprio l’anno scorso Bentivegna, assieme alla storica Michela Ponzani,
aveva pubblicato il suo libro di memorie, intitolato “Senza fare di
necessità virtù” (Einaudi), spendendosi con passione in un
faticoso tour di presentazioni nelle quali insisteva nel concetto che
“la Resistenza a Roma fu una cosa seria e non fu solo via Rasella:
potrei citare decine e decine di azioni delle varie formazioni
partigiane contro i fascisti e i nazisti, l’attività svolta dai
militari guidati dal valoroso colonnello Montezemolo e la solidarietà
attiva della popolazione”.
Comunista sui generis, libertario e anticonformista, Bentivegna nel ’56
si schierò contro il partito, condannando l’invasione sovietica in
Ungheria. Il terrorismo degli anni ’70 e la violenza dei gruppi di
sinistra extraparlamentare furono ferocemente criticati da Bentivegna
come fenomeni di “avventurismo”. Nel 1985 la decisione di
uscire dal Pci, per i profondi dissensi con la linea “consociativa”
del partito di Berlinguer. Negli ultimi
anni aveva preso la tessera del Pd nella sezione storica di via dei
Giubbonari e aveva pubblicamente dichiarato la sua avversione verso il
terrorismo islamico e la sua solidarietà ad Israele: “Sono ancora
comunista perché credo nel superamento dello stato di cose presenti. Ma
sono un comunista libertario, contro tutti i tiranni, contro tutti gli
integralismi, anche quello dei comunisti. Nel ’56 ho condannato
l’invasione in Ungheria e adesso sono contro la sharia, i kamikaze, i
talebani. E fin dal 1948 sono dalla parte d’Israele e ci sto ancora”.
Mario
Avagliano
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Onorare Stefano, impegno di
tutti per tutelare l'Italia
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Perché Stefano Gaj Tachè -
il bambino ebreo ucciso a Roma il 9 ottobre 1982 da parte di un
commando palestinese - non viene inserito nella lista delle vittime del
terrorismo politico, ricordate ogni 9 maggio? Perché non si dà seguito
a una proposta saggia, giusta, persino ovvia? Ritengo che le ragioni di
questa esitazione siano fondamentalmente tre. Primo. La burocrazia può
essere straordinariamente ottusa e feroce: senza scomodare «Il
processo» di Kafka, è noto quanto cavilli e moduli possano essere
spietati. Lo sanno bene, per restare nelle vicinanze, le vittime del
nazifascismo che avevano diritto all’assegno di benemerenza, che per
ottenere giustizia hanno dovuto attendere quasi 50 anni.
In secondo luogo il piccolo Stefano si trova per caso in una vecchia
diatriba, quella che distingue tra le vittime del terrorismo e della
criminalità organizzata. Fino all’assurdità per cui Falcone è morto per
terrorismo, gli agenti della scorta di Capaci per mafia. Con una
disparità di trattamento economico, pensionistico e anche di
riconoscimento civile (medaglia d’oro solo alle vittime del
terrorismo). È evidente che Stefano non c’entra nulla con ciò, ma la
polemica spiega la timidezza delle istituzioni a smuovere una materia
tanto delicata.
Infine esiste una ragione politica. Molti affermano che esistesse in
Italia un accordo implicito tra Governo e Organizzazione per la
Liberazione della Palestina (Olp), che garantiva il transito dei
terroristi palestinesi purché questi non commettessero stragi in
Italia. Un accordo di non si può certo andare fieri. Ora, è evidente
che l’attentato del 1982 segnò il fallimento di questa presunta
strategia, attaccando e uccidendo cittadini italiani di origine
ebraica. Inserire Stefano nella lista delle vittime del terrorismo
significa, implicitamente, riconoscere le responsabilità storiche e
politiche dello Stato italiano, che vanno prima studiate e poi
opportunamente distribuite. E forse è proprio questo il passaggio che
si vuole evitare. Ma un paese che non fa i conti con il proprio passato
è un paese che non ha futuro. È per l’Italia, oltre che per Stefano e
la sua famiglia, che questa battaglia merita di essere combattuta.
Tobia
Zevi, Associazione Hans Jonas
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Qui
Milano - Nuove dimissioni
fra i Consiglieri
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Una nuova fase di instabilità corre il rischio di condizionare la vita
della Comunità ebraica di Milano. Le dimissioni dei Consiglieri Sara
Modena e Yasha Reibman presentate questa mattina (che si aggiungono a
quelle di alcuni altri Consiglieri depositate negli scorsi mesi) hanno
provocato la sospensione del dibattito consiliare che era inizialmente
stato fissato per questa sera. Numerosi i possibili effetti da
valutare. Fra gli altri, l'eventualità che nella stessa data delle
elezioni per il Consiglio dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane,
fissate per il prossimo 10 giugno, si proceda in contemporanea
all'elezione di un nuovo Consiglio comunitario.
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Il presidente della
provincia di Roma, Zingaretti, guidando una visita di studenti romani
ai luoghi della Shoà, ha proposto che i calciatori della nazionale,
impegnati nei campionati europei di giugno in Polonia e Ucraina,
compiano anche loro una visita ad Auschwitz, come altre nazionali hanno
già programmato (notizia su DNews Roma, Repubblica Roma e altri giornali).
Considerando le infiltrazioni neonaziste non rare nel tifo calcistico,
mi sembra che la proposta di Zingaretti avrebbe forse un senso
pedagogico importante, al di là dell'omaggio formale alle vittime.
Ugo Volli
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L'Unione
delle Comunità Ebraiche Italiane sviluppa mezzi di comunicazione che
incoraggiano la conoscenza e il confronto delle realtà ebraiche. Gli
articoli e i commenti pubblicati, a meno che non sia espressamente
indicato il contrario, non possono essere intesi come una presa di
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