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15 aprile 2012 - 23 Nisan 5772
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Benedetto Carucci Viterbi Benedetto
Carucci
Viterbi,
rabbino


Ci sono persone che fanno trionfare la verità ovunque, tranne che in loro stessi.
(rabbi Menachem Mendel di Kotzk)


David
Bidussa,
storico sociale delle idee


David Bidussa
Nella notte di 100 anni fa affondava il Titanic. Per molti è stata l’occasione di un evento mondano. Un’occasione persa.. Cinque le cause del disastro: 1) velocità, eccessiva 2) certezza sull’inaffondabilità; 3) scarsa manovrabilità date le dimensioni; 4) leggerezza nel considerare le avvisaglie di pericolo; 5) carenza nell’organizzazione dei soccorsi. Se si esclude la prima, si capisce che molto è dipeso dalla leggerezza umana. Spesso la causa dei disastri umani è l’autosupponenza della propria invincibilità e della propria forza. Riguarda anche la politica, anche quella della bassa cucina di casa nostra Sarebbe bene tenerlo a mente.

davar
Contando l'Omer - Una storica controversia
Domenica 15 Aprile, ottavo giorno dell’Omer
Una settimana e un giorn
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Una storica controversia oppose nell’antichità il mondo rabbinico con un gruppo dissidente. Il problema era: in che giorno si presenta l’offerta e si comincia a contare l’Omer? La Torah, dopo aver parlato di Pesach, usa un’espressione ambigua (Lev. 23:11): mimmachorat haShabat, letteralmente “all’indomani del Sabato”. La tradizione accettata intendeva questo “Sabato” nel senso di “giorno festivo”, identificandolo con il primo giorno di Pesach che cade il 15 di Nissan, che può essere un Sabato o altri giorni della settimana; il giorno dopo è quello dell’offerta dell’Omer e il primo giorno dei 49 da contare. I dissidenti interpretavano letteralmente la parola “Sabato”, nel senso del Sabato che cade dentro la festa di Pesach, a distanza variabile dal primo giorno. Di conseguenza per i dissidenti la conta dell’ ‘omer inizia sempre di Domenica e il 50° giorno del conto sarà sempre Domenica. Per i tradizionalisti sarà Domenica solo quando il primo giorno di Pesach è stato di Sabato (come quest’anno). Può sembrare una controversia di poco conto, ma qualche conseguenza si sente fino ad oggi. Non è un caso, tra l’altro, che la Pentecoste cristiana, che si collega a Shavuot, cada sempre di Domenica.

rav Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma

Dossier Oltreconfine - Lugano, la ventiduesima Kehillah
Il sorriso è accogliente, i modi gioviali e allo stesso tempo estremamente pratici. Rabbi Yakov Kantor apre le porte della Chabad House di buon mattino. “Good morning, welcome in Lugano”, dice tendendo la mano e facendo segno di entrare. Varcata la soglia e recitata una breve preghiera di ingresso, si entra in un microcosmo piuttosto ordinato e razionale. Un grande tavolo al centro, siddurim ben disposti sugli scaffali, alcune fotografie di vita comunitaria appese al muro, una macchina del caffè verso cui ci dirigiamo entrambi con passo rapido. Newyorkese di nascita, rabbi Kantor è il personaggio attorno cui si raccolgono oggi molte speranze e progettualità degli ebrei di Lugano. Una realtà singolare, letteralmente a un passo dall’Italia, e che per quanto concerne il mondo ebraico si potrebbe azzardare costituisca una sorta di sua ventiduesima comunità trapiantata in terra straniera. Sarà banalmente perché si parla italiano, innanzitutto. Ma anche perché gli intrecci con la realtà d’oltreconfine sono forti e affondano le proprie radici nelle vicende familiari di molti suoi protagonisti. La kehillah luganese ha però allo stesso tempo alcuni aspetti che la differenziano in modo marcato da qualsivoglia altro nucleo ebraico italiano: una data di fondazione abbastanza recente (1919) e una composizione demografica che per lungo tempo ha evidenziato l’esistenza tra i suoi effettivi di una prevalente componente ashkenazita giunta all’inizio del secolo scorso in cerca di protezione e fortune commerciali. Oggi che il loro numero va progressivamente scemando, ad assumere le redini della comunità, a prendere parte ai momenti collettivi della vita ebraica, sono spesso volti diversi rispetto al passato. Rabbi Kantor, inviato alcuni anni fa dal movimento chabad dopo varie missioni in Estremo Oriente, si occupa di tenere unito l’amalgama, di risvegliare e solleticare l’interesse, ancora in parte latente, verso la religione, la cultura e i costumi dell’ebraismo. Non è il rabbino capo, figura attualmente non contemplata a Lugano e in Ticino, ma rappresenta di fatto il motore della vita ebraica. Aiutato dalla moglie Yuti, costante presenza al suo fianco, si districa ancora con qualche difficoltà nei meandri della lingua italiana ma è senz’altro riuscito a rendere la Chabad House di via Lambertenghi un prezioso punto di riferimento. “L’ebraismo – esordisce – ci insegna che è importante ogni singolo individuo. Qua a Lugano siamo pochi ma anche nella ristrettezza numerica stiamo riuscendo, col contributo e con la partecipazione di tutti, a mantenere accesa una fiamma viva di identità ebraica”. I numeri contano poco, prosegue convinto il rabbi. Quello che conta davvero è la qualità, il modo in cui le cose vengono fatte. Dalle ore di studio alle gite in barca, dalla Kabbalat Shabbat alle escursioni nei boschi: l’organizzazione degli eventi è curata al dettaglio, niente viene lasciato al caso, ogni singolo istante merita di essere vissuto con intensità. Quando ci incontriamo Rabbi Kantor è appena tornato da un campeggio di alcuni giorni in montagna con i ragazzi del Talmud Torah. Un’esperienza che definisce “fantastica” e che ha ulteriormente cementificato i rapporti coi più giovani che vedono ormai nei coniugi Kantor non solo una guida ebraica ma anche delle persone vicine con le quali parlare dei problemi di tutti i giorni. “È quasi retorico sottolinearlo – afferma il rabbi – ma gli investimenti più importanti dobbiamo farli proprio coi ragazzi. Se saremo stati in grado di trasmettere loro qualcosa i risultati di questo passaggio avranno un valore per tutta la vita. La formula del campeggio, così come le altre iniziative che ci vedono spesso riuniti all’aria aperta, sono un modo per stringere ancora di più relazioni, fare gruppo, imparare divertendosi”. L’impegno con le nuove generazioni prosegue anche con gli studenti della vicina scuola americana che sono coinvolti, come i ticinesi doc, in un fitto programma di appuntamenti a regolare cadenza. E non vanno poi dimenticati gli adulti. Una vasta carrellata di fotografie sul sito internet a cura di Yuti, che ha responsabilità che vanno dalle attività giovanili alla gestione del mikveh, il bagno rituale, mostra infatti una certa effervescenza anche tra i più grandi. “Sempre più persone mettono i tefillin” sottolinea il rabbi, che intanto si alza dalla sedia per dirigersi nella sala adiacente dove accende la luce e mostra un piccolo kosher corner, altro fiore all’occhiello della sua gestione che richiama due volte a settimana un numero significativo di persone. Quando dall’Italia ero entrato in contatto con Elio Bollag, uno degli storici esponenti della comunità ebraica, questi nel delineare alcune caratteristiche dell’odierna realtà ticinese aveva affermato, suscitando un certo disagio in chi scrive, che le difficoltà da affrontare erano moltissime e che un giorno neanche troppo lontano il rischio sarebbe stato che si parlasse di ebraismo a Lugano solo al passato. Bollag, pur esprimendo grande preoccupazione per il futuro, aveva però concluso il suo intervento elogiando la figura di un “eroico” rabbino, anche se non ufficialmente “il rabbino” della comunità, capace di portare un nuovo entusiasmo in città. Rabbi Kantor sorride per il complimento e saluta il cronista con queste parole: “I think it’s cool to be a jew in Lugano”.

Adam Smulevich, Pagine Ebraiche, aprile 2012

twitter @asmulevichmoked

pilpul
Davar Acher - Falsi
Ugo VolliUno degli aspetti interessanti sul piano intellettuale, ma anche sintomatici su quello morale, dell'attuale ondata antisionista/antisemita è quello dei falsi. Ci sono falsi generici, come quello di chi, come Gunter Grass e i suoi emuli, al di là di ogni attribuzione di responsabilità, attribuisce a Israele l'intenzione di un attacco “atomico” all'Iran, quando al contrario si tratta evidentemente di un attacco “antiatomico”, non programmato con armi nucleari, anzi dell'ultima occasione per evitare che un conflitto mediorientale possa arrivare fino al livello dell'apocalisse nucleare. Ci sono i falsi ideologici, come quello di Boris Pahor che qualche giorno fa in un'intervista sul Secolo XIX, ha rivelato di non avere mai conosciuto Primo Levi, nonostante i suoi tentativi in questo senso, ma affermato apoditticamente che la sua morte fu colpa “del comportamento politico della sua patria”, cioè dello Stato di Israele. E come lo sa? Come si permette di speculare su una tragedia personale così terribile a fini politici? Poi vi sono i falsi documentali, la costruzione di citazioni inesistenti. Una riguarda ancora Primo Levi, ed è appena stata smascherata definitivamente da un articolo di Domenico Soave e Irene Scarpa sul domenicale del Sole 24 ore dell'8 aprile, come ha ricordato già qui Francesco Lucrezi. A Levi viene attribuita diffusamente su Internet e in vari documenti e discorsi antisraeliani la seguente frase: “Ognuno è l’ebreo di qualcuno. Oggi i palestinesi sono gli ebrei di Israele”. Gli autori mostrano che solo la prima frase, senza relazioni col conflitto mediorientale, è stata scritta da Primo Levi, mentre la seconda è un commento estensivo a quella frase, contenuto in una recensione a “Se questo è un uomo” dell'82 di un critico del “Manifesto”, Filippo Gentiloni, e tenuta giustamente da lui fuori dalle virgolette, ma attribuita poi a Levi da un articolo del 2002 di Joan Accocella sul “New Yorker” e da allora dilagata sul web. Non sappiamo se quella di Accocella fu una svista o una deformazione intenzionale (il suo scritto cade nel pieno della campagna internazionale contro Israele durante la cosiddetta “seconda Intifada”). Ma sicuramente è un falso infinitamente riprodotto in rete. Certamente volontaria è invece una falsa citazione da Ben Gurion, che ha origini nei lavori dello pseudostorico e propagandista antisraeliano Ilan Pappé e che è stata smascherata da un gruppo contro l'antisemitismo e ribadita di recente da “Camera”, un'osservatorio della comunicazione antisraeliana. In sostanza, Ben Gurion, in una lettera aveva scritto “Noi non vogliamo e non dobbiamo espellere gli arabi per prendere il loro posto” e dalla citazione è sparita tutta la prima parte della frase con la negazione, lasciando solo “dobbiamo espellere gli arabi per prendere il loro posto”, cioè l'esatto opposto di quel che pensava il fondatore di Israele. Il tutto serve a demonizzare la figura di Ben Gurion e a corroborare la propaganda del “peccato originale” della nascita di Israele come “furto della terra”. Come documenta “Camera” anche nel rigoroso sistema accademico anglosassone è assai difficile obbligare i propalatori di un falso così marchiano a rettificare le loro menzogne. Ci sono i falsi sistematici e organizzati, che negano l'evidenza e se possibile ne distruggono le tracce, come quella negazione del carattere ebraico di Gerusalemme, dell'esistenza del Tempio ecc., che fu lanciata da Arafat ai colloqui di Camp David, scandalizzando anche un tiepido cristiano evangelico come Bill Clinton per la negazione della narrazione biblica e di tutte le prove storiche che ciò comportava. Nonostante la sua evidente assurdità, questa menzogna in seguito è stata ripetuta moltissime volte dai media e dai dirigenti dell'Autorità Palestinese ed è diventata uno dei pezzi forti della propaganda anti-israeliana nel mondo islamico e ha ormai conquistato il consenso della maggioranza degli arabi. I responsabili del Wafq, il fondo islamico che amministra il monte del Tempio, hanno fatto il possibile con scavi distruttivi per far sparire quanto più hanno potuto della documentazione archeologica del Tempio e l'Unesco ha fatto la sua parte per attribuire le antiche tombe dei patriarchi al “patrimonio culturale palestinese”, facendo diventare la Tomba di Rachele a Betlemme, documentata nella Bibbia e testimoniata da centinaia di resoconti, immagini ecc., una moschea dedicata a non so quale clerico islamico. La bugia diventa cancellazione attiva e genocidio culturale. Tutto ciò non può non ricordare gli altri falsi che hanno costellato la propaganda antisemita nei secoli, dai Protocolli dei Savi di Sion (che sono regolarmente tradotti e ristampati nel mondo islamico, inclusi i territori amministrati dall'Autorità Palestinese e sono stati recentemente “rivalutati” da Gianni Vattimo in funzione antisraeliana) alle infinite varianti dell'”accusa del sangue”, dal caso di San Simonino a Trento ad Aleppo nel 1840 fino all'episodio ungherese di un secolo fa recentemente rilanciato da un deputato dell'estrema destra locale e all'accusa dell'uccisione dei palestinesi per rubarne gli organi, come si è inventato con grande clamore un paio d'anni fa un giornale svedese: tutti episodi seguiti da persecuzioni, pogrom, efferate vendette giudiziarie, odio diffuso. Non bisogna sottovalutare il peso di questa trama di menzogne, che è eccezionale anche rispetto alla consueta infondatezza della propaganda politica: nessuno, credo, oserebbe attribuire la colpa della morte di Tabucchi al governo italiano, per cui pure egli provava forte avversione, o al governo a lui altrettanto poco simpatico del Portogallo, altra patria adottiva. Nessuno, anche quando era dominio del papato, ha osato negare che a Roma ci sia stato il foro e che la città sia stata sempre legata all'Italia, anche se al momento era solo il centro politico di una Chiesa che si vuole “universale”. Ai vari popoli perseguitati, gli armeni e i curdi e i ceceni ecc. nessuno ha mai attribuito la volontà di dominare il mondo o l'uso di mangiare i bambini e di rubare gli organi interni ai feriti. Tutto ciò è avvenuto e continua ad avvenire con l'antisionismo/antisemitismo. Da questa densità di falsità e menzogne si possono trarre due conclusioni. La prima è che la maggior parte delle persone che se ne occupano ha con Israele un rapporto immaginario, che ha pochissimo a che vedere con la realtà. Come gli antisemiti hanno sempre odiato il loro fantasma di ebreo (e colpito poi gli ebrei veri) così gli antisionisti odiano un fantasma di Israele, quasi senza rapporto con la realtà, anche se poi provano a danneggiare il paese vero. La seconda è che tutte queste menzogne hanno autori, responsabili, propalatori, complici volonterosi. E che dunque l'antisionismo/antisemitismo non è un fenomeno naturale, che possa essere subito senza attribuire responsabilità. I falsi possono essere casuali, la loro diffusione senza controllo e la fabbricazione di menzogne certamente no. La domanda giusta non è dunque “perché si diffonde l'antisionismo/antisemitismo”, ma “chi lo fa e a quali fini e con quali complicità”.

Ugo Volli

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Una lettera in risposta alla Flytilla
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Il governo israeliano ha diffuso una lettera in risposta all’iniziativa della Fly-tilla rivolgendosi agli attivisti partecipanti. Dopo averli ironicamente ringraziati per aver scelto Israele come oggetto delle loro attenzioni umanitarie, tra tutte le possibili opzioni in Medio Oriente (il governo siriano, quello iraniano, Hamas), suggerisce loro di “risolvere prima i veri problemi della regione, e poi di tornare e condividere l’esperienza”.

 
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