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2 maggio
2012 - 10 Iyar 5772 |
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David
Sciunnach,
rabbino
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“Non dovrete comportarvi
seguendo le usanze della terra d’Egitto in cui avete abitato, non
dovrete agire secondo le usanze della terra di Canàan ...” (Vaikrà
18, 3) Ha detto a proposito di questo verso il grande Admor, Rabbi
Yehudà Leib di Gur, conosciuto come Sefath Emèth: per ciò che riguarda
questo verso la Torah non intende quei comportamenti illeciti e
immorali che erano in uso presso le popolazioni d’Egitto e di Canàan e
che sono già stati vietati al popolo d’Israele. Bensì in
questo verso la Torah vuole avvisare ogni uomo d’Israele
anche per quei comportamenti che possono essere permessi. Perché i
figli di Abramo d’Isacco e di Giacobbe devono essere molto attenti a
non imitare gli egiziani e i cananei nelle loro abitudini quotidiane e
nel loro stile di vita. La Torah intende appunto non imitarli nel loro
modo di mangiare, di bere e nel loro comportamento.
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Davide
Assael,
ricercatore
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Il numero di maggio di Pagine Ebraiche segnala un
libro di Elena Mazzini, “L’antisemitismo cattolico dopo la Shoah”, dove
l’autrice mostra non solo la permanenza di pregiudizi antiebraici nella
società italiana dopo lo sterminio nazista, ma anche la difficoltà
della Chiesa a ripensare i propri pregiudizi antisemiti. Per quanto
questi siano radicati, basti vedere le più classiche interpretazioni
cristiane della relazione Ya’akov col fratello Esav, dove, da Origene
ad Ambrogio ed Agostino, il secondo rappresenterebbe l’ebraismo perché
colpevole di frenare il percorso che da Ya’akov avrebbe portato a
Cristo. Uno straordinario esempio di ribaltamento culturale! Non credo
che fosse consapevole di cosa richiamassero le sue parole, ma, forse,
bisognava essere più accorti riguardo la definizione di “fratelli
maggiori” che Giovanni Paolo II ci attribuì.
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Contando
l'Omer - Verso la purificazione |
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Mercoledi 2 maggio 25° giorno
dell'Omer,
3 settimane e 4 giorni
Il precetto dell'Omer è espresso con le parole
usfartèm lakhem, “vi conterete”, “conterete per voi” (Wayq. 23:15).
Viene interpretato nel senso che il conto è un precetto personale, “per
ognuno di voi”. Soltanto un'altra volta nella Torà compare
un'espressione simile, ed è a proposito della donna che si purifica da
un flusso irregolare che saferà lah “dovrà contare per sé” (ibid.
15:29) sette giorni puri; e lo dovrà fare personalmente perché nessuno
può mettersi nei panni della donna che si controlla e si fa
privatamente il suo conto. L'analogia delle espressioni (compreso il
numero sette) suggerisce importanti collegamenti per chiarire il senso
della conta. Come il conto della donna guida il suo percorso
dall'impurità alla purificazione, così il conto
dell'Omer guida alla purificazione, dalla libertà alla rivelazione; e
come il conto della donna deve essere personale, così il conto
dell'Omer, che sembra solo una questione di calendario collettivo e
condiviso, deve diventare per ognuno un'esperienza personale, privata e
riservata di purificazione.
rav
Riccardo
Di Segni, rabbino capo di Roma -
twitter @raviologist
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Qui Ferrara - Donne e
giovani protagonisti |
Sotto una pioggia
scrosciante, che però non ha impedito a ferraresi e visitatori di
affollare gli ultimi eventi, ha chiuso i battenti la terza edizione
della Festa del Libro ebraico. Molto positivo il bilancio raccontato
dai numeri: oltre 13mila presenze, 1200 partecipanti alle visite
guidate nei luoghi ebraici, compresa quella notturna alla scoperta
della Ferrara bassaniana durante la seconda Notte bianca ebraica
d’Italia, più di mille ingressi nei primi tre giorni di apertura della
mostra “Che bel romanzo”.
Tra bancarelle di libri e tavolini per gustare specialità culinarie si
sono svolti gli ultimi incontri, che hanno visto come protagonisti le
donne e i giovani. In un ideale ricongiungimento col Moked 5772
“Protagoniste o comparse? Il ruolo della donna nel mondo ebraico di
oggi” organizzato dal Dipartimento educazione e cultura dell’Unione
delle Comunità Ebraiche Italiane, il pomeriggio si è aperto con una
tavola rotonda su “Le donne e la scrittura”. Alla discussione condotta
dal direttore del Dec rav Roberto Della Rocca sono intervenute Marina
Beer e Donatella Ester Di Cesare dell’Università La Sapienza di Roma e
la scrittrice e studiosa di mistica ebraica Yarona Pinhas. “La
scrittura ha tentato di dare una soluzione alla ferita insanabile che
la distruzione del Tempo di Gerusalemme ha causato al popolo ebraico -
ha spiegato rav Della Rocca nella sua introduzione, sottolineando il
grande ruolo che la donna ricopre nella trasmissione della cultura e
della tradizione ebraica.
A prendere poi la parola sono state le relatrici che hanno affrontato
il tema partendo da diverse prospettive. Pinhas ha spiegato la capacità
della donna di cambiare il corso della storia e degli eventi partendo
dalla figura di Eva, che fu creata da un osso (ezem), parola che in
ebraico ha la stessa radice di ozmah, potere, e di azmaut,
indipendenza. La professoressa Di Cesare è stata protagonista di un
excursus sulla vita e sul pensiero delle principali filosofe ebree
dell’ultimo secolo: Edith Stein, Simone Weil, Hannah Arendt, Jeanne
Hersch. A concludere l’incontro, l’intervento di Marina Beer sulle
scrittrici ebree italiane Amelia Rosselli, Natalie Ginzburg, Elsa
Morante.
Dopo la presentazione del libro “13 milioni. Prognosi riservata della
comunità ebraica” scritto dal giornalista di Shalom, mensile della
Comunità ebraica di Roma, Piero Di Nepi con lo pseudonimo di Robert
Gennazzano, cui hanno preso parte anche il presidente del Meis Riccardo
Calimani e Shulim Vogelmann della casa editrice la Giuntina, i giovani
sono stati al centro del dibattito “Cittadini del mondo un po’
preoccupati”. A discutere dei risultati dell’indagine promossa
dall’Associazione di cultura ebraica Hans Jonas e coordinata da Saul
Meghnagi, presidente dell’Istituto di ricerche economiche e sociali,
sono stati il presidente di Hans Jonas Tobia Zevi e lo stesso Meghnagi,
assieme al direttore di Shalom Giacomo Kahn e all’assessore alla
Cultura del Comune di Ferrara e consigliere della Fondazione del Meis
Massimo Maisto. Il modo di vivere e di mantenere le tradizioni
ebraiche, la necessità di costruzione di un’identità consapevole, la
relazione con lo Stato di Israele, il rapporto con la Memoria della
Shoah, alcuni dei punti attorno cui si è articolato l’incontro.
“La cultura ebraica, così vivace e poliedrica, è una sfida
per la città, ma in un momento di crisi economica e sociale la cultura
si rivela una risorsa importante, così come lo è il Meis che promuove
un dibattito unico nel panorama nazionale. Investire nella cultura
permette di costruire percorsi di accoglienza” ha sottolineato il
Sindaco di Ferrara Tiziano Tagliani. “Un ringraziamento alla città che
ci ha accolto con grande calore e ha dato un contributo essenziale alla
riuscita della Festa” il commento finale di Riccardo Calimani.
Rossella
Tercatin -
twitter @rtercatinmoked
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Qui Roma - Memorial
Doron Sielli al via |
Prenderà il via questo
pomeriggio alle 17, al Circolo Sportivo Moon River in Zona Marconi, il
primo Memorial Doron Sielli. Organizzato dalla Federazione Italiana
Maccabi in occasione della visita nella Capitale delle squadre di
Calcio a 5 del Roma Club Gerusalemme, il torneo vuole ricordare Doron
Sielli, atleta del Maccabi tragicamente scomparso alcune settimane fa
in Israele, e conta sull'appoggio dell'Ambasciata italiana in Israele,
dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, della Comunità ebraica di
Roma, di Roma Capitale Dipartimento Sport, della Provincia di Roma e
dell'AS Roma Calcio.
Pallone, agonismo, ma soprattutto valori per questa intensa due giorni
di gare che avrà termine con la premiazione domenica 6 maggio alle 19
al Palazzo della Cultura: tra le file delle due compagini del RCG
(categoria Under 10 e Under 12) ci sono infatti giovanissimi atleti
arabi, cattolici ed ebrei uniti, come spiega il presidente della
Federazione Italiana Maccabi e consigliere UCEI Vittorio Pavoncello,
“dall'amore per lo sport”. Lo stesso allenatore, che ha
accompagnato questa mattina assieme a una delegazione
del Maccabi i suoi ragazzi in visita al Centro Sportivo di
Trigoria dove si allenano i campioni della Roma, è un arabo israeliano.
“È un onore per la nostra città – afferma il sindaco Gianni Alemanno –
ospitare il primo Memorial Doron Sielli ed è con immenso orgoglio che
saluto l'iniziativa promossa dalla Federazione Italiana Maccabi. Essere
qui oggi, vuol dire promuovere l'incontro tra culture diverse, tra
giovani che, nel rispetto delle regole e degli altri, perseguono
tenacemente lo stesso obiettivo: abolire ogni disuguaglianza. Voglio
congratularmi con questi giovani atleti, che testimoniano il desiderio
di una convivenza pacifica tra i popoli, consapevoli che attraverso un
rapporto tra pari si afferma la democrazia”. “Lo sport – aggiunge il
presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti - è senza dubbio
competizione, ma è anche condivisione dei valori di lealtà e rispetto
reciproco che ne fanno una palestra e un luogo privilegiato di
formazione per la vita. Per questo apprezzo lo sforzo degli
organizzatori che hanno dato vita a questo appuntamento, che mi auguro
sia soltanto la prima tappa di un percorso di successo”.
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Raccomandazioni
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Non c’è giorno, si può dire,
che sulla stampa italiana o straniera non appaia qualche monito,
raccomandazione, consiglio, suggerimento, preghiera, minaccia, rivolti
al governo israeliano, affinché si astenga dall’attaccare l’Iran, per
neutralizzare (o cercare di farlo) il suo arsenale nucleare. Questi
appelli, naturalmente, sono di varia natura, e li dividerei,
essenzialmente, in tre gruppi.
Al primo vanno ascritti i soliti, innumerevoli nemici o antipatizzanti
di Israele, espliciti o coperti, le cui motivazioni sono sempre le
stesse. Israele sbaglia qualsiasi cosa faccia, figuriamoci quando usa
la forza. Israele non si deve difendere, deve lasciarsi colpire, chi lo
colpisce fa bene. Su questi signori, e i loro appelli, c’è ben poco da
dire.
Ci sono poi i numerosissimi opinionisti, politici, osservatori,
semplici cittadini che, in tutto il mondo, esprimono la loro
contrarietà ad azioni di forza non (almeno non dichiaratamente) per
ostilità antisraeliana, ma semplicemente in base a considerazioni di
ordine politico generale, a difesa della pace e della stabilità
internazionale. Un intervento militare, si dice, sarebbe di dubbia
efficacia sul piano militare e devastante sul piano politico,
incendierebbe la regione, costerebbe innumerevoli vite umane,
indebolirebbe tutte le missioni di “peace-keeping” occidentali nelle
aree islamiche, innescherebbe una spirale di violenza dagli esiti
imprevedibili. Tutti argomenti sacrosanti.
Il terzo gruppo è quello dei sinceri amici di Israele, e di molti
cittadini israeliani (la maggioranza?), i quali aggiungono, alle
motivazioni del secondo gruppo, una più specifica preoccupazione per i
gravi rischi che correrebbe lo Stato ebraico in caso di conflitto.
Israele è in una condizione di isolamento, di debolezza diplomatica,
non sarebbe in grado di affrontare da solo la prevedibile (ancorché
ipocrita: molti governi arabi, come ha rivelato Wikileaks, in realtà,
segretamente, non vedrebbero l’ora che attaccasse) andata di reazione
mondiale. L’Iran, inoltre, è una grande potenza, attende l’attacco, ha
preso tutte le contromisure, non si tratterebbe certo di un’operazione
a sorpresa singola e relativamente semplice, come quella contro il
reattore irakeno del 1981. Molti giovani soldati israeliani
perderebbero la vita, i rischi per la popolazione civile sarebbero
altissimi. Anche su questi argomenti, cosa si può obiettare? È tutto
vero.
A fronte di questi appelli (vari nelle motivazioni, ma tutti
convergenti nel messaggio), nessun consiglio di diverso tenore.
Nessuno, di nessuna appartenenza, osa dire: Israele deve attaccare.
Come si potrebbe, infatti, dire una cosa del genere? Chi mai ne avrebbe
il coraggio?
Al posto dell’opzione militare, come sempre, si suggerisce la via
diplomatica. Trattare, negoziare, imporre sanzioni internazionali. Una
strada, che, però, ha ampiamente mostrato la sua assoluta, totale
inefficacia. Le sanzioni, come sempre, al regime fanno un baffo, anzi
lo ricompattano (è sempre stato così, da Mussolini a Castro a Saddam
Hussein). E il negoziato con Teheran è sempre stato una partita
truccata, come ha ben spiegato, ancora una volta, Fiamma Nirenstein, su
il Giornale dello scorso 16 aprile: molti politici di spicco ed ex
negoziatori iraniani hanno candidamente e orgogliosamente confessato,
in pubbliche interviste, sulla stampa e in TV, che i negoziati
servivano solo a guadagnare tempo, e che, mentre si negoziava, gli
esperimenti andavano avanti a pieno regime. Nessun pudore, nessun
imbarazzo, nessun timore di essere rimproverati da qualcuno o di
nuocere al loro governo. L’Occidente è una tigre di carta, l’Iran lo
sa, ed è normale che si sappia. Perché non dirlo, cosa c’è da temere?
Tutte le agenzie internazionali, intanto, confermano che, trattando e
negoziando, l’Iran è ormai giunto al traguardo: tempo qualche mese,
forse già in estate, avrà a disposizione la bomba atomica.
Di fronte a tale terribile minaccia, mai, assolutamente mai mi
permetterei di suggerire a Israele di attaccare. Mi sentirei di farlo,
eventualmente, solo se fossi cittadino israeliano, magari in età di
servizio militare, e andassi al fronte di persona, o ci andassero i
miei figli. E ribadisco di condividere in pieno tutte le argomentazioni
sopra esposte riguardo ai rischi di una guerra. Alle quali aggiungo
un’antica ammirazione per la civiltà persiana, che nessun Khomeini o
Ahmadinejad riuscirà mai a farmi abbandonare.
Ma, per gli identici motivi, mai mi sentirei neanche di suggerire al
governo israeliano di non considerare l’opzione militare. Mi sentirei
di farlo, anche in questo caso, solo se vivessi in Israele, e se la
possibile bomba atomica fosse destinata a cadere sulla testa mia e dei
miei figli. E, in un immaginario modulo da inviare al governo di
Israele, non figura solo l’invito a non attaccare, ma bisogna anche
sbarrare, con una croce, almeno una di queste tre possibili ragioni
dell’invito. Non bisogna attaccare perché:
a) non è vero che l’Iran è vicino al nucleare;
b) non è vero che intenda usarlo contro Israele;
c) non c’è bisogno di impedirgli avere il nucleare, e di poterlo usare
contro Israele.
Francesco
Lucrezi, storico
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notizie
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rassegna
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Apple
- Un centro di ricerca a Haifa
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Leggi la rassegna |
Sul sito per la ricerca personale di Apple potrebbero apparire decine
di offerte per l’impiego di tecnici che dovranno andare a dar vita al
centro di ricerca che nascerà in Israele. A riferirlo Ynetnews.com che
avrebbe appreso la notizia da alcune fonti apparentemente informate in
materia, se questa notizia corrisponde alla realtà, si tratterebbe del
passo decisivo per avviare quel centro di ricerca e sviluppo di cui si
è parlato nei mesi scorsi. In base quanto si era appreso in quel
contesto, la struttura sorgerà nel Matam Technology Park, il distretto
hi-tech di Haifa dove sono attive realtà come Intel, Broadcom, Google,
Yahoo! eBay, IBM, Philips, Microsoft.
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Oggi non sono usciti i
giornali nazionali e quindi c'è il tempo per leggere con maggiore cura
la stampa estera. Particolarmente degna di attenzione mi sembra una
intervista al professor Johan Galtung di Ofer Aderet su Haaretz. Influente personaggio nel
mondo accademico norvegese e autore prolifico egli è, in particolare,
il fondatore di una disciplina che si occupa "degli studi sulla pace e
della ricerca della soluzione dei conflitti".
Emanuel
Segre Amar
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delle Comunità Ebraiche Italiane sviluppa mezzi di comunicazione che
incoraggiano la conoscenza e il confronto delle realtà ebraiche. Gli
articoli e i commenti pubblicati, a meno che non sia espressamente
indicato il contrario, non possono essere intesi come una presa di
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che li firmano e che si sono rese gratuitamente disponibili. Gli utenti
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