se non visualizzi correttamente questo messaggio, fai  click qui

6 maggio 2012- 14 Iyar 5772
linea
l'Unione informa
ucei 
moked è il portale dell'ebraismo italiano
 
alef/tav
linea
Benedetto Carucci ViterbiBenedetto
Carucci
Viterbi,
rabbino

Rabbi Hanina ben Dosa soleva dire: "In colui per il quale il timore del peccato viene prima della sapienza, la sapienza si mantiene; non si mantiene in chi dà la precedenza alla sapienza sul timore del peccato" (Avot 3, 11). La sapienza della Torah, se non è preceduta dalle qualità morali, è puro sapere volatile.

Miriam
 Camerini, regista



miriam camerini
“Una scuola media pubblica di Trieste desidera offrire ai suoi studenti una serie di incontri sulla Shoà: puoi farlo?” Questo mi è stato chiesto lo scorso autunno. Mi trovavo in città per parlare con i ragazzi del Talmud Torà della differenza fra la storia di Jonà e quella di Avraham, alle prese entrambi con una città di malvagi da redimere, ma con due approcci molto diversi. Ho accettato l'incarico, ma proponendo immediatamente un'alternativa: perché non provare a parlare di vita ebraica? L'idea è passata, il cronometro è partito. Ho avuto 24 ore (no, non consecutive!) per parlare di ebrei e vita ebraica con ragazzi di terza media. Che cosa abbiano capito loro non lo so, io ho capito che dobbiamo parlare sempre di più e meglio, perché l'opera da compiere è immensa e urgente: il pregiudizio e l'ignoranza radicati in alcuni ragazzi mi hanno colpita. Quando però una ragazzina musulmana, alla quale i genitori avevano inizialmente vietato di partecipare agli incontri, mi ha inseguita dopo la fine dell'ora per continuare la conversazione, ho capito che non sta a noi portare a termine l'opera, ma che siamo almeno obbligati a iniziarla.

davar
Contando l'Omer - Una nuova possibilità
Domenica 6 Maggio, 29° giorno dell’Omer, quattro settimane
e un giorno.


Derekh, strada, è una delle parole dell'ebraico biblico dal genere incerto, qualche volta maschile, qualche volta femminile, qualche volta chissà. Può essere stata questa incertezza a far mettere un puntino sopra la he finale di derekh rechoqà, la "strada lontana", (maschile? Femminile  con la he in fondo?) citata in Bemidbar 9 nel brano che istituisce il Pesach sheni, il secondo Pesach, la più antica tra le varie date che costellano il periodo dell'Omer e che ricorre oggi. Nella Torà il problema l'avevano posto delle persone che non avevano potuto celebrare Pesach perchè erano impuri essendosi occupati di cadaveri. Che fare? La domanda viene rigirata all'Alto che risponde istituendo una seconda data, una specie di "sessione malati" per recuperare non solo gli impuri ma anche chi stava in una "strada lontana". Il problema sarà di capire non solo il genere della strada ma quanta debba essere la lontananza che giustifica l'assenza. Ma la sostanza del discorso è che chi ha perso l'occasione di aggregarsi al rito fondamentale dell'identità ebraica, perché ha avuto a che fare con la morte (cosa talvolta indispensabile, ma che può portare fuori strada), o era semplicemente fuori strada, ha una nuova possibilità di provare.

rav Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma
twitter @raviologist

Qui Milano - Il cinema ponte tra Italia e Israele
Al via questo pomeriggio la rassegna del Cdec
Al via oggi pomeriggio la quinta edizione del Nuovo Cinema Israeliano, rassegna organizzata da Fondazione Centro di documentazione ebraica contemporanea e da Fondazione Cineteca italiana, con il patronato di Regione Lombardia e il patrocinio di Provincia, Comune e Comunità ebraica di Milano. Un appuntamento ormai fisso della primavera milanese all'insegna della cultura, che proporrà allo Spazio Oberdan una serie di film e documentari israeliani in lingua originale sottotitolati dalla selezione del Pitigliani Kolno'a festival. “Il cinema - spiega Paola Mortara, responsabile dell’Archivio fotografico del Cdec e curatrice della manifestazione insieme a Nanette Hayon Zippel - permette di conoscere Israele nelle sue molteplici sfumature e di mostrare delle affinità con la società italiana di cui in pochi realizzano l’esistenza. Per questo il Cdec, nonostante le difficoltà economiche legate al taglio dei finanziamenti, prosegue nel cammino di questa rassegna, per ricordare che la sua opera non è incentrata esclusivamente sul ricordo della Shoah. Abbiamo voluto scegliere delle pellicole che raccontassero anche i legami fra Israele e l’Italia come il documentario Vera, che racconta la storia di Vera Martin, ebrea croata che, scampata alla Shoah, apre un allevamento di cavali di razza, e sul musicologo Leo Levi”. Da segnalare anche film che affrontano tematiche sociali universali, come Mabul, che mostra la disperata costruzione di una parvenza di normalità di famiglia con tanti problemi, che si spezza definitivamente con il ritorno a casa dall’istituto di un figlio disabile, e 2 Night, che si occupa della vivibilità delle città moderne attraverso gli occhi di due giovani che desiderano passare la notte insieme, ma non ci riescono perché non trovano un parcheggio. “La novità di quest’anno poi sono i corti di animazione dell’Accademia Bezalel di Gerusalemme, che hanno riscosso un grande successo” sottolinea ancora Mortara. A commentare i film saranno esperti ed esponenti del mondo della cultura nelle sue varie sfumature, dallo storico Alberto Cavaglion al regista e consigliere comunale Ruggero Gabbai, cominciando oggi da Dan Muggia direttore artistico della rassegna insieme ad Ariela Piattelli. Il Nuovo Cinema Israeliano terminerà le sue proiezioni giovedì 10 maggio con un appuntamento d’eccezione: la proiezione del documentario The Hangman dedicato alla guardia carceraria che sorvegliò il gerarca nazista Adolf Eichmann durante gli anni della sua detenzione e ne “spinse il bottone” della forca, al termine del quale il rabbino capo di Milano Alfonso Arbib e l’insigne giurista Giorgio Sacerdoti discuteranno delle implicazione ebraiche e giuridiche della vicenda.

Per maggiori info e programma clicca qui

Rossella Tercatin - twitter
@rtercatinmoked

Qui Roma - Il Memorial Sielli si avvia alla conclusione
Si chiude questo pomeriggio alle 19 al Palazzo della Cultura, con la cerimonia di premiazione delle squadre e con una spettacolare esibizione di karate, la prima edizione del Memorial Doron Sielli. Due giorni di gare, quattro compagini in lizza, il torneo era rivolto ai giovanissimi nella fascia di età 8-12 anni e si prefiggeva di onorare nel segno dei valori di sportività, fratellanza e impegno la figura di Doron Sielli, atleta del Maccabi recentemente scomparso in Israele cui molti, a Roma e in tutta l'Italia ebraica, erano legati da un rapporto di profonda stima e amicizia. Organizzato dal Maccabi Italia con il patrocinio dell'Ambasciata d'Italia in Israele, dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, della Comunità ebraica di Roma, di Roma Capitale Dipartimento Sport, della Provincia di Roma e dell'AS Roma Calcio, il Memorial ha visto la partecipazione del Maccabi Roma, dell'Ostia Antica Calcio, dello Sporting Club Marconi e del Roma Club Gerusalemme, squadra mista composta da calciatori ebrei, cristiani e musulmani che nel corso della sua permanenza capitolina è stata tra gli altri accolta nel centro sportivo di Trigoria dalla dirigenza e dai giocatori giallorossi.

pilpul
Davar Acher - La pace impossibile
Ugo VolliColoro che criticano Israele - o magari le sue politiche o il suo governo, che poi sono la stessa cosa del popolo, dato che il sistema è democratico, come ha notato qualcuno, e visto che tutti i governi degli ultimi 64 anni sono stati criticati più o meno allo stesso modo - coloro che criticano Israele dentro e fuori del mondo ebraico gli rimproverano soprattutto di non fare la pace con gli arabi. Pochi, solo gli antisemiti più accesi a destra e a sinistra, hanno oggi il coraggio di dire che il popolo ebraico dovrebbe sparire o che esso non abbia diritto a uno Stato. La prima affermazione è stata di moda per secoli, con varianti più o meno sanguinose l'hanno condivisa decine di papi e di santi prima di Hitler e personaggi di grande prestigio come Marx e Voltaire, Kant e Feuerbach. La seconda è un principio universale nel mondo arabo, accennato in qualche documento ecclesiastico, ma raramente reso esplicito oggi in Occidente. Entrambe sono passate di moda, uscite dalla grammatica eufemistica del discorso pubblico occidentale. Dunque, Israele non ha colpa di esistere, ma di non fare la pace, e di qui le colpe accessorie che gli vengono attribuite, dall' ”uso sproporzionato della forza” difensiva (come se la guerra fosse uno sport equestre con l'handicap) alle “atrocità” contro i “bambini di Gaza” e altre sciocchezze del genere.
Il problema vero è dunque: è possibile la pace? Chi la vuol fare e chi no? E' realizzabile non in astratto, ma concretamente qui, nel mondo imperfetto che condividiamo una pace fra Israele e gli arabi che lo circondano? E' stata possibile nei vent'anni passati dalle illusioni di Oslo, è possibile ora? Io ne dubito da tempo. Ho visto tregue più o meno fredde, utili comunque, ma mai pace vera, come quella che si è fatta in Europa dopo la Seconda guerra mondiale. Ma di recente ho avuto una controprova interessante: ho partecipato a un incontro collettivo con uno sceicco palestinese, un esponente di primo piano del vecchio sistema tribale soppiantato dall'Olp quando proprio a Oslo l'organizzazione terrorista (allora si sperava a torto: ex-terrorista) fu riconosciuta come “unico rappresentante del popolo palestinese”. Comprensibilmente il capo tribù, presentatosi a noi come un possibile nuovo interlocutore di pace, non era tenero con Oslo, lo presentava come un disastro da superare.
Interessanti sono i suoi argomenti: ogni compromesso territoriale, diceva, è insensato. Perché l'Islam proibisce di cedere un solo centimetro del terreno che gli appartiene, e - secondo lui - l'ebraismo ragiona alla stessa maniera. La prima affermazione è degna di nota, non solo perché è la ripetizione testuale di uno slogan di Hamas ed è confermato da una legge dell'Autorità Palestinese che considera crimine capitale la vendita di terra agli ebrei, ma anche perché si estende oltre Israele, per esempio alla nostra Sicilia, ai Balcani e alla Spagna, dove già qualche iniziativa revanscista negli ultimi anni si è manifestata. La seconda è palesemente falsa, perché tutta la storia di Israele e del sionismo mostra una disponibilità ai compromessi territoriali. La soluzione che lo sceicco proponeva per uscire da questo vicolo cieco della doppia rivendicazione territoriale non è particolarmente originale: uno Stato condiviso “che non sarebbe né vostro né nostro finché non arriverà il Messia a risolvere la questione”. Naturalmente il problema è che non ci sono Stati che non corrispondano a un popolo e dunque la questione diventa demografica: che popolo avrebbe la maggioranza in questa sistemazione?
E qui vien fuori un punto delicato, che è quello del carattere nazionale di Israele. Il senso dell'esperienza storica del popolo ebraico, così come è stato sintetizzato dal sionismo nell'ultimo secolo, è che il solo modo per sfuggire alle persecuzioni e vivere dignitosamente è avere un proprio Stato nazionale, in cui essere ben più che maggioritario. Questa è stata la scelta non solo di grandi profeti e statisti come Herzl e Ben Gurion, ma anche della grande maggioranza del popolo che ha partecipato o almeno sostenuto questa strada e della comunità internazionale che l'ha sostenuto a partire dalla Dichiarazione Balfour e dal Trattato di San Remo fino alla risoluzione dell'Onu del '47. Può Israele rinunciare alla sua caratteristica di Stato nazionale senza vanificare questa strada e produrre nel popolo ebraico la più grave crisi di identità dopo la caduta del Tempio, duemila anni fa? Evidentemente no, nonostante sia in atto una campagna crescente da parte di settori detti “postsionisti” della politica israeliana molto isolati nel paese, ma ben connessi all'estero: per esempio Haaretz si è espressa per una riforma della “legge del ritorno” e ha iniziato una campagna contro l'inno nazionale “Hatikvà”, per sostituirlo con qualcosa che possa andar bene a tutti gli aspiranti comproprietari del territorio - chissà, qualcosa che parli del cielo e del mare, delle palme e dei falafel. E però questa prospettiva è inaccettabile non solo per gli israeliani, ma anche per il popolo ebraico della diaspora, che sa di aver bisogno di un'Israele ebraica, se non altro come assicurazione sulla vita nei confronti delle minacce crescenti che si trova ad affrontare.
Per questo motivo con forza crescente Netanyahu ha posto sul tavolo della trattativa, come controparte per le concessioni territoriali che potranno essere necessarie, la questione del riconoscimento di Israele come Stato nazionale ebraico, cosa che i palestinesi coerentemente rifiutano: l'Autorità Palestinese, Hamas, nel suo piccolo anche lo sceicco con cui ho parlato: non un centimetro quadrato per uno Stato ebraico sulla terra dell'Islam.
Questa è la ragione per cui la pace non è possibile. La maggior parte degli arabi vorrebbero cacciare gli ebrei in mare, se non peggio. Quelli che non lo vogliono o capiscono di non poterci riuscire, sono disposti a sopportare, più o meno provvisoriamente e limitatamente, la presenza ebraica “fra il fiume e il mare”, ma solo a patto di non doverla accettare che come una parentesi e senza cedere la rivendicazione islamica sul territorio dello Stato. Fuori da ogni intento propagandistico, il minimo che il popolo ebraico vuole - uno Stato ebraico in quelle terre, comunque esteso - è ben di più di quel che i più pacifici degli arabi sono disposti a concedere (una qualche forma di convivenza in uno Stato non ebraico). Il conflitto resta anche se si ignorano gli aspetti emotivi della disputa, che pure sono forti: il nostro sceicco definiva le città dell'Israele moderno (Tel Aviv, Haifa ecc) degli “stupri” e sinceramente e accoratamente (ma senza alcun senso storico) sosteneva che il terrorismo palestinese, che pure gli sembrava “improduttivo”, fosse una risposta all'attacco alla Tomba dei patriarchi.
La pace, quella vera, con il riconoscimento reciproco di confini, identità e diritti non si può fare e le “colonie” non c'entrano niente: per noi, ci ha detto il capotribù, sempre vicino alle dichiarazioni di Hamas e alle pratiche dell'Autorità Palestinese se non alle sue dichiarazioni ipocrite, non c'è alcuna differenza fra Haifa dentro la linea verde e Ariel fuori di essa, fra Gerusalemme Est e Ovest. La sola speranza è di una convivenza abbastanza tranquilla sul territorio, della crescita economica e del contenimento militare della violenza: la politica degli ultimi governi, che sta dando i suoi frutti. Se non sarà distrutta dagli interventi (non solo dell'Iran ecc. ma anche europei, di Obama, “pacifisti” ecc.) che quando possono attizzano i palestinesi, cercando di destabilizzare la situazione e giocando così col fuoco di una nuova guerra possibile, questa è la sola possibilità di convivenza.

Ugo Volli

notizieflash rassegna stampa
Sorgente di vita - Alla Festa del Libro con Giorgio Bassani e Primo Levi
 Leggi la rassegna

Un ricordo di Giorgio Bassani attraverso le testimonianze dei figli dello scrittore nel servizio di apertura della puntata di Sorgente di vita di domenica 6 maggio. All’autore  de “Il giardino dei Finzi Contini” e a Primo Levi a 25 anni dalla scomparsa è stata dedicata infatti quest’anno la Festa del libro ebraico in Italia promossa a Ferrara dal MEIS, il Museo Nazionale dell’Ebraismo e della Shoah, con un premio letterario, concerti, incontri e dibattiti(...).
p.d.s
continua >>
 
L'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane sviluppa mezzi di comunicazione che incoraggiano la conoscenza e il confronto delle realtà ebraiche. Gli articoli e i commenti pubblicati, a meno che non sia espressamente indicato il contrario, non possono essere intesi come una presa di posizione ufficiale, ma solo come la autonoma espressione delle persone che li firmano e che si sono rese gratuitamente disponibili. Gli utenti che fossero interessati a offrire un proprio contributo possono rivolgersi all'indirizzo desk@ucei.it  Avete ricevuto questo messaggio perché avete trasmesso a Ucei l'autorizzazione a comunicare con voi. Se non desiderate ricevere ulteriori comunicazioni o se volete comunicare un nuovo indirizzo e-mail, scrivete a: desk@ucei.it indicando nell'oggetto del messaggio “cancella” o “modifica”. © UCEI - Tutti i diritti riservati - I testi possono essere riprodotti solo dopo aver ottenuto l'autorizzazione scritta della Direzione. l'Unione informa - notiziario quotidiano dell'ebraismo italiano - Reg. Tribunale di Roma 199/2009 - direttore responsabile: Guido Vitale.