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11 maggio 2012 - 19 Iyar 5772
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Scialom Bahbout, rabbino capo
di Napoli


Verità o pace? Prima durante e dopo le competizioni elettorali, grande assente è in genere la verità: tuttavia, nelle ultime elezioni si è detto che hanno prevalso i partiti che hanno avuto il coraggio di dire la verità. Ammesso che ciò sia vero, la verità rappresenta un valore assoluto o ne esistono di più importanti? Le scuole di Hillel e di Shammai hanno posizioni divergenti: a Hillel che sostiene che tutte le spose sono belle, Shammai risponde che non si può mentire neanche davanti a una sposa nel giorno della sua massima gioia. In pratica oggi, però, si balla nei matrimoni affermando sempre e comunque che la sposa, ogni sposa, è bella. La verità non è quindi un valore assoluto, tanto è vero che alla morte di Giacobbe  i fratelli di Giuseppe affermano che il padre avrebbe detto loro di chiedere a Giuseppe di perdonarli, cosa di cui non troviamo traccia nella Torà e che Giacobbe non può confermare o contraddire. Secondo i Maestri, questo e altri episodi dimostrano che, in determinati casi e specie se si vuole mantenere la pace tra fratelli “è permesso modificare la verità per mantenere la pace”. Tra breve anche gli iscritti alle Comunità saranno chiamati alle urne per eleggere il “parlamento” degli ebrei d’Italia. Di fronte alle molte crisi che caratterizzano la situazione in cui versano molte Comunità, è giusto e opportuno che prevalga la volontà di pace oppure si imponga il desiderio risoluto di dirsi tutta la verità?

Laura
Quercioli Mincer,
 slavista



laura quercioli mincer
Non manca giorno che la stampa non riporti notizie di uno o due suicidi: sempre o quasi uomini sui cinquant’anni, padri di famiglia ma con figli già grandi, che non riescono più a far fronte al proprio ruolo di “nutritori” e si sentono mancare la terra sotto ai piedi. Queste terribile epidemia, viene da chiedersi, mieteva vittime da prima, ma senza l’onore della ribalta? Ed è un fenomeno solo italiano, europeo, mondiale? Ma gli uomini (e intendo qui uomini maschi, perche le donne comunque assai meno) hanno da sempre, e spesso, desiderato rinunciare alla vita. E la vittima è tradizionalmente la stessa: un maschio adulto. Ai tempi del comunismo il record europeo lo detenevano gli ungheresi, con un sistema assai bizzarro: si tagliavano la gola. Per gli antichi romani, lo sappiamo bene, il suicidio era un atto di eroismo; per gli ebrei, una colpa gravissima. I suicidi vanno sepolti oltre il muro del cimitero. Rabbi Akiva era fra coloro che imploravano pietà: “Non lodatelo, ma non lo maledite: lasciatelo in pace”, insegnava.

davar
Contando l'Omer - Il rispetto degli altri
Venerdi 11 Maggio, 34° giorno dell’Omer, 4 settimane
e sei giorni

Appena passato il 33° giorno dell’Omer, o secondo gli ashkenazim, nello stesso 33° giorno, è lecito interrompere il divieto di tagliarsi i capelli (e la barba), che è uno dei segni esteriori che segnala questo periodo. Ieri e oggi quindi gran festa, prima di tutto per i barbieri. Nei libri di halakhà per questo taglio si dice che è proibito "lehistapper", e si noti che, paradossalmente, è una forma riflessiva della stessa radice s f r da cui "sefirà", la conta [dell’Omer]. Il divieto del taglio dei capelli viene spiegato come un uso di lutto collettivo, per commemorare la perdita degli allievi di rabbì Aqiva . In tempi antichi "il re si metteva in ordine i capelli ogni giorno, il gran Sacerdote da un Sabato all'altro, i semplici Sacerdoti una volta ogni 30 giorni" (TB Taanit 17a). Il re ogni giorno, perché doveva apparire quotidianamente nella sua bellezza (Isaia 33:17), gli altri in proporzione al loro rango. Oggi i costumi e i simboli cambiano in continuazione e i ritmi e le regole sociali su come e quando mettere in ordine l'aspetto fisico non sono quelli di duemila anni fa. Ma è abbastanza evidente che la norma dell'Omer, che oggi (o ieri) si interrompe, ha un effetto negativo sull'aspetto fisico e sul decoro della persona. Se si collega questo alla storia degli allievi di rabbì Aqiva che morirono perché non si rispettavano reciprocamente, il messaggio sarebbe che quando uno non rispetta l'altro manca di rispetto prima di tutto a sé stesso.   


rav Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma - twitter @raviologist

Yom HaTorah - Il privilegio di apprendere
“Studiare all’inizio può sembrare molto faticoso, ma con la costanza diventa un privilegio”. Per Roberto Amati,
ebreo romano impegnato professionalmente nel campo dell'abbigliamento, ad essere centrale non è tanto il contenuto della singola lezione quanto il significato che lo studio della Torah ricopre in tutta la sua vita. Una grande lezione da condividere con tutti coloro che prenderanno parte allo Yom HaTorah promosso dall'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane per il prossimo 20 maggio.

Yom HaTorah - Roberto  "Un impegno irrinunciabile"

Nella settimana di Roberto Amati, ci sono tanti impegni. Alcuni negozi di abbigliamento da gestire, il nuoto, il tempo da dedicare al Tempio Beth Michael del quartiere Monteverde, in cui risiedono moltissime famiglie della Comunità ebraica di Roma. Ma un impegno irrinunciabile che scandisce la settimana sono le ore dedicate allo studio della Torah. Con diversi maestri e compagnie diverse, per approfondire diversi argomenti. “Il lunedì sera ci sono le lezioni di Ghemarah, e in particolare quest’anno dedicate al trattato di Ketubbot tenute dal rav Gianfranco Di Segni al collegio rabbinico. Il martedì quelle del rabbino Gad Eldad, che fa parte del tribunale rabbinico di Roma, con cui studiamo Berakhot. E il mercoledì pomeriggio, ormai da più di vent’anni, con una ventina di persone, seguiamo le lezioni del professor Gavriel Levi in cui ci occupiamo di Mishnah, e in particolare quest’anno ci stiamo dedicando al trattato di Sukkah - racconta Roberto Amati - Ciò che per me è importante sottolineare è che ad essere centrale non è tanto il contenuto della singola lezione, quanto piuttosto il significato che lo studio della Torah ricopre nella mia vita, a prescindere dal fatto che l’argomento trattato nello specifico sia più o meno vicino all’esistenza quotidiana. Studiare all’inizio può sembrare molto faticoso, ma con la costanza diventa un privilegio. Ed è fondamentale mettere in evidenza anche il fatto che apprendere Torah non significa semplicemente sedersi come uditore di fronte al Maestro che parla, ma entrare in contatto con il testo, ciascuno in modo personale e in base alle proprie conoscenze e capacità. Io ho la fortuna di cavarmela bene con l’ebraico moderno perché ho trascorso un periodo della mia vita in Israele. Certo quello antico è più difficile”

Yom HaTorah - "Noi ci saremo"

Oltre la grigliata, buoni motivi per partecipare a Yom HaTorah: Come ormai avrete capito, domenica della prossima settimana, 20 maggio, le nostre comunità si impegneranno in una giornata di "studio matto e disperatissimo", chiedendoci di concentrarci tutti su un unico, serissimo, argomento: l'ammonimento. Per questo la nostra allegra famigliola rinuncerà volentieri alla gita al mare. Multitasking e multilevel due adulti e tre bambini, tutti insieme appassionatamente, ci aggireremo tra le molte location previste a Roma per l'occasione. Perché?
- Per leggere e discutere di Torah con il figlio che dopo un anno di impegno in prima elementare legge come un razzo in due alfabeti
 - Per studiare giocando con le girls di quattro anni che, comunque, pure loro di Torah a scuola ne hanno studiata parecchia
- Per avere finalmente una occasione per studiare noi due come coppia, insieme
- Per trovare domande e cercare risposte ai tanti ammonimenti che arrivano a casa con gli occhi dei nostri bambini
- Per studiare in libertà senza pensare al voto e senza che mamma e papà mi dicano di far da solo (Gabriele, quasi 7 anni)
- Perché mi piacciono le storie della Torah (Elisa, 4 anni)
 - Perché mi diverto a fare domande dispettose (Anna, 4 anni)
 - Per occuparmi per una volta del mio ebraismo vivo, oltre gli impegni quotidiani di una famiglia ebraica e del mio lavoro di ricerca sulla storia degli ebrei (Serena)
 - Per occuparmi per una volta del mio ebraismo, senza sembrare fuori dal mondo (Andrea)
 - Per ammonire (guidare) i nostri figli con una consapevolezza ebraica
- Per capire quando è tempo di ammonire (osservare e fermarsi), non prestando attenzione a echi di mode e suggestioni contemporanee ...e naturalmente per il bbq, la musica e le danze!

Serena Di Nepi e Andrea Astrologo


Qui Milano - Cinque liste per le elezioni della Comunità
Sono 32 i candidati in gara per le elezioni del nuovo Consiglio della Comunità ebraica di Milano. Il termine per la presentazione è scaduto. Le liste sono ben cinque, tre con il numero massimo di candidati che una lista può contenere (dieci), due uninominali.
A guidare le liste “piene” sono tre volti noti per chi ha seguito le vicissitudini della precedente amministrazione.
La lista Ken 2.0, che porta sei consiglieri uscenti, sceglie di presentare i suoi nomi in rigoroso ordine alfabetico, senza proporre un candidato presidente, e così il ruolo di capolista spetta all’ex assessore alla cultura Daniele Cohen. A guidare WelComUnity è invece Walker Meghnagi, che nella tornata elettorale del 2010 conquistò il numero maggiore di preferenze, ma che si è dimesso dalla carica di consigliere l’estate scorsa. Candidato presidente di Com.Unità è Roberto Liscia, che nel consiglio uscente si è ritagliato spesso un ruolo di mediatore tra maggioranza e opposizione e ha presieduto la task force di lavoro sulla scuola. Le elezioni si svolgeranno domenica 10 giugno, in concomitanza con quelle dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Ogni iscritto potrà esprimere fino a dieci preferenze per candidati anche in liste diverse. I candidati si presenteranno agli iscritti della Comunità nel corso dell’assemblea preelettorale di martedì 22 maggio.

Ecco l’elenco completo dei candidati:

LISTA N° 1: AM - IM
Fellus Gabrielle
 
LISTA N° 2: SHALOM
 Chalom Giuseppe
 
LISTA N° 3: KEN 2.0
 Cohen Daniele
Gabbai Claudio
Hazan Davide
Jesurum Stefano
Kaboli Afshin
Lazarov Gad
Mortara Simone
Nahum Daniele
Schonheit Gadi
Terracina Claudia
 
LISTA N° 4: WELCOMUNITY
Meghnagi Walker Alfonso
Schwarz Daniele
Galante Abramo (Rami)
Nassimiha David
Alazraki Vanessa
Besso Raffaele
Gorjian Ruben
Menda Joseph
Osimo Guido
Turiel Raffaele
 
LISTA N° 5: COM.UNITA’
 Liscia Roberto
Bardavid Andrea
Guetta Beniamino
Guetta Roberto
Klein Ariel Joel
Pescara  Ruben
Samari Simone
Sinai Simone
Sonnino Daniel
Supino Rosanna


Qui Torino - Primo Levi e il telefono che funziona
“Deve essere un telefono che funziona, il libro scritto”. Sono le parole con cui Primo Levi rivendica le ragioni della chiarezza, una delle poche polemiche culturali da lui portate avanti insieme a quelle contro i negazionismi e un revisionismo storico troppo spinti. Lo scrittore, era infatti uso sostenere, ha da dire ciò deve e deve farlo in modo chiaro. Quando scrivo, diceva, sento di avere il mio lettore vicino. Ha preso le mosse da questa prospettiva, che schiude notevoli orizzonti di lettura sull’opera del grande autore torinese, la terza Lezione Primo Levi, a cura del Centro internazionale di studi Primo Levi, che questa mattina al Salone del Libro di Torino ha visto a confronto Stefano Bartezzaghi e Domenico Scarpa.
L’ultimo libro di Bartezzaghi, Telefonata con Primo Levi (Einaudi), si sofferma infatti proprio sull’interesse per il linguaggio e sulla capacità comunicativa di Levi. “Se tentiamo di anagrammare il suo nome ne esce la definizione l’Impervio – ha detto Bartezzaghi, maestro dei giochi linguistici -.  E’ un anagramma che mi ha sempre fatto sorridere perché se c’è uno scrittore non impervio è proprio Primo Levi, perché la sua opera può essere percorsa in maniera liscia, piacevole”.
Tanta chiarezza è frutto di una ricerca raffinata e costante, forse talvolta inconsapevole (lo stesso Levi, racconta Bartezzaghi, chiese a Giampaolo Dossena di chiarirgli alcuni meccanismi). “Levi spesso parlava di linguaggio, tanto da essere considerato un linguista dagli stessi specialisti, senza però mai ricorrere a termini ostici. Chiamava ad esempio idee accessorie ciò che in semiotica viene definito connotazione. Non aveva bisogno inventare termini complicati per dire che a ogni parola è collegata un’idea e che proprio per questo le lingue non sono mai perfettamente traducibili: perché abbiamo le parole per dire le stesse cose ma ciascuna parola porta altro con sé”.
E’ una passione, quella di Levi per il linguaggio, che si esprime anche nell’inclinazione per i rebus (cui si dedicava nelle notti insonni), per i palindromi, le allitterazioni o le metafore di cui il serbatoio principale era Dante, così presente anche in Se questo è un uomo. Alla luce di questi aspetti l’opera di Primo Levi si situa in una prospettiva nuova. “Non si capisce Se questo è un uomo, e infatti a suo tempo non fu capito, se non si tiene conto della complessità della ricerca dell’autore – sottolinea Bartezzaghi - E’ un libro che da anni ormai si incontra a scuola ed è dunque una delle prime letture che si fanno: non può risaltare sullo sfondo di altre letture. Leggendolo dopo ci si rende invece conto che è uno dei libri più strani della letteratura italiana. In ogni sua frase ci dice una cosa e la commenta, spesso da due punti di vista diversi”. E a guardarla così appare naturale l’accostamento di Levi a David Foster Wallace, autore americano altrettanto interessato all’universo delle parole. Stefano Bartezzaghi, al termine del volume, li immagina passeggiare lungo il Po immersi in una lingua tutta loro a discutere di accezioni e personaggi in quell’universo altro che accomuna tutti gli scrittori.

Daniela Gross -
twitter@dgrossmoked

Qui Torino - Il lessico della Kabbalah
“La Kabbalah è il paradigma della magia”. È sempre meravigliosamente onorico, un uomo di comunicazione, leggerezza e allo stesso tempo grande profondità il maestro Haim Baharier. Tra i massimi studiosi di ermeneutica biblica e pensiero ebraico al mondo, il noto intellettuale parigino di origine polacca è stato protagonista di uno degli eventi più attesi della giornata inaugurale del Salone del Libro di Torino. Una lectio magistralis, quella tenuta ieri sera in Sala Blu, dedicata alle parole e ai fatti di oggi “in odor di Kabbalah” e che è stata presentata al pubblico torinese in concomitanza con l'uscita dell'ultima fatica letteraria pubblicata da Giuntina: Qabbalessico. “Cosa sia davvero la Kabalah non ve lo so dire” esordisce Baharier, che già poche ore prima, nonostante l'estrema complessità dei temi trattati, aveva raccolto notevole interesse e partecipazione anche nei locali della Comunità ebraica per uno dei primi incontri che hanno animato la tradizionale rassegna Salone Off. Come detto nessuna formula fissa, nessuna definizione stagnante che possa inquadrare un fenomeno così articolato e sul quale, ammonisce l'autore, bisogna fare chiarezza sgombrando il campo da equivoci: “Oggi – scherza rivolto alla platea – non vi parlerò della Kabbalah come la vede la rockstar Madonna”. C'è però una fondamentale e straordinaria certezza di cui tener conto, sottolinea Baharier, ed è il fatto che la Kabbalah “proponga un percorso”. Un percorso di cui si trovano alcune preziose scintille anche in Qabbalessico, lavoro strutturato in 26 voci che aiutano a comprendere e interpretare i fenomeni che ci circondano attraverso le pillole di conoscenza disseminate nel corso dei secoli dai maestri. “Questo libro – spiega Baharier – non è sicuramente un libro di Kabbalah. L'ho voluto più vicino a un soffio che alza nell'aria spore sfuggevoli da trattenerne a stento qualcuna in mano. Tuttavia ho cercato di non stemperare, di non scendere a compromessi. Spero risulti la consapevolezza di una ritrosia della trascendenza. Piccole scintille da braccare e da mettere, perché no, in sorriso”.

as - twitter @asmulevichmoked


Qui Milano - Religioni e diritti civili
Che cosa possono fare le confessioni religiose, che in molte circostanze e paesi hanno frenato la conquista dei diritti civili, o di alcuni di essi, per promuoverli nella società di oggi? Quale il loro ruolo per garantire un pluralismo in cui siano rispettate le libertà di tutti? Per cercare di rispondere a queste domande sono intervenuti nel corso dell’incontro L’unione laica contro tutte le discriminazioni, organizzato dall’Associzione pari e dispare e moderato dalla giornalista Cristina Tagliabue, Emma Bonino, vicepresidente del Senato, Daniele Nahum, vicepresidente della Comunità ebraica di Milano, Aurelio Mancuso, presidente dell’associazione Equality Italia, David Piccardo, del Coordinamento associazioni islamiche di Milano. Un’occasione per parlare di temi complessi, che troppo spesso vengono dimenticati in un periodo di crisi economica, come ha sottolineato Emma Bonino: “Oggi sembra che nulla importi se non lo spread, ma chi pensa che l’economia non possa trarre beneficio dall’espansione dei diritti civili si sbaglia di grosso. Pensiamo ai vantaggi economici che porterebbe la legalizzazione di tutti quegli immigrati che hanno un lavoro”. E sul tema del rapporto fra libertà di culto e laicità, la senatrice ha aggiunto: “Essere laici vuol dire non imporre nulla a nessuno, ma non farsi imporre nulla dagli altri. Io penso che in Italia sarebbe utile un’authority che si occupi di discriminazioni di ogni categoria e ad ogni livello”.
Un excursus sulle tematiche di maggiore attualità dalla costruzione a Milano di un luogo di culto per la popolazione musulmana, all’ora di religione nelle scuole pubbliche, fino alla concessione della cittadinanza ai figli di immigrati nati in Italia, è stato offerto dall’intervento di Daniele Nahum. “A fronte del godimento dei diritti – ha spiegato – è necessario però richiedere un’assunzione di responsabilità. Troppe volte nell’affrontare questi problemi ci si concentra solo sui primi o sulla seconda”.
E caldissima da questo punto di vista è la questione del trattamento della donna nella minoranza islamica, dove spesso è difficile tracciare il confine tra libere scelte di identità e imposizioni altrui. Un aspetto che è stato toccato da Piccardo, che illustrando l’attività del Caim ha aggiunto: “Sono contro ogni imposizione, comprese però quelle dello Stato che si vuole professare laico nel senso di imporre dei limiti all’osservanza religiosa come avviene in alcuni paesi. Il concetto di laicità dello Stato deve proteggere anche le religioni dalla sua ingerenza”.
“Sono convinto che i momenti di incontro come questo siano molto importanti, però è un peccato che manchi un rappresentante della religione cattolica, perché bisogna confrontarsi anche con la sua visione - ha messo invece in evidenza Mancuso - E devo aggiungere che da laico non sono critico solo con le impostazioni su determinati temi che ha la Chiesa cattolica, ma anche le altre religioni. Il bene comune a tutti è la Costituzione. Da lì dobbiamo partire”.
L’incontro è poi proseguito con un panel in cui sono intervenuti Cristina Molinari, presidente Pari o Dispare, Yuri Guaiana, Segretario di Certi Diritti, Michael Blanga Gubbay, Responsabile Bocconi Equal Students.

Rossella Tercatin - twitter @rtercatinmoked


Qui Roma - L'ebraico, lingua dai mille risvolti
La lingua ebraica il suo fascino le sue lettere luogo di confronto per il popolo ebraico prima e dopo la nascita dello Stato di Israele, che ha unito generazioni, laici e religiosi, come fosse una “casa migrante”, e i suoi mille risvolti sono stati al centro dell'incontro che si è svolto ieri al Centro Bibliografico dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane nel penultimo incontro del ciclo “Quale identità ebraica – Generazioni a confronto”, dal titolo Il potere della parola.
A discuterne Rav Benedetto Carucci Viterbi, l’artista Tobia Ravà, lo psicanalista Cherles Melman, allievo diretto di Lacan, Luisa Basevi, professoressa di lingua e letteratura ebraica al Liceo Renzo Levi e i suoi studenti allievi del liceo Classico della Scuola, moderatrice Ilana Bahbout.


pilpul
Citazioni, titoli, midrashim
Anna SegreDomenica scorsa la Comunità Ebraica di Torino ha ricordato Primo Levi con un incontro di studio dal titolo “Primo Levi ebreo. Come l’ebraismo ha influenzato la sua visione del mondo e la sua scrittura.” Impossibile riassumere in poche righe gli interventi assai densi e stimolanti di rav Eliahu Birnbaum, Stefano Levi Della Torre e David Meghnagi. Mi permetto solo di aggiungere una considerazione. In passato forse un convegno come questo sarebbe parso strano: il riconoscimento della cultura ebraica nelle opere di Levi è relativamente recente. Eppure parliamo di un autore che nella prima pagina del primo testo da lui pubblicato ha citato due frasi dello Shemà, e che ha dato a due dei suoi libri titoli tratti da testi della cultura ebraica (Lilit, che fa riferimento ad un midrash sulla creazione dell’uomo e della donna, e Se non ora, quando?, citazione dai Pirke’ Avot).
In effetti i riferimenti alla cultura ebraica sono molto più numerosi di quanto sembri a prima vista. Capita di imbattersi in passi come questo (tratto dal Sistema periodico), in cui la realtà stessa dell’Italia fascista è letta alla luce della tradizione ebraica: Ci radunavamo nella palestra del "Talmud Torà", della Scuola della Legge, come orgogliosamente si chiamava la vetusta scuola elementare ebraica, e ci insegnavamo a vicenda a ritrovare nella Bibbia la giustizia e l'ingiustizia e la forza che abbatte l'ingiustizia: a riconoscere in Assuero e in Nabucodonosor i nuovi oppressori. Ma dov'era Kadosh Barukhù, "il Santo, Benedetto sia Egli", colui che spezza le catene degli schiavi e sommerge i carri degli Egizi?
Altri riferimenti sono forse meno evidenti ma proprio per questo ancora più significativi: per esempio è curioso l’atto unico "Il sesto giorno” (in Vizio di forma), in cui un gruppo di tecnici, come in un’azienda di oggi, discute sull’opportunità di creare l’uomo e sulle caratteristiche che dovrebbe avere; alla fine tutti scoprono di essere stati scavalcati dalla “direzione”, che ha creato arbitrariamente l’uomo dalla terra. Non solo sono numerosi e puntuali i riferimenti alla Genesi (a cominciare dal titolo), ma non si può fare a meno di ricordare che la struttura stessa della vicenda ricalca un famoso midrash, in cui diversi gruppi di angeli discutono sull’opportunità di creare l’uomo e, anche in questo caso, sono poi messi di fronte al fatto compiuto. Altri spunti sono emersi dagli interventi di domenica scorsa (uno per tutti, il binomio narrazione/commento: I sommersi e i salvati come commento a Se questo è un uomo), altri probabilmente sono ancora relativamente nascosti in attesa che qualcuno li scopra.

Anna Segre, insegnante

notizieflash   rassegna stampa
Gerusalemme - Scoperta una colonna dell'epoca di Procopio   Leggi la rassegna

Un'imponente colonna in pietra rossa risalente al VI secolo d.E.V., destinata forse ad ornare un'importante chiesa bizantina, è tornata casualmente alla luce nei giorni scorsi durante lavori di ristrutturazione in un quartiere residenziale di Gerusalemme. Alta sei metri e con un diametro di 80-90 centimetri la colonna giaceva ancora su un lato, nella cava originale. L'archeologo Yoram Tzafrir ha detto che colonne del genere erano state menzionate dallo storico Procopio di Cesarea nella sua descrizione della Chiesa Nea di Gerusalemme, una delle opere bizantine più importanti nella città.

 
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