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22 maggio 2012 - 1 Sivan 5772 |
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 | Roberto Della Rocca, rabbino
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Nel
sesto e ultimo capitolo di Avòt, che leggeremo Shabat prossimo, nella
sesta Mishnah è detto che uno dei 48 requisiti fondamentali con cui si
acquisisce la Torah è l’amore per i rimproveri. Per far sì che quello
studio della Torah che si è svolto domenica scorsa nella maggior parte
delle nostre Comunità non si riduca soltanto a un evento scoop
domenicale, ma possa viceversa trasformarsi in qualcosa che accompagni
il nostro vivere quotidiano, non possiamo non prendere sul serio tutte
le critiche costruttive che ci sono arrivate.
Qualcuno ci ha ammonito perché a questa prima edizione di Yom Ha Torah
sarebbe stata data un’impostazione troppo rabbinica alla giornata,
qualcun altro ha scritto su questa testata che nei vari programmi non
compariva alcun contributo femminile, altri hanno lamentato una
pubblicità poco adeguata all’iniziativa, altri quella di una scelta
infelice della data coincidente con un periodo dell’anno in cui sta per
concludersi la scuola. Insomma tutti temi da prendere in considerazione
per fare meglio e di più.
La cosa importante è che queste giuste ragioni non costituiscano per
alcuni un paravento ideologico per non studiare e per non impegnarsi.
Lo studio della Torah deve aiutarci a prendere coscienza di quanto
siamo mancanti e inadeguati al fine di crescere e migliorarci. La
giornata di domenica ci ha indicato che, nonostante gli sforzi, le
energie profuse e la partecipazione di molti, siamo ancora molto
distanti da quella mobilitazione di massa che le nostre Comunità sanno
attivare in occasione di momenti pubblici dell’anno nei quali piuttosto
che guardare dentro noi stessi preferiamo essere guardati e mostrare le
nostre belle scatole vuote.
Dobbiamo convincerci e riuscire a convincere le future
generazioni che la vuotezza di queste scatole possiamo riempirla solo
attraverso uno studio serio e quotidiano svolto con umiltà ed
entusiasmo. Un chazak uvarukh a tutti coloro che in questi giorni di
freddezza hanno saputo riscaldare i nostri cuori e le nostre teste.
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Dario Calimani, anglista
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Il
caso mi ha fatto incontrare Ariela Fajrajzen, figlia del drammaturgo e
regista Alessandro Fersen (Aleksander Fajrajsen, originario di Lodz).
Ariela vive da un cinquantennio nel piccolo Kibbutz Bar’am, al confine
con il Libano, fondato nel 1949 da ex-soldati del Palmach e sviluppato
negli anni dai giovani dell’Hashomer Hatzair, Ariela fra questi. Già
proprietario di una fabbrica che è leader mondiale nella produzione di
materiali plastici per uso medico (Elcam Medical), il kibbutz ha
acquisito di recente la Lucomed di Carpi, un’industria italiana
specializzata nello stessa linea di produzione, e sta acquistando una
analoga fabbrica americana. Sorprendente duttilità israeliana. Ma
Ariela Fajrajzen, oltre che della gestione del suo kibbutz, si occupa
anche di mantenere viva la memoria del padre, muovendosi fra Israele e
Italia, attiva nella Fondazione Alessandro Fersen e nel Museo
Biblioteca dell'Attore, che conserva a Genova l’Archivio Fersen. La
storia di Ariela e il lucido entusiasmo delle sue scelte sono chiari
nei suoi occhi. Con figure come la sua ti sovviene che certi incontri
possono essere folgorazioni di conoscenza. Casi, purtroppo, sempre più
rari.
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Contando l'Omer - La storia vista attraverso i numeri
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Martedi 22 Maggio, 45 giorno dell'Omer, sei settimane e 3 giorni.
La prima divisione del tempo basata sul 7, sette giorni e
Shabat, compare all'inizio di Bereshit. Il passaggio successivo è con
l'Omer, che moltiplica 7x7. Poi vengono l'anno sabatico e il giubileo
che moltiplicano i giorni in anni. Ma la cosa non finisce qui, perché
in alcune scuole mistiche si moltiplicano gli anni per mille e si parla
di shemitot e yovelot nel senso di cicli di 7mila e 50 mila anni. In
ognuno di questi cicli cambia tutto, anche la Torah (se non altro per
l'aggiunta di una lettera che oggi è invisibile). Si pensi che, alla
luce di questo, l'anno attuale, 5772 dalla creazione, corrisponde alle
12.30 diurne del venerdi di questo settenario, a poche "ore"
dall'entrata dello shabbat che sospenderebbe la storia. Queste idee
circolano da secoli nel mondo ebraico, raccogliendo critiche (molte) e
consensi (pochi); ma l'idea dell'Omer come nucleo di uno schema
modulare di divisione della storia dell'universo continua ad esercitare
un suo fascino speciale.
rav Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma - twitter @raviologist
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Qui Roma - A confronto i candidati del Consiglio UCEI
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Primo
confronto pubblico, in occasione dell'assemblea comunitaria, tra i
candidati romani per le elezioni del Consiglio dell'Unione delle
Comunità Ebraiche Italiane che si terranno il 10 giugno. Molto intenso,
partecipato e vivace, il dibattito ha avuto luogo in una sala del
Tempio Bet El di via Padova, baricentro delle attività della comunità
tripolina, e si è protratto fino a tarda notte coinvolgendo numerosi
candidati delle due liste Binah e Uniti per l'Unione in corsa per i
venti posti attribuiti alla Capitale nel parlamento dell'ebraismo
italiano voluto dalla recente riforma. I candidati si sono presentati
al pubblico e hanno illustrato progetti e obbiettivi che vorrebbero
veder realizzati. Numerosi i temi toccati, spesso, nelle enunciazioni
di principio, con idee e valori non distanti fra loro, altre volte con
alcuni punti di dissonanza. Impossibile qui riportare al lettore in
modo esaustivo ogni dettaglio, ma si è andati dalle politiche di
assistenza ai meno abbienti al coinvolgimento dei giovani nella vita
comunitaria, dalla cooperazione con altre forze della società italiana
nella lotta alla discriminazione alle sfide dell'informazione e della
comunicazione, all'allargamento partecipativo degli iscritti, network
con le altre Comunità, kasherut, raccolta dell'Otto per Mille. Ad
aprire la sessione di interventi una panoramica generale sul senso
dell'impegno delle due formazioni da parte del rappresentante delegato
da ciascuna lista: Sabrina Coen, in testa alla lista di Binah assieme a
Eva Ruth Palmieri e l'attuale presidente dell'Unione Renzo Gattegna,
capolista di Uniti per l'Unione. Entrambi hanno ricordato le
significative specificità delle rispettive esperienze: da una parte un
gruppo formato di sole donne che vogliono “portare aria nuova”
all'UCEI, dall'altro la lista che mette assieme le attuali tre forze di
governo unitario della Comunità ebraica di Roma (Per Israele, Hazak,
Efshar) e porta come garante lo stesso Gattegna, che dell'unità in
campo ebraico si è fatto una bandiera. “Binah – ha affermato Coen – è
un progetto nato tra amiche e che si sta arricchendo ogni giorno di
volti nuovi e di persone che vogliono dare una mano. In queste ore il
nostro sforzo è finalizzato soprattutto a imparare e a conoscere vari
aspetti dell'Unione confrontandoci direttamente con i responsabili dei
singoli dipartimenti. L'UCEI è una realtà che lavora in modo positivo,
ma alla quale vogliamo apportare il nostro contributo per affrontare
nuove e pressanti sfide che possiamo vincere tutti assieme”. “La lista
unitaria – ha spiegato invece Gattegna – è nata da una scelta libera,
precisa e consapevole, non certo da una forzatura. Una scelta che fonda
su due ragioni. La prima è la speranza che ci possa essere un salto di
qualità nei rapporti tra persone e gruppi. La seconda è la
consapevolezza del lavoro positivo svolto dalle Giunte unitarie che
hanno contraddistinto questi ultimi due mandati dell'Unione. Un
risultato, quello dell'impegno comune tra persone con visioni della
vita anche estremamente diverse, ma non per questo inconciliabili, che
nel mio caso ha rappresentato la condizione essenziale per accettare a
suo tempo la presidenza e che lo è adesso per lanciare questa nuova
sfida”.
Inevitabile
l'emergere di alcune incomprensioni alla luce di puntate polemiche
recentemente sviluppatesi sul web e tra le pagine dei social network.
L'addebito rivolto ai candidati della lista unitaria era essenzialmente
quello di aver cercato di evitare un confronto elettorale attraverso la
composizione di un blocco unito di persone con idee e appartenenze
politiche differenti che di fatto sarebbe servito per vanificare il
risultato del voto. La nascita di Binah sarebbe dunque da leggere come
un tentativo di scongiurare, in nome del pluralismo, un esito scontato
del voto.
Le accuse sono state decisamente rigettate dai tre leader che hanno
deciso di accettare la sfida dell'unità, Riccardo Pacifici (Per
Israele), Victor Magiar (Hazak) e Raffaele Sassun (Efshar),
protagonisti assieme al presidente Gattegna dell'iniziativa. “La
presentazione della lista Uniti per l'Unione non ha certo precluso
l'entrata in gioco di altre formazioni. Cosa che è infatti avvenuta e
della quale non possiamo che rallegrarci” hanno spiegato Pacifici e
Magiar. “Contro di noi sono state lanciate accuse gravi e prive di
fondamento” ha sottolineato Sassun.
Recriminazioni anche tra le esponenti di Binah, con Daniela Pavoncello
in particolare che ha denunciato un clima di tensione e cattiva
informazione orchestrato da alcuni persone vicine alla lista
avversaria. “Siamo una squadra di donne che hanno grande voglia di
apprendere e impegnarsi nelle istituzioni ebraiche in un clima di
collaborazione. Chi vota per noi – ha detto Eva Ruth Palmieri – vota
per un progetto”. "Siamo donne, che hanno un ruolo professionale e una
dignità e che per questo meritano rispetto" ha ribadito Silvia Mosseri.
Anche le donne candidate con Uniti per l'Unione non hanno tardato a
farsi sentire. “Non sono molto convinta – ha osservato Donatella Di
Cesare – che la chiave di volta per una maggiore partecipazione delle
donne alla vita comunitaria sia la nascita di un gruppo chiuso tutto al
femminile. Binah rischia di essere una lista autoreferenziale che non
porta al dialogo, ma alla divisione”. Tra i punti nodali del dibattito
anche l'indicazione di un candidato per la presidenza dell'Unione. Mentre
nel programma di Uniti per l'Unione è esplicito l'intento di confermare
Gattegna, in quello di Binah non appaiono indicazioni definite in
questo senso. Ma un chiarimento è giunto in assemblea: “Vogliamo vivere
e partecipare alla vita dell'Unione ma non abbiamo pensato alla
presidenza, ruolo per il quale intendiamo sostenere anche noi Gattegna”
ha detto Fabiana Di Porto. Più volte, nel corso del dibattito moderato
dal giornalista Giacomo Kahn, ci si è poi soffermati, tra i punti più
stringenti, sul coinvolgimento dei giovani anche a fronte degli
interventi critici del consigliere Ugei Raffaele Naim e del
vicepresidente del Bene Berith Giovani Edoardo Amati. Da parte dei
ragazzi la richiesta alle istituzioni di erogare stanziamenti più
consistenti per le loro attività ricreative e la constatazione del
progressivo allontanamento delle nuove generazioni dalle responsabilità
comunitarie. Impegno di tutti, ma anche appello ai giovani a
riscoprire, senca cadere nel vittimismo e nel qualunquismo, il gusto
della progettualità, dell'iniziativa e dell'indipendenza, a cominciare
dalla capacità di reperire le risorse, sono venuti da più parti.
Intervenendo nella discussione, animata, intensa e caratterizzata
dall'apertura di un tavolo di discussione da parte di tutti e due gli
schieramenti, Riccardo Pacifici si è tra gli altri impegnato a
valorizzare e dare nuovo impulso alla gloriosa testata giornalistica
dei giovani ebrei italiani HaTikwa, che attualmente è stata con grande
fatica riportata in vita, resa un giornale mensile a larga tiratura e
restituita all'autonoma gestione dei giovani grazie all'assistenza
tecnica della redazione del Portale dell'ebraismo italiano.
Adam Smulevich twitter - @asmulevichmoked
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Yom HaTorah - A Padova una grande festa di Comunità
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Padova
ha ospitato la sua prima yeshivà, fondata da Judah Mintz, a partire
dalla metà del XV secolo. Nell’800 è diventata la sede del primo
collegio rabbinico dell’età moderna. Insomma, non si può dire che lo
studio della Torah sia un elemento estraneo fra le rive del Brenta e
del Bacchiglione. Oggi i numeri per una vera yeshivà non ci sarebbero,
ma quando si organizza un evento di studio straordinario - come lo Yom
HaTorah - che ha coinvolto le comunità ebraiche italiane domenica 20
maggio, riemerge con forza la volontà di riaffermare il profondo legame
con lo studio che caratterizza questa città. Il Beth hakeneset italiano
(aperto alle 9 per la tefillà di Shachrit) si è andato popolando fin da
metà mattina di intere famiglie, uomini, donne e bambini, che sono
state impegnate in un’attività doppiamente impegnativa di studio e
comprensione dei testi biblici. Il primo momento della giornata,
intitolato Lechù vanim shim‘u lì - venite figli, ascoltatemi dicono i
Tehillìm (34:12), iniziava alle 10.30 e costituiva - sotto la
guida di Ettore Segré - la lettura e il commento collettivo del
capitolo 19 della parashà di Kedoshim. E' stato una sorta di studio
propedeutico - necessario per ascoltare la lezione del Rav sul tema
della giornata - alla fine del quale i bambini, pazienti e partecipi,
sono stati accompagnati a un’attività ludica appositamente preparata
per loro. Rav Adolfo Locci ha affrontato nello specifico il tema della
giornata, partendo dal contesto della Torah accompagnato dall'analisi
degli esegeti medievali (Ibn Ezrà, Rashy, Ramban), per poi spiegare
come il precetto dell'ammonimento del prossimo sia stato sviluppato
nella letteratura rabbinica e codificato nella halakhà. L’occasione di
studio ha offerto la possibilità (una delle numerose per la verità in
una comunità sempre molto attiva) di organizzare un pranzo sociale a
cui hanno partecipato una quarantina di persone. Il pomeriggio è
proseguito, dopo la tefillà di minchà, con la commemorazione della
figura di Rav Elia S. Artom z”l cui è seguita, da parte di Rav Locci,
un'integrazione del suo intervento del mattino. Il Rav, nonostante il
"disturbo" di alcune scosse di terremoto che domenica ha colpito la
pianura padana emiliana, si è soffermato sul tema della possibile
conseguenza negativa dovuta all'adempimento sbagliato della mitzwà
dell'ammonimento, la halbanat panim (far arrossire il prossimo in
pubblico). Molto interessante è stata l'analisi di una mishnà del
trattato di Avot (cap.3:11). Dopo il Kaddish Derabanan, a conclusione
della giornata, una lezione del presidente Davide Romanin Jacur che ha
richiamato i grandi valori di studio e tradizione che tengono unita
anche una piccola comunità alle sue antiche radici, rinnovandole
continuamente con la vita del presente.
Gadi Luzzatto Voghera
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| Made in Italy e Kasherut
| Perché tornare a parlare del marchio kosher, un progetto di cui si discute da tanti anni?
La sicurezza alimentare è una delle sfide chiave per l'economia del
futuro. L'aumento della popolazione mondiale e la conseguente pressione
sulla filiera agro-alimentare obbligano a riflettere sui processi
industriali, con il triplice obiettivo di accrescere la produzione,
limitare i danni ambientali, garantire al consumatore la massima
salubrità sulla sua tavola. In altre parole, serve più cibo, maggiore
qualità e una cultura del «mangiare bene».
Nel contesto di questa attenzione al «come» mangiare si inserisce il
ragionamento sulla certificazione kosher, un controllo che interessa
ovviamente gli ebrei che rispettano le prescrizioni alimentari, ma che
tutela al tempo stesso il consumatore non ebreo.
Recenti sondaggi valutativi hanno infatti spiegato come il marchio
kosher venga percepito dal consumatore medio come sinonimo di sicurezza
e qualità, e proprio questa impressione rende il marchio utile nella
prospettiva di rilanciare i prodotti «made in Italy» sul mercato
nordamericano e sui mercati internazionali in genere.
Per la comunità ebraica italiana, una piccola comunità, l’obiettivo di
stabilire un percorso con il Ministero che porti alla registrazione del
marchio è una grande opportunità: sul piano culturale, perché questo
processo garantisce un ruolo rilevante nei confronti delle comunità
estere più importanti, ma anche perché questa operazione può favorire
il dialogo con i musulmani italiani; sul piano economico, perché il
comparto agro-alimentare è una delle eccellenze che il nostro paese
esporta nel mondo.
Non è un percorso facile, ma è bene provarci. Per questo l’Associazione
di cultura ebraica Hans Jonas organizza il 29 maggio prossimo il
convegno “Il marchio kosher – Opportunità e sfida culturale”.
Intervengono il Ministro dell’Agricoltura Mario Catania, il Presidente
Ucei Renzo Gattegna, il Rabbino Capo di Roma Riccardo Di Segni e le
rappresentanze più importanti dei produttori (Federalimentare,
Coldiretti, Confagricoltura, Cia, Copagri).
Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas - twitter @tobiazevi
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| Storie - Gli ebrei e la sinistra italiana
| I
rapporti tra Israele e la sinistra italiana hanno vissuto nel
dopoguerra alti e bassi. Durante il periodo della Resistenza e nei
primi anni della Repubblica, socialisti, azionisti e comunisti tifarono
apertamente per Israele. D’altronde numerosi ebrei militavano nelle
file dei partiti di sinistra, da Umberto Terracini (presidente
dell’Assemblea Costituente) a Leo Valiani ed Emilio Sereni. E così,
quando il 7 gennaio 1946, il motoveliero «Enzo Sereni», carico di
ebrei, prese il largo dal porto di Vado Ligure in direzione della
Palestina (il viaggio illegale era stato organizzato dal Mossad le
Aliyà Bet), a scortarlo sul molo c’erano gli ex partigiani che avevano
combattuto in montagna e nelle città.
Nel dopoguerra il Pci stampò dei manifesti in cui veniva raffigurata
una nave in rotta verso la Palestina, in cui si invitavano militanti e
simpatizzanti a raccogliere fondi a favore degli ebrei e, nel 1948,
dopo la nascita di Israele, Terracini chiese immediatamente - a nome
del suo partito - il riconoscimento del nuovo Stato da parte
dell’Italia. Il leader del Psi Pietro Nenni, dal canto suo, esaltava i
kibbutz come esempio di socialismo realizzato. Poi però, a partire dal
1952, l’appoggio acritico dell’Urss alla causa palestinese, provocò un
brusco mutamento nelle posizioni della sinistra italiana, in
particolare del Pci, che culminarono nel 1967 con la condanna della
“guerra dei Sei giorni” e proseguirono negli anni seguenti, trovando
una sponda nel Psi di Bettino Craxi e nella stessa Dc, schierati
apertamente su posizioni filo-arabe, e un argine soltanto nei
repubblicani di Ugo La Malfa e nel partito radicale di Marco Pannella,
portabandiera delle ragioni di Israele.
La storia dei rapporti tra Israele e sinistra (ma anche delle
difficoltà che ebbero gli ebrei che militavano in quello schieramento
politico, divisi tra la fedeltà ai partiti e l’identità sociale e
culturale) è oggetto di un bel libro di Matteo Di Figlia, che esce in
questi giorni: Israele a sinistra. Gli ebrei nel dibattito pubblico
italiano dal 1945 a oggi (Donzelli). Un racconto che arriva fino ai
nostri giorni, con la svolta filoisraeliana della sinistra riformista,
dovuto all’intelligenza di uomini come Piero Fassino, responsabile
esteri del Pci, che recuperò quello strappo, ma anche al lavoro di
presa di coscienza svolto dall’intellettuale torinese Angelo Pezzana –
come ha giustamente rilevato Paolo Mieli, recensendo il volume sul
Corriere della Sera – e all’orgogliosa rivendicazione dell’appartenenza
all’ebraismo da parte di un gruppo di intellettuali di sinistra (da
Natalia Ginzburg ad Anna Foa, passando per Furio Colombo, Mario Pirani
e Fiamma Nirenstein), all’indomani del tragico attentato alla sinagoga
di Roma del 9 ottobre 1982, nel quale perse la vita il piccolo Stefano
Gay Taché. Anche se nella sinistra, specie quella estrema, ancora oggi
certi riflessi condizionati nei confronti di Israele sono duri a
morire.
Mario Avagliano - twitter @MarioAvagliano
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| notizie flash | | rassegna stampa | Israele - Rinnovo Histadrut,
500mila lavoratori al voto
| | Leggi la rassegna | Vanno
oggi al voto mezzo milioni di lavoratori israeliani che sono chiamati
all'urna per scegliere il nuovo segretario generale del sindacato
Histadrut, un autentico pezzo di storia del paese. In lizza due
candidati: il leader uscente Ofer Eini e l'ex segretario generale del
partito laburista Eitan Cabel. Favorito nei pronistici è Eini, che è
alla guida dell'Histadrut dal 2006 e che gode del sostegno dei comitati
dei lavoratori nei principali stabilimenti di Israele. Meno chance
invece per Cabel, che tra i punti salienti del suo programma pone una
profonda riforma organizzativa del sindacato.
| | L'evento più atteso della settimana sono le elezioni presidenziali egiziane e in esse, come scrive Le Figaro,
le relazioni con Israele sono uno dei temi principali della campagna:
non perché vi sia disaccordo sulla posizione da prendere, ma perché i
candidati fanno a gara a chi sarà percepito come il più antisraeliano,
colui che più "odierà Israele", come scrive Carlo Panella su Libero(...).
Ugo Volli - twitter @UgoVolli
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| L'Unione
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incoraggiano la conoscenza e il confronto delle realtà ebraiche. Gli
articoli e i commenti pubblicati, a meno che non sia espressamente
indicato il contrario, non possono essere intesi come una presa di
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