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24
maggio
2012 - 3 Sivan
5772 |
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Elia
Richetti,
presidente dell'Assemblea rabbinica italiana
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Si apre
il quarto libro della Torah, il cosiddetto “chomàsh hapequdìm”, il
libro dei censimenti; il popolo viene contato due volte, tenendo i
Leviti separati dal resto del popolo. Questi conteggi sono
significativi e problematici al tempo stesso, sia per le modalità, sia
per il concetto stesso di conteggio.
Tuttavia non di questo parleremo, bensì della parola “Bemidbàr” (nel
deserto), che apre la nostra Parashah. I Maestri del Midràsh, in
apertura della Parashah, rilevano: “La Torah è stata data per mezzo di
tre cose: fuoco, acqua e deserto”. Quest’osservazione del Midràsh ci
pone qualche quesito. In primo luogo, a che episodi si riferiscono i
Chakhamìm per affermarlo? Secondariamente, perché rilevarlo qui e non
in un punto in cui ci sono mitzvòt fondamentali della Torah? Ed infine,
che cosa ci vogliono insegnare? In realtà, il nostro popolo si è
distinto per aver difeso la Torah in condizioni anche peggiori del
fuoco, dell’acqua e del deserto; peraltro è vero che affinché HaQadòsh
Barùkh Hu’ desse la Torah a Israele essi hanno dovuto sperimentare
proprio queste prove: Abramo a causa della sua fede fu gettato nella
fornace ardente; gli ebrei, per essere liberi di servire D.o, hanno
dovuto dimostrare la loro determinazione entrando nel mare, prima che
questo si aprisse; prima di giungere ai piedi del monte Sinai hanno
sperimentato la mancanza d’acqua tipica del deserto. Il fatto che il
nostro popolo abbia affrontato e superato tutte queste prove (ed anche
quelle successive, che – come abbiamo detto – si sono rivelate anche
più gravose) è la garanzia di sopravvivenza del popolo d’Israele,
garanzia rafforzata dall’aver meritato il dono della Torah. Il
libro di Bemidbàr è un libro decisamente meno epico di Shemòt e meno
legislativo di Wayiqrà’; tuttavia il significato di questo lungo
periodo nel deserto non va sottovalutato, perché è uno degli elementi
chiave della sopravvivenza di Israele. C’è anche un altro aspetto. I
nostri Maestri rilevano che Ha-Qadòsh Barùkh Hu’ non ha reso
percepibile la Sua presenza, la Shekhinà, né presso il mare (dove pure
aveva manifestato la Sua miracolosa provvidenza) né sul monte, dove
pure aveva manifestato la Sua potenza tramite il dono della Torah,
bensì solo nel deserto. Ciò è stato spiegato come monito del fatto che
può veramente “conquistare” la conoscenza della Torah solo chi si pone
di fronte ad essa come un “deserto”, ossia come terra mai lavorata e
mai dissodata. Sarebbe in errore chi pensasse di accostarsi facilmente
alla comprensione della Torah grazie alle sue preventive conoscenze di
altre materie: solo uno studio serrato, intenso può essere d’aiuto.
Adesso capiamo anche perché la Parashah di Bemidbàr è sempre prima di
Shavuot: per prepararci spiritualmente in maniera adeguata al
rinnovarsi del dono della Torah.
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Sergio
Della Pergola,
Università Ebraica
di Gerusalemme
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Sergio Romano scrive sul
Corriere del 16 maggio: "Parecchi anni fa un editore italiano mi chiese
se vi fossero testi politici del XX secolo che sarebbe stato utile
ripubblicare. Risposi suggerendo Mein Kampf." Potremmo fermarci qui e
scrivere un lungo editoriale sul ritorno della nostalgia. Ma forse
qualcuno potrebbe criticare la "avulsione" della singola frase dal suo
contesto. E allora aggiungiamo che Romano scrive anche: "Naturalmente
occorreva una introduzione per ricordare al lettore quale importanza il
delirante libro di Hitler abbia avuto nella storia mondiale. E
occorreva smontarlo, un pezzo alla volta, per comprendere dove Hitler
fosse andato a cercare gli ingredienti delle sue teorie sulla razza e
sulla «missione» del Reich tedesco." Diciamo subito che le introduzioni
ai testi deliranti sono un'arma a doppio taglio, come ben dimostra
l'introduzione dello stesso Romano alla nuova edizione dei Protocolli
dei Savi Anziani di Sion (I falsi protocolli: il «complotto ebraico»
dalla Russia di Nicola II a oggi, Longanesi, 2011) che alterna
circostanziate critiche al famoso falso dei Protocolli a critiche alla
«lobby ebraica» contemporanea che sembrano riportate di peso dagli
stessi Protocolli. Non sappiamo quanti lettori si soffermeranno sulle
166 pagine dell'introduzione e quanti invece preferiranno andare
direttamente alle 60 pagine del testo dei Protocolli. Resta il fatto
iniziale che è facile marcare un autore citando con precisione le sue
parole. La contestualizzazione è una concessione che oggi pochi sono
disposti a fare.
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Contando
l'Omer - Ripartire da Shavuot |
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Giovedi 24 Maggio, 47° giorno
dell’Omer,
Sei settimane e cinque giorni
L’immagine di un cammino che ci avvicina
sempre di più alla comprensione, che comunque al suo livello più alto e
profondo ci è preclusa, a meno che non vi sia una rivelazione
dall’Alto, accompagna la lettura simbolica dei 49 giorni dell’Omer e di
Shavuot. A queste porte che si aprono o ai gradini che si salgono fa
riscontro, soprattutto nel pensiero mistico, una realtà negativa
opposta, e si parla di “49 porte dell’impurità”. Attraverso queste
porte era passato il popolo d’Israele in Egitto, scendendo lentamente
sempre più in basso. Mancava poco alla cinquantesima porta, dalla
quale, una volta entrati, non sarebbero più usciti. Questo spiega a un
certo punto del racconto dell’Esodo la fretta di scappare. Scampati al
rischio del non ritorno, i 49 giorni dell’omer sono i giorni del lento
recupero della sacralità perduta, fino al vertice opposto. Da -50 a
+50, o forse a Zero. Da Shavuot si riparte.
rav Riccardo
Di Segni, rabbino capo di Roma - twitter @raviologist
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Yoram Kaniuk "Così è
nato Israele" |
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Esce oggi nelle librerie
italiane della versione di Elena Loewenthal (Giuntina editore),
l'ultimo attesissimo romanzo dello scrittore israeliano
Yoram Kaniuk (ritratto da Giorgio Albertini in basso a destra): 1948
(in ebraico Tashach-5708). Fresco vincitore del Sapir Prize for
Literature, il volume si addentra con magistrale poesia nelle vicende,
spesso colme di sangue e dolore, che portarono alla nascita dello Stato
di Israele.
Il suo esordio italiano risale a quasi vent’anni fa. Quando Adamo
risorto, pubblicato un po’ in sordina da Theoria, folgorò i lettori con
quelle pagine superbe e faticose che narrano, in un avveniristico
ospedale nel cuore del Negev, ad Arad, la storia dell’uomo che i
nazisti avevano trasformato in cane. Da allora i libri di Yoram Kaniuk
– Post mortem, Tigerhill, Il comandante dell’Exodus, La ragazza
scomparsa – hanno conquistato un loro pubblico appassionato e fedele.
Senza però mai sedurre le classifiche di vendita che in questi anni
hanno dimostrato di apprezzare molto gli autori israeliani: forse per
la sua complessità narrativa o forse perché il personaggio è senz’altro
scomodo, anticonformista, impossibile da rinchiudere in canoni o
stereotipi preconfezionati. Tradotto ormai in 25 lingue, Kaniuk in
Israele è considerato invece una vera e propria icona. Assai popolare e
sempre presente nel dibattito pubblico, è noto per le sue prese di
posizione coraggiose e spesso fuori del coro: una fama ribadita dalla
recente vicenda che a ottobre l’ha visto alla ribalta delle cronache
per la battaglia che l’ha portato in tribunale ad affermare il suo
diritto a non definirsi ebreo nei documenti d’identità. Mossa radicale
ed eclatante che l’ha proiettato sulle pagine di tutti i giornali
internazionali. Anche se lui, sommesso, afferma di avere ottenuto la
vittoria “solo perché i giudici probabilmente non avevano capito bene
cosa stavano facendo”. Tanto che “sono stato il primo e con ogni
probabilità sarò l’ultimo a poter cancellare l’appartenenza alla
religione di Stato”.
Il suo ultimo romanzo, 1948, in
ebraico Tashach-5708, che lo scorso anno ha ottenuto il prestigioso
Sapir Prize for Literature e che Giuntina manda ora in libreria nella
traduzione di Elena Loewenthal, s’inserisce a perfezione in questo
quadro. In meno di duecento pagine, dense e colme di poesia, Kaniuk
racconta il conflitto che portò alla nascita dello Stato d’Israele
inoltrandosi nel profondo del dolore della guerra. Ne ritrae il sangue,
le morti, l’orrore. E decostruisce la retorica che così spesso avvolge
il mito della fondazione denunciando, senza mezzi termini, la deriva
che oggi attraversa taluni settori della società israeliana. Un libro
stupefacente, capace di avvincere il lettore come un thriller, scritto
da chi, allora soldato adolescente (“Avevo diciassette anni e mezzo,
ero un bravo ragazzo di Tel Aviv finito in mezzo a un bagno di
sangue”), si ritrovò quasi per caso a fondare una Nazione e a mutare
lesorti del popolo ebraico. Un libro che lo stesso Kaniuk, raggiunto al
telefono nella sua casa israeliana, considera il suo testamento
spirituale.
Perché la
scelta di scrivere ora questo romanzo?
Ci sono voluti quasi sessant’anni. Ci avevo provato già nel 1959,
quando lavoravo come marinaio sulla Pan York, una delle navi che
portavano i profughi ebrei dall’Europa in Israele. Ma quel testo, che
avevo intitolato Uno degli amici di Benny Marshak, uno dei commilitoni
di allora, fu rifiutato da tutti: dicevano che non sapevo scrivere. Da
allora ho tentato più volte di raccontare quella storia ma non volevo
trattarla come un semplice testo narrativo, sentivo il bisogno di
essere anche provocatorio. Poi, qualche anno, mi sono ammalato e mi
sono trovato in punto di morte. Quando sono riuscito a venirne fuori ho
capito che se non avessi scritto allora non lo avrei fatto mai più.
Com’è stato
accolto il libro in Israele?
Le persone qui non sanno più da dove veniamo. Un importante ministro,
che preferisco non nominare, mi ha detto di recente di aver capito solo
dopo averlo letto quanto sia stato difficile combattere quella guerra,
senza riserve e con grande scarsità di armi. Credo di aver toccato
l’argomento giusto nel momento giusto.
“Sono vecchio
e malato, – scrive – penso al nuovo Stato che ha fondato Ben Gurion,
oggi ha sessant’anni, i suoi genitori ormai non ci sono più e gli eredi
sono stupidi, idioti, ladri, cattivi, hanno dimenticato da dove sono
venuti”. E’ un giudizio duro e senza appello. Qual è il suo pensiero
sull’Israele di oggi?
E’ venuto meno quello spirito di comunità che una volta caratterizzava
Israele. Il Paese è cambiato nel profondo, il solco tra laici e
religiosi e tra destra e sinistra si è approfondito in modo drammatico
mentre la situazione politica fa sì che ci troviamo a vivere
un’atmosfera di costante tragedia. Eppure sono qui, ci vivo e ci
morirò: Israele è il mio Paese.
In 1948 lei
parla spesso del peso della Shoah sulla vita dello Stato. E’ ancora
così forte?
E’ un trauma silenzioso che persiste, aleggia nell’aria ed è difficile
non pensarci con tutto ciò che sta accadendo. Non è possibile
dimenticare una tragedia come quella, dovranno scomparire ancora alcune
generazioni. La nascita d’Israele si deve in gran parte alla Shoah. La
cosa strana è però che allora ne sapevamo molto poco. Fu solo dopo la
Guerra d’Indipendenza, quando lavorai sulla nave Pan York, che mi
ritrovai davanti a migliaia di sopravvissuti ai campi di sterminio e
alle persecuzioni. Fu sconvolgente. Di recente, mentre una sera
presentavo il libro a Yafo, sono stato avvicinato da una bella donna di
ottant’anni. Mi disse che da anni mi pensava e seguiva il mio lavoro e
subito capii chi era. L’avevo incontrata in uno di quei viaggi. Era
scampata alla Shoah e cercava riparo in Israele. A bordo le avevo
regalato una clementina: ricordo la sua commozione e la delicatezza con
cui sbucciò quel frutto, per lei prezioso come un gioiello. Episodi e
incontri come questo hanno influito nel profondo sulla mia vita.
Il libro 1948
si apre con una dedica. “Ai miei amici, morti e vivi, della brigata
Harel, a Hanoch Kosovsky, prode guerriero, che ama colui che sono e mi
disapprova, uomo perbene, assassino come noi tutti. Con profondo
affetto per tutti coloro che sono stati in quell’inferno di macello e
sì, hanno anche fondato uno Stato”. Subito dopo una citazione da
Ezechiele “Passai vicino a te, ti vidi mentre dibattevi nel sangue e ti
dissi: vivi nel tuo sangue” (16,6). E in tutto il racconto
l’elemento dominante è il sangue. Perché quest’insistenza?
Ho scritto ciò che ho visto e vissuto. Oggi è quasi impossibile
immaginare cos’è stata quella guerra. Si combatteva notte e giorno ma
nessuno di noi era stato addestrato a questo: fummo costretti a
impararlo combattendo. Mancavano le armi e le riserve. Gli amici con
cui eri cresciuto e i compagni ti morivano intorno senza tregua. Sono
stato ferito alle porte di Gerusalemme, ma sono sopravvissuto. E quel
che ho visto allora mi ha lasciato un segno indelebile nell’anima.
“I leader di
quella generazione – scrive – si aspettavano che fossimo eroi”. In
qualche modo allora vi fu affidato il compito di segnare l’avvio di una
nuova storia per il popolo ebraico.
Non eravamo eroi. Eravamo solo ragazzi. Io avevo 17 anni e mezzo e
lasciai il liceo per arruolarmi. I miei compagni più vecchi erano
appena ventenni. Volevamo dare una casa agli ebrei rifiutati dal resto
del mondo e massacrati dalle persecuzioni. Ma la verità è che non
pensavamo di fondare uno Stato: combattevamo per sopravvivere.
Nel 2009 lei
ha condannato la normativa, votata a maggioranza dalla Knesset, che
elimina la parola Nakba dai testi scolastici di storia. Per quale
motivo?
Nel 1948 ci sono stati anche degli sconfitti e questo va insegnato ai
nostri ragazzi. Non possiamo dimenticare che qui vivevano 700 mila
palestinesi: hanno una storia e nessun ministero può imporre loro di
cancellare la memoria o impedirgli di chiamare come preferiscono quella
guerra terribile.
In che modo
le guerre, dal 1948 a oggi, hanno influito sul Paese?
La Shoah ha distrutto le nostre famiglie. Le guerre ci hanno segnato
nel profondo. Non è facile vivere nelle nostre condizioni. Oggi giorno
leggo sui giornali quanto siamo cattivi e terribili, c’è chi non esita
a paragonarci ai nazisti, e ciò fa male. E’ vero, non siamo a posto
sotto molti punti di vista. Ma nessuno vuole pensare alla nostra
storia: cosa c’è di terribile se anche noi abbiamo uno Stato? E perché
ci si sofferma sempre sui torti di Israele e non si pensa a quanto
accade in altri paesi? Perché non si denuncia il sanguinoso regime
siriano? Perché non si parla di quanto sta accadendo in Egitto? E come
si sentirebbero i romani se la loro città vivesse per mesi sotto un
bombardamento di missili?
Nella
Diaspora il 1948 e la nascita dello Stato d’Israele rimangono ancora
oggi un mito fondante. Come pensa possa venire accolta la sua
narrazione così spesso dissacrante?
So che negli Stati Uniti il libro è molto atteso. Ma mi è difficile
dare risposta a questa domanda. Non scrivo mai pensando ai lettori.
L’unica speranza è che riescano a capire quanto è avvenuto.
In 1948 a un
certo punto lei cita la città di Trieste. Una memoria dei suoi viaggi a
bordo della nave Pan York?
Il mio legame con l’Italia è ancora più antico e profondo. Fu mia madre
a passare per Trieste quando, nel 1910, lasciò Odessa per andare in
Israele. Allora era una bambina di appena sei o sette anni, ma il
ricordo le rimase dentro per tutta la vita.
Sa che allora
gli emigranti venivano accolti nell’edificio di via del Monte 7 dove
ora c’è il Museo della Comunità ebraica triestina?
Non ne sapevo nulla. Ma se mi manda qualche foto sarò felice di
vederlo. Potrei ricambiare con uno dei miei disegni. Sa, sono ormai
tanti anni che ho abbandonato la pittura per lo scrivere. Ma mi diverto
ancora a pasticciare con pennelli e colori.
Daniela
Gross, Pagine
Ebraiche, Giugno 2012 -
twitter @dgrossmoked
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Qui Milano - Un nuovo
Consiglio per l’Adei-Wizo |
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Qui Genova - Uno
Shabbaton per i ragazzi |
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L'appetito della mafia |
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Al tg, nei talk, da
opinionisti, funzionari dello Stato, politici, ministri
bocconiani, sindaci, si sentono espressioni travestite da deduzione
come "la Sacra Corona Unita non ha convenienza a perdere il
consenso". La mafia è indicata come una salda e incivilita
istituzione che ora offre garanzie, non come una volta.
Proprio come accade per un certo terrorismo che si è
fatto Stato. Dunque, la mafia adesso si è fatta Stato. Se lo è
proprio fatto - ahm!
ll
Tizio della Sera
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Ripensare il ruolo di
internet |
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Sui giornali di questi giorni è
apparsa la notizia che, domenica, negli Stati Uniti, gli ebrei
ultraortodossi si sono ritrovati nello stadio dei New York Mets per
protestare contro il “flagello” di Internet. Leggendo in maniera
disattenta, e facendo riferimento soltanto i titoli, l’iniziativa
rischia di apparire come una semplice crociata contro la modernità.
Nulla di questo genere, tanto che gli stessi promotori si sono
affrettati a chiarire che l’obiettivo non è la messa al bando
d’internet, ma il suo corretto utilizzo. Ciò che viene denunciato dagli
ultraortodossi è che, oltre alla pornografia e al gioco d’azzardo, il
troppo tempo speso sui social network finisca per intaccare i rapporti
sociali e famigliari. Praticamente niente di diverso da ciò che
sostengono pediatri e psicologi da molto tempo. Per questo
l’iniziativa, che potrà apparire folkloristica ai più, apre degli spazi
di riflessione interessanti sul cambiamento dei nostri rapporti sociali
e sulle nostre relazioni umane. Ripensare Internet in modo kosher non è
quindi un’assurdità fuori dal tempo, ma un semplice richiamo alle cose
che contano veramente.
Daniel
Funaro, studente
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notizieflash |
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rassegna
stampa |
Benvenuta
Odelia!
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Leggi la rassegna |
Quattro nonni e sei bisnonni hanno accolto nelle scorse ore con gioia
l'arrivo della piccola Odelia, sorellina di Avigail (due anni e mezzo)
e figlia di Serena Tedeschi e di Aaron Bakobza. Alla nonna Claudia De
Benedetti, vicepresidente dell'Unione delle Comunità ebraiche Italiane,
a Avigail, alla mamma, al papà e a tutta la famiglia gli auguri di
felicità, pace e molte nuove soddisfazioni da parte della redazione per
questo grande avvenimento. Benvenuta Odelia!
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L'Unione
delle Comunità Ebraiche Italiane sviluppa mezzi di comunicazione che
incoraggiano la conoscenza e il confronto delle realtà ebraiche. Gli
articoli e i commenti pubblicati, a meno che non sia espressamente
indicato il contrario, non possono essere intesi come una presa di
posizione ufficiale, ma solo come la autonoma espressione delle persone
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