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26
luglio 2012 - 7 Av 5772 |
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Elia
Richetti,
presidente dell'Assemblea rabbinica italiana
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“Elle
ha-devarìm ashèr dibbèr Moshè el kol Israel be-‘éver ha-Yardèn,
ba-midbàr, ba-‘aravà, mol Suf, ben Pa’ràn u-ven Tòfel, we-Lavàn,
wa-Chatzeròth we-Di Zahàv” – “Queste sono le parole che pronunciò Moshè
a tutto Israele al di là del Giordano, nel deserto, nella steppa, di
fronte al Canneto, fra Pa’ràn e Tòfel, e Lavàn e Chatzeròth e Di-Zahàv”.
Così
traduce la quasi totalità dei traduttori. I nostri Maestri hanno notato
che tutti questi nomi indicano località identificabili o nelle quali il
popolo si è macchiato di gravi colpe, ma l’ultimo nome non risulta
identificabile: il nome di Di-Zahàv non compare altro che in questo
contesto. È quindi evidente che non si tratta qui di un semplice nome
di località, ma di una connotazione che mira a trasmettere un
messaggio. Quale?
Nel Talmùd è riportato un midràsh che dà una
particolare spiegazione a questa voce: Di-Zahàv è inteso come se fosse
“Dày zahàv”, “basta oro”. Si accenna qui al fatto che gli ebrei,
all’uscita dall’Egitto, erano talmente ricchi da dire essi stessi
“basta” alla loro ricchezza; essa era talmente sovrabbondante che di
essa si servirono per la peggiore delle colpe, l’idolatria, sia
fabbricando il vitello d’oro sia divinizzando la loro ricchezza, sì da
anteporre il benessere che essa poteva procurare a qualunque altro
valore.
Il Talmùd prosegue: “un leone non ruggisce davanti ad una
greppia di fieno, ma davanti ad un carretto di carne; la mucca che non
mangia non ha la forza di scalciare, ma se mangia e si ingrassa scalcia
anche contro il padrone”. Così chi è totalmente indigente non
recalcitra: solo chi ha ottenuto qualcosa si sente in diritto di
esigere sempre di più.
Questo concetto, che la ribellione nasce
solo da una condizione di – almeno relativo – benessere, non è
un’invenzione del Talmùd, che è l’espressione del gruppo farisaico,
sostenitore della classe popolare, né deriva da un’interpretazione più
o meno arbitraria del pensiero della Torah: è una costante del pensiero
tradizionale ebraico dalla Torah in poi. In altri punti del libro di
Devarìm questo pensiero è espresso in forma più esplicita: “Che non ti
accada che tu mangi e ti sazi, o ti costruisca buone case e vi abiti, e
ti dimentichi del Signore tuo D.o”; fino a giungere alla lapidaria e
sarcastica affermazione di Moshè nel suo cantico finale: “Ed Israele si
ingrassa e scalcia ...”.
Anche nella stessa Haftarah di questa
settimana, in questa splendida, vibrante ed accorata invettiva che
Isaia rivolge al popolo e soprattutto ai suoi capi, D.o afferma con
forza: “E quando voi stendete le vostre mani (in preghiera) io distolgo
i Miei occhi da voi; anche se moltiplicate le preghiere Io non ascolto:
le vostre mani sono piene di tangenti”, là dove c’è una voluta
confusione linguistica fra “damìm” (tangenti, guadagni illeciti) e
“dam” (sangue).
È purtroppo cosa risaputa che ancora oggi siamo
veramente fedeli al nostro Ebraismo solo quando qualche pericolo ci
sovrasta, mentre quanto maggiore è la tranquillità e la prosperità
tanto maggiormente sensibile è l’allontanamento dalle tradizioni.
Eppure
una strada per uscire da questo vicolo cieco esiste, ed è D.o stesso
che ce la indica per bocca del profeta: “Orsù, discutiamo, dice il
Signore!”. Ecco la grande ricetta: essere così vicini a D.o da poter
discutere con Lui. Noi oggi abbiamo perso la coscienza del colloquio
con D.o, eppure non possiamo non renderci conto che solo il continuo
contatto col sacro può distogliere le nostre menti dal pensare ed agire
in maniera difforme dal volere divino. Solo così non avremo più mani
piene di “damìm”, ma avremo “mishpàt” e “tzedaqà” (diritto e giustizia)
che, assicura Isaia, redimeranno Israele ed i suoi dispersi da ogni
male.
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Sergio
Della Pergola,
Università Ebraica
di Gerusalemme
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Nel
suo messaggio augurale al nuovo Presidente della comunità ebraica di
Milano Walker Meghnagi, il Presidente della comunità ebraica di Roma
Riccardo Pacifici scrive (Shalom, n. 7, luglio): "Io e te Walker
abbiamo deciso di essere con Israele senza se e senza ma". Per chi come
me ci vive, espressioni di solidarietà come questa sono sempre
gratificanti, specialmente in un'epoca in cui Israele è frequente
oggetto di attacchi non solo terroristici, ma anche politici, economici
e mediatici. E tuttavia è necessaria una parola di cautela. L'appoggio
incondizionato a una cosa senza se e senza ma rischia di appiattire
quella cosa, la fa apparire unidimensionale e semplicistica. L'odierna
realtà di Israele è invece estremamente complessa e matura, esistono
grandi problematiche le cui soluzioni possono essere diametralmente
opposte, e se si è d'accordo con le une non si può essere d'accordo
anche con le altre. L'esempio di attualità più noto è quello del
servizio militare o civile da parte di tutti i cittadini. Oggi in
Israele l'obbligo di tale servizio per tutti non esiste. Se stiamo con
Israele, siamo per lo stato di fatto oppure esprimiamo qualche se e
qualche ma? Sulle più pressanti riforme economiche e sociali, siamo per
lo stato di fatto, per la piazza che rumoreggia, o per i tentativi di
mediazione in corso? Sull'identità culturale e politica dello stato
d'Israele, siamo per l'annessione della Cisgiordania con tutta la sua
popolazione, o per la separazione in due stati per due popoli? Temi
complicati sui quali è necessaria una lunga riflessione e sui quali non
è possibile raggiungere l'unanimità. Allora, "essere con Israele" – a
parte l'impegno primario per la sicurezza fisica del paese e dei suoi
cittadini – significa appoggio incondizionato al governo in carica,
qualunque esso sia, oppure sostegno a una società civile in cui esiste
più di una verità?
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Un minuto per affermare
i valori dell'umanità
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Il presidente dell'Unione delle
Comunità Ebraiche Italiane Renzo Gattegna ha dichiarato:
Questa
sera in numerose sinagoghe europee e italiane le comunità
ebraiche ricorderanno gli undici atleti israeliani caduti sotto i colpi
del terrore ai Giochi Olimpici di Monaco. Un'occasione solenne e
preziosa, a 40 anni da quell'orrenda carneficina, per condividere tutti
assieme il rigetto per chi semina i germi dell'odio nelle nostre
società e per costruire attraverso l'impegno un futuro di autentica
fratellanza tra i popoli del mondo.
Straordinario in questo senso
è stato l'impegno di memoria dell'opinione pubblica, della classe
politica e delle massime rappresentanze dello sport nazionale che
ripetutamente si sono prodigate in questi mesi per portare avanti una
battaglia di civiltà e giustizia diffusa in tutta la realtà italiana al
di là delle appartenenze ideologiche, culturali e religiose dei singoli
individui.
La speranza è che il Comitato Olimpico Internazionale
accolga in extremis la richiesta delle vedove Ankie Spitzer e Ilana
Romano. Un minuto di silenzio, da Londra a Roma, da Parigi a Berlino,
per affermare principi e valori che sono patrimonio dell'intera
collettività umana e che non possono ignorati nella manifestazione che
più di ogni altra si fa bandiera di inclusività e reciproca
comprensione.
Molti i
soggetti istituzionali che in queste ore premono affinché il Comitato
Olimpico Internazionale tributi un minuto di silenzio alle vittime di
Monaco nel corso della cerimonia inaugurale dei Giochi che avrà luogo
domani sera all'Olympic Stadium di Londra.
“Ancora
oggi è profonda, nonostante il tempo trascorso, la commozione
dell’opinione pubblica mondiale per la ferita che i terroristi
palestinesi di Settembre Nero infersero ai valori di pace e di
fratellanza propri degli ideali olimpici, stroncando tante vite umane
innocenti e riportando, nel cuore dell’Europa, il fantasma dell’odio
antisemita. L’Italia di allora, che cominciava a vivere i cosiddetti
anni di piombo e a sperimentare gli effetti destabilizzanti del
terrorismo – ha affermato il presidente della Camera dei Deputati
Gianfranco Fini interrompendo per alcuni istanti i lavori dell'aula –
si strinse compatta intorno alla comunità ebraica e allo Stato di
Israele. So quindi di interpretare il sentimento di tutti i colleghi
nel riaffermare, oggi, la più ferma e sentita condanna del ricorso al
terrorismo come arma di azione politica. Da parte nostra è inoltre
doveroso manifestare pieno apprezzamento per la scelta degli atleti
italiani di osservare un minuto di silenzio a Londra in ricordo delle
vittime di Monaco. È il modo migliore per interpretare lo spirito della
Carta olimpica che pone lo sport al servizio dello sviluppo armonioso
dell’umanità, in vista della promozione di una società pacifica in cui
sia tutelata la dignità”. Ad intervenire tra gli altri anche il
vicepresidente della Commissione Affari Esteri Fiamma Nirenstein.
“Prendo la parola, anche se non c’è molto da aggiungere al nobile
discorso del presidente Fini – ha detto – prima di tutto per
dire
che sono fiera del mio Parlamento che ha osservato oggi questo minuto
di silenzio che invece il Comitato olimpico internazionale ha rifiutato
non soltanto ai parenti delle vittime, ma a tante istanze
internazionali di prima grandezza. Sono fiera delle 150 firme che tanto
rapidamente abbiamo raccolto tra i nostri parlamentari di tutte le
parti politiche, sono fiera della risoluzione che la Commissione
cultura e la Commissione esteri voteranno insieme sempre con questo
medesimo intento. Noi siamo insieme a Ilana Romano, noi siamo insieme a
Ankie Spitzer: le due vedove che per quarant’anni hanno richiesto al
Comitato olimpico internazionale di rispettare un minuto di silenzio,
che gli è stato sempre rifiutato. Noi, Parlamento italiano, abbiamo
osservato questo minuto di silenzio per tutti loro”. Facoltà di parola
anche per il ministro agli Esteri Giulio Terzi di Sant'Agata, il
contributo del quale ha chiuso la sessione di interventi dedicata al
40esimo anniversario dell'attentato.
“A nome del governo – ha
detto – desidero esprimere un fortissimo apprezzamento e una
forte condivisione della sua iniziativa e delle parole toccanti che lei
ha voluto oggi riservare a quella strage assurda, inconcepibile,
inumana, che ha toccato il team israeliano alle Olimpiadi del 1972.
L’attualità della minaccia e del disprezzo assoluto dei più
fondamentali valori dell’umanità è stata ancora ripresa e riportata
alla coscienza del mondo e soprattutto alla coscienza della società
italiana, così attenta a questi valori, con l’attacco, violento e
crudele, alle personalità israeliane pochi giorni fa in Bulgaria,
proprio per risottolineare nuovamente quanto il fondo di violento
antisemitismo e di negazione dei fondamentali valori della persona sia
ancora presente, dopo 40 anni da quella tragedia, nel nostro mondo. Il
Governo italiano, in una linea di assoluta continuità con la politica
estera italiana, ma anche con l’affermazione, sul piano nazionale ed
internazionale, dei valori dell’uomo, prende costantemente una
posizione assolutamente di condanna e di contrasto delle forme, di
tutte le forme, di terrorismo, ma in questo particolare caso quello che
intendo ribadire – a nome del governo – è un impegno forte nel
contrastare tutte le forme di intolleranza e di antisemitismo che
ancora oggi gravano sul nostro mondo e anche sui Paesi europei”.
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Redazione aperta - La
ricchezza del confronto |
Comunicare,
informare, raccontarsi alla società, entrare in contatto con coloro che
guardano con interesse al mondo ebraico. Tantissimi gli spunti emersi
nel corso del laboratorio di Redazione aperta che ha avuto come filo
conduttore proprio queste tematiche, declinate in modo particolare in
chiave di raccolta Otto per Mille. e in quest’ottica non poteva mancare
il confronto con i portatori di un’esperienza attigua ma differente: i
responsabili della campagna Otto per Mille della Chiesa evangelica
valdese, Simona Menghini, esperta di comunicazione e marketing e Sergio
Velluto, direttore creativo. Presenti all’incontro anche il consigliere
dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Anselmo Calò, invitato
permanente alla giunta e il segretario generale UCEI Gloria Arbib. “La
nostra commissione Otto per Mille è formata da cinque persone di cui
due ‘politici’ componenti della Tavola valdese (l’organo esecutivo ndr)
e tre tecnici, me compresa” ha spiegato Menghini. “Ogni anno portiamo
alla Tavola un paio di proposte e se ne seleziona una” ha aggiunto
Velluto. Quest’anno si è deciso di puntare sul problema della
disoccupazione giovanile, con la campagna ‘Potere a chi (non) ha
lavoro’. “La scelta di questo messaggio comporta il fatto che, al
momento della selezione dei progetti da finanziare con l’Otto per
Mille, verrà data la prevalenza a quelli che aiutano i giovani:
chiunque può presentare un progetto, e tutti possono controllare ciò
che viene finanziato e la cifra messa a disposizione”. Perché
la trasparenza si è rivelata uno dei punti chiave per il successo della
loro raccolta, in costante crescita, come hanno sottolineato Menghini e
Velluto: tutti i dati sono facilmente reperibili online. Una
caratteristica che, insieme alla scelta di non destinare alcuna parte
dei fondi raccolti al culto (mentre sono finanziati progetti legati
alla promozione della cultura valdese), fanno della Chiesa valdese una
preferenza espressa da molti cittadini italiani che vogliono dare al
proprio Otto per Mille una destinazione “laica”. Un dato confermato
anche da alcune ricerche demoscopiche che la Tavola ha commissionato
negli scorsi anni per capire quale fosse la parte della società
italiana interessato al mondo valdese e per quali ragioni. “Nella
scelta di un contenuto e di un metodo di comunicazione efficaci - ha
concluso Simona Menghini - E’sempre molto importante tenere in
considerazione il target cui ci si rivolge. Ma senza perdere di vista i
valori che si vogliono trasmettere”.
Rossella
Tercatin twitter @rtercatinmoked
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Preoccupazioni
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In
Germania, la circoncisione, ebraica e musulmana, è oggetto di
un'improvvisa, intransigente discussione pubblica sui media e nelle
università: essa lederebbe la fisiologia e i diritti del soggetto.
Il
merito della discussione non preoccupa, se si pensa che la
circoncisione è normalmente richiesta per prevenire la fimosi.
Quello
che preoccupa è che se la legge proibisse la circoncisione, i cittadini
tedeschi sarebbero costretti a portare il cappello giorno e notte.
Il
Tizio della Sera
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Un ricordo per i
distratti |
Diciamolo
chiaramente: il minuto di silenzio non sarebbe servito né ai parenti
delle vittime né ad Israele. Non avrebbe certo alleviato il dolore dei
famigliari degli atleti uccisi a Monaco nel 1972, né sarebbe servito a
qualcos’altro. Eppure di quel minuto di silenzio ce n’era bisogno; non
certo per noi però, ma per tutti coloro che avrebbero assistito alla
cerimonia delle Olimpiadi. Perché da Itamar a Tolosa fino ad arrivare a
Burgas, nel mondo, ancora oggi, ci sono persone che vengono uccise per
la sola “colpa” di essere ebrei. Per questo dedicare un minuto alle
vittime di Monaco sarebbe stato utile per permettere anche ai più
distratti di rendersene conto. Un solo minuto, nulla di più, meno del
tempo impiegato a leggere questo articolo.
Daniel Funaro, studente - twitter
@danielfunaro
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notizieflash |
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rassegna
stampa |
Miriam
Ben-Porat (1918-2012)
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Leggi la rassegna |
Miriam
Ben-Porat, pioneria della promozione dell’uguaglianza di genere e prima
donna a essere nominata giudice della Corte suprema israeliana è
scomparsa stamattina a 94 anni.
“La sua modestia, la fermezza nei
principi e la sua dedizione allo Stato rappresentano un modello per le
pari opportunità e per la supremazia della legge in Israele” l’ha
ricordata il primo ministro Benjamin Netanyahu.
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L'Unione
delle Comunità Ebraiche Italiane sviluppa mezzi di comunicazione che
incoraggiano la conoscenza e il confronto delle realtà ebraiche. Gli
articoli e i commenti pubblicati, a meno che non sia espressamente
indicato il contrario, non possono essere intesi come una presa di
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